mercoledì 22 novembre 2017

134 Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde - capitolo 8 (di Robert Louis Stevenson)



I protagonisti dell’ottavo capitolo sono l’avvocato Utterson e Poole, il domestico del dottor Jekyll: tra sospetti, cadaveri, nuovi testamenti e buste sigillate, ci avviamo alla soluzione del mistero, ma c’è ancora molta strada da fare. E comunque non è bene dire che cosa succede nell’ultima notte; bisogna piuttosto leggere e accostarsi da sé alla verità.

L'ULTIMA NOTTE
Una sera, dopo cena, il signor Utterson se ne stava seduto accanto al caminetto quando ebbe la sorpresa di ricevere la visita di Poole.
«Dio mio, Poole, come mai sei qui?», esclamò; e poi, guardandolo meglio: «Cos'è che ti preoccupa?», aggiunse; «il dottore sta male?».
«Signor Utterson», disse l'uomo, «c'è qualcosa che non va».
«Siediti e bevi un bicchiere di vino», disse l'avvocato. «E ora, con calma, dimmi perché sei venuto».
«Lei conosce le abitudini del dottore, signore, e come ami rinchiudersi nel suo studio. Ebbene, si è di nuovo barricato là dentro, e questo non mi piace, signore – possa venirmi un accidente se mi piace. Signor Utterson, io ho paura».
«Su, mio buon Poole», disse l'avvocato, «cerca di essere più chiaro. Di cosa hai paura?».
«È da una settimana che ho paura», rispose Poole ostinatamente, non facendo caso alla domanda dell'altro, «e non ce la faccio più».
L'aspetto del domestico confermava ampiamente il discorso; il suo modo di fare era cambiato in peggio, e all'infuori del momento in cui era uscito con i suoi timori, non aveva guardato in faccia l'avvocato una sola volta. E anche adesso se ne stava seduto col bicchiere di vino sul ginocchio, senza averlo toccato, e con lo sguardo fisso su un angolo del pavimento.
«Non ce la faccio più», continuava a ripetere.
«Su», disse l'avvocato, «mi rendo conto che ti spingono gravi motivi, Poole, e che c'è qualcosa di storto. Prova a raccontarmelo».
«Credo che sia stato commesso un delitto», disse Poole con voce rauca.
«Un delitto!», gridò l'avvocato piuttosto spaventato e perciò incline a perdere la pazienza. «Quale delitto? Che cosa intendi dire?».
«Non oso parlarne, signore», rispose Poole. «Ma perché non viene con me a vedere di persona?».
Per tutta risposta il signor Utterson si alzò e prese cappello e cappotto; ma osservò con meraviglia che un'espressione di immenso sollievo era apparsa sul viso del maggiordomo e, forse con non minor meraviglia, che il bicchiere deposto per seguirlo non era stato toccato.
Era una tipica notte di marzo, burrascosa e fredda, con una luna pallida appoggiata sul dorso come se il vento l'avesse fatta rovesciare, e delle nubi sfilacciate che correvano nel cielo.
Il vento, che arrossava le guance, rendeva quasi impossibile ogni conversazione. Inoltre sembrava che avesse spazzato le strade, insolitamente deserte, sicché il signor Utterson pensò che non aveva mai visto quella parte di Londra così disabitata. Avrebbe desiderato il contrario: mai nella sua vita aveva provato un desiderio così intenso di vedere e toccare i suoi simili. Gli si era fatto innanzi nella mente, e non valeva opporsi, un terribile presentimento di disgrazia. Quando arrivarono alla piazza, vi trovarono solo vento e polvere, e gli esili alberi che battevano i rami contro la cancellata. Poole, che per tutta la strada aveva preceduto l'avvocato di uno o due passi, si fermò nel bel mezzo del marciapiede e, nonostante il freddo tagliente, si tolse il cappello e si asciugò la fronte con un fazzoletto rosso. Ma, per quanto avesse camminato in fretta, quello che si andava asciugando non era il sudore derivante da uno sforzo fisico, ma ciò che un'angoscia schiacciante può provocare: il suo volto era bianco e la voce, quando parlò, rotta e gutturale.
«Ecco, signore», disse, «siamo arrivati, e voglia Dio che non ci sia nulla di tragico».
«Amen, Poole», disse l'avvocato.
Il domestico bussò alla porta con fare guardingo; l'uscio venne aperto, ma la catena rimase tirata, e una voce dall'interno chiese: «Sei tu, Poole?». «Va tutto bene», disse Poole. «Aprite la porta». Quando entrarono, la sala d'ingresso era illuminata; un grosso fuoco ardeva nel caminetto, attorno al quale era raccolta tutta la servitù, uomini e donne, stretti gli uni agli altri come un gregge di pecore. Alla vista del signor Utterson la cameriera scoppiò in un pianto isterico, mentre la cuoca gli corse incontro come se volesse abbracciarlo, gridando: «Grazie a Dio, è il signor Utterson!».
«Che c'è? Che c'è? Siete tutti qui?», disse l'avvocato con tono stizzoso. «Non è regolare, non è decoroso; il vostro padrone non ne sarebbe affatto contento».
«Hanno tutti paura», disse Poole.
Seguì un profondo silenzio; nessuno protestò, solo la cameriera si mise a piangere più rumorosamente.
«Sta' zitta!», le disse Poole, con un tono feroce che dimostrava la sua tensione nervosa. In effetti, quando la ragazza aveva ripreso a lamentarsi più rumorosamente, tutti erano trasaliti e si erano voltati verso la porta che dava sull'interno con un'espressione di attesa sbigottita sui volti. «E ora», proseguì il maggiordomo rivolgendosi allo sguattero, «prendimi una candela, e diamoci da fare immediatamente». Chiese quindi al signor Utterson di seguirlo e gli fece strada verso il giardino posteriore.
«Ora, signore», disse, «venga avanti più piano che può. Voglio che lei senta, ma che non si faccia sentire. E attento, signore, se per caso la invita ad entrare, non entri».
A questa conclusione inattesa i nervi del signor Utterson ebbero una contrazione che quasi gli fece perdere l'equilibrio; ma ben presto ritrovò il coraggio e seguì il maggiordomo nel laboratorio, attraverso l'aula di anatomia, ingombra di casse e di ampolle, fino ai piedi della scala. Qui Poole gli fece segno di accostarsi al muro e ascoltare, mentre lui stesso, posata la candela e facendo appello a tutta la sua forza di volontà, salì gli scalini e bussò con mano esitante alla porta ricoperta di panno rosso.
«Signore, c'è l'avvocato Utterson che desidera vederla», disse a voce alta, e mentre parlava faceva segno all'avvocato di prestare orecchio.
Dall'interno rispose una voce lamentosa: «Digli che non posso vedere nessuno».
«Grazie, signore», disse Poole, con tono quasi di trionfo nella voce; quindi raccolse la candela e ricondusse il signor Utterson, attraverso il cortile, alla grande cucina dove il fuoco era spento e gli scarafaggi correvano per terra.
«Secondo lei, signore, quella era la voce del mio padrone?», disse guardando negli occhi il signor Utterson.
«Sembra molto cambiata», rispose l'avvocato, pallidissimo e senza abbassare lo sguardo.
«Cambiata? Be', sì, penso di sì», disse il maggiordomo. «Dopo vent'anni che sono in questa casa, potrei forse sbagliarmi sulla voce del mio padrone? No, signore; l'hanno fatto fuori; l'hanno fatto fuori otto giorni fa, quando l'abbiamo sentito invocare il nome di Dio, e chi ci sia là dentro al suo posto, e perché, è una cosa che grida vendetta al cielo, signor Utterson!».
«Questa storia è molto strana, Poole, per non dire pazzesca», disse il signor Utterson mordicchiandosi un dito. «Supponiamo che sia come tu dici, che il dottor Jekyll sia stato... ammazzato; che cosa potrebbe mai spingere l'assassino a rimanere sul luogo del delitto? Non ha senso; non c'è logica».
«Bene, signor Utterson, lei è un uomo difficile da convincere, ma io ci riuscirò», disse Poole. «Deve sapere che durante tutta la settimana, lui, o quello, o chiunque sia quell'essere che sta nello studio, ha urlato notte e giorno invocando una certa medicina che non riesce a ricordare esattamente. Era sua abitudine - del padrone, intendo - scrivere le ordinazioni su un pezzo di carta che gettava poi sulla scala. Questa settimana non abbiamo avuto altro: nient'altro che bigliettini e una porta sempre chiusa; e anche il cibo che lasciavamo fuori dello studio veniva ritirato di nascosto quando nessuno vedeva. Ebbene, signore, ogni giorno, sì e anche due e tre volte nello stesso giorno, ci ha fatto avere ordini e reclami, ed io ho dovuto correre da tutti i grossisti di prodotti chimici della città. E ogni volta che riportavo a casa qualcosa, trovavo un altro biglietto che mi ingiungeva di restituirla perché non era pura, insieme con un altro ordinativo per una ditta diversa. Ha un dannato bisogno di quella roba, signore, qualunque ne sia lo scopo».
«Hai ancora uno di questi biglietti?», chiese il signor Utterson.
Poole frugò nella tasca e ne tirò fuori un pezzo di carta spiegazzato, che l'avvocato esaminò con attenzione alla luce della candela. Questo ne era il contenuto: «Il dottor Jekyll presenta i propri omaggi ai Sigg. Maw. Li assicura che il loro ultimo campione non è puro e quindi del tutto inutilizzabile per lo scopo previsto. Nell'anno 18…, il dottor Jekyll ne comprò una certa quantità dalla loro ditta. Li prega di appurare con la massima cura se ne sia avanzato un po' della medesima qualità e di fargliela avere immediatamente. Il prezzo non costituisce un problema. La cosa è della massima importanza per il dottor Jekyll». E fin qui la lettera era abbastanza pacata, ma a questo punto, insieme a uno spruzzo di inchiostro, lo scrivente dava sfogo a tutta la sua angoscia: «Per amor di Dio», aveva aggiunto, «trovatemene un po' di quella vecchia».
«È un biglietto molto strano», disse il signor Utterson; e poi in tono brusco: «Come mai l'hai aperto?».
«Il commesso della ditta Maw era infuriato, signore, e me l'ha tirato dietro come se fosse spazzatura», rispose Poole.
«Questa è sicuramente la calligrafia del dottore; te ne rendi conto?», riprese l'avvocato.
«Mi sembra che le assomigli», disse il domestico con fare scontroso; e poi, con voce ben diversa: «Ma che importanza ha la calligrafia?», disse. «Io l'ho visto!».
«L'hai visto?», fece eco il signor Utterson. «E allora?».
«Ecco», disse Poole, «è andata così. Stavo rientrando dal giardino nell'aula di anatomia, e lui non mi aspettava. Probabilmente era uscito per cercare quella droga, o qualunque cosa essa sia, perché la porta dello studio era aperta e lui era là all'estremità della sala che frugava nelle casse. Quando entrai, alzò lo sguardo, diede una specie di grido e si precipitò su per le scale e poi dentro nello studio. Lo vidi solo per un istante, ma fu sufficiente a farmi rizzare i capelli come gli aculei di un porcospino. Signore, se quello era il mio padrone, perché portava una maschera sulla faccia? Se era il mio padrone, perché si è messo a strillare come un topo ed è fuggito via quando mi ha visto? Sono al suo servizio da molto tempo. E inoltre ...», l'uomo si interruppe e si passò una mano sul volto.
«Sono tutte circostanze molto strane», disse il signor Utterson, «ma credo di cominciare a vederci chiaro. Il tuo padrone, Poole, è chiaramente affetto da una di quelle malattie che torturano e insieme deformano il malato; di qui, per quanto ne so, il cambiamento di voce, il fatto che porti una maschera ed eviti gli amici, che cerchi disperatamente quella droga in cui il poveretto ripone ancora qualche speranza di guarigione.., e Dio voglia che non si illuda! Ecco la mia spiegazione della faccenda, Poole, ed è abbastanza triste e tremenda, se ci si pensa, ma è semplice e naturale, ha una sua logica e ci libera da allarmi ingiustificati».
«Signore», disse il maggiordomo, mentre la sua faccia pallida si chiazzava di rosso, «quella cosa non era il mio padrone, e questa è la verità. Il mio padrone», e qui prese a bisbigliare e a guardarsi attorno, «il mio padrone è un bell'uomo alto, mentre quello era una specie di nano».
Utterson tentò di protestare.
«Ma, signore», gridò Poole, «lei crede che io non conosca il mio padrone dopo venti anni di servizio? che io non sappia a che altezza arriva la sua testa rispetto alla porta dello studio, in cui l'ho visto entrare ogni giorno della mia vita? No, signore, quella cosa con la maschera non era il dottor Jekyll - Dio solo sa cos'era, ma certo non il dottor Jekyll -; e io sono profondamente convinto che è stato commesso un delitto».
«Poole», rispose l'avvocato, «se tu dici così, è mio dovere accertarmene. Per quanto io desideri rispettare i sentimenti del tuo padrone, e per quanto questo biglietto sembri dimostrare che è ancora vivo, considero mio dovere sfondare quella porta».
«Ah, signor Utterson, questo sì che è parlare!», gridò il maggiordomo.
«Ed ora il secondo punto», proseguì Utterson, «chi lo fa?».
«Lei ed io, signore», fu l'intrepida risposta di Poole.
«Ben detto», rispose l'avvocato; «e comunque vada a finire, farò in modo che tu non abbia a rimetterci».
«C'è un'ascia nell'aula di anatomia», proseguì Poole, «e lei può prendere l'attizzatoio in cucina». L'avvocato prese quell'arnese rozzo e pesante e lo soppesò tra le mani. «Te ne rendi conto, Poole», disse alzando gli occhi, «che stiamo per metterci in una situazione piuttosto pericolosa?».
«Può ben dirlo, signore», rispose il maggiordomo.
«Allora è bene che siamo franchi fino in fondo. Noi due non ci siamo detti tutto quello che abbiamo in mente; parliamoci chiaro: quella figura con la maschera che hai visto, l'hai riconosciuta?».
«Ebbene, signore, quell'essere è passato così in fretta ed era così piegato su se stesso che non potrei giurarlo», fu la risposta. «Ma se la domanda è: era il signor Hyde?- beh, sì, credo che fosse proprio lui! Aveva più o meno la stessa corporatura e si muoveva con lo stesso passo leggero e veloce; e poi, chi altro avrebbe potuto entrare dalla porta del laboratorio? Lei non avrà dimenticato, signore, che all'epoca del delitto aveva ancora la chiave. Ma non è tutto. Non so se lei abbia mai incontrato il signor Hyde...
«Sì», disse l'avvocato, «una volta ebbi occasione di parlargli».
«Allora avrà notato, come noi tutti, che c'era qualcosa di strano in quell'uomo, qualcosa che ti colpiva - non so come dire altrimenti - fin dentro le ossa, qualcosa di freddo e penetrante».
«Devo dire che anch'io ho avuto una sensazione simile», disse il signor Utterson.
«Proprio così, signore», riprese Poole. «Be', quando quell'essere con la maschera è saltato fuori come una scimmia in mezzo alle apparecchiature chimiche e si è infilato nello studio, ho sentito un brivido di gelo nella schiena. Oh, so che non è una prova, signor Utterson, lo so bene; ma ciascuno di noi ha una sua sensibilità, e io potrei giurare sulla Bibbia che quello era il signor Hyde!».
«Sì, sì», disse l'avvocato. «Temo anch'io che sia così. Male, null'altro che male poteva nascere da quel legame. Sì, veramente, ti credo; sono convinto che il povero Harry sia stato ucciso e che il suo assassino (Dio solo sa per quale motivo) sia ancora nascosto nello studio della sua vittima. Bene, il nostro motto sarà: vendetta. Chiama Bradshaw».
Il valletto arrivò pallidissimo e nervoso.
«Fatti forza, Bradshaw», disse l'avvocato. «Lo so che questa attesa è logorante, ma ora abbiamo intenzione di porvi fine. Poole ed io forzeremo la porta dello studio. Se tutto è a posto, ho le spalle abbastanza larghe per prendermene la colpa. Ma se qualcosa andasse storto, per impedire che l'eventuale malfattore cerchi di scappare dalla porta posteriore, tu e lo sguattero dovete andare sull'altro lato della casa e mettervi di guardia alla porta del laboratorio con un paio di grossi bastoni. Vi diamo dieci minuti per raggiungere i vostri posti».
Quando Bradshaw se ne fu andato, l'avvocato guardò l'orologio.
«E ora, Poole, andiamo anche noi», disse; e con l'attizzatoio sotto il braccio gli fece strada nel cortile. Le nuvole si erano addensate fino a coprire la luna ed era molto buio. Il vento, che penetrava a folate in quella sorta di pozzo fra le case, faceva vacillare la luce della candela; alla fine arrivarono al riparo nella sala di anatomia e si sedettero silenziosi ad aspettare. Si udiva tutt'intorno il brontolio solenne di Londra, ma, più vicino, il silenzio era rotto dal suono di un passo che andava avanti e indietro sul pavimento dello studio.
«Cammina così tutto il giorno, signore», bisbigliò Poole, «e gran parte della notte. Soltanto quando arriva un nuovo campione di quella sostanza chimica ha un po' di tregua. È la sua cattiva coscienza che gli impedisce di riposare! Ah, signore, per ogni passo che fa, del sangue è stato versato. Ma ascolti bene, un po' più da vicino… ascolti col cuore, signor Utterson, e mi dica se quello è il passo del mio padrone!».
Per quanto lenti, i passi risuonavano leggeri, con una certa cadenza strana, molto diversi dalla camminata pesante e cigolante di Henry Jekyll. Utterson emise un sospiro. «Hai mai sentito qualcos'altro?», domandò.
Poole fece segno di sì. «Una volta», disse, «una volta l'ho sentito piangere».
«Piangere? Come?», disse l'avvocato, e un brivido d'orrore gli raggelò il cuore.
«Piangeva come una donna o come un anima perduta», disse il maggiordomo. «Mi allontanai con un peso sul cuore, tanto che avrei potuto piangere anch'io».
Ormai i dieci minuti erano passati. Poole tirò fuori l'ascia da sotto un mucchio di paglia da imballaggio, misero la candela sul tavolo più vicino perché facesse luce durante l'attacco e si avvicinarono, trattenendo il respiro, là dove quel passo regolare ancora si muoveva avanti e indietro, avanti e indietro nel silenzio della notte.
«Jekyll», gridò Utterson, «chiedo di vederti». Fece una breve pausa ma non gli giunse alcuna risposta. «Voglio essere leale con te: abbiamo dei sospetti e io devo vederti e ti vedrò», proseguì, «con le buone o con le cattive, col tuo consenso o ricorrendo alla forza!».
«Utterson», disse la voce, «in nome di Dio, abbi pietà!».
«Ah, questa non è la voce di Jekyll, è quella di Hyde!», gridò Utterson. «Abbattiamo la porta, Poole!».
Poole roteò l'ascia sopra la spalla; il colpo fece tremare l'edificio, e la porta di panno rosso sussultò sui cardini e contro la serratura. Un grido spaventoso, come di un animale braccato, provenne dallo studio. L'ascia si abbatté un'altra volta, e di nuovo i pannelli della porta si schiantarono e l'intelaiatura sobbalzò. Seguirono altre quattro mazzate, ma il legno era duro e le cerniere robuste, e fu solo al quinto colpo che la serratura cedette andando in mille pezzi e ciò che restava della porta ricadde all'interno sul tappeto.
Atterriti dal loro stesso baccano e dal silenzio che ne era seguito, gli assedianti indietreggiarono un poco cercando di scrutare dentro la stanza. Ai loro occhi apparve lo studio illuminato dalla luce tranquilla di una lampada: un fuoco ardeva scoppiettando nel caminetto, la teiera emetteva il suo sibilo sottile, uno o due cassetti erano aperti, alcune carte ben ordinate erano posate sulla scrivania, e, vicino al fuoco, era pronto l'occorrente per il tè. Si sarebbe detta la camera più tranquilla di Londra, e, se non fosse stato per le vetrine piene di prodotti chimici, anche la più comune.
Proprio in mezzo allo studio giaceva il corpo d'un uomo orrendamente contorto e ancora scosso dagli spasmi. Si avvicinarono in punta di piedi, lo rigirarono sulla schiena e videro la faccia di Edward Hyde. Portava dei vestiti troppo grandi per lui, vestiti della misura del dottore; i muscoli del volto si muovevano ancora in un apparenza di vita, ma la vita se n'era ormai andata. Dalla fiala rotta che teneva in mano e dal forte odore di mandorle che stagnava nell'aria, Utterson comprese di avere di fronte il corpo di un suicida.
«Siamo arrivati troppo tardi», disse con tono severo, «sia per salvare che per punire. Hyde è andato a render conto delle sue azioni; a noi resta solo di trovare il corpo del tuo padrone».
La maggior parte dell'edificio era occupata dalla sala di anatomia, che prendeva quasi tutto il piano terra e riceveva la luce dall'alto, e dallo studio, il quale formava una specie di soppalco e dava sul cortile. Un corridoio portava dalla sala di anatomia alla porta sulla strada secondaria, a cui si poteva arrivare anche dallo studio attraverso una seconda rampa di scale. C'erano inoltre degli stanzini ciechi e una cantina spaziosa. Esaminarono accuratamente tutti questi locali. Per gli stanzini fu sufficiente un'occhiata perché erano completamente vuoti, e dalla polvere che si alzò dalle porte fu facile capire che non venivano aperti da tempo. La cantina, invece, era piena di incredibili cianfrusaglie, la maggior parte delle quali doveva risalire ai tempi del chirurgo che aveva abitato la casa prima di Jekyll; ma, quando ne aprirono la porta, la caduta di un groviglio di ragnatele che da anni ne sigillava l'entrata fece loro comprendere l'inutilità di ogni ulteriore ricerca. Da nessuna parte c'era traccia di Henry Jekyll, vivo o morto che fosse.
Poole si mise a battere i piedi sulle mattonelle del corridoio.
«Deve essere sepolto qui sotto», disse tendendo l'orecchio al suono che ne proveniva.
«Oppure è fuggito», disse Utterson, e si volse a esaminare la porta che dava sulla stradina. Era chiusa, e sul pavimento trovarono la chiave già intaccata dalla ruggine.
«Non sembra che sia stata usata», osservò l'avvocato.
«Usata?», gli fece eco Poole. «Ma non vede che è rotta, signore? Come se qualcuno l'avesse spezzata».
«Ah», continuò Utterson, «anche i due tronconi sono arrugginiti».
I due uomini si scambiarono uno sguardo sgomento. «Questo è troppo per me, Poole», disse l'avvocato. «Torniamo nello studio».
Salirono in silenzio la scala, e quindi, dando una fuggevole occhiata di sgomento al cadavere, procedettero a un esame più accurato di quanto si trovava nello studio. Su un tavolo v'erano tracce di un procedimento chimico: vari mucchietti dosati di un sale bianco erano contenuti in piattini di vetro, come per un esperimento che quell'essere infelice non aveva potuto terminare.
«Questa è la droga che continuavo a portargli», disse Poole; e proprio mentre parlava l'acqua della teiera traboccò provocando un rumore che li fece trasalire.
Si avvicinarono al caminetto a cui era accostata una comoda poltrona, con tutto l'occorrente per il tè a portata di mano di chi vi si fosse seduto, tra cui la tazza già zuccherata. C'erano parecchi libri su uno scaffale ed uno era aperto vicino al vassoio del tè. Utterson rimase sbalordito nel riconoscere in esso la copia di un libro di devozioni per il quale Jekyll aveva più volte espresso grande ammirazione, ma che ora recava annotate con la calligrafia del dottore spaventose bestemmie.
Poi, nel corso della ricognizione della stanza, arrivarono allo specchio su cavalletto, nelle cui profondità guardarono con istintivo orrore. Ma era inclinato in modo tale da riflettere soltanto il bagliore rossastro che danzava sul soffitto, le fiamme che si moltiplicavano all'infinito sui vetri degli armadi, e i loro stessi volti, pallidi e spaventati, che si chinavano a guardare.
«Questo specchio ha visto strane cose, signore», bisbigliò Poole.
«Ma nessuna è più strana della sua presenza qui», gli fece eco l'avvocato nello stesso tono. «Perché mai Jekyll...», s'interruppe con un sussulto a quel nome, ma poi, vincendo quell'istante di debolezza, continuò: «Per quale motivo Jekyll poteva volere uno specchio qui?».
«Me lo chiedo anch'io!», disse Poole.
Poi passarono alla scrivania: sul ripiano, accanto a un'ordinata fila di carte, c'era una grossa busta che recava il nome del signor Utterson di pugno del dottore. L'avvocato ne tolse i sigilli, e parecchi fogli caddero per terra. Il primo era un testamento, redatto negli stessi termini stravaganti di quello che aveva restituito sei mesi prima, il quale doveva attestare le ultime volontà del dottore in caso di morte e servire come atto di donazione in caso di sua scomparsa; ma al posto del nome di Edward Hyde, l'avvocato lesse, con enorme stupore, quello di Gabriel John Utterson. Guardò Poole, poi di nuovo il documento, e infine quel morto scellerato disteso sul tappeto.
«Non mi ci raccapezzo», disse. «L'ha avuto tra le mani per tutti questi giorni; io di certo non gli vado a genio e deve essere andato su tutte le furie nel vedersi soppiantato; eppure non ha distrutto il testamento».
Prese quindi un'altra carta: era un breve biglietto, scritto dal dottore e con la data in cima al foglio. «Oh, Poole!», gridò il legale, «ancor oggi era qui ed era vivo. Non possono averlo fatto sparire in un tempo così breve; dev'essere vivo, dev'essere fuggito! E poi perché è fuggito? E come? E in questo caso, possiamo rischiare di denunciarlo come suicidio? Dobbiamo andar cauti. Temo che potremmo coinvolgere il tuo padrone in qualche terribile sciagura».
«Perché non lo legge, signore?», chiese Poole.
«Perché ho timore di leggerlo», rispose l'avvocato in tono grave. «Dio voglia che non ce ne sia motivo!», E così dicendo avvicinò il foglio e lesse quanto segue:
Mio caro Utterson,
Quando questo foglio ti perverrà, sarò già scomparso: non sono in grado di prevedere in quali circostanze ciò avverrà, ma l'istinto e la situazione innominabile in cui mi trovo mi dicono che la fine è vicina e certa. Vai, dunque, e leggi per primo il memoriale che Lanyon mi disse d'avere affidato alle tue mani; se desidererai saperne di più, leggi le confessioni del tuo indegno e infelice amico,
Henry Jekyll
«C'era un terzo allegato?», chiese Utterson.
«Eccolo, signore», disse Poole, e gli consegnò un plico piuttosto voluminoso e sigillato in parecchi punti.
L'avvocato se lo mise in tasca. «Vorrei che non facessimo parola di questo documento. Se il tuo padrone è fuggito o è morto, potremo almeno salvare la sua reputazione. Sono le dieci. Devo andare a casa a leggere queste carte con calma, ma sarò di ritorno prima di mezzanotte e allora chiameremo la polizia».
Uscirono chiudendo a chiave la porta della sala di anatomia. Lasciando ancora una volta la servitù raccolta intorno al caminetto nel salone d'ingresso, Utterson rientrò stancamente nel suo studio per leggere i due memoriali che gli dovevano svelare il mistero.


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