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domenica 10 dicembre 2017

143 Vivere e resistere (di Jorge Amado)



Per alcuni capitoli la storia prosegue concentrandosi su politici corrotti e conniventi di mafiosi, giornalisti pennivendoli al servizio del governo o dell’opposizione, poliziotti violenti, giudici preoccupati di danneggiare gli interessi dei potenti. Insomma, pare di essere in Italia ai giorni nostri, non nel Brasile raccontato da Amado (a proposito: nel romanzo “I guardiani della notte” non c’è alcuna indicazione temporale per ambientare la vicenda in un tempo ben preciso; non credo di sbagliare immaginandola negli anni Quaranta-Cinquanta del XX secolo).
Ma, in questo capitolo (il tredicesimo della terza parte), l’autore si ricorda dei veri protagonisti del suo racconto e, intrecciando le loro vicende con salti temporali che anticipano il seguito, o riprendono i primi capitoli del romanzo, ne descrive le caratteristiche umane più profonde, senza giudizi né moralismi, ma con la partecipazione che Amado ha sempre dimostrato nei confronti dei derelitti.

E la gente della collina del Mata Gato, i celebri invasori, che diavolo stavano facendo, come agivano e reagivano di fronte a tutto quel rumore e quel movimento, loro, il centro di tutto? Non li abbiamo per caso dimenticati, dando eccessiva importanza a commendatori, deputati, giornalisti, uomini in vista in politica e in economia? Trascinati insensibilmente dalla vanità a mischiarci con questa gente nota, i cui nomi figurano sulle colonne delle cronache sociali? In fin dei conti, quali i personaggi le cui gesta dobbiamo narrare? Non sono essi forse gl’invasori dei terreni del commendatore, Negro Massu e Bei Capelli, Dona Filó e Dagmar, Miro e il vecchio Jesuíno Gallo Pazzo, tutti gli altri, i veri eroi della storia? Perché lasciarli nel dimenticatoio, tante parole spese per il Deputato Ramos da Cunha, per il Consigliere Lício Santos, per tanti altri papaveri della politica o del giornalismo da scavo, e questo silenzio prolungato a proposito della gente della collina? Volete sapere la verità?
Non ne stiamo parlando perché non abbiamo da raccontare avvenimenti o casi di qualche interesse. La gente della collina, in tutta questa storia dell’invasione, è stata la meno pronta a parlare e commentare. Se ne stavano, nelle loro baracche e vivevano.  Vivevano, ecco la verità. Senza ambizioni, senza agitarsi, senza atti inconsulti, vivevano e basta. In mezzo a tutto quel fracasso – caccia, non-caccia, rade al suolo-non rade al suolo – con tanta gente che si agitava attorno, insultati o elogiati – da banditi della peggior specie, sovversivi a gente degna di ogni rispetto, brava gente della collina, umile e sfruttata a seconda del tipo di giornale o di giornalista, continuavano ad attuare la più grande delle imprese: vivevano, quando tutto congiurava per render loro la cosa impossibile. Come diceva Jesuíno, i poveri già fanno anche troppo a vivere, vivere resistendo a tanta miseria, alle difficoltà senza fine, a quella povertà senza limiti, alle malattie, alla mancanza di ogni assistenza; vivere quando non esistono condizioni che per morire. E tuttavia vivevano. Era gente ostinata, non si lasciavano liquidare facilmente. La loro capacità di resistenza alla miseria, alla fame, alle malattie, veniva di lontano, era nata sulle navi negriere, si era affermata nel periodo della schiavitù. Avevano il corpo incallito, erano duri a cadere.
E non contenti di vivere, per di più vivevano in allegria. Quanto più difficili le cose, tanto più loro ridevano, e il suono delle chitarre e delle armoniche, musica e parole delle canzoni, nascevano e si levavano sulla collina del Mata Gato e sulla Estrada da Liberdade, al Retiro, in tutti i quartieri poveri di Bahia. Affrontavano la miseria con allegria, ridevano forte di fronte alla povertà, tiravano avanti. I bambini, quando non morivano nella prima infanzia tornando angioletti in cielo, scelti da Dio e dalla verminosi (1), dalla fame, dalle privazioni, si educavano a quella dura e gaia scuola della vita, ereditavano dai genitori la resistenza e la capacità di ridere e di sopravvivere. Non si arrendevano, non si lasciavano piegare dal destino, umiliati e vinti. Resistevano a tutto, affrontavano la vita, e non la vivevano nuda e fredda. Si rivestivano di risa e di musiche, di calore umano, di gentilezza, di quella civiltà del popolo baiano.
Così è la piccola gente ordinaria, dura da rodere, così siamo noi, il popolo, allegri e ostinati. Quelli che stanno in alto, sì, che sono dei rammolliti, sempre fra farmacie e barbiturici, rosi dalle angosce e dalla psicanalisi, pieni di complessi, da Edipo a Elettra (2), vogliosi di dormire con la madre o fornicare col padre, trovando carino essere un finocchio e altre bischerate del genere.
La gente della collina, tuttavia, tutto quel fracasso non le faceva perdere il sonno, non le impediva di continuare a vivere. Quando la polizia era arrivata, la prima volta e aveva dato fuoco alle baracche già costruite, alcuni avevano pensato di andarsene, di cercarsi un altro posto per abitarci. Ma Jesuíno Gallo Pazzo, uomo rispettato per il suo sapere e per i capelli bianchi, un obá (3), aveva detto: «Noi si fabbrica le baracche un’altra volta», e così avevano fatto. Era proprio del loro modo di essere, resistere e vivere. Avevano seguito il consiglio e lasciato a Jesuíno le grandi decisioni. Il vecchio era in gamba, meritava fiducia.
Altra gente era venuta, altre baracche erano state costruite. La polizia era tornata, Jesuíno e i monelli avevano scavato trincee da gioco, smosso la terra dei sentieri, accumulato pietre, fatto rotolare massi. La polizia se l’era data a gambe, uno spasso, avevano riso e fatto festa.
Poi tutti avevano finito per intromettersi nella faccenda, una discussione di tutti i diavoli, i pula (4) a rincorrer gente, innocenti cacciati in prigione e bastonati, i giornali che reclamavano disegni di legge, azioni in tribunale, l’inferno. E loro che vivevano. Se la polizia avesse tentato di tornare, avrebbero resistito. Jesuíno era nuovamente alla testa dei ragazzini, stavano aprendo un sentiero segreto nella palude, si preparavano ad affrontare i pula ancora una volta. I pula e i giudici del tribunale.
Avevano costruito le loro baracche, erano ostinati, ci restavano malgrado tutte le minacce. Tiravano avanti a vivere. Ammazzare non s’ammazzava nessuno, a parte la negra Genoveva che si era inzuppata il vestito di cherosene e si era data fuoco, ma c’è una spiegazione: era stata la passione: il mulatto Ciriaco, suonator di chitarrino, l’aveva abbandonata per un’altra. L’importante era tirare avanti, non lasciarsi abbattere, non abbandonarsi a tristezze. Ridevano e cantavano, in una delle baracche già funzionava una sala da ballo, la Gafieira Invasão, con danze animate il sabato e la domenica; di pomeriggio lottavano a «capoeira» (5), salutavano i loro orixá (6) nei giorni di festa, adempivano ai loro obblighi verso il loro santo. Vivevano e amavano. Bei Capelli prometteva di tagliar la gola a un certo Lício che posava a attore del cinema, se avesse avuto l’ardire di tornare a strizzar l’occhio alla bella Dagmar.
Anche quel Jacinto, un tipo pretenzioso di cui già abbiamo avuto occasione di parlare – ve ne ricordate? – era venuto a costruire la sua casina al Mata Gato e ci si era stabilito con Maria José, una rossa scarmigliata. Ne venne fuori subito un alterco, perché la tizia, con la storia di aiutare la vecchia Veveva a curare il bambino, finì per servire da materasso a Massu. Il negro aveva il suo spazio vitale limitato alla superficie della collina: i pula laggiù a valle lo aspettavano con impazienza. Senza potersi muovere a suo piacimento, né visitare gli amici alle mescite e nelle botteghe, andare alla banchina a far quattro chiacchiere, Massu pareva una belva in gabbia. Fu ben per questo che Maria José gli fu di grande consolazione. Nota discordante in mezzo a tanta cordialità, quell’antipatico di Jacinto. Anziché sentirsi inorgoglire per il fatto che la sua amica avesse tanto successo, capace di spargere il balsamo della gioia nel cuore di Massu, uomo importante, compare di Ogun (7), si fece prendere i nervi, ingollò un certo numero di dosi di cachaça (8), si armò di coltello, e venne a chiedere soddisfazione. Negro Massu, ancorché confortato da Maria José, purtuttavia non era tipo da scherzarci, il suo umore non gli permetteva di sopportare che qualcuno gli venisse a gridare addosso. In fin dei conti, quel Jacinto si rivelava un grossolano, prima aveva maltrattato la rossa, e ora veniva a gridare appellativi davanti alla baracca del negro scandalizzando il vicinato. Massu lo strascicò fino al sentiero più largo, la strada più comoda per scendere dalla collina, lo spinse giù a pedate consigliandolo a non tornare, lasciando la baracca alla ex-consorte, come parte nella divisione dei beni. A Jacinto restavano le corna, di dimensioni rispettabili.
Tornò, tuttavia, qualche giorno dopo, in cerca di Otália. Per Otália nutriva il tale Jacinto una passione antica, fin dall’arrivo della ragazza a Bahia. L’aveva conosciuta la sera stessa, quando Garofano-all’Occhiello le aveva fatto lo scherzo di nasconderle il bagaglio. Mai era riuscito a infilarsi nel suo letto, non ce n’era stata occasione, pensava lui. Aveva accompagnato di lontano gli sviluppi delle lunghe passeggiate di lei con Martim, in quell’amore tanto commentato sulle banchine e nelle sale da ballo popolari. Per Jacinto, tipo poco incline a immaginazione e poesia, quella storia di idillio romantico, amoreggiare platonico, era cosa ridevole. Non l’avrebbe certo bevuta, lui: conosceva bene Caporal Martim, e nel suo intimo tutto ciò che desiderava era imitarlo, somigliare a lui, agire come agiva lui con le donne: superiore, dall’alto, lasciandosi amare, non dando loro molta corda. A quella storiella, ripetuta da questo e quello, del caporale che moriva d’amore, a passeggiare con le dita intrecciate senza ottenere nulla, Jacinto non dava credito per un ventino. Considerò Otália persa per sempre, a meno che Martim non si stufasse e sparisse di circolazione.
E fu questo che accadde inaspettatamente. Non per essersi stufato, ma per sfuggire alle persecuzioni della polizia si era trasferito il caporale, sparito nel nulla, senza lasciare indirizzo per la corrispondenza. Jacinto almeno non era riuscito ad appurare la destinazione del viaggiatore, malgrado si fosse messo a tirar su le calze ai conoscenti. Non aveva intenzione di lanciarsi sulle piste di Otália col caporale ancora nei paraggi. Martim non era tipo da accettare in silenzio un socio inatteso. Ma quando Otália, per decisione di Tibéria, era venuta a occupare la casetta del Mata Gato per rimettersi, Jacinto ricominciò a circolare per lassù, tutto compito e incravattato…
La casetta costruita da Jesuíno e Tibéria in cima alla collina del Mata Gato era destinata ad accogliere la coppia quando la vecchiaia non avesse più permesso loro di lavorare. Frattanto se ne servivano per riposare, o per mandarci qualcuna delle ragazze quando abbisognavano di riposo, oppure di nascondersi da qualche tipo impulsivo, filarino stucchevole o insopportabile pretendente. Almeno era a tale uso che la riservava Tibéria, benché, dopo la faccenda di Otália, ne avesse preso tale avversione da desiderare di venderla a qualsiasi prezzo.
Non appena Martim ebbe preso il largo – era toccato a Jesuíno avvisare amici e conoscenti, Tibéria e Otália, della forzata sparizione del caporale, aggiungendo che non conosceva la sua destinazione – Otália aveva cominciato a indebolirsi. Cosa senza rimedio e senza spiegazione: una debolezza generale nelle gambe e nel corpo tutto, un languore nello sguardo, voleva solo restare sdraiata, non aveva voglia di nulla, rifiutava tutti i clienti, perfino quelli più generosi e abituali, come il sor Agnaldo della Farmacia Miracolosa al Terreito de Jesus, infallibile ogni mercoledì verso la fine del pomeriggio. Non solo pagava bene, ma le portava sempre un regalino: una scatola di pastiglie per la tosse, una bottiglia di sciroppo, una saponetta. Rimandava indietro il sor Agnaldo, il vecchio Militão dell’ufficio notarile, filantropo danaroso, il dottor Misael Neves, chirurgo dentista con lo studio sulla Praça da Sé, oltre ai clienti occasionali; non riceveva nessuno. Non voleva nemmeno uscire dalla sua stanza, andava in sala da pranzo dopo molte preghiere, assaggiando appena il cibo. Mai più aveva messo piede fuori casa. Sul letto, con la sua bambola accanto, gli occhi persi sul soffitto, magra e senza colore in faccia.
Tibéria era preoccupata. Le sue pensionanti la chiamavano Mammetta, e anche gli amici, e quel soprannome lo meritava, si occupava delle ragazze come fossero state figlie sue. A nessuna però si era tanto affezionata come a quella piccola Otália, così bambina per età e modo di pensare, così prematuramente sbattuta a far la vita.
Perché il vecchio Batista, suo padre, padrone di un po’ di terra vicino a Bonfim, non era tipo da scherzare, e quando era venuto a sapere che il figlio del colonnello Barbosa si era fatto i tre-centesimi (9) della bimba, ancora verdi come araçá (10) agro, era diventato un demonio: acchiappò un bastone e giù botte alla poverina da mandarla all’ospedale. Dopo di che la mise fuori di casa, non voleva donnine allegre in casa. Il posto delle donnine allegre è nelle case allegre, il posto delle donne perdute è nelle strade di perdizione. Andasse a raggiungere la sorella, già da due anni meretrice; ma quella non era uscita da casa direttamente per andare a far la vita, si era sposata, prima, poi il marito l’aveva piantata e lei aveva dovuto trovare il modo per vivere. Mentre Otália era uscita di casa proprio cacciata dal vecchio, inferocito nel vedere la figlia di quindici anni, bella come una madonna, già senza coperchio, senza più utilità che per far la puttana.
Molti di questi particolari Caporal Martim venne a saperli solo più tardi, terminato tutto, per bocca di Tibéria, persona della più gran discrezione, la padrona di casa di tolleranza migliore che mai si vedesse a Bahia. Non lo diciamo a causa della nostra amicizia per lei, non lodiamo la sua condotta per essere suoi compari. Chi non conosce Tibéria e non ammira le sue doti preclare! Nessuno più di lei noto e amato, la sua casa d’appuntamenti è come una famiglia sola, non ognun per sé e Dio per tutti, Mammetta non lo permetterebbe mai. Una famiglia unita e Otália la più piccola di casa, coccolata, piena di capricci.
Martim fu messo al corrente di com’erano andate le cose: quando il figlio del colonnello Barbosa, studente di bell’aspetto, si fece la ragazzina, Otália non aveva ancora compiuto quindici anni, ma già aveva corpo e seno da donna adulta. Donna solo in apparenza, una bimba internamente, perfino alla pensione voleva giocare con la bambola, avere amoretti da ragazza vergine, amoreggiare con Martim per dopo fidanzarsi, con amello e tutto il resto. Così era lei. Cuciva i vestitini per la bambola, le faceva il letto.
In una strada secondaria, a Bonfim dove abitava col padre, il vecchio Batista, lo studente la vide e si fece vedere nei paraggi più d’una volta. Le regalò delle caramelle, poi un giorno le disse: «Sei già al punto giusto per sposarti, ragazzina. Mi vuoi sposare?» Lei avrebbe preferito prima il fidanzamento, lo trovava carino. Ma accettò lo stesso, tutta contenta, chiese solo di sposarsi col velo e la ghirlandina. Non si era accorta la poverina che il giovane parlava in lingua dotta e sposarsi, nel suo linguaggio elevato equivaleva a farle fuori i tre-centesimi in riva al fiume. Otália aspettò un pezzo e aspetta ancora il suo velo e la sua ghirlandina. Invece di quelli ebbe le bastonate del vecchio e si trovò in mezzo alla strada. Che altro le restava da fare se non andare a raggiungere la sorella, di nome Teresa, sfacciata come poche?
Alla pensione, soddisfacendo i clienti con abilità, ridiventava, nelle ore libere, una bambina, innocente e priva di malizia, altro non desiderava che amoreggiare col caporale, passeggiare con lui, la mano nella mano, fino a quando non fosse giunto il giorno del fidanzamento.
Il caporale era sparito, perché ricercato dalla polizia, ma anche stufo di quell’amorazzo senza capo né coda, senza letto; non conosceva i precedenti, quella Otália non aveva tutti i suoi venerdì, quando mai s’è vista una puttana ad amoreggiare, ad aspettare l’anello, la benedizione del matrimonio, per andare a letto con un uomo e far l’amore con lui? Bene, ricercato e stufo, il caporale aveva levato le tende e, per meglio garantirsi, aveva anche cambiato nome, promovendosi in pari tempo a sergente. Otália non era mai più stata la stessa, si era lasciata andare in un letto, di giorno in giorno sempre più debole. Tibéria aveva considerato consigliabile toglierla dalla pensione, le aveva proposto di andar a passare qualche giorno sulla collina dove abitavano amici suoi, Negro Massu, Curió, ora a far vita comune con una veggente ossigenata, per non parlare di Jesuíno, senza casa sul posto, ma comandante in capo della collina, incaricato di difesa e attacco, a divertirsi come un matto.
Quel certo Jacinto, non appena aveva saputo che Otália si trovava sulla collina, si era segnalato per la sua assiduità lassù, nella speranza di abbagliarla con le sue pretese a bellone. Ma la ragazza, se lo vide, non ci fece caso, a quel presuntuoso; non vedeva niente, a parte la sua bambola e il ricordo del caporale, suo innamorato, col quale doveva fidanzarsi e un giorno sposarsi. Restava in casa, stesa sulla branda, lontana da tutto, e solo quando il bimbo di Massu veniva da lei a giocare lo carezzava e gli sorrideva. Già sposarsi le sarebbe bastato, ma se fosse arrivata anche ad avere un figlio, allora poi sarebbe stata un’esagerazione di felicità.
Altre cose da raccontare della gente della collina? Be’, tiravano avanti a vivere, e già non è poco vivere quando si è poveri e la polizia minaccia di dar fuoco alla nostra baracca. Vivevano come era loro possibile, senza dar troppa importanza al chiasso di politici e giornalisti, gente importante, fra loro s’intendono.
Novità vere e proprie alla collina, forse solo una, degna di nota. Si trattava del fatto seguente: già da qualche tempo, forse proprio a causa di tante complicanze, la popolazione aveva smesso di crescere e nuove case non ne erano state costruite. Anche perché il pozzo scavato dagli abitanti non bastava a fornire neppure il fabbisogno attuale, né era sufficiente l’elettricità, una lucina da cimitero, buona giusto per gl’innamorati. Purtuttavia, negli ultimi giorni, in quella nervosa settimana intercorsa fra le due riunioni del Tribunale, erano comparsi al Mata Gato muratori e falegnami con le loro cazzuole, i loro fili a piombo, i loro seghetti, e dài sotto a costruire casette. Alcuni camion dell’Azienda Municipale scaricavano alle pendici della collina sacchi di cemento, mattoni e tegole. Due strade intere, con casette aggraziate, identiche le une alle altre, furono rapidamente tirate su. Intonacate dentro e fuori, con porte e finestre azzurre, carine. Nessuno sapeva niente dei proprietari, il capomastro, uno zittone, se aveva la soluzione del mistero non la fornì. Di qualcuno dovevano pur essere. Guardando i camion Colpo-di-Vento suggerì che forse erano dello stato, forse per le famiglie degl’impiegati. O per farci un allevamento di mulatte. Colpo-di-Vento aspettava ancora le sue mulatte, ordinate in Francia tempo addietro. Cominciava a dubitare che la nave avesse fatto naufragio, oppure gli avevano fregato le pulzelle cammin facendo. Per un totale di oltre quattrocento.
Colpo-di-Vento aveva suggerito l’ipotesi statale per vedere di metter fine alla curiosità di Jesuíno, che moriva dalla voglia di sapere a chi appartenessero le nuove costruzioni. Il vecchio briccone, insieme a Miro e ad altri monelli, prendeva i provvedimenti necessari per affrontare la polizia quando fosse stata pubblicata la sentenza del tribunale. Guardava con sospetto quelle casette che avevano l’aspetto di case vere e proprie, scuoteva la testa, ma, per scrupolo di coscienza continuava nei suoi preparativi per far fronte ad ogni evenienza. «La collina del Mata Gato si difenderà fino all’ultimo uomo», aveva scritto Jacó Galub, e aveva attribuito tutta la responsabilità al governo. «È ben tempo che il Governatore allontani il Capo della Polizia e ascolti le rivendicazioni del popolo.» Scuoteva la testa Jesuíno, di sotto il suo incredibile cappello. I bianchi di là sotto, bianchi perché ricchi, non per il colore, erano capaci di finire per intendersi, e addio al suo divertimento. Erano gente importante, e la gente importante s’intende sempre, le liti fra loro non prosperano.
Colpo-di-Vento gli dava ragione. Aveva buscato qualche scarica di botte dalla polizia, gli sarebbe piaciuto mettere in fuga la pula. Gallo Pazzo aveva trovato, sa Dio dove, uno di quei copricapo di metallo, simile a un casco da ingegnere, con quello si copriva la testa, ma i capelli grigi e spettinati sfuggivano da ogni lato. La faccenda lo privava del desiderato aspetto marziale, lo si sarebbe detto piuttosto un poeta. La brezza soffiava sulla collina, agitando mollemente le palme da cocco, gli abitanti tiravano avanti a vivere, ostinati, ridendo, cantando, lavorando, mangiando, facendo figli. Con le case nuove, il Mata Gato aveva preso veramente l’aspetto di un quartiere.
«Gente dannata…» osservò Colpo-di-Vento. «L’altro giorno questo era un pantano, uno spinaio di rovi, ora è proprio come una città. Accidenti, figli-di-puttana di gente in gamba…»
Jesuíno rise, la sua risata arrochita dal catarro e dal fumo. Gli era piaciuta, quella storia dell’invasione. Sapeva di certi terreni più in là della Liberdade, stava pensando di portarci degli amici a farcisi le case. E Colpo-di-Vento, perché non veniva anche lui?
«Ci sono mulatte in quei paraggi? Di quelle vere?»
Ce ne fossero state, lui poteva andare, per aiutare. Per viverci però, no. Colpo-di-Vento preferiva vivere da solo, in pace, nel suo angolino.

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(1) Verminosi = malattia da parassiti che colpisce l’intestino.
(2) Il complesso di Edipo (per i maschi) e di Elettra (per le femmine) sono due concetti psicanalitici, secondo i quali (in estrema sintesi) un bambino tende a identificarsi con il genitore dello stesso sesso e a desiderare l’accoppiamento con il genitore del sesso opposto.
(3) Obá = membro civile del terreiro, ossia di un luogo in cui vengono praticati i riti cerimoniali della religione afro-brasiliana.
(4) Pula = poliziotti (la pula = la polizia). Il termine è ormai desueto, era in vigore negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso.
(5) Capoeira = arte marziale nata a Bahia, fatta di musica e di movimenti armonici. Di derivazione africana, venne mimetizzata in una sorta di balletto, poiché agli schiavi erano interdetti gli sport marziali.
(6) Orixá = divinità africane trapiantate in Brasile all’epoca della tratta degli schiavi.
(7) Ogun = è uno degli orixá, per la precisione divinità del ferro, protettore di fabbri, guerrieri, agricoltori. Nella seconda parte del romanzo di Amado si racconta ampiamente la storia di come Negro Massu, dovendo battezzare il figlio, accetta come padrino lo stesso Ogun, che gli si presenta sotto le sembianze di un vecchio. Per questo ora è diventato compare di Ogun.
(8) Cachaça = acquavite di canna.
(9) Non ho mai trovato altrove questa espressione, né alcun dizionario la riporta. Dal contesto si evince che farsi i tre-centesimi equivale a togliere la verginità a una fanciulla.
(10) Araçá = frutto di un albero (Psidium cattleianum ) del Brasile e del Venezuela, oggi a rischio di estinzione.

La copertina del romanzo (Garzanti, traduzione di Elena Grechi) da cui ho tratto questo post e quelli precedenti; bellissimo libro, lo consiglio a tutti


venerdì 8 dicembre 2017

142 Politici e giornalisti in difesa del Mata Gato (di Jorge Amado)




Le prime baracche costruite sulla collina del Mata Gato sono state abbattute dalla polizia; Negro Massu ha reagito ed è stato picchiato. Su consiglio del saggio Jesuíno Gallo Pazzo, gli abusivi hanno cominciato a ricostruire tutte le loro misere casupole. Ma ora l’intera vicenda si fa appetitosa per una lunga serie di personaggi senza tanti scrupoli.
Il giornalista Jacó Galub, capo redattore di un giornale dell’opposizione, si butta a capofitto sulla vicenda, nella speranza di far successo. Il direttore del giornale, amico del malavitoso che gestisce il gioco del bicho, ha tentato senza successo la carriera politica, ma ora può incastrare l’odioso Capo della Polizia. Anche i politici dell’opposizione sfruttano l’invasione per dare addosso al governo. E intanto la gente della favela diventa sempre più numerosa…

Il martedì seguente, il servizio dell’anno scoppiava con titoli su otto colonne sulla «Gazeta de Salvador», giornale d’opposizione, al momento bisognoso, e con urgenza, di denaro e di lettori. Sentiva il contraccolpo della sconfitta elettorale. Il direttore del giornale, Airton Melo, si era candidato a deputato federale, aveva investito nella campagna elettorale un sacco di soldi, principalmente denaro degli altri, ma anche le riserve del giornale. Non era stato eletto, era rimasto a piedi in una disonorevole posizione di quarto vice, e ancora non poteva decentemente passare alla maggioranza. Guardando le foto scattate al Mata Gato (dove, con un fotografo, era tornato Jacó il lunedì) e facendo una smorfia di disgusto alla vista della bocca sdentata di dona Filó aperta verso l’obiettivo in un ampio sorriso, un grappolo di figli appesi alle braccia e alle anche, Airton Melo, il probo giornalista, il «guardiano di notte del denaro pubblico» (come durante la campagna elettorale l’aveva definito il suo stesso giornale) spiegò a Jacó:
«Un po’ di bastonate alla colonia spagnola non fanno alcun danno. Questi galegos (1) si fanno sempre più avari, non mollano un centesimo manco morti. Metta un po’ con le spalle al muro questo mascalzone del Perez, e generalizzi quella storia degli ottocento grammi, così facendo il giornale non ne calunnierà poi un gran numero. Naturalmente, non dimentichi di far allusione alle onorevoli eccezioni. Vedrà che ci scuciono subito qualcosa, e Dio sa se ne abbiamo bisogno. Siamo in un momento duro, sor Jacó…»
«E il governo?»
Airton de Melo sorrise, si considerava un uomo politico di alta classe, sottilissimo, erede di tutte le astuzie dei vecchi bonzi (2) baiani:
«Botte da orbi al governo, caro mio. Botte da lasciare il segno. Ma,» abbassò la voce in tono confidenziale «cerchi di risparmiare il Governatore. Per lui, solo un appello alla sua coscienza di uomo pubblico e al suo buon cuore. Certamente lui è all’oscuro di ciò che accade, ecc. ecc., conosce la litania. Invece, legnate senza misericordia al Capo della Polizia. È lui il tipo della campagna contro il gioco, ha detto che intende farla finita col gioco del bicho. Il giornale, purtroppo, non si può mettere a difendere il gioco né i bicheiros (3)… Ma con questa storia dell’invasione della collina, si può dare addosso ad Albuquerque» il nome del Capo della Polizia era Nestor Albuquerque «e magari riusciremo a farlo cadere. E avremo un bel finanziamento per la campagna elettorale… La gente del bicho…»
Accese un sigaro, ne espirò il fumo. Guardò Jacó con affetto:
«Se la cosa riesce, mio caro, non mi dimenticherò di lei. Sa bene che non sono un ingrato…»
Si sentiva generoso, intravvedendo la possibilità di una bella mazzetta. Il suo tenore di vita era dispendioso: due famiglie, la civile e la militare, quella emulazione fra sua moglie, Rita, e la sua amante, Rosa, per vedere chi spendeva di più. La coppia RR, i ratti roditori, come diceva lui stesso con un certo cinismo, gli rosicchiavano le finanze.
Jacó Galub considerò il suo direttore, sparpagliato nella poltrona. A modo suo un grand’uomo. Ma se lui, Galub, si fosse lasciato incantare dalle sue promesse e avesse contato sulla sua generosità, sarebbe morto di fame. Ora morir di fame non era nei piani di Galub. Era un uomo ambizioso, le sue giocate le faceva per proprio conto, e se non protestava per il salario di miseria che gli passava Airton Melo, era perché si serviva delle colonne del giornale per i propri scavi personali. Era attivo e intelligente, buon giornalista, sprovvisto di ogni scrupolo e di ogni forma di sentimentalismo. Freddo benché apparentemente passionale, aveva come unico desiderio quello di farsi un nome, andare a Rio, aver successo nella stampa importante, guadagnar molto denaro, ottenere uno di quei posti favolosi… Ce l’avrebbe fatta, ne era certo. Anche lui sorrise al «probo giornalista»:
«Stia tranquillo, avremo una campagna spettacolosa. Il prestigio del giornale crescerà a dismisura. Anche le copie vendute. Intendo mettermi a capo dell’invasione.»
«Servizi commoventi, mi raccomando, cuore; strappi lacrime a tutti con la storia di quella povera gente che non ha un buco dove abitare… Cuore!»
«Lasci fare a me…»
Appena uscito il corrispondente, Airton Melo prese il telefono, attese con impazienza il segnale per fare il numero. Quando finalmente ebbe la linea, compose un numero, avuta risposta chiese:
«Otávio c’è? Sono il dottor Airton Melo…»
E quando Otávio Lima, signore del gioco del bicho della capitale e città circonvicine prese la comunicazione lo informò:
«Sei tu, Otávio? Dobbiamo incontrarci, mio caro. Ho finalmente in mano gli assi per buttar giù Albuquerque…»
Una pausa d’ascolto:
«Stavolta ce li ho davvero… Una campagna sensazionale. Ti spiegherò personalmente…»
Sorrise alla proposta dell’altro:
«Nel tuo ufficio? Sei matto? Se mi vedono lì da te, diranno subito che stai comprando il mio giornale… No, a casa mia…»
Altra pausa, il re del bicho domandava qualcosa.
«Quale delle due?» il giornalista ripeté la domanda, riflettendo. «In casa di Rosa, staremo più a nostro agio…»
Così, in quel martedì in cui un servizio con titoloni in prima pagina occupava tutta l’ottava pagina del giornale – vi brillava, senza denti ma con numerosissimi figli, dona Filó, le cui dichiarazioni al corrispondente erano da spezzare il cuore – tutto materiale a firma di Jacó Galub, la «Gazeta de Salvador» dava inizio a una campagna «in difesa della gente povera, senza casa, spinta dal bisogno a occupare terreni abbandonati», campagna che fece epoca nella stampa baiana.
In quella prima settimana, Jacó si fece in quattro. Passò buona parte del suo tempo al Mata Gato, ascoltando le dichiarazioni di alcuni, incoraggiando altri, asserendo che, con l’appoggio della «Gazeta de Salvador», potevano costruire tutto quel che volevano, erano protetti. E in effetti i servizi furono un vero e proprio segnale di richiamo. Se la prima invasione della collina era stata un’azione concertata fra amici, attuata da Massu, Jesus, Curió, Bei Capelli, tutti conoscenti, compari, parenti, compagni di cachaça e chiacchiere, dopo i falò della polizia e l’inizio dei servizi della «Gazeta» cominciò ad apparire gente da tutte le parti, gente che trasportava tavole di legno, cassette, tutto quanto si può usare come materiale da costruzione. E dieci giorni dopo le case erano più di cinquanta, e il numero tendeva ad aumentare.
I servizi di Jacó obbedivano fedelmente alle istruzioni di Airton Melo: dare addosso al governo, al Capo della Polizia violento e incapace, al soldo dei magnati della colonia spagnola. Nel primo servizio, Jacó riferiva le informazioni ricevute da Jesuíno e dagli altri abitanti, come tutta la faccenda aveva avuto inizio: gente senza tetto che si dirigeva a quei terreni abbandonati per ivi costruirsi una casupola. Poi, la denuncia di Pepe Ottocento – il milionario José Perez anni addietro noto col pittoresco soprannome di Pepe Ottocento Grammi – e l’azione violenta comandata dallo Chico Pinóia, l’abituale torturatore di arrestati, per ordine diretto di Albuquerque, «il tenebroso Capo della Polizia, l’intollerante dottorino, di scarse lettere e molta presunzione». La ripassata subita da Massu era descritta nei particolari: il negro che difendeva la sua casetta, la vita di sua nonna e quella del suo bimbo in tenera età, i poliziotti lo avevano immobilizzato per poter dar fuoco alla sua casa. In effetti le cose erano andate proprio così, solo che Jacó aveva fatto Massu vittima delle botte della polizia anzitempo, facendo sparire completamente l’aggressione del negro. A Massu la faccenda non andò a genio. Nel servizio ci faceva la figura di un povero diavolo che le busca dalla polizia senza reagire. Gli ci volle del bello e del buono, a Jacó, per spiegargli le sue ragioni e placare il risentimento del negro.
Attaccando il governo, e soprattutto il Capo della Polizia, il giornalista non fece carico di niente al Governatore. Anzi, lasciò andare qualche allusione al suo buon cuore, cui faceva appello. Al suo patriottismo, anche. Era tempo che il governo si ricordasse che ci si trovava in un paese libero, scriveva Jacó, e non in una «colonia spagnola». C’era una fiorente colonia spagnola a Bahia, composta per lo più di brava gente, onesta e lavoratrice, cui molto doveva lo Stato per il suo progresso, ma nel seno della quale esistevano anche alcuni mascalzoni patentati, le cui fortune riposavano su illeciti guadagni, come la «Gazeta de Salvador» si proponeva di provare in una serie di servizi. Ma c’era una certa differenza fra l’avere a Bahia una colonia spagnola, e divenire una «colonia della colonia spagnola». Eppure, il signor Capo della Polizia, dottor Albuquerque, il re degli animali, così soprannominato per le sue lunghe persecuzioni contro i bicheiros (con che secondo fine?), si precipitava di corsa a obbedire a una richiesta di Pepe Ottocento Grammi, espellendo da terre rese al demanio, abbandonate, inutili, dei cittadini brasiliani, onorati e lavoratori, il cui solo crimine era la povertà. Per il Capo della Polizia non poteva esistere crimine peggiore, affermava Jacó, il personaggio era una creatura dei ben dotati di beni di fortuna, e principalmente dei galegos, gente che passava il tempo a fregare sul peso.
Da tempo non si era visto sulla stampa baiana un servizio così sensazionale e virulento, che toccava gente così importante. L’edizione del giornale si esaurì, il giorno seguente fu aumentata la tiratura.
Alcuni degli abitanti le cui foto erano state stampate sul giornale avevano rilasciato dichiarazioni, rimaneggiate da Jacó; Dagmar la bella era stata fotografata in una posa da attrice del cinema, in costume da bagno, il che le valse un certo numero di sberle applicate da Bei Capelli. La sua donna non doveva andare a mostrare cosce e seno dalle pagine dei giornali. Battuta, Dagmar aveva accusato il fotografo di frode, aveva fatto le foto senza che lei se ne accorgesse; affermazione discutibile, per non dire sfacciata menzogna. Ma queste son faccende di famiglia, non ci ficcheremo il naso. Solo constatiamo, per migliorare la nostra conoscenza delle donne in particolare e della vita in generale, che dopo gli schiaffi Dagmar si era fatta, non solo più discreta, ma anche assai più affettuosa.
Stella di prima grandezza brillò Dona Filó. Scarna e spettinata, col suo abituccio nero stracciato, un figlio per anca, uno per seno, gli altri stretti intorno, era l’immagine stessa della miseria. Perfino riviste di Rio, col correre degli eventi, avevano comprato le sue foto per pubblicarle. Le avevano comprate al fotografo, naturalmente. Dona Filó non vide un centesimo dei diritti. Ma in compenso fu orgogliosissima di vedere la sua foto sui giornali. Cominciò a chiedere di più per affittare i bambini: ormai avevano un nome e un ruolo. Jacó le aveva attribuito la frase di Jesuíno: «Loro buttano giù e noi si ricostruisce un’altra volta». Ma col passar del tempo la frase cominciò a essere creduta dello stesso Galub, visto che più volte il giornalista l’aveva ripetuta nei suoi servizi, come affermazione e minaccia, senza ricordarne l’autore, convinto lui stesso, alla fine, di essere il padre della frase celebre. Paternità leggermente disputata dal Deputato Ramos da Cunha, capo dell’opposizione all’Assemblea Costituente, focoso tribuno. In uno dei suoi discorsi, l’uomo politico infilò una perorazione drammatica:
«Può la prepotenza del signor Capo della Polizia, può l’arroganza del milionario Perez, può l’indifferenza del governo, possono le autorità e i loro accoliti, incendiare la case della povera gente. Noi, popolo, le ricostruiremo. Sulle ceneri dell’incendio criminale, noi, il popolo, rifaremo le nostre case. Dieci, venti, mille volte se necessario.»
Era un leader dalla figura carismatica, avvocato, figlio di un colonnello dell’interno. Erede d’immensi latifondi, non possedeva tuttavia terreni nella capitale, gl’interessava dare addosso al governo. Si era laureato di recente, il padre lo aveva fatto eleggere deputato. Purché non si trattasse di riforma agraria, il giovane leader Ramos da Cunha dal verbo facile e sonante, era perfino piuttosto progressista, e con frequenza tale aggettivo era usato dalla stampa come qualificativo parlando di lui. A seguito della campagna in relazione all’invasione della collina del Mata Gato, giunse ad essere accusato di idee comuniste. Pur trattandosi di sospetti senza fondamento, voci calunniose messe in giro da nemici politici, gli davano una certa qual aura popolare.
Tornando a dona Filó, fu forse lei la maggior beneficiaria dei servizi di Jacó Galub. Moralmente parlando. Veniva presentata come una madre amorosissima, che si ammazzava di lavoro per sostentare i sette figli. Vaghe allusioni a un padre sparito le davano la necessaria copertura morale, trasformandola in una moglie abbandonata, vittima della società e del marito. Lungi da noi l’intenzione di negare le virtù di dona Filó: molto meritevole senza dubbio, donna lavoratrice come poche se ne incontrano. Ma quella storia di farla apparire vittima di un marito imbroglione non è proprio secondo giustizia. Mai essa ebbe un marito, né volle legare un uomo alle sue sorti. Un uomo, era opinione sua, solo serviva nel momento di fabbricar bambini. Dopo, non dava che lavoro e complicazioni.
Della gente della collina, Galub non riuscì ad avere la foto solo di Jesuíno Gallo Pazzo. Lo vedeva gironzolare nei paraggi, avvertiva che era lui a orientare gli altri, il consigliere cui si rivolgevano nei momenti difficili; ma quando compariva il fotografo, il diffidente vagabondo spariva…
Gallo Pazzo non era meno vanitoso o più modesto degli altri, diverso da loro. Era solo un vecchio saggio, aveva maggior esperienza, non ne voleva sapere di foto sui giornali. Una volta, in tempi andati, era apparsa una sua fotografia: sdraiato al sole sulla rampa del Mercato, una cicca di sigaro in bocca, un sorriso felice, come illustrazione di un servizio pieno di tenerezza e di poesia di un chiacchierato Odorico Tavares. Ebbene: per mesi e mesi la polizia aveva perseguitato Jesuíno, con ogni pretesto lo sbattevano dentro. I pula avevano in tasca il ritaglio del giornale con la foto di Jesuíno. Non serviva a nulla che il poeta Odorico lo definisse «l’ultimo uomo libero della città», la sua libertà era la gattabuia. Di foto sul giornale gli bastava quella.

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(1) Galegos = galiziani, che non sono spagnoli, bensì portoghesi.
(2) Un bonzo è letteralmente un prete buddista; il termine è portoghese, a sua volta derivato dal giapponese. Qui si può intendere nel significato traslato di personaggio importante, o che si crede tale.
(3) Bicheiros = i mafiosi che gestiscono il gioco del bicho (un gioco d’azzardo illegale).






mercoledì 6 dicembre 2017

141 L’invasione del Mata Gato (di Jorge Amado)



L’invasione del Mata Gato consiste nell’occupazione delle terre di un ricco ladrone da parte di una massa di miserabili (i veri protagonisti del romanzo “I guardiani della notte”, del 1964), che vi costruiscono la propria favela: tra questi spicca Colpo-di-Vento, che per un certo periodo ha aiutato i moribondi a passare a miglior vita ed ora si è dedicato alla scienza, o Negro Massu sfrattato dalla baracca in cui vive da anni senza pagare mai l’affitto e che crede che ciò che è del governo è del popolo, o dona Filó, che affitta i propri sette figli a un’organizzazione che chiede l’elemosina in città.

Aveva esagerato Cuica quando, nel lungo titolo della sua storia in versi, parla di un quartiere costruito dal popolo in 48 ore. Esattamente una settimana gli ci era voluto per acquisire l’aspetto di un quartiere, a quella invasione, la prima portata ad effetto nella città di Bahia. Oggi il Mata Gato è un quartiere vero e proprio, e vi sorge perfino la facciata adorna di una delle Panetterie Madrid, appartenente alla rete del Pepe Ottocento, situata esattamente di fronte alla casa di Negro Massu. Altre invasioni si sono realizzate poi con successo, interi quartieri sono nati dalle parti della Liberdade, nel Nordest di Amaralina, si è avuta l’invasione di Chimbo al Rio Vermelho, e gli Alagados, con la loro città sulle acque. I poveri debbono vivere, abitare da qualche parte, nessuno è in grado di restare indefinitamente affidato alla grazia del buon Dio, deve pur avere un tetto sulla testa; e chi ce li ha i soldi per pagare l’affitto?
Perfino noi, nottambuli impenitenti, abbiamo bisogno di tanto in tanto di reclinare la testa da qualche parte, di andarcene a casa nostra. Vivere senza una casa è impossibile, lo stesso Colpo-di-Vento, tipo senza orari né impiego fisso, a cacciar rane e topi, serpenti, lucertole verdi e altri animali per i laboratori di analisi, abituato al vento e alla pioggia, cui piaceva dormire sulla sabbia della spiaggia e ivi rovesciar mulatte, visto che ne andava pazzo: perfino Colpo-di-Vento la cui natura a tutto si adatta, ha provato come i suoi animali la necessità di trovarsi una tana ove infilarsi. Fu lui per così dire il precursore dell’invasione.
In quei terreni del Mata Gato si era costruito, con le foglie dei cocchi, pezzi di legno, tavolette recuperate dalle casse e altri materiali gratuiti, una casupola per abitarci. Si muoveva nei paraggi, alla ricerca di animali. Non mancavano, nel torrentello vicino, rospi e ranocchie, bastava scendere un po’ verso la foce del fiume. Topi di ogni specie e misura ce n’era d’avanzo là intorno, specialmente in una cascina non lontana, sulla strada di Brotas. Nella boscaglia delle colline dei dintorni si trovava di tutto: lucertole, serpenti velenosi e no, lucertoloni, teiú (1), a volte qualche lepre o qualche volpe. E pesci di fiume e di mare per l’alimentazione. A parte i granchi di vario tipo.
Aveva tirato su la sua baracca e vi aveva abitato per lungo tempo senza essere disturbato. Distante dal centro, quasi non veniva mai nessuno a trovarlo, solo quando si trascinava dietro un amico per uno stufato di pesce, o una mulatta a veder la luna. Mai si era preoccupato Colpo-di-Vento, di verificare se quei terreni così vasti e abbandonati avessero un padrone, se stesse o no commettendo un atto illegale nel tirar su la sua misera baracchetta.
Fu quello che disse a Massu una volta che il negro comparve nei paraggi, invitato da lui a mangiare uno stufato di pesce. Colpo-di-Vento cucinava bene, era un asso per preparare la moqueca (2) di pesce: rombi, triglie, carpe, dentici, pescati da lui stesso. Quante volte non portava in regalo a Tibéria o a Mastro Manuel pesci di quattro cinque chili, o infilate di sardine, polipi, razze? E andava a cucinare la moqueca, andando avanti e indietro sul peschereccio di Manuel, sorridendo a Maria Clara, oppure circondato dalle ragazze della «casa» di Tibéria. Uno stufato di pesce preparato da Colpo-di-Vento era roba da leccarsi i baffi.
Una volta ogni morte di papa gli capitava di cucinarla nella sua capanna e d’invitare al Mata Gato un amico. Suo cibo di tutti i giorni era un pezzetto di carne secca, un po’ di farina e rapadura (3): Colpo-di-Vento si contentava di poco e c’erano stati tempi in vita sua in cui non aveva neppure la carne secca, solo farina e rapadura. Erano i tempi in cui lui si spostava per l’interno, esercitando la devota professione di aiutare i moribondi a morire.
Sapete com’è: esistono di quei moribondi ostinati, sempre sul punto di andarsene e renitenti alla partenza, nient’affatto intenzionati a mollare il corpo, mettendoci giorni e giorni a esalare l’ultimo respiro, complicando la vita di amici e parenti. Forse è perché hanno ancora qualche peccato da scontare sulla terra, necessitano di orazioni. Era appunto in quel tipo di orazioni che si era specializzato Colpo-di-Vento, nell’aiutare quei moribondi difficili ad attraversare la porta dell’altro mondo, lasciando la famiglia in pace con le sue lacrime protocollari e i preparativi per il funerale, per i cibi e le bevande destinati alla veglia. Di quelle veglie funebri spettacolari, con la cachaça (4) che correva a fiumi e roba da mangiare degna d’una festa.
Chi aveva parenti condannati acidi, duri a morire, attaccati alla lucernina della vita senza voler mollare, già sapeva cosa fare: mandavano a chiamare Colpo-di-Vento, contrattavano le condizioni di pagamento, lui non era esoso nei prezzi; poi lui s’incaricava del defunto. Seduto accanto al letto, iniziava le orazioni, faceva coraggio al parente:
«Coraggio, che Dio t’aspetta. Dio con tutta la corte celeste.»
Con la sua voce profonda cantava: «Ora pro nobis
C’erano altri e altre che raccomandavano l’anima ai moribondi nelle vicinanze. Ma nessuno così rapido e sicuro come Colpo-di-Vento. In mezz’ora, un’ora al massimo, il moribondo spegneva la candela, se ne volava a godersi le delizie del paradiso promesso da Colpo-di-Vento. Solo una condizione lui poneva alla famiglia prossima a prendere il lutto: che lo lasciassero solo col tipo, non restassero a disturbarlo con la loro presenza. Uscivano tutti; di fuori si udiva la voce di Colpo-di-Vento in preghiera e consigli:
«Muori in pace, fratello, con Gesù e Maria…»
Una volta, un parente più curioso aveva aperto la porta all’improvviso e constatato l’estensione dell’aiuto di Colpo-di-Vento. Che andava ben oltre la preghiera, visto che egli aiutava il partente anche col gomito, ficcandolo nella pancia del suddetto, tagliandoli quel po’ di fiato che ancora gli restava.
Il parente aveva fatto un baccano d’inferno e così aveva avuto fine la carriera di Colpo-di-Vento come raccomandator di moribondi. C’erano state minacce di vendetta che l’avevano spinto a trasferirsi nella capitale. Aveva allora costruito la sua capanna al Mata Gato e conosciuto Jesuíno Gallo Pazzo in occasione della dipartita del marito di una comare del vecchio vagabondo, duro ad abbandonare le sue spoglie mortali. In quell’epoca Colpo-di-Vento non si era ancora deciso a dedicare i suoi talenti alla scienza, come importante collaboratore di laboratori di ricerche.
Ma questo curioso e ricco passato di Colpo-di-Vento poco interessa alla storia dell’invasione del Mata Gato. Ne parliamo unicamente per constatare la presenza di almeno un abitante in quelle terre, un bel po’ di tempo prima dell’arrivo di Massu.
Negro Massu, steso sulla sabbia, sorbendosi una cachaça, il naso che aspirava l’odore appetitoso della moqueca; guardava il paesaggio dintorno, il mare azzurro, la spiaggia candida, le palme da cocco mosse dalla brezza, e chiedeva a se stesso perché mai non si era trasferito ad abitare già da tempo. Era il luogo ideale per abitarci, non ci sarebbe potuto essere luogo migliore.
Negro Massu attraversava in quel momento una seria crisi. Il padrone della baracca in cui alloggiava da anni, in compagnia della sua nonnetta centenaria e del suo bambino piccolo, si era stancato infine di continuare a richiedere l’affitto, in ritardo ormai di quattro anni e sette mesi, il tempo esatto durante il quale Massu aveva abitato là. Non aveva mai pagato un soldo. Non perché fosse per natura imbroglione: al contrario, poche persone così serie e corrette come lui. Non pagava perché, alla fine del mese, gli veniva sempre a mancare il denaro per l’affitto. A volte, Massu faceva uno sforzo, metteva insieme alcuni nichel raccattati qua e là, lavorando a portar carichi oppure al gioco del bicho (5), pensando all’affitto da pagare, all’impegno assunto. Ma sempre, regolarmente, gli capitava qualcosa d’inatteso, una celebrazione importante, una festa imprescindibile, ed ecco che svanivano le riserve, quelle precarie economie.
Una volta il proprietario della baracca, titolare di una macelleria nelle vicinanze, era andato a riscuotere personalmente. Aveva trovato solo la negra vecchia Veveva (6), non aveva avuto il coraggio di buttarla fuori, aveva lasciato un’ambasciata per Massu. Un’altra volta, aveva trovato Massu in atto di accomodare il tetto che faceva acqua da tutte le parti, il negro era arrabbiato, schifezza di tetto, una baracca di merda, non serviva a niente, affitto carissimo, ed eccoti il macellaio a urlare per avere i soldi dell’affitto, così, da un momento all’altro. Sbuffava il negro, scese dal tetto, i muscoli che brillavano al sole, gridò più forte. Il proprietario se n’era andato senza ulteriori discussioni, promettendo anzi di far accomodare i buchi del tetto.
Ma recentemente una compagnia aveva comprato terreno e baracca, il macellaio aveva venduto a prezzo piuttosto conveniente perché non vedeva possibilità di cavarci niente, né pensava che Massu se ne andasse tanto presto.
La compagnia ci avrebbe costruito una fabbrica, avevano comprato una quantità di terreno tutto intorno, buttavano giù case e baracche, davano un termine breve, un mese, per levarsi dai piedi. E offrivano a tutti lavoro, nella costruzione prima, nella fabbrica poi. Negro Massu aveva capito che non gli restava altro da fare che cercarsi un’altra casa.
E là, sdraiato sulla sabbia, mangiando il pesce eccellente, aveva interrogato Colpo-di-Vento: «Di chi è il terreno per qui?»
Colpo-di-Vento aveva considerato la domanda, pensieroso:
«So mica, no… Ci ha padrone no…»
«Tu ha già visto (7) terra non aver padrone? Tutto ha padrone al mondo…»
«Penso che è del governo…»
«Be’, se è del governo è di noi gente…»
«E è proprio davvero?»
«Allora tu non sa che governo è lo stesso che popolo?»
«Tu ci crede che è? Il governo è ma della polizia.»
«Tu non capisce. Io lo so, l’ho perfino sentito dire in un comizio. Tu non frequenta comizi, per quello tu non sa le cose…»
«Saperle perché? A che serve?»
Negro Massu lasciava che l’olio gli colasse giù dagli angoli della bocca, stufato di pesce speciale! Posto migliore per abitarci non c’era.
«Tu lo sa, Colpo-di-Vento, mi sa che divento tuo vicino… Mi faccio una baracca per me. Per portarci la vecchina e il bimbo…»
Colpo-di-Vento faceva un gesto largo con la mano:
«Posto è che ce n’è davanzo, fratellino. Anche foglie di cocco…»
Così fu che pochi giorni dopo Negro Massu ricomparve in compagnia di Martim, di Ippisilonne, di Garofano-all’Occhiello, di Jesuíno Gallo Pazzo (8). In un carretto portava del materiale, un seghetto, un martello, chiodi. Colpo-di-Vento collaborava con un nuovo stufato di pesce. L’unico a non essere venuto era Curió: era occupato con Madame Beatriz.
Massu si tirò su la casina, e venne perfino carina. Garofano-all’Occhiello, cui in gioventù avevano insegnato il mestiere di imbianchino, aveva scelto i colori per porte e finestre, azzurro e rosa, impugnato il pennellone. Lo faceva come semplice dilettante, per dare una mano agli amici. In fondo aveva orrore di quel lavoro.
Seduto, Ippisilonne, la pancia piena di pesce, guardava Garofano-all’Occhiello che dipingeva porte e finestre mentre Massu, Martim e Jesuíno tiravano su le pareti, di fango pestato. Sospirò:
«Mi viene una stanchezza a vedervi lavorare…»
Era fatto così, Ippisilonne: molto solidale con gli amici, ovunque si trovassero era con loro. Pronto a collaborare con consigli e opinioni, intenditore di molte cose, un intellettuale, leggeva riviste, perfino. Ma un fisico delicato, si stancava facilmente.
Mentre costruivano, gustavano le delizie del luogo. Quella sera Jesuíno fece l’elogio del Mata Gato cenando in casa di Tibéria.
Massu traslocò, Tibéria venne a fargli visita per vedere il figlioccio, lei e Jesus s’innamorarono del paesaggio.
In tanti anni di duro lavoro, lei a dirigere la pensione (9), lui a tagliare e cucire tonache (10), non erano riusciti a mettere insieme il sufficiente per comprarsi una casa dove invecchiare. Perché non farsela lì, poco a poco, comprando mattoni e calcina, qualche po’ di pietre, un po’ di tegole per la copertura?
Con quelle due case, quella di Massu, di fango battuto e legno, quella di Tibéria e Jesus di mattoni, ebbe inizio l’invasione.
Come abbia fatto la notizia a giungere a tanta gente non si è mai saputo. Ma una settimana dopo che Jesus ebbe iniziato la sua casa, già trenta baracche all’incirca s’innalzavano al Mata Gato in una straordinaria varietà di materiali, con una profusione di ragazzini, di tutti i colori e di tutte le età. E ogni giorno arrivavano nuovi carretti, portando gente e tavole, cassette, taniche, vecchi fogli di lamiera, tutto quanto potesse servire come materiale da costruzione.
È d’uopo aggiungere che Colpo-di-Vento nel frattempo aveva traslocato. Se n’era andato ad abitare ben più lontano, abbandonando la sua capanna di paglia, subito occupata da dona Filó, negoziante molto perseguitata dalla polizia, specialmente dal Tribunale dei Minori. Commerciava detta signora in bambini, nella fattispecie i suoi propri figli. Ne aveva sette, il più vecchio di nove anni, il più piccino di cinque mesi, e li affittava, a un tanto al giorno, a mendicanti di sua conoscenza per aiutarli nella raccolta delle elemosine. Filó aveva un figlio all’anno, bastava che andasse a letto con un uomo, restava incinta, non c’era verso d’impedirlo. Ognuno dei figli aveva un padre, lei non importunava nessuno dei sette. Con gli stessi bambini si guadagnava da vivere, mentre il più anziano già si preparava a far carriera fra i banditi minorili del porto. Lo avevano già pizzicato a rapinare una pasticceria.
Così ebbe inizio l’invasione del Mata Gato.

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(1) Teiú = grandi lucertole che vengono anche allevate e commercializzate.
(2) Moqueca = tipico piatto brasiliano a base di pesce, verdure, spezie e latte di cocco.
(3) Rapadura = un dolce ottenuto dal succo della canna da zucchero, consistente in zollette più o meno grandi usate anche come dolcificante.
(4) Cachaça = un’acquavite ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero.
(5) Bicho = gioco d’azzardo assai diffuso in Brasile, una specie di Lotto ma illegale, gestito spesso da mafiosi.
(6) È la nonna quasi centenaria dello stesso Negro Massu.
(7) L’uso errato della terza persona del verbo al posto della seconda è tipico del dialetto di Bahia.
(8) Sono tutti personaggi che compaiono nel romanzo con maggiore o minore importanza.
(9) La pensione = in realtà si tratta di un bordello.
(10) Jesus è il marito di Tibéria e fa il sarto per gli ecclesiastici.





lunedì 4 dicembre 2017

140 Né eroi né felloni (di Jorge Amado)



Nel romanzo “I guardiani della notte” (pubblicato nel 1964) Amado racconta storie di tanti personaggi diversi di Salvador de Bahia: sono per lo più degli emarginati, poveri, nullafacenti. Il romanzo è suddiviso in 3 parti: nella prima si racconta principalmente il matrimonio di Caporal Martim con la bella e perfida Marialva; nella seconda lo strano battesimo del figlio di Negro Massu; nella terza l’invasione della collina di Mata Gato, ossia la costruzione rapidissima di un’intera favela sui terreni di un miliardario ladro.
Da questa terza parte riporto alcuni capitoli, a cominciare dal primo, in cui l’autore afferma ironicamente di non voler giudicare nessuno dei personaggi, né i poveracci che hanno costruito le baracche, né i politici che hanno strumentalizzato la faccenda, né i poeti che ci hanno composto versi di elogio a chi ha pagato di più.
La traduzione è di Elena Grechi, pubblicata da Garzanti nel 1982.

Non li divideremo in eroi e felloni, chi siamo noi, tipetti da quattro soldi della Rampa del Mercato (1), per decidere su argomenti di così eminente importanza? La discussione si svolge sui giornali: la maggioranza e l’opposizione si accusano vicendevolmente e s’insultano, si autoincensano, ognuna delle due parti interessata a meglio strumentalizzare a proprio vantaggio l’invasione delle terre del Mata Gato, oltre Amaralina, dietro Pituba. A quanto ci sembra di capire, c’è stata fin dall’inizio, e perfino prima che l’invasione avvenisse, una totale e completa solidarietà con gl’invasori; mai nessuno si è sognato di opporsi a quella brava gente, mentre alcuni, vedi il deputato Ramos da Cunha dell’opposizione, e il giornalista Galub, hanno corso seri pericoli per difenderli.
Non incolperemo nessuno: non siamo un tribunale, e nessuno mai ha tentato di verificare se ci fosse un responsabile, o più di uno, per la morte di Jesuíno Gallo Pazzo: erano tutti occupatissimi nelle celebrazioni. Ma neppure ci uniremo al coro degli elogi per il Governatore e per i deputati, siano essi del governo o dell’opposizione, e per lo spagnolo proprietario dei terreni, il vecchio Pepe Ottocento, com’era chiamato il miliardario José Perez, proprietario di una rete di panetterie, aziende di allevamento di bestiame, miglia e miglia di terreni, per non parlare degli edifici in affitto. Sì, perché anche lui è stato oggetto di elogi nei versi del cantastorie Cuica, che l’ha definito uomo generoso, dal cuore di colomba, capace di sacrificare i suoi interessi per il bene del popolo. Figurarsi… Una bella mazzetta deve aver ricevuto il poeta, brav’uomo, tutti gli volevano bene, ma sempre pronto a elogiare o attaccare se appena qualcuno gli mollava qualche nichel. D’altronde, poveraccio, con quel po’ po’ di famiglia che si ritrovava e la necessità di guadagnarsi da vivere, col costo della vita che affretta l’ora della morte, e lui, Cuica che vive solo del suo intelletto. Scriveva le sue storie in versi – alcune proprio carine – e le impaginava e stampava lui stesso, disegnava la copertina e usciva a venderle sul Mercato e sulla banchina, nelle vicinanze dell’Ascensore Lacerda, o in Ãgua dos Meninos, proclamandone titoli e meriti.
Ha elogiato lo spagnolo Pepe Ottocento, dimenticando di specificare le ragioni di quel nomignolo – i chili di ottocento grammi in uso nei negozi e panetterie di quel brav’uomo e base della di lui fortuna – ha elogiato il Governatore, il Vice, i deputati e componenti la Giunta in generale, la stampa al completo e, in particolare, Galub, l’intemerato reporter:

 Eroe del Mata Gato
il giornalista Jacó
minacciato d’assalto
d’esser buttato al suol.
Amico fu del popolo
intrepido campion
per dargli casa e pane
Galub, suo amicon.

Ha elogiato tutti, o quasi, facendosi dare cento da uno duecento dall’altro – voglia il cielo che abbia spremuto un bel po’ di più dallo spagnolo di Ottocento Grammi – ma è stato il solo, fra tutti coloro, e sono legione, che hanno dato notizia del fatto, a parlare di Jesuíno Gallo Pazzo e ricordarne la figura. I giornali e la radio l’hanno ignorato. Elogi a non finire per il Governatore, il deputato Ramos da Cunha, i poliziotti, quei bravi ragazzi coraggiosi, il Capo della Polizia la cui prudenza unita all’intenzione di non cedere, et cetera et cetera… Di Jesuíno non una sola parola. Solo Cuica, nella sua storia in versi L’invasione dei terreni del Mata Gato dove il popolo ha tirato su un quartiere in 48 ore, ebbe un verso per lui, e un bel verso. Perché Cuica, pur distorcendo la verità, conosceva i fatti, così come erano avvenuti, senza fronzoli né abbellimenti posteriori. Poveraccio, aveva bisogno di soldi, la verità se la vendeva.
Non saremo noi a criticarlo, perché dovremmo? Era un poeta popolare del Mercato, con i suoi versi zoppi, dalla rima povera, poverissima a volte, con certe sue invenzioni di autentica poesia di tanto in tanto per compensare. Cambiava di concetto e preconcetto nei suoi versi, a seconda della parte da cui gli arrivavano i soldini. Ma non si comportano forse così, in questi paraggi e là fuorivia, grandi poeti che hanno il nome sui giornali e statue ai giardini? Non si adeguano forse agl’interessi del potere, per qui e per là, non scrivono così o cosà a seconda di come gli chiedono, comandano e ordinano? A seconda di come li pagano, a seconda di chi meglio li paga: questa è la verità, e ora la diciamo in tutte lettere. Non cambiano essi forse di scuola, di tendenza, di etichetta, di opinione, per lo stesso denaro che cambia i concetti del Cuica? Denaro, potere o lusso, importanza, premi, nome sui giornali e discorsi d’elogio, che differenza fa? Non accusiamo nessuno, non è per questo che siamo qui, ma per raccontare la storia dell’invasione della collina del Mata Gato, poiché detta storia ha un lato divertente e uno triste, come ogni storia degna di essere narrata. Non intendiamo tirar l’acqua al mulino di nessuno, solo che eravamo presenti, e perciò sappiamo ogni cosa.
Avvenne in quell’occasione la relazione – ma sarà poi stata una relazione davvero? – di Caporal Martim con Otália, e la lacrimosa passione di Curió per Madame Beatriz, la celebre fachiressa indù (nata a Niterói) (2) ed era di tali amori che intendevamo parlare. Ci arrangeremo quindi per intessere su una stessa trama i fatti romantici e quelli eroici, quelli relativi alle passioni del caporale e del pubblicitario (3), con quelli attinenti all’invasione dei terreni già di proprietà del commendator José Perez, illustre baluardo della colonia spagnola, benemerito della Chiesa, uomo influente in diversi ambienti della vita baiana, cittadino cospicuo. Vogliate perdonarci se qui si mostrano, mischiati, il Governatore e Tibéria, proprietaria di una pensioncina a buon mercato per donnine allegre, i deputati e i vagabondi, solenni politici e gai monelli, i banditi minorenni dell’arenile, il deputato Ramos da Cunha e Colpo-di-Vento, il giornalista Galub e Caporal Martim, promosso anzi in quell’occasione a Sergente Porciúncula (4). Non ci posso far niente: mischiati erano, e mischiati rimangono: i poveri e i ricchi, i liberi e i solenni, il popolo e quelli che i giornali descrivono come amici-del-popolo. Ma, ripeto, non intendiamo mettere sotto accusa nessuno.
Non metteremo sotto accusa nessuno, anche perché a nessuno è venuto in mente di verificare se ci fosse un responsabile da castigare per la morte di Jesuíno Gallo Pazzo, tutti erano estremamente occupati nelle celebrazioni. Dicono che il Governatore, anima sensibile, abbia pianto di commozione nell’abbracciare il deputato Ramos da Cunha, suo avversario politico autore del progetto di esproprio dei terreni. Ma sorrideva quando sul balcone si mostrò per accogliere l’applauso della folla riunita sulla Piazza.

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(1) Si intuisce facilmente che questo e gli altri nomi che compaiono più sotto sono tutti quartieri o zone della città di Salvador de Bahia, oggi ufficialmente chiamata soltanto Salvador.
(2) Niterói = città brasiliana nello Stato di Rio de Janeiro. La fachiressa, pertanto, non è affatto indù.
(3) Si tratta del sopraccitato Curió: il suo mestiere consiste nell’invitare i passanti ad entrare in un negozio di un arabo, per approfittare di sconti eccezionali.
(4) Caporal Martim, protagonista della prima parte del romanzo, è costretto a fuggire da Bahia e a cambiar nome, in quanto ricercato dalla polizia.

Favela a Salvador de Bahia