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sabato 24 marzo 2018

179 L'abbandonato di Kruger III (di Fredric Brown)



Concludo (almeno per il momento) questa piccola antologia dedicata a Fredric Brown, con un racconto che rientra nei canoni classici della fantascienza; il protagonista è un astronauta che è naufragato su un pianeta lontano e che va alla ricerca di un’astronave approdata anch’essa su quel pianeta per cercarne i pezzi di ricambio; vi sono poi mostri pericolosi, un sole rosso che non tramonta mai, una creatura a cinque zampe che non parla, pistole a radiazione solare… Ma il finale, come in tutta la letteratura fantascientifica, sarà una sorpresa.
Il racconto, il cui titolo originale è “Something Green”, apparve nel 1951.

L’enorme sole aveva un colore scarlatto in un cielo violetto: ai margini della pianura, cosparsa di cespugli bruni, si levava la giungla rossa.
McCarty si mosse a quella volta, per iniziare le sue ricerche anche in quella giungla. Sapeva che l’impresa a cui si accingeva per l’ennesima volta era ardua, spossante, pericolosissima. Ma era necessaria.
«Si va, Dorothy?» disse. «Sei pronta?»
La creaturina dalle cinque membra che gli stava posata sulla spalla non rispose, per la semplice ragione che non poteva parlare. Ma era pur sempre un essere vivo a cui McCarty poteva parlare, una compagnia. Tanto per le dimensioni, quanto per il peso, Dorothy faceva pensare a una mano, una mano di donna posata sulla spalla.
Da quanto tempo ormai, si chiese McCarty, Dorothy gli teneva compagnia su quello sterminato pianeta? Dovevano essere quattro anni, calcolò, perché prima di trovarla era stato solo per più di un anno. E ormai erano passati cinque anni dal giorno in cui aveva fatto naufragio.
Aveva preso l’abitudine di parlarle, e questo lo aiutava a vivere.
«Faremo bene, ad ogni modo» le disse, carezzandosi la spalla dove lei era posata «a stare attenti a non farci cogliere di sorpresa. Possono esserci tigri e leoni, in quella giungla».
Istintivamente l’idea gli fece correre la mano alla cintura. Sentì sotto le dita il calcio della pistola a radiazione solare, l’unica arma che fosse riuscito a salvare dal suo disastroso atterraggio… di fortuna. Era un’arma straordinaria: bastava esporla un’oretta al sole per ricaricarla. Le radiazioni solari – di qualunque sole purché fosse fulgido e vicino – permettevano all’arma di lanciare un raggio mortale che disintegrava all’istante qualsiasi materia o sostanza colpisse. Senza quella pistola, McCarty non avrebbe potuto sopravvivere per cinque anni su Kruger III, ossia il terzo pianeta della stella Kruger.
I suoi timori non erano ingiustificati. Infatti McCarty non era ancora giunto al margine della foresta, quando ne emerse un leone. Non era un vero e proprio leone, ma McCarty chiamava così gli animali di quella specie per nostalgia della Terra. Sulla Terra, naturalmente, mostri come quelli probabilmente non erano mai esistiti o per lo meno nessuno ne aveva mai veduti. Era un animale di colore rosso vivo, con otto fortissime zampe, senza ossa o giunture, simili a una proboscide d’elefante, una testa ricoperta di durissime scaglie, armata di un becco che ricordava vagamente quello di un pellicano gigantesco. Né, sulla Terra, qualcuno aveva mai saputo dell’esistenza di mostri simili, perché nessuno era mai tornato a dare agli uomini ragguagli sulla fauna o la flora di Kruger III. Prima di McCarty, una sola astronave era scesa sul terzo pianeta di Kruger, ma non ne era ripartita mai più. ed erano i suoi resti che McCarty andava cercando, di giungla in giungla, armato della sua pistola solare e con Dorothy sulla spalla. Se avesse potuto ritrovare ancora intatti i tubi elettronici dell’astronave, avrebbe potuto sostituirli a quelli della sua, che s’erano frantumati nell’atterraggio, cosa che gli avrebbe permesso di tornare sulla Terra.
Puntò la pistola solare verso il mostro, che avanzava lento verso di loro, strisciando fra i folti cespugli color cioccolato, e premette il bottone. Un raggio verde, brillante, sottile e diritto come un lungo filo di smeraldo, scaturì dall’arma, e leone e cespugli si dissolsero all’istante, in assoluto silenzio.
«Hai visto, Dorothy?» disse il naufrago dei cieli, accarezzando la creaturina. «Che bel verde, non è vero? È il solo colore che manchi su questo tuo sanguigno, maledettissimo pianeta. Il verde è il più bel colore dell’universo, Dorothy. Sulla Terra, dove sono nato, è il colore dominante, sai? Le foreste, i prati, le montagne, i mari sono verdi. Quando riusciremo ad andarci, vedrai che ti piacerà, il mio meraviglioso pianeta verde, Dorothy!»
Si volse a guardare la pianura bruna e polverosa, il cielo violetto e quel maledetto sole scarlatto, la stella Kruger, che non tramontava mai sull’emisfero diurno del pianeta perché questo gli girava intorno ma non roteava su sé stesso e il giorno era eterno: mai sbalzi di temperatura, mai vento, mai temporali.
In fondo non era un malvagio pianeta: aveva acqua fresca, abbondante, molta eccellente selvaggina, anche se in principio si doveva superare una certa ripugnanza a nutrirsi di animali dall’aspetto mostruoso. Ma McCarty si era abituato a quel mondo, ora che aveva Dorothy con la quale poter parlare. Dorothy lo capiva più di quanto potesse sembrare e senza di lei e senza il verde della Terra, certo, McCarty sarebbe impazzito.
Sospirò e cominciò a addentrarsi nella giungla. «Che cosa hai detto, Dorothy?» chiese dopo un po’ ad alta voce, anche se Dorothy naturalmente non aveva detto nulla. «Che se troviamo i tubi elettronici intatti e torneremo sulla Terra, io mi sposerò? Chissà, Dorothy. C’è sulla Terra infatti una ragazza; ha il tuo nome, Dorothy, la dovevo sposare al mio ritorno, ma sono rimasto impegolato qui, nel tuo mondo e certo lei mi crede morto. Eh, cinque anni sono tanti, Dorothy. Ma se per caso lei mi aspettava? Se mi aspettava, la sposerò di certo, Dorothy!»
Quella striscia di giungla - e dovevano essercene migliaia, milioni su quel pianeta più grande di Giove e forse la sua intera vita non sarebbe bastata a esplorarle tutte – era di un paio di chilometri quadrati, ma così fitta che l’uomo dovette dormire alcune ore e consumare tre pasti, prima di averla attraversata. Quando riapparve dall’altra parte sulla pianura bruniccia e arida, aveva ucciso altri due leoni e una tigre. Si voltò per disintegrare la striscia di giungla con la pistola solare, per non correre il rischio di sbagliarsi ed esplorarla nuovamente in avvenire.
«C’è un’altra striscia di giungla ai piedi delle colline, Dorothy. Forse l’astronave è atterrata laggiù, o forse in quell’altra, all’orizzonte. Bisogna che le esploriamo entrambe. Dobbiamo esplorarle tutte, finché non l’avremo trovata».
Il pensiero di quel compito immane lo avvilì. Ripensò per consolarsi alla Terra. Disse ad alta voce con infinita dolcezza: «Oh le verdi colline della Terra! Non sono come queste. Tu non puoi immaginare quanto sono belle, Dorothy, ma forse un giorno le vedrai».
Sospirò. Intorno la steppa color cioccolata, spezzata dai grumi rossi delle strisce di giungla, si perdeva all’infinito, sotto il cielo eternamente violetto, eternamente sereno.
Chiuse gli occhi, perché quell’immensità da esplorare lo schiacciava. E fu proprio in quel momento che udì uno strano, prolungato ronzio. Un ronzio vago e sonoro che sembrava echeggiasse nelle regioni più elevate del cielo, del cielo violetto deserto di uccelli e di nubi, dove non avveniva mai nulla.
Impossibile!
Ma ora quel ronzio s’accresceva in sonorità, diventava un rombo profondo, regolare come un pulsare di motori. Mentre frugava ansiosamente con lo sguardo l’impassibile cielo violetto, McCarty scorse un punto nero che vi si muoveva. Per un attimo pensò di essere in preda a un’allucinazione. Chiuse gli occhi, li tenne fermi per un istante, li riaprì, guardò. Il punto nero si era spostato, s’ingrossava. Si muoveva! A poco a poco da nero divenne argenteo e scintillante e ora McCarty poteva distinguere il potente getto di fiamma che gli faceva da scia.
Il cuore gli batteva, mentre levava la pistola e la puntava in alto, per attirare l’attenzione. Aveva pensato a come avrebbe fatto quel gesto migliaia di volte, perché per cinque anni, per tante e tante volte ogni giorno, aveva sperato di vedere un giorno comparire un’astronave nel cielo violetto di Kruger III. Ed ecco, ora l’astronave era lì, scintillava argentea nel cielo, aveva un profilo familiare e consolante, come un viso amato!
Un lungo raggio verde scaturì dalla pistola di McCarty, lampeggiò nel cielo una, due volte, risaltò brillante, col suo verde di smeraldo sul calmo cielo violetto, sull’uniforme tristezza rossa del pianeta.
Il pilota dell’astronave lo vide. Emise tre getti di razzi potenti dagli sfiatatoi dell’astronave, in risposta. Era il segnale convenzionale per casi del genere.
Il razzo argenteo cominciò a scendere in calme volute, come un’ape sulla corolla d’un fiore.
McCarty cominciò a tremare. Ora che il suo desiderio si avverava, dopo cinque anni di ostinata speranza, di alternative, di avvilimento e di disperazione, gli pareva impossibile che fosse vero. Si portò la mano alla spalla, per accarezzare la piccola cosa viva che in quei duri anni di solitudine su quell’isola deserta nello spazio infinito era stata la sua unica consolazione e la sua unica compagnia: la piccola, dolce, tenera creatura che sembrava una mano viva di donna!
«Ci siamo, Dorothy» disse con la voce strozzata per l’emozione. E non poté dire altro.
L’astronave stava calando sulla pianura rossiccia, qualche centinaio di metri lontano. I getti esplosivi che ne frenavano la caduta sollevarono nuvole color sangue.
McCarty si mise a correre, dimentico d’essere completamente nudo, a eccezione della cintura che portava alle reni e dalla quale pendevano la pistola solare, un pugnale e qualche altro strumento primitivo che si era fabbricato con le sue mani. Dimentico della sua indicibile sporcizia, del fetore che emanava dal suo corpo; ignaro che il suo corpo si era, in quegli anni, ischeletrito, invecchiato, logorato. Correva, e le lacrime gli scorrevano sulle guance irsute, mentre dalle labbra gli uscivano suoni indistinti che avrebbero voluto essere parole, miste a risate e a singhiozzi.
Quando giunse presso l’astronave, lo sportello si stava aprendo. Sull’apertura comparve un giovanotto alto e sottile che indossava la divisa del Corpo di Polizia dell’Astronautica.
«Mi porti via?» ansimò McCarty.
«Certo!» rise l’altro, saltando a terra. «Da quanto tempo sei qui?»
«Cinque anni» rispose il naufrago. E scoppiò in un pianto irrefrenabile.
«Ripartiamo non appena i tubi di scarico si saranno raffreddati. Ci vorrà al massimo un’ora. Ti porto a Cartagine, su Aldebaran II. Là potrai trovare un’astronave per qualsiasi pianeta del nostro sistema solare. Hai bisogno di qualcosa, intanto? Acqua? Cibo?»
McCarty scosse la testa. Aveva bisogno soltanto delle verdi colline della Terra. E stava per rivederle! La testa incominciò a girargli, gli occhi gli si oscurarono. Quel pensiero era così dolce, così dolce, che spossava. Cadde senza sensi sul terreno rossiccio.
Quando rinvenne il giovane ufficiale stava cercando di fargli inghiottire un liquido ardente e pepato che lui non riconobbe, perché ne aveva dimenticato non solo il nome, ma anche il sapore.
«Fra mezz’ora decolliamo» gli disse il giovane, con un sorriso affettuoso. «E in sei ore sarai a Cartagine, vecchio Robinson Crusoè!»
Sedettero all’ombra di un cespuglio. McCarty raccontò al giovane quale era stata la sua vita di quei cinque terribili anni di esilio su Kruger III, le lunghe, estenuanti ricerche, di giungla in giungla, di pianura in pianura, dell’astronave perdutasi sull’immenso pianeta, prima della sua; gli parlò delle mostruose bestie che egli aveva battezzato tigri e leoni per nostalgia della Terra. E gli parlò di Dorothy, che viveva accoccolata sulla sua spalla… E mentre parlava, alzò con tenerezza la mano, a cercare la piccola, dolce creatura che gli aveva tenuto compagnia in quei terribili cinque anni.
Fu in quel momento che si accorse che l’espressione del giovane era diventata come solenne, compassionevole.
«Dimmi, vecchio Robinson» disse a un tratto il giovane. «Che anno era quando atterrasti su questo pianeta?»
La domanda stessa e il suo tono, più delle parole, fecero intuire a McCarty quale fosse la delusione che lo aspettava in quel momento. Come si fa a tenere un’esatta misura del tempo su un pianeta dove il sole non tramonta e le stagioni non mutano mai?
«Siamo arrivati qui nel 2242» rispose, esitando, lentamente. Ci fu silenzio, poi McCarty chiese, a bassa voce: «Di quanto mi sono sbagliato, Archer?»
«Siamo nel 2272, McCarty…»
Ancora un lungo, penoso silenzio. Poi McCarty disse: «2272… Quanti anni fanno, Archer?»
Gli pareva che la mente gli si smarrisse al punto di non saper neanche fare un calcolo così semplice, ma la verità era che la realtà lo spaventava e lui ne rifuggiva.
«Trent’anni, McCarty. Sei piovuto su Kruger III trent’anni fa… Quanti anni avevi, a quel tempo?»
«Venticinque…»
Un’altra pausa. I silenzi sottolineavano quello scambio di frasi come singhiozzi.
«Ora hai cinquantacinque anni, McCarty…»
«Sono passati trent’anni! Dio mio!»
«Non devi prendertela così. Non hai idea di come la medicina sia progredita in questi ultimi vent’anni. Qualche mese di cure e ritornerai forte e vigoroso come prima: non ci sarà nessuna differenza, tra i tuoi venticinque d’allora e i tuoi cinquantacinque d’adesso».
Ma McCarty ripeté, come trasognato: «Dio mio!»
«Non prendertela così! In fondo non sei né malato, né vecchio. E poiché stiamo per partire, è meglio che ti dica tutto subito, così smaltirai le delusioni durante il viaggio e all’arrivo non ci penserai più, vecchio mio. O vuoi che aspetti?»
«Che c’è ancora? Be’, è meglio che tu lo dica subito, qualunque cosa sia, Archer».
«C’è che è un vero miracolo, vecchio, che tu abbia potuto resistere trent’anni. Ma puoi ringraziare Iddio d’aver creduto che l’astronave di Marley si fosse perduta su questo pianeta. Questo è Kruger III. L’astronave di Marley si è perduta su Kruger IV. Perciò se tu avessi continuato a cercarla anche tutto il resto della tua vita, non l’avresti mai potuta trovare. Ma almeno questa speranza ti è bastata per non farti perdere la ragione…»
Fece una pausa, gli guardò la spalla, la spalla su cui era accoccolata Dorothy.
McCarty non parlò.
«È come per Dorothy, capisci» proseguì allora Archer, con la voce un po’ arrochita, come se forzasse le parole ad uscirgli dalla gola. «È come per Dorothy, sicuro. Non c’è nessun animaletto a cinque gambe e che somiglia a una mano di donna, sulla tua spalla. Non c’è nessun animaletto di nessun genere, vecchio mio. Dorothy è un prodotto della tua fantasia, una creatura immaginaria. Ma ti è servito immaginarla, per tenerti compagnia, per non dimenticare di parlare, per non impazzire, McCarty…»
Lentamente McCarty si riportò la mano sulla spalla. Non c’era più nulla.
«È davvero un miracolo che dopo trent’anni di questa vita tu sia ancora quasi normale, vecchio mio» proseguì Archer. «Comunque, ci sono eccellenti psichiatri, a Cartagine. E se l’allucinazione di Dorothy persiste, in poco tempo, a Cartagine, te ne libereranno…»
«Non persiste. Anzi, dubito che Dorothy sia mai esistita» disse McCarty, tetro. «Certo, mi ha molto aiutato il crederlo. Sì, per me era come… come una mano di donna. Sono stato un po’ pazzo, ma ora è finito. Ora che si torna sulla Terra…»
Archer lo guardò in silenzio e scosse la testa.
«Non ho ancora finito… Vedi, non si torna più sulla Terra, McCarty. Su Marte, se credi, o tra i giardini tropicali di Venere. La Terra non è più che un globo calcinato, deserto, dopo la guerra con le forze radioattive di Sirio».
McCarty ripeté, come un sonnambulo: «Niente più Terra. Niente più verdi colline…»
Il suo viso era triste, ma calmo.
Archer lo osservò, trasse un respiro di sollievo.
«Sono lieto che tu la prenda a questo modo, vecchio mio! Temevo che tu… Ma tutto è andato bene. Sei molto più in gamba di quello che credevo…» Si alzò, gli batté una mano sulla spalla, con affettuosa forza: «Ora dobbiamo andare. Ma vedrai che bella vita si conduce su Venere, vecchio mio. Altro che la Terra! Andiamo…»
Si diresse verso l’astronave, voltando la schiena a McCarty, certo che l’altro lo seguisse.
Ma McCarty non lo seguiva. Si era fermato, con un gesto lento aveva estratto la pistola solare. La puntò, sparò. In un attimo Archer e la sua astronave si dissolsero.
Il pianeta, ora, era tornato quello di sempre, bruno-rosso, deserto, pianura e giungla rossa, giungla rossa e pianura e colline sabbiose all’orizzonte, sotto il cielo violetto, sotto il sole che non tramontava mai.
McCarty infilò la pistola solare nella cintura e riprese la marcia verso la striscia di giungla ai piedi delle colline lontane.
Camminando, si portò la mano sulla spalla. E la sua mano sentì la piccola, dolce Dorothy accoccolata, tenera al tatto e liscia come una bella mano di donna. La sua piccola Dorothy, la sua compagna di esilio per cinque lunghi anni.
Disse: «Non ti preoccupare, Dorothy, troveremo l’astronave di Marley. Con un po’ di pazienza la troveremo. Forse oggi stesso, laggiù, su quella striscia di giungla ai piedi delle colline… e se non lì forse su quell’altra, all’orizzonte… E quando l’avremo trovata sostituiremo i tubi elettronici alla mia astronave e torneremo sulla Terra, Dorothy…»
Rise. Non aveva una risata da folle, no. Era una risatina dolce e soddisfatta… «Ti farò conoscere le verdi colline della terra, Dorothy!»
L’accarezzò teneramente e riprese la marcia: riprese la marcia verso la striscia di giungla, verso i leoni a otto zampe, verso l’orizzonte, sotto il sole rosso che non tramontava mai…










178 La sentenza (di Fredric Brown)



Pubblicato nel 1954 con il titolo “Sentence”, questo breve racconto illustra bene lo spirito che anima la letteratura fantascientifica di Fredric Brown, assai diverso da quello di altri autori, come – per citare il più famoso – Isaac Asimov.
Così, anche una condanna a morte su un pianeta di una stella lontana può trasformarsi in un… privilegio: gli alieni non sono poi così cattivi come si pensa!

Charley Dalton, spaziale di origine terrestre, entro un’ora dal suo atterraggio sul secondo pianeta della stella Antares aveva commesso un reato assai grave. Aveva ucciso un Antariano. Su gran parte dei pianeti l’assassinio è un reato minore; su molti altri è un’azione lodevole. Ma su Antares II è un delitto capitale.
«Sei condannato a morte», decretò il solenne giudice antariano. «Morte per disintegrazione domani all’alba.» Non era permesso fare appello alla sentenza.
Charley fu condotto nell’appartamento dei condannati.
L’appartamento si rivelò composto di diciotto stanze sfarzose, ognuna fornita, molto ben fornita, con un’ampia scelta di cibi e bevande, giacigli e qualunque altra cosa egli avesse potuto desiderare, inclusa una bellissima donna sopra ognuno dei giacigli.
«Ch’io sia dannato», disse Charley.
La guardia antariana si chinò verso di lui e spiegò: «È l’usanza del nostro pianeta. Facciamo così per l’ultima notte di ogni uomo condannato a morire all’alba. Gli viene offerto tutto quello che potrebbe desiderare.»
«Vale quasi la pena», osservò Charley. «Dimmi un po’, io avevo appena atterrato quando mi è capitato questo guaio e non ho avuto il tempo di controllare la guida del pianeta. Quanto è lunga una notte, qui? Quante ore impiega questo pianeta in una rotazione?»
«Ore?» disse la guardia. «Dev’essere un termine terrestre. Telefonerò all’Astronomo Reale per un raffronto del tempo tra il tuo pianeta e il nostro.»
Telefonò, fece la domanda, ascoltò. Poi disse a Charley Dalton: «Il tuo pianeta Terra compie novantatré rivoluzioni attorno al suo sole durante un periodo di oscurità su Antares II. Una delle nostre notti equivale a novantatré dei vostri anni.»
Charley fischiò sommessamente e si domandò se ce l’avrebbe fatta. La guardia antariana, la cui vita aveva una durata di poco più che ventimila anni, si inchinò con aria grave e compassionevole per poi ritirarsi.
Charley Dalton affrontò la sgobbata di quella lunga notte di mangiate, bevute, et coetera, sebbene non in questo ordine preciso. Le donne erano davvero belle e lui era stato nello spazio un bel po’ di tempo.



lunedì 19 marzo 2018

177 Un uomo esemplare (di Fredric Brown)



Cosa succederebbe se degli alieni del pianeta Dar, vermiformi, che bevono acqua ossigenata e che girano per la Galassia su un cubo spazio-temporale alla ricerca di forme viventi di schiavizzare, giungessero sulla Terra e catturassero un umano alcolizzato cronico, il cui unico scopo nella vita è stare attaccato alla bottiglia del whisky? È ciò che ci spiega Fredric Brown in questo umoristico e divertente racconto del 1951; titolo originale “Man of Distinction”.

Si chiamava Hanley, Al Hanley, e a guardarlo non avreste certo scommesso sul suo avvenire. Quanto al passato, se aveste conosciuto le peripezie della sua vita fino al giorno in cui vennero i dariani, non avreste mai immaginato di dovergli, da quel giorno in poi, infinta riconoscenza.
Quando il fatto si verificò, Hanley era sbronzo. Non che questa fosse per lui una condizione insolita; era sbronzo da tempo immemorabile e aspirava a restare così all’infinito, sebbene la cosa diventasse ogni giorno sempre più difficile. Aveva esaurito i soldi, e aveva esaurito gli amici a cui chiederne in prestito. Gli restavano i conoscenti, ma anche qui era quasi arrivato al fondo della lista e si considerava fortunato se riusciva a scroccare una media di due bicchieri pro capite.
Aveva raggiunto la fase in cui era costretto a farsi dei chilometri a piedi per scovare qualcuno che conosceva appena e tentare di spillargli un dollaro o anche solo un mezzo dollaro. La lunga camminata annullava però l’effetto dell’ultimo bicchiere – be’, non completamente, ma quasi – per cui Al finiva per trovarsi nella situazione di Alice quando stava con la Regina Rossa e doveva correre con tutte le sue forze per restare nello stesso posto.
Chiedere l’elemosina per le strade era rischioso: i poliziotti s’erano messi in testa di eliminare “la piaga dell’accattonaggio” e se Hanley ci si fosse provato, prima o poi avrebbe finito per passare una notte asciutta in commissariato, cosa che temeva sopra ogni altra. Aveva ormai raggiunto lo stadio in cui dodici ore senza bere gli procuravano i Supermostri, che stanno al delirium tremens come un ciclone sta a uno zefiro.
Il D.T. vi dà soltanto delle allucinazioni. Se siete in gamba, sapete che è tutto per finta. Anzi, vi tengono perfino compagnia, se vi piace quel genere di cose. Ma i Supermostri sono un’altra faccenda. Per farseli venire bisogna aver bevuto una quantità di alcool superiore alla capacità di molti che si credono grandi bevitori, e vengono soltanto quando un uomo che è sbronzo da tanto tempo da non ricordarsi più quando ha cominciato a esserlo, viene lasciato di colpo completamente all’asciutto per un periodo di tempo prolungato, come per esempio in prigione. Solo a pensarci Hanley si sentiva capace di qualsiasi cosa, come abbracciare un carissimo amico, un compagno del cuore che aveva visto tre volte in vita sua e per di più in circostanze non troppo favorevoli. Il carissimo amico si chiamava Kid Eggleston ed era un gigantesco ex pugile, mezzo suonato, che negli ultimi tempi s’era ridotto a fare il buttafuori in un locale dove Hanley lo aveva appunto incontrato nell’esercizio delle sue funzioni.
Ma non è il caso che vi sforziate di tenere a mente il suo nome e tanto meno che vi interessiate alla sua storia, perché, per quanto riguarda questa faccenda, il Kid non resterà in scena per molto. A essere precisi, tra un minuto e mezzo esattamente caccerà un urlo terribile, piomberà a terra svenuto, e non ne sentirete parlare mai più.
Ma mi sia lecito accennare di sfuggita che se Kid Eggleston non avesse urlato e non fosse svenuto, voi che leggete non vi trovereste qui, in questo momento. Sareste probabilmente occupati a estrarre a torso nudo del minerale glanico, sotto un sole verde all’estremo limite della galassia. Posso assicurarvi che non vi piacerebbe affatto, e perciò ricordatevi che fu Hanley a tener lontano da voi un simile destino, e che tuttora continua a tenerlo lontano. Non giudicatelo troppo severamente. Se invece di lui Tre e Nove avessero preso il Kid le cose oggi sarebbero molto diverse.
Tre e Nove venivano dal pianeta Dar, che è il secondo (e il solo abitabile) pianeta della suddetta stella verde al limite estremo della galassia. Tre e Nove non erano, naturalmente, i loro nomi completi. I nomi dariani sono numeri e il nome completo di Tre era 389.057.792.869.223. O per lo meno, questa sarebbe la traduzione nel sistema decimale.
Nel momento in cui Hanley cercava di abbracciare il suo carissimo amico, il Kid, Tre e Nove erano ancora lontani circa un chilometro sulla verticale. Non erano su un aeroplano e neppure in un’astronave (e meno che mai in un disco volante; certo, so tutto sui dischi volanti ma ve ne parlerò un’altra volta. Adesso voglio parlare dei dariani). Erano dentro un cubo spazio-temporale.
Immagino che dovrò spiegarvi di che cosa si tratta. I dariani avevano sperimentato praticamente – come forse un giorno riusciremo a fare anche noi – la teoria di Einstein; avevano constatato, cioè, che la materia non può viaggiare più in fretta della luce senza mutarsi in energia. E voi non ci terreste a essere mutati in energia, vi pare? Non ci tenevano neppure i dariani, quando cominciarono le loro esplorazioni da un capo all’altro della galassia.
Così scoprirono che in realtà si può viaggiare a una velocità superiore a quella della luce se simultaneamente si viaggia attraverso il tempo. Attraverso il continuum spazio-temporale, cioè, invece che attraverso il solo spazio. Il loro viaggio dal pianeta Dar copriva una distanza di 163.000 anni luce.
Ma dato che simultaneamente avevano viaggiato nel passato di 1630 secoli, la durata effettiva del viaggio era ridotta a zero. Al ritorno avevano viaggiato 1630 secoli nel futuro ed erano arrivati al punto di partenza nel loro continuum spazio-temporale. Capite cosa voglio dire, spero.
In ogni modo, c’era questo cubo, invisibile ai terrestri, circa mille metri sopra Philadelphia (e non chiedetemi perché avessero scelto Philadelphia; non so come possa venire in mente di scegliere Philadelphia per qualsiasi cosa). Era sospeso lassù da quattro giorni mentre Tre e Nove intercettavano e studiavano le trasmissioni radio, per farsi un’idea della lingua e imparare a parlarla.
Non che s’interessassero alla nostra civiltà in quanto tale, e ai nostri usi e costumi in quanto tali. Niente di simile. Vi pare che si possa avere un’idea della vita che fanno gli abitanti della Terra ascoltando i concorsi musicali, gli indovinelli a premio e i comunicati pubblicitari?
No, quel che volevano sapere era se la nostra civiltà fosse abbastanza evoluta da rappresentare una minaccia per loro, e alla fine di quei quattro giorni si convinsero che non lo era. Non si può fargliene una colpa, e del resto non si sbagliavano.
«Allora, scendiamo?» chiese Tre a Nove.
«Sì» disse Nove a Tre. Tre si attorcigliò sui comandi.
«… certo che t’ho visto combattere» stava dicendo Hanley. «Eri un campione, Kid. Puoi ringraziare quell’idiota del tuo manager se non sei arrivato in cima. La stoffa ce l’avevi. Perché non andiamo a berci sopra qui all’angolo?»
«Paghi tu o pago io, Hanley?»
«Be’, in questo momento sono un po’ a terra, Kid. Ma ho bisogno di bere. A ricordo dei bei tempi…»
«Tu hai bisogno di bere come io ho bisogno di spararmi un colpo. Sei già sbronzo marcio, e faresti meglio a smettere prima che ti salti addosso il D.T.».
«Ce l’ho già» disse Hanley. «E non mi fa né caldo né freddo. Guarda, stanno arrivando proprio dietro di te».
Senza riflettere, Kid Eggleston si volse e guardò. Gettò un urlo e cadde svenuto. Tre e Nove si stavano avvicinando. Dietro di loro s’intravedeva la sagoma nebulosa di un cubo gigantesco, dieci metri almeno di lato. Un cubo che c’era e non c’era nello stesso tempo, questa era la cosa più strana. E fu probabilmente il cubo, soprattutto, a spaventare il Kid.
Perché Tre e Nove non avevano proprio niente di spaventoso. Erano vermiformi, lunghi circa cinque metri (quando si stiravano) e spesi un trenta centimetri nel mezzo, affusolati alle due estremità. Erano di un bel colore azzurrino e non avevano organi sensoriali visibili, per cui non si poteva sapere quale fosse la testa e quale la coda, del resto non aveva nessuna importanza dato che entrambe le estremità erano esattamente identiche.
E sebbene si stessero avvicinando a Hanley e al Kid (afflosciato a terra) non sembravano neppure avere un davanti e un dietro. Erano nella loro normale posizione inanellata e fluttuante.
«Salve ragazzi» disse Hanley. «Avete messo paura al mio amico. E lui mi avrebbe offerto da bere. Così adesso tocca a voi offrire».
«Reazione illogica», disse Tre a Nove. «Come quella dell’altro esemplare, del resto. Li prendiamo tutti e due?»
«No. L’altro, per quanto più grosso, è chiaramente più debole. E un esemplare solo basterà ampiamente. Vieni con noi».
Hanley fece un passo indietro. «Se avete intenzione di offrirmi da bere, va bene. Altrimenti voglio sapere, dove?»
«Dar».
«Per me è tutto lo stesso, purché prima mi offriate da bere».
«Dobbiamo usare la forza?» disse Tre a Nove.
«Non è necessario, se viene di sua volontà. Vuoi entrare nel cubo di tua volontà?»
«C’è roba da bere là dentro?»
«Sì. Entra».
Hanley camminò spontaneamente fino al cubo ed entrò. Beninteso, non credeva che ci fosse davvero, ma che cosa aveva da perdere? E quando uno ha le allucinazioni, è meglio non contrariarle. Il cubo era solido, niente affatto amorfo e neppure trasparente dall’interno. Tre si avviticchiò intorno ai comandi e prese a manipolare delicatamente certi delicati meccanismi con le due estremità.
«Siamo nell’inter-spazio» disse a Nove. «Direi di restare qui fermi finché non abbiamo esaminato a fondo queste esemplare e non sappiamo se è adatto o no ai nostri scopi».
«Ehi, dico, ragazzi non s’era parlato di bere?» Hanley cominciava a innervosirsi. Le mani gli tremavano e sentiva dei ragni corrergli su e giù lungo la spina dorsale, dal di dentro.
«Si direbbe che stia soffrendo» osservò Nove. «Forse di fame, o di sete. Che cosa bevono queste creature? Acqua ossigenata, come noi?»
«La superficie del loro pianeta è quasi tutta ricoperta di un liquido che contiene del cloruro di sodio. Potremmo preparargliene una dose».
Hanley gridò: «No! E nemmeno senza sale! Non ho bisogno d’acqua, io, ho bisogno di whisky».
«Possiamo analizzare il suo metabolismo» disse Tre. «Con l’intrafluoroscopio sarà questione di un momento». Si srotolò dai comandi e si appressò a una strana macchina. Lampeggiarono luci colorate. Tre disse: «Che strano. Il suo metabolismo dipende dal C₂H₅OH».
«C₂H₅OH?»
«Sì, alcool; fondamentalmente, almeno. Con una certa quantità di H₂O diluita e senza il cloruro di sodio presente nei loro mari, oltre a dosi minime di altri ingredienti, sembra che sia stato l’unico nutrimento di questa creatura per un periodo piuttosto lungo».
«Ragazzi» implorò Hanley «muoio se non mi date da bere. Perché non la piantate di parlar arabo e non fate passare la bottiglia?»
«Un momento, prego» disse Nove. «Ti preparerò la bevanda di cui hai bisogno. Prima devo applicare la scala Vernier sull’intrafluoroscopio e usare lo psicometro». Due minuti dopo era già di ritorno con in mano un recipiente graduato che conteneva circa un litro di un liquido ambrato e limpido.
Hanley lo annusò, poi lo assaggiò. Mandò un profondo sospiro.
«Sono morto» disse. «Questa è ambrosia, il nettare degli dèi. Non esiste un liquore come questo. Non c’è, sulla Terra». Bevve un lunghissimo sorso e non gli bruciò neppure la gola.
«Che cos’è, Nove?» chiese Tre.
«Una formula piuttosto complessa, che risponde esattamente a tutte le sue necessità. C’è il cinquanta per cento di alcool e il quarantacinque per cento di acqua. Ma gli ingredienti che compongono il restante cinque per cento sono numerosissimi; comprendono tutte le vitamine e i minerali di cui il suo organismo ha bisogno, in proporzioni calibratissime e tutti insapori. Poi ci sono altri ingredienti in quantità infinitesimali, per migliorare il gusto. Per noi sarebbe atroce, anche se potessimo bere acqua o alcool».
Hanley sospirò e tornò a bere lungamente. Barcollò leggermente. Guardò Tre e rise. «Adesso lo so che non esistete» disse.
«Che cosa intende dire?» chiese Nove a Tre.
«I suoi processi mentali sembrano privi di qualsiasi logica. Non so se la sua specie ci darebbe dei buoni schiavi; ne dubito. Comunque dovremo assicurarcene». Si rivolse a Hanley. «Come ti chiami?» chiese. «Hai un nome?»
«Che cos’è un nome, amico?» chiese Hanley. «Dammi il nome che vuoi. Tu e il tuo amico siete i miei più cari amici. Potete portarmi dove vi pare e piace, ditemi solo quando siamo arrivati».
Bevve un altro lungo sorso, e si sdraiò sul pavimento. Subito cominciò a emettere strani rumori, ma né Tre né Nove riuscirono a capire se fossero o no parole… «Zzzzzz-glup… Zzzzzz-glup… Zzzzzz-glup…» Cercarono di svegliarlo, di smuoverlo, ma non ci fu verso.
Rimasero ad osservarlo, raccogliendo tutti i dati che poterono. Solo dopo parecchie ore Hanley si svegliò. Si rizzò a sedere e li guardò a occhi sgranati. Disse: «Non ci credo. Voi non siete qui. Per l’amor di Dio, datemi da bere, presto».
Gli diedero la bottiglia graduata. Nove l’aveva di nuovo riempita, questa volta fino all’orlo. Hanley bevve. I suoi occhi si chiusero, la sua espressione si fece estatica. Disse: «Non svegliatemi».
«Ma sei già sveglio!»
«Allora non fatemi dormire. Ho capito cosa dev’essere. Ambrosia… la roba che bevono gli dèi».
«Chi sono gli dèi?»
«Non esistono. Ma è questo che bevono. Sull’Olimpo».
Tre disse: «Processi mentali del tutto privi di logica».
Hanley alzò la bottiglia. Disse: «Lui è mio amico e io sono suo amico. Anche lui è mio amico. Siamo tutti amici».
«Che razza di discorso fa?» disse Nove a Tre.
«Amico fa rima con dito. No… con… con…»
«Troppo stupido perché lo si possa addestrare ad altro che al più elementare lavoro fisico» disse Tre. «Ma se fosse abbastanza robusto per i lavori pesanti potremmo pur sempre consigliare una incursione in forze su questo pianeta. Ci sono probabilmente non meno di tre o quattro miliardi di abitanti. E abbiamo bisogno di manodopera non qualificata… tre o quattro miliardi ci sarebbero di grande aiuto».
«Hurrà!» disse Hanley.
«Non coordina molto bene, a quanto sembra» disse Tre, pensieroso. «Ma forse è dotato di notevole forza fisica. Creatura, come dobbiamo chiamarti?»
«Chiamatemi Al, ragazzi». Hanley stava cercando di alzarsi in piedi.
«È il tuo nome o la tua specie? E in ogni caso, è la tua denominazione completa?»
Hanley si appoggiò al muro, riflettendo: «È la specie» disse alla fine. «Sta per… Ora ve lo traduco in latino». Lo tradusse in latino.
«Vogliamo misurare la tua forza fisica. Corri avanti e indietro da questo lato del cubo all’altro finché non sei stanco. Da’ a me la bottiglia del tuo cibo».
Tolse di mano a Hanley la bottiglia graduata. Hanley annaspò con le mani. «Ancora un sorso. Solo un piccolo sorso. Poi correrò quanto volete».
«Forse ne ha bisogno» disse Tre. «Ridaglielo, Nove».
Poteva esser l’ultima per un pezzo, e così Hanley fece una bella bevuta. Poi, agitando allegramente le mani, salutò i quattro dariani che sembrava lo stessero guardando. Disse: «Ci vediamo alle corse, ragazzi. Vi aspetto tutti. E puntate su di me. Vi farò vincere. Ancora un sorsino, prima del via?»
Mandò giù ancora un sorsino – una goccia sola, questa volta meno di un quarto di litro.
«Basta» disse Tre. «Adesso corri».
Hanley fece due passi e stramazzò con la faccia per terra. Si rotolò sulla schiena e rimase lì, un sorriso di beatitudine sul volto.
«Incredibile!» disse Tre. «Forse sta cercando di ingannarci. Controlla un po’, Nove».
Nove controllò. «Incredibile!» disse. «Assolutamente incredibile dopo uno sforzo così breve; eppure ha perso del tutto conoscenza, al punto che è diventato insensibile al dolore. E non è certo un simulatore. Questo tipo di creatura non può essere di nessuna utilità al nostro pianeta. Metti in moto; torniamo a fare il nostro rapporto. Lo prenderemo con noi, secondo gli ordini, come esemplare per il giardino zoologico. Ne vale la pena. Fisicamente è l’essere più strano che abbiamo scoperto fra milioni di pianeti».
Tre si avvoltolò intorno ai comandi e con le due estremità avviò vari meccanismi. Centosessantatremila anni luce e milleseicentotrenta secoli trascorsero, annullandosi a vicenda così totalmente e perfettamente che né il tempo né la distanza sembrarono essere stati attraversati.
Nella città capitale di Dar, che governa migliaia di pianeti utili e ne ha visitati milioni di inutili, come la Terra, Al Hanley occupa una grande gabbia di vetro collocata al posto d’onore, come meritano gli esemplari più stupefacenti.
Al centro della gabbia c’è una vasca, alla quale egli si abbevera frequentemente e nella quale è stato visto fare il bagno. La vasca viene continuamente e automaticamente rifornita di una bevanda che sta al miglior whisky terrestre come il miglior whisky terrestre sta all’acqua di rigovernatura. Per di più è rinforzata – senza il minimo sapore – con tutte le vitamine e i minerali che il suo metabolismo richiede.
Non dà il mal di testa e non provoca altri spiacevoli effetti. È una bevanda che manda in visibilio Hanley esattamente come la strabiliante conformazione di Hanley manda in visibilio i visitatori dello zoo, che lo guardano con occhi attoniti e poi leggono la targhetta sotto la gabbia, che comincia, in latino, con la denominazione della specie che Al rivelò a Tre e Nove:

ALCOOLICUS ANONIMUS
Vive di una dieta di C₂H₅OH, integrata con vitamine e minerali. Capace,
a tratti, di manifestazioni intelligenti, ma privo di qualsiasi senso logico.
Prestazioni fisiche: capace di muovere alcuni passi senza cadere.
Privo di qualsiasi valore commerciale,
costituisce tuttavia un interessante esemplare della più strana 
orma di vita finora scoperta nella Galassia.
Luogo d’origine: Pianeta n. 3 del sole JX6547-HG908.

Così strano, anzi, che l’hanno sottoposto a un trattamento speciale che lo rende praticamente immortale. E meno male, perché come esemplare zoologico è così interessante che se mai venisse a morire potrebbero tornare sulla Terra per catturarne un altro. E potrebbero beccare voi o me, e voi, o io, secondo il caso, potremmo, in quel momento, essere perfettamente sobri. E questo sarebbe un bel guaio per tutti.




176 La risposta (di Fredric Brown)



Come nel racconto del post precedente, anche in questo (anch’esso del 1954) Brown si interroga sull’esistenza di Dio. Se nel racconto precedente Dio esiste in quanto immaginazione, in questo esiste semplicemente perché abbiamo la facoltà di nominarlo.
Dopo la traduzione italiana (fatta da Carlo Fruttero, e contenuta nell’einaudiana “L’ora di fantascienza”), trovi il testo originale, intitolato “Answer”.

Con gesti lenti e solenni Dwar Ev procedette alla saldatura – in oro – degli ultimi due fili. Gli occhi di venti telecamere erano fissi su di lui e le onde subeteriche portarono da un angolo all’altro dell’universo venti diverse immagini della cerimonia.
Si rialzò, con un cenno del capo a Dwar Reyn, e s’accostò alla leva dell’interruttore generale: la leva che avrebbe collegato, in un colpo solo, tutte le gigantesche calcolatrici elettroniche di tutti i pianeti abitati dell’universo – novantasei miliardi di pianeti – formando il supercircuito da cui sarebbe uscita la supercalcolatrice, un’unica macchina cibernetica racchiudente tutto il sapere di tutte le galassie.
Dwar Reyn rivolse un breve discorso agli innumerevoli miliardi di spettatori. Poi, dopo un attimo di silenzio, disse: «Tutto è pronto, Dwar Ev».
Dwar Ev abbassò la leva. Si udì un formidabile ronzio che concentrava tutta la potenza, tutta l’energia di novantasei miliardi di pianeti. Grappoli di luci multicolori lampeggiarono sull’immenso quadro, poi, una dopo l’altra, si attenuarono.
Dwar Ev fece un passo indietro e trasse un profondo respiro.
«L’onore di porre la prima domanda spetta a te, Dwar Reyn.»
«Grazie» disse Dwar Reyn. «Sarà una domanda cui nessuna macchina cibernetica ha potuto, da sola, rispondere.»
Tornò a voltarsi verso la macchina.
«C’è Dio?»
L’immensa voce rispose senza esitazione, senza il minimo crepitio di valvole o condensatori. «Sì: adesso, Dio c’è.»
Il terrore sconvolse la faccia di Dwar Ev, che si slanciò verso il quadro di comando.
Un fulmine sceso dal cielo senza nubi lo incenerì, e fuse la leva inchiodandola per sempre al suo posto.

TESTO ORIGINALE:

Dwan Ev ceremoniously soldered the final connection with gold. The eyes of a dozen television cameras watched him and the subether bore throughout the universe a dozen pictures of what he was doing. 
He straightened and nodded to Dwar Reyn, then moved to a position beside the switch that would complete the contact when he threw it. The switch that would connect, all at once, all of the monster computing machines of all the populated planets in the universe - ninety-six billion planets - into the supercircuit that would connect them all into one supercalculator, one cybernetics machine that would combine all the knowledge of all the galaxies. 
Dwar Reyn spoke briefly to the watching and listening trillions. Then after a moment's silence he said: "Now, Dwar Ev." 
Dwar Ev threw the switch. There was a mighty hum, the surge of power from ninety-six billion planets. Lights flashed and quieted along the miles-long panel. 
Dwar Ev stepped back and drew a deep breath. "The honor of asking the first question is yours, Dwar Reyn." 
"Thank you," said Dwar Reyn. "It shall be a question which no single cybernetics machine has been able to answer." 
He turned to face the machine. "Is there a God?" 
The mighty voice answered without hesitation, without the clicking of a single relay. 
"Yes, now there is a God." 
Sudden fear flashed on the face of Dwar Ev. He leaped to grab the switch. 
A bolt of lightning from the cloudless sky struck him down and fused the switch shut.



175 Il solipsista (di Fredric Brown)



Può la fantascienza occuparsi di Dio? Certo che può! Lo dimostrano questo racconto (e quello del prossimo post), in cui Brown non si fa scrupolo di chiamare il protagonista con il nome di Walter B. Jehovah!
Il racconto venne pubblicato nel 1954; trovi il testo originale, intitolato “Solipsist”, dopo la traduzione in italiano.

Walter B. Jehovah (non ve la prendete con me, si chiamava davvero così) era stato un solipsista per tutta la vita. Un solipsista, nel caso non lo sappiate, è un tale che crede di essere la sola cosa veramente esistente, che l’altra gente e l’universo generale esistono solo nella sua immaginazione e che se lui smettesse di immaginarli cesserebbero d’esistere.
Un giorno, Walter B. Jehovah diventò solipsista militante. Nel giro di una settimana, sua moglie era scappata con un altro uomo, lui aveva perso il posto di magazziniere e si era rotto una gamba correndo dietro a un gatto nero per impedirgli di attraversargli la strada.
Mentre era in ospedale, decise di farla finita.
Guardando fuori della finestra, fissò le stelle e volle che cessassero d’esistere. Le stelle sparirono.
Volle poi che tutta l’altra gente cessasse d’esistere, e l’ospedale si fece stranamente silenzioso, ancor più silenzioso del solito.
Passò poi al mondo, e si ritrovò sospeso nel vuoto.
Con la stessa facilità si liberò del proprio corpo, e poi giunse finalmente ad annullare sé stesso.
Strano, Walter B. Jehovah pensò. Possibile che il solipsismo abbia dei limiti?
"Sì" disse una voce.
"Chi sei?" chiese Walter B. Jehovah.
"Sono quello che ha creato l’universo che tu hai appena fatto sparire, e adesso che hai preso il mio posto…" ci fu un profondo sospiro, "posso finalmente cessare la mia stessa esistenza, trovare la pace e lasciare che sia tu a continuare."
"Ma…come si fa a cessare d’esistere? È proprio questo che sto cercando di fare!"
"Sì, lo so" disse la voce. "Devi fare come ho fatto io: crea un universo, e aspetta finché non verrà uno come te ad annullarlo, poi potrai andare in pensione e lasciare che sia lui a continuare. Be', addio."
E la voce sparì.
Walter B. Jehovah era solo nel vuoto, e c’era una sola cosa che potesse fare.
Creò il cielo e la terra.
Gli ci vollero sette giorni.

TESTO ORIGINALE:

Walter B. Jehovah, for whose name I make no apology since it really was his name, had been a solipsist all his life. A solipsist, in case you don't happen to know the word, is one who believes that he himself is the only thing that really exists, that other people and the universe in general exist only in his imagination, and that if he quit imagining them, they would cease to exist. 
One day, Walter B. Jehovah became a practicing solipsist. Within a week, his wife had run away with another man, he'd lost his job as a shipping clerk and he had broken his leg chasing a black cat to keep it from crossing his path. 
He decided, in a hospital, to end it all. 
Looking out the window, staring up at the stars, he wished them out of existence, and they weren't there anymore. Then he wished all other people out of existence, and the hospital became strangely quiet, even for a hospital. Next the world, and he found himself suspended in a void. He got rid of his body quite easily and then took the final step of willing himself out of existence. 
Nothing happened. 
Strange, he thought, can there be a limit to solipsism? 
"Yes," a voice said. 
"Who are you??" Walter B. Jehovah asked. 
"I am the one who created the universe which you have just willed out of existence. And now that you have taken my place" - there was a deep sigh - "I can finally cease my own existence, find oblivion, and let you take over." 
"But… how can I cease to exist? That's what I'm trying to do, you know." 
"Yes, I know," said the voice. "You must do it the same way I did. Create a universe. Wait until someone in it really believes what you believed and wills it out of existence. Then you can retire and let him take over. Good-bye now." 
And the voice was gone. Walter B. Jehovah was alone in the void an there was only one thing he could do. He created the heaven and the earth. 
It took him seven days.





174 La razza dominante (di Fredric Brown)



La razza dei vampiri non è una leggenda; nel XXII secolo era ancora viva, ma gli uomini le hanno dato la caccia e l’hanno sterminata. Due unici esemplari si sono salvati, grazie alla macchina del tempo che sono riusciti a costruire e che ha permesso loro di fuggire per migliaia di anni nel futuro; sperano di giungere in un’epoca in cui non ci sia più paura di loro e in cui loro possano trovare quel sangue (“Blood” è appunto il titolo originale del racconto) di cui hanno bisogno per sopravvivere. 
Questo racconto (pubblicato nel 1963) immagina con il tono leggero tipico di Brown un futuro assurdo, dominato sempre e comunque dalla violenza o dall’incapacità per chi è diverso di vivere in pace con le altre specie esistenti.

Vron e Dreena, gli unici due sopravvissuti della razza dei vampiri, fuggivano nella loro macchina del tempo, per sottrarsi all'annientamento totale. Si tenevano per mano, consolandosi l'un l'altro del terrore e della fame che provavano.
Nel ventiduesimo secolo l'umanità li aveva scoperti: gli uomini avevano dovuto rendersi conto che i vampiri vivevano veramente nascosti in mezzo a loro, che non si trattava di una leggenda, ma di un fatto incontestabile.
C'era stata una carneficina sistematica che aveva portato allo sterminio di tutti i vampiri, tranne questi due, che lavoravano già da un pezzo alla macchina del tempo e che la finirono appena in tempo per farla partire.
Verso un lontano futuro in cui la stessa parola vampiro fosse sconosciuta e dove potessero vivere indisturbati, insospettati e rigenerare la razza dai loro lombi.
«Ho fame, Vron, una fame terribile»
«Anch'io, povero tesoro. Fra poco ci fermeremo di nuovo.»
Si erano già fermati quattro volte e ogni volta erano sfuggiti di poco alla morte. I vampiri non erano stati dimenticati. L'ultima fermata, mezzo milione di anni avanti, li aveva sbarcati in un mondo abitato da cani: l'uomo era scomparso, e i cani si erano civilizzati, diventando simili all'uomo.
Tuttavia Vron e Dreena erano stati riconosciuti per quello che erano. Riuscirono a mangiare una sola volta grazie al sangue di una cagnetta calda e morbida, ma subito dopo furono costretti a fuggire sulla macchina del tempo e a riprendere il viaggio.
«Grazie per esserti fermato» disse Dreena, e sospirò.
«Non ringraziare me» rispose Vron bruscamente. «Il viaggio è finito. Non abbiamo più combustibile ormai, e non lo troveremo certo qui. A quest'ora tutte le sostanze radioattive si saranno certo trasformate in piombo. Dobbiamo vivere qui... non abbiamo altra scelta.»
Uscirono in esplorazione.
«Guarda!» disse Dreena, eccitata, indicando qualcosa che si stava avvicinando. «Una nuova creatura! I cani non ci sono più e qualcos'altro ha preso il loro posto. Sicuramente si sarà persa la memoria di noi vampiri.»
L'essere che si stava avvicinando era telepatico.
«Ho sentito i vostri pensieri» disse una voce nelle loro teste. «Vi state chiedendo se noi conosciamo i vampiri: no, non li conosciamo.»
Dreena afferrò il braccio di Vron in estasi. «Libertà» mormorò affamata «e cibo!»
«Vi chiederete anche» disse la voce nelle loro teste «quale sia la nostra origine e come si sia sviluppata la nostra razza. Tutte le forme di vita sono ora vegetali. Io» disse la strana creatura chinandosi verso di loro «appartengo alla razza dominante. Sono, a chiamarmi con la parola usata un tempo, una rapa.»

TESTO ORIGINALE:

In their time machine, Vron and Dreena, last two survivors of the race of vampires, fled into the future to escape annihilation. They held hands and consoled one another in their terror and their hunger.
   In the twenty-second century mankind had found them out, had discovered that the legend of vampires living secretly among humans was not a legend at all, but fact.
There had been a pogrom that had found and killed every vampire but these two, who had already been working on a time machine and who had finished in time to escape in it.
Into the future, far enough into the future that the very word vampire would be forgotten so they could again live unsuspected - and from their loins regenerate their race.
   "I'm hungry, Vron. Awfully hungry." 
   "I too, Dreena dear. We'll stop again soon." 
   They had stopped four times already and had narrowly escaped dying each time. They had not been forgotten. The last stop, half a million years back, had shown them a world gone to the dogs -quite literally: human beings were extinct and dogs had become Civilized and man-like. Still they had been recognized for what they were. They'd managed to feed once, on the blood of a tender young bitch, but then they'd been hounded back to their time machine and into flight again.
"Thanks for stopping," Dreena said. She sighed.
"Don't thank me," said Vron grimly. "This is the end of the line. We're out of fuel and we'll find none here-by now I radioactives will have turned to lead. We live here. . . or else." 
   They went out to scout. "Look," said Dreena excitedly, pointing to something walking toward them. "A new creature! The dogs are gone and something else has taken over. And surely we're forgotten."
The approaching creature was telepathic. "I have heard your thoughts," said a voice inside their brains. "You wonder whether we know 'vampires,' whatever they are. We do not." 
   Dreena clutched Vron's arm in ecstasy. "Freedom!" she murmured hungrily. "And food!" 
   "You also wonder," said the voice, "about my origin and evolution. All life today is vegetable. “I" - He bowed low to them. "I, a member of the dominant race, was once what you called a turnip."