Concludo (almeno per il
momento) questa piccola antologia dedicata a Fredric Brown, con un racconto che
rientra nei canoni classici della fantascienza; il protagonista è un astronauta
che è naufragato su un pianeta lontano e che va alla ricerca di un’astronave
approdata anch’essa su quel pianeta per cercarne i pezzi di ricambio; vi sono
poi mostri pericolosi, un sole rosso che non tramonta mai, una creatura a
cinque zampe che non parla, pistole a radiazione solare… Ma il finale, come in
tutta la letteratura fantascientifica, sarà una sorpresa.
Il racconto, il cui titolo
originale è “Something Green”, apparve nel 1951.
L’enorme sole aveva un colore scarlatto in un cielo violetto: ai margini
della pianura, cosparsa di cespugli bruni, si levava la giungla rossa.
McCarty si mosse a quella volta, per iniziare le sue ricerche anche in
quella giungla. Sapeva che l’impresa a cui si accingeva per l’ennesima volta
era ardua, spossante, pericolosissima. Ma era necessaria.
«Si va, Dorothy?» disse. «Sei pronta?»
La creaturina dalle cinque membra che gli stava posata sulla spalla non
rispose, per la semplice ragione che non poteva parlare. Ma era pur sempre un
essere vivo a cui McCarty poteva parlare, una compagnia. Tanto per le
dimensioni, quanto per il peso, Dorothy faceva pensare a una mano, una mano di
donna posata sulla spalla.
Da quanto tempo ormai, si chiese McCarty, Dorothy gli teneva compagnia su
quello sterminato pianeta? Dovevano essere quattro anni, calcolò, perché prima
di trovarla era stato solo per più di un anno. E ormai erano passati cinque
anni dal giorno in cui aveva fatto naufragio.
Aveva preso l’abitudine di parlarle, e questo lo aiutava a vivere.
«Faremo bene, ad ogni modo» le disse, carezzandosi la spalla dove lei era
posata «a stare attenti a non farci cogliere di sorpresa. Possono esserci tigri
e leoni, in quella giungla».
Istintivamente l’idea gli fece correre la mano alla cintura. Sentì sotto
le dita il calcio della pistola a radiazione solare, l’unica arma che fosse
riuscito a salvare dal suo disastroso atterraggio… di fortuna. Era un’arma
straordinaria: bastava esporla un’oretta al sole per ricaricarla. Le radiazioni
solari – di qualunque sole purché fosse fulgido e vicino – permettevano
all’arma di lanciare un raggio mortale che disintegrava all’istante qualsiasi
materia o sostanza colpisse. Senza quella pistola, McCarty non avrebbe potuto
sopravvivere per cinque anni su Kruger III, ossia il terzo pianeta della stella
Kruger.
I suoi timori non erano ingiustificati. Infatti McCarty non era ancora
giunto al margine della foresta, quando ne emerse un leone. Non era un vero e
proprio leone, ma McCarty chiamava così gli animali di quella specie per
nostalgia della Terra. Sulla Terra, naturalmente, mostri come quelli
probabilmente non erano mai esistiti o per lo meno nessuno ne aveva mai veduti.
Era un animale di colore rosso vivo, con otto fortissime zampe, senza ossa o
giunture, simili a una proboscide d’elefante, una testa ricoperta di durissime
scaglie, armata di un becco che ricordava vagamente quello di un pellicano
gigantesco. Né, sulla Terra, qualcuno aveva mai saputo dell’esistenza di mostri
simili, perché nessuno era mai tornato a dare agli uomini ragguagli sulla fauna
o la flora di Kruger III. Prima di McCarty, una sola astronave era scesa sul
terzo pianeta di Kruger, ma non ne era ripartita mai più. ed erano i suoi resti
che McCarty andava cercando, di giungla in giungla, armato della sua pistola
solare e con Dorothy sulla spalla. Se avesse potuto ritrovare ancora intatti i
tubi elettronici dell’astronave, avrebbe potuto sostituirli a quelli della sua,
che s’erano frantumati nell’atterraggio, cosa che gli avrebbe permesso di
tornare sulla Terra.
Puntò la pistola solare verso il mostro, che avanzava lento verso di
loro, strisciando fra i folti cespugli color cioccolato, e premette il bottone.
Un raggio verde, brillante, sottile e diritto come un lungo filo di smeraldo,
scaturì dall’arma, e leone e cespugli si dissolsero all’istante, in assoluto
silenzio.
«Hai visto, Dorothy?» disse il naufrago dei cieli, accarezzando la
creaturina. «Che bel verde, non è vero? È il solo colore che manchi su questo
tuo sanguigno, maledettissimo pianeta. Il verde è il più bel colore
dell’universo, Dorothy. Sulla Terra, dove sono nato, è il colore dominante,
sai? Le foreste, i prati, le montagne, i mari sono verdi. Quando riusciremo ad
andarci, vedrai che ti piacerà, il mio meraviglioso pianeta verde, Dorothy!»
Si volse a guardare la pianura bruna e polverosa, il cielo violetto e
quel maledetto sole scarlatto, la stella Kruger, che non tramontava mai
sull’emisfero diurno del pianeta perché questo gli girava intorno ma non
roteava su sé stesso e il giorno era eterno: mai sbalzi di temperatura, mai
vento, mai temporali.
In fondo non era un malvagio pianeta: aveva acqua fresca, abbondante,
molta eccellente selvaggina, anche se in principio si doveva superare una certa
ripugnanza a nutrirsi di animali dall’aspetto mostruoso. Ma McCarty si era
abituato a quel mondo, ora che aveva Dorothy con la quale poter parlare.
Dorothy lo capiva più di quanto potesse sembrare e senza di lei e senza il
verde della Terra, certo, McCarty sarebbe impazzito.
Sospirò e cominciò a addentrarsi nella giungla. «Che cosa hai detto,
Dorothy?» chiese dopo un po’ ad alta voce, anche se Dorothy naturalmente non
aveva detto nulla. «Che se troviamo i tubi elettronici intatti e torneremo
sulla Terra, io mi sposerò? Chissà, Dorothy. C’è sulla Terra infatti una
ragazza; ha il tuo nome, Dorothy, la dovevo sposare al mio ritorno, ma sono
rimasto impegolato qui, nel tuo mondo e certo lei mi crede morto. Eh, cinque
anni sono tanti, Dorothy. Ma se per caso lei mi aspettava? Se mi aspettava, la
sposerò di certo, Dorothy!»
Quella striscia di giungla - e dovevano essercene migliaia, milioni su
quel pianeta più grande di Giove e forse la sua intera vita non sarebbe bastata
a esplorarle tutte – era di un paio di chilometri quadrati, ma così fitta che
l’uomo dovette dormire alcune ore e consumare tre pasti, prima di averla
attraversata. Quando riapparve dall’altra parte sulla pianura bruniccia e
arida, aveva ucciso altri due leoni e una tigre. Si voltò per disintegrare la
striscia di giungla con la pistola solare, per non correre il rischio di
sbagliarsi ed esplorarla nuovamente in avvenire.
«C’è un’altra striscia di giungla ai piedi delle colline, Dorothy. Forse
l’astronave è atterrata laggiù, o forse in quell’altra, all’orizzonte. Bisogna
che le esploriamo entrambe. Dobbiamo esplorarle tutte, finché non l’avremo
trovata».
Il pensiero di quel compito immane lo avvilì. Ripensò per consolarsi alla
Terra. Disse ad alta voce con infinita dolcezza: «Oh le verdi colline della
Terra! Non sono come queste. Tu non puoi immaginare quanto sono belle, Dorothy,
ma forse un giorno le vedrai».
Sospirò. Intorno la steppa color cioccolata, spezzata dai grumi rossi
delle strisce di giungla, si perdeva all’infinito, sotto il cielo eternamente
violetto, eternamente sereno.
Chiuse gli occhi, perché quell’immensità da esplorare lo schiacciava. E
fu proprio in quel momento che udì uno strano, prolungato ronzio. Un ronzio
vago e sonoro che sembrava echeggiasse nelle regioni più elevate del cielo, del
cielo violetto deserto di uccelli e di nubi, dove non avveniva mai nulla.
Impossibile!
Ma ora quel ronzio s’accresceva in sonorità, diventava un rombo profondo,
regolare come un pulsare di motori. Mentre frugava ansiosamente con lo sguardo
l’impassibile cielo violetto, McCarty scorse un punto nero che vi si muoveva.
Per un attimo pensò di essere in preda a un’allucinazione. Chiuse gli occhi, li
tenne fermi per un istante, li riaprì, guardò. Il punto nero si era spostato,
s’ingrossava. Si muoveva! A poco a poco da nero divenne argenteo e scintillante
e ora McCarty poteva distinguere il potente getto di fiamma che gli faceva da
scia.
Il cuore gli batteva, mentre levava la pistola e la puntava in alto, per
attirare l’attenzione. Aveva pensato a come avrebbe fatto quel gesto migliaia
di volte, perché per cinque anni, per tante e tante volte ogni giorno, aveva
sperato di vedere un giorno comparire un’astronave nel cielo violetto di Kruger
III. Ed ecco, ora l’astronave era lì, scintillava argentea nel cielo, aveva un
profilo familiare e consolante, come un viso amato!
Un lungo raggio verde scaturì dalla pistola di McCarty, lampeggiò nel
cielo una, due volte, risaltò brillante, col suo verde di smeraldo sul calmo
cielo violetto, sull’uniforme tristezza rossa del pianeta.
Il pilota dell’astronave lo vide. Emise tre getti di razzi potenti dagli
sfiatatoi dell’astronave, in risposta. Era il segnale convenzionale per casi
del genere.
Il razzo argenteo cominciò a scendere in calme volute, come un’ape sulla
corolla d’un fiore.
McCarty cominciò a tremare. Ora che il suo desiderio si avverava, dopo
cinque anni di ostinata speranza, di alternative, di avvilimento e di
disperazione, gli pareva impossibile che fosse vero. Si portò la mano alla
spalla, per accarezzare la piccola cosa viva che in quei duri anni di
solitudine su quell’isola deserta nello spazio infinito era stata la sua unica
consolazione e la sua unica compagnia: la piccola, dolce, tenera creatura che
sembrava una mano viva di donna!
«Ci siamo, Dorothy» disse con la voce strozzata per l’emozione. E non
poté dire altro.
L’astronave stava calando sulla pianura rossiccia, qualche centinaio di
metri lontano. I getti esplosivi che ne frenavano la caduta sollevarono nuvole
color sangue.
McCarty si mise a correre, dimentico d’essere completamente nudo, a
eccezione della cintura che portava alle reni e dalla quale pendevano la
pistola solare, un pugnale e qualche altro strumento primitivo che si era
fabbricato con le sue mani. Dimentico della sua indicibile sporcizia, del
fetore che emanava dal suo corpo; ignaro che il suo corpo si era, in quegli
anni, ischeletrito, invecchiato, logorato. Correva, e le lacrime gli scorrevano
sulle guance irsute, mentre dalle labbra gli uscivano suoni indistinti che
avrebbero voluto essere parole, miste a risate e a singhiozzi.
Quando giunse presso l’astronave, lo sportello si stava aprendo.
Sull’apertura comparve un giovanotto alto e sottile che indossava la divisa del
Corpo di Polizia dell’Astronautica.
«Mi porti via?» ansimò McCarty.
«Certo!» rise l’altro, saltando a terra. «Da quanto tempo sei qui?»
«Cinque anni» rispose il naufrago. E scoppiò in un pianto irrefrenabile.
«Ripartiamo non appena i tubi di scarico si saranno raffreddati. Ci vorrà
al massimo un’ora. Ti porto a Cartagine, su Aldebaran II. Là potrai trovare
un’astronave per qualsiasi pianeta del nostro sistema solare. Hai bisogno di
qualcosa, intanto? Acqua? Cibo?»
McCarty scosse la testa. Aveva bisogno soltanto delle verdi colline della
Terra. E stava per rivederle! La testa incominciò a girargli, gli occhi gli si
oscurarono. Quel pensiero era così dolce, così dolce, che spossava. Cadde senza
sensi sul terreno rossiccio.
Quando rinvenne il giovane ufficiale stava cercando di fargli inghiottire
un liquido ardente e pepato che lui non riconobbe, perché ne aveva dimenticato
non solo il nome, ma anche il sapore.
«Fra mezz’ora decolliamo» gli disse il giovane, con un sorriso
affettuoso. «E in sei ore sarai a Cartagine, vecchio Robinson Crusoè!»
Sedettero all’ombra di un cespuglio. McCarty raccontò al giovane quale
era stata la sua vita di quei cinque terribili anni di esilio su Kruger III, le
lunghe, estenuanti ricerche, di giungla in giungla, di pianura in pianura,
dell’astronave perdutasi sull’immenso pianeta, prima della sua; gli parlò delle
mostruose bestie che egli aveva battezzato tigri e leoni per nostalgia della
Terra. E gli parlò di Dorothy, che viveva accoccolata sulla sua spalla… E
mentre parlava, alzò con tenerezza la mano, a cercare la piccola, dolce
creatura che gli aveva tenuto compagnia in quei terribili cinque anni.
Fu in quel momento che si accorse che l’espressione del giovane era
diventata come solenne, compassionevole.
«Dimmi, vecchio Robinson» disse a un tratto il giovane. «Che anno era
quando atterrasti su questo pianeta?»
La domanda stessa e il suo tono, più delle parole, fecero intuire a McCarty
quale fosse la delusione che lo aspettava in quel momento. Come si fa a tenere
un’esatta misura del tempo su un pianeta dove il sole non tramonta e le
stagioni non mutano mai?
«Siamo arrivati qui nel 2242» rispose, esitando, lentamente. Ci fu
silenzio, poi McCarty chiese, a bassa voce: «Di quanto mi sono sbagliato,
Archer?»
«Siamo nel 2272, McCarty…»
Ancora un lungo, penoso silenzio. Poi McCarty disse: «2272… Quanti anni
fanno, Archer?»
Gli pareva che la mente gli si smarrisse al punto di non saper neanche
fare un calcolo così semplice, ma la verità era che la realtà lo spaventava e
lui ne rifuggiva.
«Trent’anni, McCarty. Sei piovuto su Kruger III trent’anni fa… Quanti
anni avevi, a quel tempo?»
«Venticinque…»
Un’altra pausa. I silenzi sottolineavano quello scambio di frasi come
singhiozzi.
«Ora hai cinquantacinque anni, McCarty…»
«Sono passati trent’anni! Dio mio!»
«Non devi prendertela così. Non hai idea di come la medicina sia
progredita in questi ultimi vent’anni. Qualche mese di cure e ritornerai forte
e vigoroso come prima: non ci sarà nessuna differenza, tra i tuoi venticinque
d’allora e i tuoi cinquantacinque d’adesso».
Ma McCarty ripeté, come trasognato: «Dio mio!»
«Non prendertela così! In fondo non sei né malato, né vecchio. E poiché
stiamo per partire, è meglio che ti dica tutto subito, così smaltirai le
delusioni durante il viaggio e all’arrivo non ci penserai più, vecchio mio. O
vuoi che aspetti?»
«Che c’è ancora? Be’, è meglio che tu lo dica subito, qualunque cosa sia,
Archer».
«C’è che è un vero miracolo, vecchio, che tu abbia potuto resistere
trent’anni. Ma puoi ringraziare Iddio d’aver creduto che l’astronave di Marley
si fosse perduta su questo pianeta. Questo è Kruger III. L’astronave di Marley
si è perduta su Kruger IV. Perciò se tu avessi continuato a cercarla anche
tutto il resto della tua vita, non l’avresti mai potuta trovare. Ma almeno
questa speranza ti è bastata per non farti perdere la ragione…»
Fece una pausa, gli guardò la spalla, la spalla su cui era accoccolata
Dorothy.
McCarty non parlò.
«È come per Dorothy, capisci» proseguì allora Archer, con la voce un po’
arrochita, come se forzasse le parole ad uscirgli dalla gola. «È come per
Dorothy, sicuro. Non c’è nessun animaletto a cinque gambe e che somiglia a una
mano di donna, sulla tua spalla. Non c’è nessun animaletto di nessun genere,
vecchio mio. Dorothy è un prodotto della tua fantasia, una creatura
immaginaria. Ma ti è servito immaginarla, per tenerti compagnia, per non
dimenticare di parlare, per non impazzire, McCarty…»
Lentamente McCarty si riportò la mano sulla spalla. Non c’era più nulla.
«È davvero un miracolo che dopo trent’anni di questa vita tu sia ancora
quasi normale, vecchio mio» proseguì Archer. «Comunque, ci sono eccellenti
psichiatri, a Cartagine. E se l’allucinazione di Dorothy persiste, in poco
tempo, a Cartagine, te ne libereranno…»
«Non persiste. Anzi, dubito che Dorothy sia mai esistita» disse McCarty,
tetro. «Certo, mi ha molto aiutato il crederlo. Sì, per me era come… come una
mano di donna. Sono stato un po’ pazzo, ma ora è finito. Ora che si torna sulla
Terra…»
Archer lo guardò in silenzio e scosse la testa.
«Non ho ancora finito… Vedi, non si torna più sulla Terra, McCarty. Su
Marte, se credi, o tra i giardini tropicali di Venere. La Terra non è più che
un globo calcinato, deserto, dopo la guerra con le forze radioattive di Sirio».
McCarty ripeté, come un sonnambulo: «Niente più Terra. Niente più verdi
colline…»
Il suo viso era triste, ma calmo.
Archer lo osservò, trasse un respiro di sollievo.
«Sono lieto che tu la prenda a questo modo, vecchio mio! Temevo che tu…
Ma tutto è andato bene. Sei molto più in gamba di quello che credevo…» Si alzò,
gli batté una mano sulla spalla, con affettuosa forza: «Ora dobbiamo andare. Ma
vedrai che bella vita si conduce su Venere, vecchio mio. Altro che la Terra!
Andiamo…»
Si diresse verso l’astronave, voltando la schiena a McCarty, certo che
l’altro lo seguisse.
Ma McCarty non lo seguiva. Si era fermato, con un gesto lento aveva
estratto la pistola solare. La puntò, sparò. In un attimo Archer e la sua
astronave si dissolsero.
Il pianeta, ora, era tornato quello di sempre, bruno-rosso, deserto,
pianura e giungla rossa, giungla rossa e pianura e colline sabbiose
all’orizzonte, sotto il cielo violetto, sotto il sole che non tramontava mai.
McCarty infilò la pistola solare nella cintura e riprese la marcia verso
la striscia di giungla ai piedi delle colline lontane.
Camminando, si portò la mano sulla spalla. E la sua mano sentì la
piccola, dolce Dorothy accoccolata, tenera al tatto e liscia come una bella
mano di donna. La sua piccola Dorothy, la sua compagna di esilio per cinque
lunghi anni.
Disse: «Non ti preoccupare, Dorothy, troveremo l’astronave di Marley. Con
un po’ di pazienza la troveremo. Forse oggi stesso, laggiù, su quella striscia
di giungla ai piedi delle colline… e se non lì forse su quell’altra,
all’orizzonte… E quando l’avremo trovata sostituiremo i tubi elettronici alla
mia astronave e torneremo sulla Terra, Dorothy…»
Rise. Non aveva una risata da folle, no. Era una risatina dolce e
soddisfatta… «Ti farò conoscere le verdi colline della terra, Dorothy!»
L’accarezzò teneramente e riprese la marcia: riprese la marcia verso la
striscia di giungla, verso i leoni a otto zampe, verso l’orizzonte, sotto il
sole rosso che non tramontava mai…
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