venerdì 30 marzo 2018

181 Chissà come si divertivano! (di Isaac Asimov)



Così Asimov presenta queste breve racconto nell’introduzione all’antologia “Il meglio di Asimov” che lo contiene:
«Chissà come si divertivano! è probabilmente la sorpresa più grande della mia carriera letteraria. Un amico personale mi pregò di scrivere un raccontino di fantascienza per un giornaletto scolastico di cui era redattore, e io acconsentii, per pura amicizia. Ero convinto che la novelletta sarebbe apparsa per un giorno solo su qualche giornale, e poi sarebbe finita nel dimenticatoio.
Invece, venne pubblicata anche da Fantasy and Science Fiction e, con mia meraviglia, cominciarono a fioccare le richieste di ristampa. Sarà stata ripubblicata di sicuro una trentina di volte, e da una quindicina d'anni a questa parte continua ad essere richiesta e ristampata (anche ora, infatti).
Perché? Non lo so il perché. Se avessi la mentalità del critico (ma proprio non l'ho) cercherei di analizzare i miei racconti, calcolerei i fattori per i quali alcuni hanno maggiore successo di altri, coltiverei quei fattori e toccherei il culmine dell'eccellenza.
Ma al diavolo una simile idea. Se il prezzo del successo è la perdita della libertà di scrivere ciò che voglio, non sono disposto a pagarlo. Il mio temperamento non me lo consente. Scriverò quello che mi garba e lascerò che le analisi le facciano i critici. (Qualcuno, ieri, mi diceva che un critico è come un eunuco in un harem. Può osservare, studiare, analizzare... ma, da parte sua, non può far niente.)»
La prima pubblicazione di questo racconto è del 1951.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: «Oggi Tommy ha trovato un vero libro!»
Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand'era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c'era stata un'epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta.
Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com'era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c'erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta.
«Mamma mia, che spreco» disse Tommy. «Quand'uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?»
«Lo stesso vale per il mio» disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici.
«Dove l'hai trovato?» gli domandò.
«In casa.» Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. «In solaio.»
«Di che cosa parla?»
«Di scuola.»
«Di scuola?» Il tono di Margie era sprezzante. «Cosa c'è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio.»
Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L'insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l'altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l'Ispettore della Contea.
Era un omino tondo tondo, l'Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l'insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un'ora, l'insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L'ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: «Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L'ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l'andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente.» E aveva fatto un'altra carezza sulla testa a Margie.
Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l'insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s'erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.
Così, disse a Tommy: «Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?»
Tommy la squadrò con aria di superiorità. «Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l'avevano centinaia e centinaia di anni fa.» Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. «Secoli fa.»
Margie era offesa. «Be', io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa.» Per un po' continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: «In ogni modo, avevano un maestro.»
«Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.»
«Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?»
«Be', spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.»
«Un uomo non è abbastanza in gamba.»
«Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.»
«Ma va'! Un uomo non può saperne quanto un maestro.»
«Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.»
Margie non era preparata a mettere in dubbio quell'affermazione. Disse:
«Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.»
Tommy rise a più non posso. «Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.»
«E imparavano tutti la stessa cosa?»
«Certo, se avevano la stessa età.»
«Ma la mia mamma dice che un insegnante dev'essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.»
«Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.»
«Non ho detto che non mi va, io» si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò:
«Margie! A scuola!»
Margie guardò in su. «Non ancora, mamma.»
«Subito!» disse la signora Jones. «E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente.»
Margie disse a Tommy: «Posso leggere ancora un po' il libro con te, dopo la scuola?»
«Vedremo» rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.
Margie se ne andò in classe. L'aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l'insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.
Lo schermo era illuminato e diceva: «Oggi la lezione di aritmetica è sull'addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell'apposita fessura.»
Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c'erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.
E i maestri erano persone...
L'insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: «Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4 ...»
Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!



Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.