venerdì 13 gennaio 2017

34 Se questo è un uomo - capitolo 1 - IL VIAGGIO (di Primo Levi)



Nel primo capitolo di “Se questo è un uomo” Primo Levi racconta la sua cattura mentre si trova in montagna con un gruppo di partigiani, il trasferimento al campo di Fossoli e quindi il viaggio in un treno merci fino ad Auschwitz. Qui una sommaria osservazione delle condizioni di salute deciderà quali prigionieri verranno trattenuti a lavorare nel campo e quali mandati direttamente a morire nelle camere a gas: dei 650 ebrei che viaggiarono verso il lager con Primo Levi, 96 uomini e 29 donne vennero mandati a lavorare, gli altri vennero uccisi nei due giorni successivi all’arrivo.

IL VIAGGIO

Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.
Non mi era stato facile scegliere la via della montagna, e contribuire a mettere in piedi quanto, nella opinione mia e di altri amici di me poco più esperti, avrebbe dovuto diventare una banda partigiana affiliata a «Giustizia e Libertà» (1). Mancavano i contatti, le armi, i quattrini e l’esperienza per procurarseli; mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, in buona e in mala fede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente, di quadri, di armi, o anche solo di protezione, di un nascondiglio, di un fuoco, di un paio di scarpe.
A quel tempo, non mi era stata ancora insegnata la dottrina che dovevo più tardi rapidamente imparare in Lager, e secondo la quale primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga; per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti. Tre centurie della Milizia, partite in piena notte per sorprendere un’altra banda, di noi ben più potente e pericolosa, annidata nella valle contigua, irruppero in una spettrale alba di neve nel nostro rifugio, e mi condussero a valle come persona sospetta.
Negli interrogatori che seguirono, preferii dichiarare la mia condizione di «cittadino italiano di razza ebraica», poiché ritenevo che non sarei riuscito a giustificare altrimenti la mia presenza in quei luoghi troppo appartati anche per uno «sfollato», e stimavo (a torto, come si vide poi) che l’ammettere la mia attività politica avrebbe comportato torture e morte certa. Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano (2).
Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.
L’arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l’annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati.
Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura, avevano fatte pubbliche e vivaci rimostranze al commissario italiano per la difettosa organizzazione del servizio di cucina e per lo scarso quantitativo della legna distribuita per il riscaldamento; avevano perfino detto che presto un’infermeria avrebbe dovuto entrare in efficienza. Ma il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati.
Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza: noi avevamo parlato a lungo coi profughi polacchi e croati, e sapevamo che cosa voleva dire partire. Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l’atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l’odio o l’arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono.
Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati? Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.
E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire.
Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino voi non gli dareste oggi da mangiare?
Nella baracca 6 A abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero (3). Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovatolo.
L’alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case.
Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria.

Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, - Wieviel Stück? (4) - domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i «pezzi» erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?
I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi.

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.
Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità.
Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra (5).
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedemmo sfilare le alte rupi pallide della val d’Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola. Mi stava nel cuore il pensiero del ritorno, e crudelmente mi rappresentavo quale avrebbe potuto essere la inumana gioia di quell’altro passaggio, a portiere aperte, ché nessuno avrebbe desiderato fuggire, e i primi nomi italiani... e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino.
Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato.
Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri, coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine.
Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti. Pochi sanno tacere, e rispettare il silenzio altrui. Il nostro sonno inquieto era interrotto sovente da liti rumorose e futili, da imprecazioni, da calci e pugni vibrati alla cieca come difesa contro qualche contatto molesto e inevitabile. Allora qualcuno accendeva la lugubre fiammella di una candela, e rivelava, prono sul pavimento, un brulichio fosco, una materia umana confusa e continua, torpida e dolorosa sollevata qua e là da convulsioni improvvise subito spente dalla stanchezza.
Dalla feritoia, nomi noti e ignoti di città austriache, Salisburgo, Vienna; poi cèche, infine polacche. Alla sera del quarto giorno, il freddo si fece intenso: il treno percorreva interminabili pinete nere, salendo in modo percettibile. La neve era alta. Doveva essere una linea secondaria, le stazioni erano piccole e quasi deserte. Nessuno tentava più, durante le soste, di comunicare col mondo esterno: ci sentivamo ormai «dall’altra parte». Vi fu una lunga sosta in aperta campagna, poi la marcia riprese con estrema lentezza, e il convoglio si arrestò definitivamente, a notte alta, in mezzo a una pianura buia e silenziosa.
Si vedevano, da entrambi i lati del binario, file di lumi bianchi e rossi, a perdita d’occhio; ma nulla di quel rumorio confuso che denunzia di lontano i luoghi abitati. Alla luce misera dell’ultima candela, spento il ritmo delle rotaie, spento ogni suono umano, attendemmo che qualcosa avvenisse.
Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stata per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra. Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono fra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.

Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei Tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli. Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori. Poco oltre, una fila di autocarri. Poi tutto tacque di nuovo. Qualcuno tradusse: bisognava scendere coi bagagli, e depositare questi lungo il treno. In un momento la banchina fu brulicante di ombre: ma avevamo paura di rompere quel silenzio, tutti si affaccendavano intorno ai bagagli, si cercavano, si chiamavano l’un l’altro, ma timidamente, a mezza voce.
Una decina di SS stavano in disparte, l’aria indifferente, piantati a gambe larghe. A un certo momento, penetrarono fra di noi, e, con voce sommessa, con visi di pietra, presero a interrogarci rapidamente, uno per uno, in cattivo italiano. Non interrogavano tutti, solo qualcuno. «Quanti anni? Sano o malato?» e in base alla risposta ci indicavano due diverse direzioni.
Tutto era silenzioso come in un acquario, e come in certe scene di sogni. Ci saremmo attesi qualcosa di più apocalittico: sembravano semplici agenti d’ordine. Era sconcertante e disarmante. Qualcuno osò chiedere dei bagagli: risposero «bagagli dopo»; qualche altro non voleva lasciare la moglie: dissero «dopo di nuovo insieme»; molte madri non volevano separarsi dai figli: dissero «bene bene, stare con figlio». Sempre con la pacata sicurezza di chi non fa che il suo ufficio di ogni giorno; ma Renzo indugiò un istante di troppo a salutare Francesca, che era la sua fidanzata, e allora con un solo colpo in pieno viso lo stesero a terra: era il loro ufficio di ogni giorno.
In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente. Oggi però sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria, di ognuno di noi era stato giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il Reich; sappiamo che nei campi rispettivamente di Buna-Monowitz e Birkenau, non entrarono, del nostro convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne, e che di tutti gli altri, in numero di più di cinquecento, non uno era vivo due giorni più tardi. Sappiamo anche, che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.
Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere (6) macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.
Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all’altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla.
Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui (7). Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolato in avanti e le braccia rigide. In capo avevano un buffo berrettino, ed erano vestiti di una lunga palandrana a righe, che anche di notte e di lontano si indovinava sudicia e stracciata. Descrissero un ampio cerchio attorno a noi, in modo da non avvicinarci, e, in silenzio, si diedero ad armeggiare coi nostri bagagli, e a salire e scendere dai vagoni vuoti.
Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle, ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati così.
Senza sapere come, mi trovai caricato su di un autocarro con una trentina di altri; l’autocarro partì nella notte a tutta velocità; era coperto e non si poteva vedere fuori, ma dalle scosse si capiva che la strada aveva molte curve e cunette. Eravamo senza scorta?... buttarsi giù? Troppo tardi, troppo tardi, andiamo tutti «giù». D’altronde, ci siamo presto accorti che non siamo senza scorta: è una strana scorta. È un soldato tedesco, irto d’armi: non lo vediamo perché è buio fitto, ma ne sentiamo il contatto duro ogni volta che uno scossone del veicolo ci getta tutti in mucchio a destra o a sinistra. Accende una pila tascabile, e invece di gridare «Guai a voi, anime prave» (8) ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca (9), se abbiamo danaro od orologi da cedergli: tanto dopo non ci servono più. Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro Caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo.

(1) “Giustizia e Libertà” fu un movimento politico antifascista, che dopo la caduta del governo di Mussolini nel 1943 organizzò la lotta partigiana nel nord dell’Italia.
(2) Il governo fascista repubblicano (o Repubblica Sociale Italiana) si formò nel settembre 1943 nell’Italia occupata dai nazisti, in seguito alla caduta del governo di Mussolini nell’Italia monarchica: guidato da Mussolini e voluto da Hitler, questo governo durò fino all’aprile del 1945, quando i vari movimenti della Resistenza italiana e l’avanzata dell’esercito alleato dal sud al nord della nostra penisola riuscirono a farlo cadere.
(3) L’episodio ricorda la celebrazione rituale del giorno di festa, che per gli ebrei è il sabato, che vuole indicare il passaggio dalla eccezionalità della festa alla normalità dei giorni feriali; ma qui ha un valore opposto, perché le preghiere dei Gattegno indicano in realtà il passaggio dalla normalità alla tragicità del trasferimento nel lager.
(4) Wieviel Stück? = Quanti pezzi? Vergognosamente le persone sono considerate dal maresciallo tedesco soltanto dei “pezzi”, come se fossero merce.
(5) Allora nessuno sapeva cosa volesse dire Auschwitz (ormai divenuta il simbolo stesso dei lager nazisti), perciò quel nome, poiché corrispondeva sicuramente a qualche posto da qualche parte, procura un qualche sollievo ai prigionieri.
(6) Degenere nel senso di perverso, immorale. Chiaramente è detto in senso ironico, poiché tale doveva apparire il macchinista del treno alla maggioranza dei tedeschi, che mai avrebbero aiutato un ebreo.
(7) Sono dei prigionieri del lager, addetti al recupero dei bagagli dei nuovi arrivati; erano in qualche modo considerati dei “privilegiati”.
(8) “Guai a voi, anime prave” sono le parole che il demonio Caronte grida ai dannati che trasporta all’inferno, traghettandole al di là dell’Acheronte, nel canto terzo della “Divina commedia” di Dante Alighieri (vedi il post n° 28 in questo blog). Nel romanzo di Primo Levi vi sono molti riferimenti alla Commedia dantesca, a cominciare dal fatto che la “discesa” ad Auschwitz viene considerata come una sorta della “discesa all’inferno” del nostro poeta nazionale.
(9) Qui per “lingua franca” si intende un imperfetto miscuglio di tedesco ed italiano.

Un carro merci per il trasporto dei prigionieri ebrei nei campi di concentramento, conservato ad Auschwitz




33 Se questo è un uomo - Poesia introduttiva (di Primo Levi)



VOI CHE VIVERE SICURI

Il romanzo “Se questo è un uomo” venne pubblicato nel 1947 presso il piccolo editore De Silva, di Franco Antonicelli; con esso Primo Levi voleva rendere testimonianza del periodo di prigionia da lui trascorso nel campo di Monowitz, che faceva parte del complesso di Auschwitz. Ripubblicato da Einaudi (che l’aveva inizialmente rifiutato) nel 1958, ottenne un enorme successo, diventando una delle opere narrative più famose al mondo, tra quelle che hanno raccontato l’Olocausto. Inizia con una breve poesia, in cui l’autore esprime con pochi tratti la condizione disumana dei prigionieri nei campi di concentramento, per poi invitare al ricordo di quei fatti e lanciare una maledizione quasi biblica contro chi dimenticasse “che questo è stato”. Segue una breve Prefazione dell’autore.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
     Considerate se questo è un uomo
     Che lavora nel fango
     Che non conosce pace
     Che lotta per mezzo pane
     Che muore per un sì o per un no.
     Considerate se questa è una donna,
     Senza capelli e senza nome
     Senza più forza di ricordare
     Vuoti gli occhi e freddo il grembo
     Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
     O vi si sfaccia la casa,
     La malattia vi impedisca,
     I vostri nati torcano il viso da voi.

PREFAZIONE

Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Mi rendo conto e chiedo venia dei difetti strutturali del libro. Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli «altri», di fare gli «altri» partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano ed è posteriore.

Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato.

Il campo di concentramento di Auschwitz (Polonia) oggi






giovedì 12 gennaio 2017

32 Divina commedia - Inferno: canto ventesimosesto (di Dante Alighieri)

LA DIVINA COMMEDIA – INFERNO: CANTO VENTESIMOSESTO (di Dante Alighieri)


I POLITICI FRODOLENTI – ULISSE E DIOMEDE

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto i borni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante il villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia ed ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in su salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra il furto,
e ogni fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
ciascun si fascia di quel ch’elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

chi è in quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
alla vendetta vanno come a l’ira;

e dentro dalla lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fe’ la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamía ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».

«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che il priego vaglia mille,

che non mi facci dell’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perché fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove per lui perduto a morir gissi».

Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pièta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e delli vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola dalla qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l’uom più oltre non si metta;
dalla man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

de’ nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
dei remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto dalla luna,
poi che ’ntrati eravam nell’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché della nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque;
alla quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

(testo secondo l'edizione di Natalino Sapegno, 1968)

PARAFRASI


a venire....




31 Divina Commedia - Inferno: canto decimoterzo (di Dante Alighieri)

LA DIVINA COMMEDIA – INFERNO: CANTO SESTO (di Dante Alighieri)


I SUICIDI – PIER DELLA VIGNA

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da nessun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi colti.

Quivi le brutte Arpíe lor nidi fanno,
che cacciar delle Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E ’l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai nell’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torríen fede al mio sermone».

Io sentía d’ogni parte trarre guai,
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d'este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
Dall’un de’ capi, che dall’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì della scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
D’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su, dove tornar li lece».

E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’io un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi.

La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e delle corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio signor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’io a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’uom ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda alla settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, ed al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un rumor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente il porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due dalla sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che della selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue alle giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti, in vano.

«O Giacomo», dicea, «da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò il primo padrone; ond’e’ per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».


(testo secondo l'edizione di Natalino Sapegno, 1968)












domenica 8 gennaio 2017

30 Divina commedia - Inferno: canto sesto (di Dante Alighieri)

LA DIVINA COMMEDIA – INFERNO: CANTO SESTO (di Dante Alighieri)



I GOLOSI – CERBERO – CIACCO

Nel terzo cerchio Dante incontra le ombre dei golosi prostrate nel fango, sotto una pioggia eterna mista di acqua fetida, di grandine e di neve. Cerbero, un cane a tre teste, assorda gli spiriti con il suo latrare incessante e con le mani unghiate li graffia e li squarta. Fra i golosi Dante riconosce un fiorentino, Ciacco, e gli chiede di predirgli il destino di Firenze; Ciacco gli accenna all’esito delle discordie civili della città e alla rovina della parte Bianca, in cui anche il poeta sarà coinvolto e travolto. Le cause delle lotte politiche feroci che rovinano Firenze sono tre: l’invidia, la superbia, la cupidigia dei suoi cittadini.

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà de’ due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch'’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spiriti, iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.

E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch'abbaiando agugna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo inferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
D’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fe’ parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’adonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lacrimabil sono;
e io a lui: «Ancor vo’ che m’insegni
e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ’l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podèsta:

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura
dell’ombre e della pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’io non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.


(testo secondo l'edizione di Natalino Sapegno, 1968)

PARAFRASI:

Al ritornar delle mie facoltà, che si erano chiuse per la pietà nei confronti dei due cognati [Paolo e Francesca, vedi canto V], che tutto mi confuse per la tristezza,
nuovi tormenti e nuovi tormentati mi vedo d’attorno, comunque io mi muova e che io mi giri, comunque guardi.
Io mi trovo nel terzo cerchio, della pioggia eterna, maledetta, fredda e pesante; non cambia mai regola e qualità [cioè scenderà sempre uguale e allo stesso modo].
Grossa grandine, acqua scura e neve si riversano nell’aria tenebrosa; puzza la terra che riceve tutto questo.
Cerbero [un cane a tre teste della mitologia antica, con coda e crini di serpente], fiera crudele e mostruosa, con tre gole latra caninamente sopra la gente che è qui sommersa.
Ha gli occhi vermigli, la barba unta e sudicia, e il ventre ampio e le mani unghiate; graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta.
La pioggia li fa urlare come cani: pongono con un fianco riparo all’altro; i miseri peccatori si voltano spesso.
Quando ci scorse Cerbero, il grande vermo [termine dispregiativo per indicare un essere sozzo e mostruoso], aprì le bocche e ci mostrò le zanne; non aveva un membro che tenesse fermo [cioè si agitava tutto, in tutto il corpo].
E il mio duca [la mia guida, cioè Virgilio] aprì le sue spanne, prese della terra e con i pugni pieni la gettò dentro alle gole bramose.
Come quel cane che abbaiando agogna [cioè esprime la sua fame], e si acqueta solo dopo aver morso il pasto, poiché è intento e si affatica soltanto per divorarlo,
così si fecero quelle facce lorde del demonio Cerbero, che assorda talmente le anime, che vorrebbero essere sorde [per non sentirlo].


continua







29 Divina Commedia - Inferno: canto quinto (di Dante Alighieri)

LA DIVINA COMMEDIA – INFERNO: CANTO QUINTO (di Dante Alighieri)


I LUSSURIOSI - PAOLO E FRANCESCA

Ripresi i sensi, Dante si trova al di là dell’Acheronte, nel primo cerchio dell’Inferno, cioè nel Limbo, dove si trovano coloro che morirono senza aver conosciuto la grazia di Dio, o perché vissero prima del cristianesimo, o perché morirono prima di essere battezzati; sono anime esenti da colpe specifiche e non sono prive di meriti (come eroi, filosofi, scienziati e poeti) e la loro penna, tutta spirituale, consiste in un vano desiderio della vista di Dio.
Quindi Dante e Virgilio scendono nel secondo cerchio infernale, sulla cui soglia sta Minosse, il leggendario re di Creta, che ha la funzione di decretare quale sia la pena riservata ad ogni peccatore; poi i due poeti conoscono le anime del secondo cerchio. Sono i lussuriosi, coloro che in vita si abbandonarono alla passione amorosa. Tra di essi, stanno Paolo e Francesca, i due amanti che si amarono di un amore che li portò alla morte.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe nell’entrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor delle peccata

vede qual luogo d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide:
non t’inganni l’ampiezza dell’entrare!»
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Ora incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti alla ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di su li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vidi venir, traendo guai,

ombre portate dalla detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?»

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fe’ licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi il grande Achille,
che con amore al fine combattèo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volentieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!»

Quali colombe, dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, si tace.

Siede la terra dove nata fui
sulla marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fur porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?»

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!»

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lacrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse;

e caddi come corpo morto cade.


(testo secondo l'edizione di Natalino Sapegno, 1968)

PARAFRASI:

Così discesi dal primo cerchio giù nel secondo, che cinge minor spazio [essendo più piccolo], e tanto più dolore, che stimola ai lamenti.
Vi sta Minosse [il mitologico re di Creta, che, non avendo sacrificato un toro a Poseidone, ebbe come punizione il congiungimento della moglie con il toro stesso, da cui nacque il Minotauro], orribilmente e ringhia: esamina le colpe nell’entrata; giudica e manda [i dannati] secondo quanto si avvolge.
Dico che quando un’anima mal nata gli viene dinanzi, essa si confessa tutta; ed egli, gran conoscitore dei peccati,
vede quale sia il luogo dell’inferno è adatto ad essa; si avvolge con la coda tante volte quanti sono i gradoni infernali che vuole venga fatta scendere.
Davanti a lui ce ne sono sempre molte: ciascuna di esse va ad una ad una al giudizio [di Minosse]; esse dicono [i loro peccati] e odono [la pena a cui sono condannate] e vengono poi giù precipitate.
«O tu che vieni a questo albergo di dolore», disse a me Minosse quando mi vide, interrompendo l’esercizio del suo ufficio così importante,
«fa’ attenzione a come entri e di chi ti fidi: non t’inganni il fatto che l’entrata sia così ampia [e quindi facile]!». E il mio duca [= la mia guida] a lui: «Perché continui a gridare?
Non impedire la sua andata fatale [cioè voluta dal fato, da Dio]: si vuole così là dove si può ciò che si vuole e non domandare nient’altro».
Ora le voci dolenti cominciano a farmisi sentire; ora sono giunto là dove molto pianto mi percuote [= colpisce il mio udito].
Io giunsi in un luogo muto di ogni luce, che mugghia [= risuona] come fa un mare in tempesta, se è combattuto da venti opposti.
La bufera infernale, che non si arresta mai, sbatte gli spiriti con la sua forza travolgente: li molesta voltandoli e percuotendoli.
Quando giungono davanti alla rovina [secondo alcuni è il luogo franoso che esiste tra un cerchio e l’altro, provocato dal terremoto che si avverrò al momento della morte di Gesù, e attraverso cui Dante passa da un cerchio all’altro], qui le grida, il compianto, il lamento [si intensificano]; qui bestemmiano la virtù divina.
Compresi che a un tale tormento sono condannati i peccatori carnali, i quali sottomettono la ragione al loro appetito [alla loro passione. Cioè ubbidiscono alla loro passione, piuttosto che alla ragione].
E come le ali portano gli stornelli nella stagione fredda in una larga e piena schiera, così quel vento gli spiriti malvagi
li mena di qua, di là, di giù, di su; nessuna speranza li conforta mai, non solo di una pausa, ma nemmeno di una pena minore.
E come le gru vanno cantando i loro versi lamentosi, mentre in aria sono disposte in una lunga riga, così vidi venire, lanciando gemiti,
ombre portate dalla suddetta bufera: per cui io dissi: «Maestro, chi sono quelle genti che l’aria buia castiga in tal modo?»
«La prima di coloro di cui vuoi avere notizie» mi disse egli allora, «fu imperatrice di [molti popoli dalle] molte lingue.
Fu così rotta [= abituata] al vizio della lussuria, che rese lecito per legge fare ciò che ognuno volesse, per cancellare il biasimo in cui era incorsa.
Ella è Semiramide [leggendaria regina degli Assiri, che tutti gli scrittori medievali presentano come l’esempio tipico di lussuria sfrenata, in quanto ebbe un rapporto incestuoso con il figlio], della quale si legge che succedette a Nino e fu sua sposa [l’ordine cronologico vorrebbe che prima ella fu sposa di Nino e poi gli succedette sul trono, quando egli morì]: governò la terra che ora regge il Soldano [cioè il sultano d’Egitto; che in realtà non governava sulle stesse terre di Semiramide].
L’altra è colei che s’uccise essendo innamorata e venendo meno alla fedeltà giurata sulle ceneri di Sicheo [si tratta di Didone, che non mantenne la fedeltà giurata al marito Sicheo, quando egli morì, innamorandosi di Enea quando giunse a Cartagine; abbandonata da Enea, ella poi si suicidò]; poi c’è Cleopatra lussuriosa [in quanto amante di Giulio Cesare e poi di Marco Antonio]
Vedi Elena, a causa della quale scorse tanto tempo malvagio [Elena di Troia fu appunto la causa della guerra tra Greci e Troiani], e vedi il grande Achille, che infine dovette combattere contro l’amore [rimanendone sconfitto, secondo i racconti medievali; Achille, infatti, si era innamorato della figlia di Priamo e a causa di questo legame morì in un agguato a tradimento].
Vedi Paride [il rapitore di Elena], Tristano [che si innamorò di Isotta, moglie di suo zio Marco]»; e mi mostrò più di mille ombre e le nominò ad una ad una indicandole col dito, che l’amore dipartì dalla vita [cioè condusse a morte].
Dopo che ebbi udito il mio dottore nominare le antiche donne e i cavalieri, mi giunse [nell’animo] la pietà [qui nel senso di gran turbamento] e fui quasi smarrito.
Io cominciai: «Poeta, volentieri parlerei a quei due che vanno insieme e sembrano essere così leggeri al vento».
Ed egli a me: «Vedrai quando saranno più vicini a noi; tu allora pregali per quell’amore che li conduce ed essi verranno».
Così non appena il vento li piega verso di noi, mossi la voce: «O anime tormentate, venite a parlarci, se Dio non lo nega!»
Come colombe, chiamate dal desiderio, vengono per l’aria con le ali alzate e ferme al dolce nido portate dal volere [il desiderio e il volere che muovono le colombe sono l’istinto amoroso che le anima e le conduce ai pulcini nel nido];
così uscirono dalla schiera dove c’è Didone, venendo da noi per l’aria maligna [dell’Inferno], talmente forte fu il mio grido affettuoso.
«O essere animato grazioso e benigno che vai visitando per l’aria tenebrosa noi che tingemmo il mondo col sangue [il nostro o quello che fu versato per causa nostra; l’espressione è riferita a tutti i lussuriosi],
se il re dell’universo fosse pietoso verso di noi, noi lo pregheremmo per la tua pace, poiché hai pietà del nostro perverso male.
Di ciò che vi piace udire e parlare, noi udiremo e parleremo a voi, finché il vento, come sta ora facendo, soffia con minor impeto.
La terra dove sono nata [Ravenna] si stende sul litorale marino dove il Po discende per trovar pace con i suoi seguaci [cioè i suoi affluenti. Chi sta parlando è Francesca, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna. Poco dopo il 1275 andò in sposa a Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, uomo rustico, zoppo e deforme: si trattava di un matrimonio combinato tra le due famiglie, per ristabilire la pace dopo una lunga serie di contese. Anni dopo Francesca si innamorò di Paolo, fratello di Gianciotto, che scoprì i due amanti e li trucidò entrambi].
Amore, che veloce si apprende [= si attacca] al cuor gentile, fece innamorare costui della mia bellezza fisica che mi è stata tolta; e il modo ancora mi offende [questo verso può essere inteso in due modi diversi: il modo che offende Francesca può essere quello in cui venne uccisa, alludendo quindi a una particolare efferatezza del gesto di Gianciotto; oppure può essere quello che portò Paolo a innamorarsi di lei e che fu un modo talmente forte, da vincerla ancora adesso che è all’inferno].
Amore, che non tollera che chi è amato non riami, mi innamorò della bellezza di costui in maniera così forte, che, come vedi, ancor non mia abbandona.
Amore ci condusse ad una medesima morte: Caina attende chi ci uccise [Caina è una delle quattro zone dell’ultimo cerchio infernale, dove sono puniti i traditori dei parenti]». Queste parole ci furono dette da loro [in realtà sta parlando solo Francesca, la quale però si esprime anche in nome di Paolo].
Quando io intesi quelle anime travagliate, chinai gli occhi e li tenni tanto bassi, finché il poeta mi disse: «Che ne pensi?»
Quando risposi, cominciai: «Ohimè, quanti dolci pensieri, quanto desiderio condusse costoro al passo doloroso [della morte, secondo alcuni, della colpa amorosa, secondo altri]!»
Poi mi rivolsi loro e parlai io e cominciai: «Francesca, il tuo martirio mi rende tristo e pio fino alle lacrime.
Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, cosa fu e in che modo che Amore vi concesse di conoscere i desideri pieni di dubbio?»
E quella a me: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria; e il tuo dottore [Virgilio] lo sa.
Ma se hai un così grande desiderio di conoscere la prima radice del nostro amore, te lo dirò come colui che piange e dice.
Noi un giorno leggevamo per diletto la storia di Lancillotto e di come amor lo strinse: eravamo soli e senza alcun sospetto [cioè senza alcun presentimento di quel che sarebbe successo]
Quella lettura ci sospinse più volte a scambiarci gli sguardi e ci scolorì il viso [ci fece impallidire]; ma un punto solo fu quello che ci vinse.
Quando leggemmo che il sorriso desiderato venne baciato da un tale amante [cioè quando Lancillotto baciò Ginevra, moglie di re Artù], costui, che non sarà mai separato da me,
tutto tremante mi baciò la bocca.  Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non leggemmo più oltre» [Nel romanzo di Lancillotto del Lago, Galeotto è il personaggio che spinge Lancillotto e Ginevra a rivelarsi il reciproco amore; il nome proprio è divenuto un nome comune ad indicare chi o che cosa spinge a rivelare il proprio amore a qualcuno; così Francesca definisce galeotto sia il libro, sia chi lo scrisse, poiché è attraverso quel libro che ella cedette all’amore di Paolo]
Mentre uno spirito diceva queste parole, l’altro piangeva, cosicché per la pietà io venni meno come se io morissi;
e caddi come cade un corpo morto.

William Dyce, Francesca da Rimini (1837)

Ary Scheffer, Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca (1835 circa)

All’episodio di Paolo e Francesca si è ispirato anche il compositore russo Pëtr Il'ič Čajkovskij (1840-1893) che nel 1876 compose una fantasia sinfonica, intitolata “Francesca da Rimini”.
La composizione è articolata in tre parti:
1- la bufera infernale trascina “di qua, di là, di giù, di su” gli spiriti dei lussuriosi
2- Francesca canta il suo amore
3- l’inferno richiama i due amanti alla realtà; per gli infelici amanti, ricomincia la pena eterna.

Puoi ascoltarla, cliccando qui sotto: