martedì 3 ottobre 2017

116 Che cos'è un'educazione? (di Luigi Meneghello)



Nel 1976 Luigi Meneghello pubblica “Fiori italiani”, un romanzo-saggio che si ricollega a “Libera nos a malo” affrontando gli anni Venti-Quaranta e la biografia dell’autore dal punto di vista dell’educazione a lui (e agli italiani dell’epoca) impartita durante l’epoca fascista. Nel primo capitolo (che qui riporto integralmente) Meneghello racconta in particolare la scuola elementare italiana degli anni Venti-Trenta del Novecento, descritta con la vena ironica tipica di questo nostro grande scrittore. Interessantissime sono le pagine dedicate ai modi in cui il fascismo si faceva propaganda attraverso i libri unici adottati nelle classi quarte e quinte.

Che cos’è un’educazione?
Una volta in Inghilterra il soggetto di questa storia, S. (1), fu invitato a far parte di un panel (2) e accettò. Nei giorni che seguirono si domandava con una punta di smarrimento, che cosa sarà?
Venne il giorno, e S. si trovò in quel panel davanti a centinaia di studenti in semicerchio. In mezzo al panel c’era il vicepreside della facoltà, grecista, rotondo, scozzese: dalla parte di qua un chimico appena arrivato dalla Nuova Zelanda, uomo di piccola corporatura e di bellissime speranze, e dall’altra parte una giovane filosofa del tipo no-nonsense, enorme, energica, la quale alcuni giorni prima nella casetta del poeta John Wain (a quel tempo era poeta) aveva mangiato quasi da sola un prosciutto lesso destinato all’intera compagnia, parlando con grande impegno e qualche grande rutto. Accanto a lei c’era infine un irlandese in esilio, germanista o quasi. Un signore segaligno, che nella sua prima maturità aveva scritto una poesia sul controllo delle nascite: due vecchietti, maschio e femmina, sposati, senza figli, siedono al caminetto e rimpiangono il loro “malvagio atto di autocontrollo” ormai del tutto irrimediabile.
Il panel aveva anche un tema, l’education sotto il profilo della specialization (3). Si trattava di fare dei discorsetti a turno.
Il grecista (era un epigrafista) disse che siamo impalati sui corni di un dilemma. O uno si specializza sul serio e viene a sapere tutto su niente, oppure all’incontrario. Pareva molto soddisfatto, raggiante.
Il neo-zelandese spiegò agli studenti francamente che l’università esiste perché noi docenti abbiamo da fare le nostre ricerche, questa è la parte seria della faccenda e voialtri andate in merda. Era un giovane dalla voce straordinariamente virile, e tutto ciò che diceva aveva un’aria virile.
La filosofa parlò della tension, non solo in relazione al problema dello specializzarsi, ma nella vita in generale, nella nostra condition. Come la procellaria (e non so con quali mezzi) segnala l’arrivo della tempestosa procella, così quella pesante giovanotta attraversata da scosse di eccitazione, annunciava le tempeste che poi abbiamo veduto venire. Non ricordo più che cosa dicesse l’esule irlandese, ma è praticamente certo che parlò di W. Goethe perché ne parlava sempre, come A. Barolini (4).
Quando venne il suo turno, S. consigliò a tutti di specializzarsi, provando per l’occasione un avverbio appena imparato. «Specialize recklessly!» (5) disse; con la solita riserva mentale, io neanche morto. Aggiunse alcune battute da ridere di cui nessuno s’accorse, e delle osservazioni gravi che il pubblico accolse con grandi risate. Parlava accoratamente dei propri studi, del triste ambiente della sua università: più cercava di spiegare com’era triste Padova e più ridevano. Un trionfo.
Alla fine si alzò tra l’uditorio un ragazzotto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a rimproverare il panel per aver trascurato l’aspetto più importante dell’educazione, quello floreale. «Noi siamo vasi di fiori» disse. «Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire.»
S. si portò a casa la teoria dei fiori in vaso e ci pensò su qualche anno. Ora sta con le altre nel bugigattolo dove teneva le teorie sull’education. Sono andato a rivederle, e mi pare che non ce ne sia una che getti luce sul processo della sua propria educazione intellettuale. Sembrano chiare solo le domande: quanto tipica era, quell’educazione, e di che cosa era tipica? Quanto importante è saperlo, in relazione ai nostri interessi di oggi? Si tratta solo di aspetti curiosi di una cultura di terz’ordine, com’era allora la nostra, e come c’è chi pensa che sia rimasta?

A scuola S. riuscì bravo, quasi troppo. Veramente, quando sui dieci anni dovette andar giù a Vicenza a fare l’Esame di Ammissione (6), la mamma predisse che lo avrebbero ridimensionato. «Qui fate figura di essere bravi» ci ammonì «perché siete i figli della maestra.» (7)
S. fece quell’esame con uno slancio di cui si sono persi i documenti: salvo che per spiegare un teorema intorno alla natura dei triangoli di carta chiese un paio di forbici, e questo fu preso per un segno di viva intelligenza. O, e inoltre che analizzando la grammatica superficiale di Vorrei sapere da lorsignori… (8) disse che «parrebbe» che ci fosse un complemento d’agente, ma invece non c’è: e suggerì che si potrebbe considerarlo un complemento di consultazione. Alla fine quando andarono a vedere i risultati, non era stato ridimensionato, anzi aveva fatto figura di essere il più bravo di tutti, non però di tutte, essendogli passata davanti una ragazzetta; e questa fu l’unica volta nella sua carriera scolastica che riuscì secondo a qualcuno.
Così S. si trasferì da una sfera culturale a un’altra; dal mondo della cultura paesana che era parlata e dialettale, a quello della cultura urbana, che era scritta e in lingua. La prima era sentita come un modo di vivere, con le idee incorporate negli istituti e nei costumi; l’altra invece pareva quasi solo un sistema di idee, non connesse col nostro modo di vivere, e forse con nessun altro. La prima si poteva chiamare italiano soltanto nel senso ampio che anche noi eravamo in Italia; l’altra si presentava esplicitamente come la Cultura Italiana, cioè il sistema di idee proposte agli Italiani (una categoria incerta) come specchio di un modo di vivere probabilmente inesistente. Era letteralmente unitaria, si dava per sottinteso che poteva essercene, o non essercene, una sola.
Considerata dalla prospettiva del paese essa appariva inoltre del tutto statica. Alcune parti del sistema si erano formate o modificate di recente, ma non ci si aspettava più che si muovessero. Per parte sua, S. non si rese mai conto, finché non lasciò l’Italia in età provetta (9), che anche la cultura urbana diviene.
Questo era un effetto della generale immutabilità dell’ambiente paesano. Si potrebbe dire che l’intera nozione del divenire delle cose era assente. Si vedeva che c’è in natura una specie minore di divenire, le piantine che crescono da un seme, la gente che in principio è bambina e poi diventa grande, mette i mustacchi, più folti nei maschi. Ma restava fermo il concetto (non lo credevamo un concetto, e non ci accorgevamo di pensarlo: era lui che pensava insediato nelle nostre teste) che qualcosa di centrale non diviene affatto. Non c’era dubbio che gli zii erano stati bambini: ma neanche c’era dubbio che erano gli stessi zii, già zii nella culla, e talvolta si vagheggiava la capricciosa immagine dello zio Checco infante, molto ridotto nella scala ma uguale in tutto il resto, col bavagliolo, la faccia ossuta, le rughe intelligenti…
Si stava all’interno di una sfera immutabile, che non si riteneva di fattura umana, e nemmeno di natura storica. Leggi analoghe a quelle che governano le stagioni racchiudevano il nostro mondo come calotte di quarzo: in realtà erano state fatte alcuni secoli or sono, da gente di chiesa forse in parte di origine paesana, al servizio di una diversa forma di cultura urbana allora in auge e in seguito deperita; dunque anche in queste faccende c’è divenire, ma questo sono io che lo dico col senno eracliteo di cui ora sono pieni i fossi. Di quelle leggi erano custodi i preti, bonari custodi, e bonari sorveglianti della nostra prigione. Bonari perché i prigionieri non volevano fuggire!
Dentro alla sfera del quarzo ci si sentiva liberi di parlare e di vivere come credevamo, e questo formava la base della nostra propria cultura paesana. Se la maggioranza di noi erano contadini, la parte traente era artigiana. Le nostre idee erano un’elaborazione di idee di artigiani, o di idee di contadini interpretate da artigiani (i contadini non si curavano di esprimerle) con qualche spizzico di novità esotiche introdotte dai più abbienti, per esempio la Tenda Rossa (10) e il Pericolo Giallo (11).
Questi ultimi sono esempi dei modi in cui la cultura urbana s’infiltrava in paese, attraverso il veicolo dei giornali e dei rari libri. Ma la sede ufficiale in cui avveniva l’incontro era la scuola, che finiva per organizzarsi come una specie di settore separato, con leggi e caratteristiche proprie. Questo si vedeva più chiaramente nei due ultimi anni delle elementari, terminato il lavoro preparatorio di imparare a leggere e a scrivere in proprio la lingua urbana. I vantaggi immediati parevano assai modesti: si acquisiva una tecnica per fare considerazioni in malafede sulle sofferenze dei passerotti (12), e qualche formula per descrivere (un po’ oziosamente) la neve che cade e la neve caduta (13). La lettura poi forniva soltanto un repertorio di frasi in bella copia, di cui non si sentiva il bisogno, o tutt’al più dei contesti in cui far risaltare qualche espressione gergale come quo vadis? o tiremm innanz!
Il vero lavoro di trasmissione della cultura cominciava in quarta. Era suddiviso in due parti, il Libro di Lettura e il Sussidiario. Dal Sussidiario si ricavavano gli elementi di un’analisi scientifica del mondo, l’elegante rapporto tra la pioggia e la fame, come volano i dirigibili, cosa fanno ai fulmini i parafulmini, e con che cosa confinano gli stati. Il Libro di Lettura conteneva tutto il resto, la Gioconda, la Cavallina storna, Giovanni Berta (14).
Qui però si faceva esperienza di una curiosa distinzione tra il contenuto di un libro e il contenente, il libro stesso. Questo ha una sua personalità, trasmette qualcosa di proprio.
Considerato come contenente, il Libro della IV classe elementare (erano “libri unici”, editi dalla Libreria dello Stato) era una peste. Intanto sotto il profilo linguistico risultava subito che altro è compitare frasi in lingua (cosa innocua), altro leggere in lingua qualcosa che richiede almeno la sospensione dell’incredulità. Già nell’attacco del primo racconto - che negli anni intorno al 1930 dev’essere stato letto da alcuni milioni di italiani e di italiane - suonava un campanello d’allarme.
“Nella famiglia di Pasquale il casellante...’
Quel piccolo “il”, intruso nella sfera di Checo mistro, Nane becaro (15), assumeva una violenta carica negativa, come segnalando: questa gente non c’è. Non era però principalmente la lingua che dava fastidio, certo non il suo lessico. Nella pagina di apertura si trovava (col babbo, il bucato, il becchime) la bruciaglia, il truogolo, l’uscetto del pollaio, la cocca del grembiule, e un paio d’ova. Altrove c’era perfino una votazza (16). Queste si sentivano come coloriture del dialetto urbano, comiche. Ciò che turbava era il resto. Pareva di entrare nel regno dei morti. Piccole illustrazioni inchiostrate in modo funebre scaricavano angoscia. Altrettanto faceva il casello ferroviario su cui verteva quel primo racconto. Un casello, benché ignoto a noi che non avevamo ferrovia, non sarebbe in sé una cosa irreale: in Italia ce n’è una strage, questo aveva il N. 793. Ma il fatto è che per questo casello non passavano treni, neanche uno! Neanche un piccolo merci, neanche un fischio. Un racconto di ventiquattro pagine intitolato “Casello ferroviario N. 793”, e non ci si trova la parola treno! Per quanto ne sapevamo noi, il termine giusto in italiano potrebbe anche essere truogolo.
Ogni racconto aveva il suo spunto angoscioso. Si ascoltava un gocciolone parlante spaventare una gocciolina. Stavano entrambi in bilico su una dalia, col rischio continuo di cascare in una pentola sporca (la massaia l’aveva messa lì sotto le dalie) e di andare a finire nella fogna, che è “l’inferno delle gocce d’acqua”, e di lì nella cloaca, “un vero fiume sotterraneo, nel quale ognuna di noi trascina qualche milione di bacilli”.
La gocciolina: “Son tutta calda e commossa” (evaporando).
Il gocciolone: “Addio, addio”.
Si ritrovavano due anni dopo. La gocciolina ne aveva viste di tutti i colori. Era stata anche nell’Acquedotto Pugliese. Quasi tutto, al principio degli anni trenta, andava a finire nell’Acquedotto Pugliese (17). Quello di Nuova York è lungo 144 chilometri, quello di Los Angeles 378. In Australia ce n’è uno di 564. Ma questo è il maggiore del mondo, ha una rete di canali lunga ben 1598 chilometri.
Oppure prendiamo il contadino macaco che non era mai contento e si chiamava Fortunato. “Di che brontoli?” diceva sua moglie. In giugno quando si miete aveva caldo; in ottobre quando si vendemmia aveva la luna. Vendette i campi e andò in città a lavorare. Si stava malissimo. Il primo figliuolo si mise a tossire. “Che male è, dottore?”
“Il solito male. Si è in troppi quaggiù. Se uno ha un malanno, ne contagia altri cento. Tornate in campagna.”
Così Fortunato seppellì il figliuolo e tornò in campagna, e quando veniva la sagra del grano o quella dell’uva, diceva: “Sia benedetta tutta questa allegria”.
Non parliamo poi dei due sposi novelli in una capanna. Agapito pescava trote e tagliava legna. Sua moglie Giuditta (a volte è macaco il marito, a volte la moglie) disse: “Che bisogno abbiamo noi di figliuoli? Non siamo felici?” e lui le rispose: “Sia fatta la tua volontà”. Venne una grande pioggia e portò via la capanna. Pazienza, Agapito ne fece un’altra. Un giorno disse alla moglie: “Ormai la nostra vecchiaia è vicina. La casa è vuota e triste”. Arrivò un cane che pareva un lupo. Lo chiamarono Lupo e lo tennero come un figlio. Un giorno Lupo trovò un bambino nel bosco. “Oh che bel bambino!” esclamò Giuditta. Lo chiamarono Benvenuto. Passò per di lì la mamma vera. Diceva che avvicinandosi alla capanna il suo cuore si era mosso. Giuditta le disse: “Che sappiamo noi del cuore degli altri? Ci vuol tutto che conosciamo il nostro!”. Ma poi la mamma si riprese il figlio e i due restati “soli per sempre” furono trovati da un cacciatore morti di gelo accanto al focolare rosso ancora di braci. (Diavolo, è la storiella dell’esule irlandese di pag. 9.)
Il cuore era il vero motore del libro, come negli Ossi di Seppia (18). C’era perfino un bambino che cedeva il suo cuore a un mefistofelico vecchio in cambio di un cucciolo. Da quel momento diventava molto birichino. Un giorno addirittura annegò il cucciolo in un pozzo. Lo guardò dibattersi là in fondo finché scomparve. Per riavere il suo cuore avrebbe dovuto versare un bicchiere di lagrime, ma era un circolo vizioso, per piangere ci vuole il cuore. Alla fine arrivò una donna che gliele pianse. Chi poteva essere quella donna?
Così era fatto il contenente, una serie di racconti separati da poesie e citazioni, con ruscelli, fiori, albe, temporali, uccelletti. Il compilatore era Angiolo Silvio Novaro, ma avevano collaborato anche Esiodo, Arturo Graf, Machiavelli, Ada Negri, ecc. Le parti dure del contenuto venivano introdotte con una tecnica semplice e potente.
A Maria Concetta piacciono certe poesiole.
La mamma: “Che dirai quando conoscerai i grandi poeti, a cominciare da Omero?”.
Maria Concetta: “Omero? chi sarebbe Omero?”.
Seguono profili di Omero, Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso e Passata è la Tempesta (19).
(Poco Gesù in complesso, poco papa, e poco D’Annunzio. Il prezzo era lire 7, che mi pare spaventosamente alto.)

Era risaputo che la cultura urbana può dar accesso a una sfera privilegiata della realtà: si tende a mangiare meglio, e faticando meno. Non per questo la gente (che pure ne parlava in tono di ossequio) si sbracciava per procurarsela: e nessuno credeva che nelle scuole essa venisse davvero posta a disposizione di tutti. A tutti ne veniva fornito un campione, poi i figli dei contadini filavano alla vanga e alla falce, e gli altri alle botteghe e ai deschetti; avendone appreso quanto bastava a rammentargli che c’era, quasi per intimorirli.
Dal paese quell’anno l’Esame di Ammissione andarono a farlo in cinque ragazzetti e zero bambine (c’erano forse mille famiglie nel centro e altrettante nel contado) e cioè, oltre a S.: Mino, marsari; Piareto, fornari; Berto, osti; più un contadinotto che mi pare chiamassimo Bue (così, in italiano). Due soli furono promossi, l’altro fu Piareto, una cui sorella che si chiamava Ita una volta per errore aveva mangiato una mosca insieme con una cucchiaiata di riso-e-patate su cui era venuta a posarsi all’ultimo istante: e da questo si vede che erano popolani. Non c’erano esempi di borghesi che avessero mangiato mosche, è una di quelle cose che declassano immediatamente; e del resto la fornaria del papà di Piareto non prosperava, e andò presto in rovina.
Anche l’atteggiamento verso le mosche (come tutto il resto) rifletteva le distinzioni tra i ceti della popolazione, e confermava lo stacco su di noi tutti della cultura urbana. Quest’ultima insisteva con una certa petulanza che alle mosche bisogna fare la guerra, e, s’intende, vincerla. Da noi i popolani erano seccati con le mosche, ma non al punto di affrontarle in guerra. I contadini poi mostravano un’indifferenza assoluta. Una volta in campagna, a mezzogiorno, S. entrò in una cucina di contadini e vide sopra la tavola un gran panaro (20) di polenta nera; ma non era polenta nera, era una cosa ancora più mostruosa, una polenta interamente coperta da un mantello di mosche. Agitando la mano si poteva farne sloggiare dei grossi sciami, che con una certa evoluzione si riabbattevano tosto sulla polenta occupando ogni interstizio. Si poteva anche, fonte in teoria di notevole soddisfazione, catturare un numero strabiliante di mosche, ma senza mai ridurre il numero infinito delle mosche sul panaro…
Ma anche gli accorgimenti dei borghesi del centro per rendere la vita un po’ più difficile alle mosche non erano veri strumenti di guerra: le rivoltanti e piuttosto affascinanti strisce della carta moschicida, gialle, tendenti al rosato, coi motorini delle mosche che s’accendevano come a turno qua e là; le moscarole di vetro, marginalmente meno rivoltanti, col fossatello dell’acqua avvelenata color viola, una sorta di sagra con risvolti funebri, in un paese affollato, chiuso, trasparente; le altre più antiche moscarole, gabbie di rete metallica appese in cantina, che del resto servivano piuttosto a proteggere le mosche dalla concorrenza dei topi… Proprio in quegli anni ci era stato trasmesso un mezzo urbano, associato coi carabinieri, spruzzabile da macchinette, il flit (21), che data la sua provenienza presentava forme scritte e perciò recitabili: un prodotto che (si sente il ritmo) distrugge mosche, zanzare, formiche, tignole, pulcipi, docchici, micipi, attole…
I punti di contatto tra i carabinieri e la cultura urbana erano sorprendentemente numerosi. Per mostrarsi idonei a prendere la tremenda martellata di investitura dovevano prima fare un compito scritto, su qualche aspetto dei presupposti storici del sistema. Avevamo in paese un carabiniere del cui componimento su “Napoleone” era noto il testo, elaborato in lunghe ore di fatiche: Napoleone, diciamo così, ha stato, il nostro ei fu (22). I testi scolastici ci mostravano l’Arma al lavoro anche in cielo.

     E piove e piove e piove: e i nuvoloni neri
     vanno pel cielo in ronda come carabinieri;
     e il sol quasi bandito spinto da loro in caccia
     mostra di tratto in tratto la spaurita faccia. (23)

Altre scritture ci incoraggiavano a dir bene del pane, “profumo della mensa, gioia del focolare”. Ripetevamo malconvinti queste litanie trasmesse al paese direttamente dal Duce su un cartellino che in occasione di una campagna pro-pane ci consegnavano per niente, senza volere soldi, nelle botteghe.
Rispettate il pane… Onorate il pane… Amate il pane…
Noi solevamo per antico costume baciare il mezzo panetto che cascava per terra, ma amarlo… I più piccoli lo mostravano al focolare con timida curiosità. Il focolare non dava segni di gioia.
Di origine urbana era tutta la roba fascista. Era nata nelle città, sotto la fredda acquerugiola, quando era stato tumulato il Milite Ignoto, che del resto sapevamo di essere proprio noi destinati un giorno a identificare, con la travolgente certezza che sarebbe risultato che era uno di Malo. Sullo slancio, si era marciato su Roma. E marcia e marcia sotto quella fredda acquerugiola, riparando la polvere con le mantelline…
Polvere di carbonella, raschiature di salnitro dai muri ammuffiti, mancava lo zolfo: ma S. era venuto a sapere che un po’ di zolfo c’è nell’urina. Così al potente impasto preparato in sottoscala, spargemmo sopra grandi spruzzi di zolfo; ma la deflagrazione, sentita come un fatto urbano, e in cui non ci sarebbe importato di perire, non venne.
S. aveva trovato nella biblioteca della mamma, coi Miserabili e i Divoratori (24), un magnifico libro che conteneva settecento esperimenti. Producevano piccole deviazioni quasi magiche nel corso della natura, gli aghi galleggiavano a pelo dell’acqua, la canfora li faceva viaggiare a raggera, le uova diventavano caldaiette sbuffanti che senza ausilio di eliche o vele muovevano sui pelaghi dei mastelli le navi di cartone (scatole da scarpe) con le prue a spartineve cucite sul davanti.
Altri aspetti della cultura urbana, quelli umaniori, riuscivano più disturbanti. Essa si piccava di mettere in parole i sentimenti intimi della gente. Spesso non parevano cose da dire.
E tu nel tuo dolor solo e pensoso / ricercherai tua madre… Uffa!... nel sen che mai non cangia avrai riposo (25). S. andò a nascondersi nella lissiara (26), dove fu trovato (e proprio da sua madre) sotto un vecchio banco da lavoro, sconvolto dai singhiozzi. Nasce qui un piccolo problema. Le parole erano indiscutibilmente forestiere e cittadine: ma la cosa che andavano a centrare, che prima non si poteva nemmeno sapere che ci fosse ma ovviamente c’era, non doveva essere nata in seno, anzi nel sen che mai non cangia, della cultura paesana?
Un giorno S., assistito da alcuni di noi, stava cercando di far sprizzare un po’ di raggi catodici da una boccetta da medicine in cui aveva fatto il vuoto succhiando l’aria con la bocca, e immesso corrente elettrica con un magnete d’automobile, di quelli che si facevano funzionare girando un manichetto. L’apparecchio era immorsato nella seconda morsa al banco dell’officina; l’intera équipe era incappucciata con un sacco, per vedere meglio l’efflusso, e S. teneva alzata la mano che i raggi dovevano attraversare; un assistente girò il manichetto, vennero molti scossi, senza traccia di fluorescenza catodica. Le cose urbane, pur non funzionando appieno, vivevano tuttavia; nel cielo di un libro (non mai confrontato con quello sopra l’orto) s’era intromessa una stella gigantesca, esotica anche nel nome, Betelgeuse, piena di gas rosso sottilissimo; era una delle Luci dell’infinito (Eddington?) lungamente rimirate nella vetrina di Chiovato in città, e un giorno del 1932 incredibilmente comprate; tra le quali la Compagna di Sirio faceva i suoi numeri oscuri. Avevamo dunque quasi un filo diretto con la cultura urbana. Non appena S. andò in città ad attingerla alla fonte, queste vene si seccarono, la compagna di Sirio andò sotto: come una civiltà antica quei floridi anni svanirono, S. dovette ricominciare per conto suo a riflettere sulle stelle guardando direttamente il magro cielo notturno, e risolse in modo indipendente il problema della via Lattea, che (intorno al 1935) affermò essere «noi, visti dall’altra parte».

In un settore particolare l’educazione di S. era già compiuta quando cominciò ad andare a scuola in città: l’inquadramento storico e politico del fascismo. Qui la scuola elementare risultava efficace, ciò che c’era da imparare s’imparava in modo definitivo, e non occorreva più tornarci sopra per tutto l’arco degli studi successivi. Era l’equivalente esatto di ciò che accadeva con la dottrina cristiana: la parte che conta si era già assorbita prima dei dieci anni. Su questo piano i libri di lettura funzionavano a meraviglia; perfino quello di quarta diventava concreto e interessante.
Torniamo un momento, sul piano storico politico, nel Casello N. 793.
La famiglia di Pasquale-il-casellante è a tavola, c’è un ospite, un bagnante forestiero (siamo a pochi passi dal mare), al quale mancano due dita di una mano. Gli domandano cos’è stato.
La guerra – rispose il signor Lucio – Fortuna che si tratta della sinistra. Iddio mi ha protetto! Successe un silenzio durante il quale tutte le pupille si fissarono sul mutilato; ma la moglie disse: Mio marito la guerra l’ha fatta sul serio. Lui non vuole che si dica, ma è così. E s’è anche guadagnata una medaglia d’argento con una splendida motivazione…
Cara Gegia, - interruppe il signor Lucio – non esageriamo! Se tu adoperi le parole più belle per un modesto fatto come il mio, che dirai dei veri eroi? Per esempio, d’un Cesare Battisti?

Seguono alcune biografie di eroi: Battisti, Sauro, Enrico Toti, Baracca e il Re. Il signor Lucio parla delle sue esperienze di guerra e della sua ferita, dell’amaro ritorno in paese, degli sputi sulla divisa e sul nastrino.

Da quella propaganda la gente semplice era avvelenata. Alcuni fremevano, sì: ma erano pochi, disuniti e come osare?... A me la guerra aperse gli occhi. Io mi vanto d’essere stato il primo fascista del mio paese…
A questo punto Clementina avrebbe voluto dire: E io sono una piccola italiana… Ma il cuore le batteva, e tacque.
Natalino invece esclamò: E io, quando il maestro chiese chi voleva iscriversi fra i Balilla fui il primo ad alzarmi.
Difatti – sorrise il signor Lucio – non c’è bravo ragazzo che non sia Balilla, oggi. Ma quei giorni le cose andavano male assai: tutto crollava.
Che sorte sarebbe toccata all’Italia se nel 1919 Mussolini non avesse fondato i Fasci?...
Ma Roma era ancora lontana, e sapete quanti martiri doveva fare il fascismo prima d’arrivarvi? Più di tremila!

Segue un succinto martirologio, nomi e cognomi, date, circostanze del martirio: bastonato e colpito con pugni e calci e rovesciato sul parapetto per essere buttato nel fiume… gronda sangue e, aggrappato ai ferri del parapetto, si dibatte per non precipitare… i suoi persecutori gli schiacciano le dita, ecc. quando l’elenco è finito (ma è incompleto, dice il narratore, solo un campione).
Basta! – interruppe la moglie del casellante. – È possibile che la creatura umana sia capace di tanta ferocia? Difatti, ora stentiamo a credere che tutto ciò sia veramente accaduto. Ci sembra quasi un sogno. A distanza di pochi anni dalla marcia su Roma, mentre noi stiamo parlando, ecco che il Paese vive la sua vita operosa, ordinata e sente che c’è chi veglia pensando al suo avvenire.

“Chi” vegliava e noi immediatamente sotto facevamo la nanna.

     Con una rama di fiorite rose
     Batte l’aurora alle porte de’ cieli: (…)

     L’aurora batte con le rose accese,
     La rondinella grida e allarga l’ale:
     Dorme il bambino in un silenzio eguale:
     Rose non vide, gridi non intese.
     Sogna un dragone ecc. ecc.

     Ma poi si sveglia, e trova raggi d’oro
     Sul davanzale, tremuli, ridenti.

Il racconto successivo, intitolato “Benito Mussolini”, completava il quadro con una biografia del Duce, specie l'infanzia, molto simile alla nostra: un bambino di paese, molto vivo, strappi nel vestito, ginocchi sbucciati, ecc. A p. 34, in fondo, diventa maestro. A p. 35, in cima, va a lavorare in Svizzera. Poche righe più sotto “venne il giorno che bisognò persuadere popolo e governo alla guerra” e a metà pagina la cosa è fatta. Sul socialismo non una parola. Verso la fine della pagina il Duce è ferito da quarantaquattro schegge, e non mette un gemito. Volta pagina e (vinta la guerra) Mussolina grida: “Non si barattano i vivi! non si tradiscono i morti!” e in quattro e quattr’otto abbiamo fatto la marcia su Roma e portato a Sua Maestà l’Italia di Vittorio Veneto.
Segue la strofa manzoniana “O giornate del nostro riscatto”, che naturalmente credevamo fossero quelle dell’ottobre 1922. Nella pagina successiva anche il Carducci, colpito dall’impresa del Duce, esclama:

     Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante:
     Accogli, o Roma, e avvolgi l’anima mia di luce. (27)

Arrivando in quinta questa materia si trovava codificata in un libro unico di tutt’altra specie.
Il Balilla Vittorio costava 9 lire. Fu la seconda fase, quella conclusiva, nell’educazione politica di S.: il senso del fascismo non come momento eroico, ma come regime. Il compilatore non era un poeta di albe e fiori, ma un propagandista coi piedi per terra. Si chiamava Roberto Forges Davanzati.
È un racconto plausibile, terra terra, la storia di un bambino umbro che si trova “a fare la quinta” a Roma (“a Roma ogni italiano si perfeziona”). La lingua è sensata, con qualche scherzoso omaggio ai dialetti (p.e. in siciliano «Moh» si dice «Chi ‘u sapi?»). Non c’erano stilizzate incisioni, ma fotografie. Il regno della prosa. Non pupazzi ma gente. Noiosa, banale, come la gente vera.
Vittorio è figlio del segretario comunale di un paesetto vicino a Orvieto: piccola borghesia paesana con addentellati rurali, c’è uno zio agricoltore già emigrante in Argentina, tornato per la guerra (arditi, medaglia) e poi restato dopo aver diretto le squadre d’azione locali. Sullo sfondo la terra, i bovi, i cavalli, i calessi, i lavori agricoli. Il padre ha un’offerta di lavoro a Roma e la famiglia si trasferisce: siamo alla fine dell’estate, in tempo perché i ragazzi vadano a scuola in città. Vittorio è l’ultimo di sei figli, un settimo nascerà a Roma e naturalmente si chiamerà Romano: tutto è didascalicamente perfetto.
In pratica seguiamo tutto l’anno scolastico di Vittorio: il libro durava un anno, come durava la nostra lettura.
Qui si vedeva l’impianto esteriore della cultura urbana, era come un conducted tour, i monumenti, le parate, le bonifiche, l’aeroporto, l’idroscalo (l’Idrovolante sovrasta i primi anni trenta, come l’Acquedotto Pugliese vi scorre sotto), le principesse, Villa Glori, lo zoo, il Re, la maga Circe, il Duca d’Aosta, la Befana fascista, il Mosè. Tutto è inserito in modo plausibile, visto con gli occhi ora curiosi ora svogliati di uno scolaretto qualunque. Vittorio non è un ragazzo modello, anzi è poco incline allo studio, alla riflessione, alla serietà che tutti gli raccomandano. Non però un pinocchietto fascista (birba che si redime), ma il Balilla medio sensuale.
Il fascismo non è al centro: è dappertutto. Il ricordo della lotta ai sovversivi è distanziato, ora sembrano scomparsi. C’è un solo condiscepolo, ricco, che non è iscritto ai balilla. Il maestro trascina la gamba sinistra, ha il nastrino della medaglia al valore. Dettagli. Ciò che risalta è il brulichio dei saluti fascisti: da qualunque parte la si guardi, la vita italiana appare fascistizzata senza residui. Il tono è di grande moderazione e sicurezza, siamo nell’ambito di un nazionalismo devoto al passato e insieme modernizzante: l’idea madre è che l’Italia è civile per natura, ha in retaggio la più stupenda delle civiltà, e il fascismo ne è il culmine. Numa Pompilio a p. 225 ha presentito “l’elettricità”. A p. 89 la Regina Madre è morta “consolata dalla Marcia su Roma”.
Da un lato c’è un forte senso delle radici del fascismo nella tradizione: il legame con gli antichi costumi delle campagne e delle città, con la fede semplice del popolo e quella brillante dei santi. Dall’altra un senso ugualmente forte della vigoria innovatrice del fascismo, le riforme in tutti i campi della vita nazionale, l’abolizione delle barriere daziarie, il potenziamento dell’agricoltura (la Trebbiatrice, altro feticcio di quegli anni), l’arresto dell’emigrazione, le nuove strade, i treni, le belle navi, lo svecchiamento, lo streamlining (28).
La chiave storica di tutto questo è la persona del Duce. Il duomo di Orvieto, la siccità, la centuria dei balilla moschettieri, tutto tramanda lo stesso messaggio. Lo dicono i generali nelle adunate, lo confermano i frati:

Questo convento oggi nostro… è stato restituito all’odine dal Duce (dice a zio Francesco un ex compagno d’armi che ora fa il frate ad Assisi). È uno dei doni che dal Duce ci sono venuti nell’anno francescano, quando qui ad Assisi il Legato del Papa salutò per la prima volta un ministro dell’Italia fascista: la festa di San Francesco, che il Duce volle quell’anno festa nazionale (e invece siamo restati il popolo di San Giuseppe). Tu devi sapere, Balestrieri, che la lettera autografa del Duce porta la data, scritta per intero, 4 ottobre ’26, festa nazionale di San Francesco.

Il consenso degli italiani appare schiacciante. Quelli che vanno a Roma sono “fortunati di vedere il Duce” e la gente si raccomanda: “salutate il Duce anche per me”. (Nove anni più tardi S. diciottenne telegrafò da Trento a un amico: “Sarò a Roma domenica per vedere il Duce et te”.) Visitando i palazzi si vagheggiano quelli dov’è stato o sta lui:

Vedi, in quel palazzo Mussolini ha meditato e operato per i primi sette anni, prima di passare a Palazzo Venezia… Quando tutti gli italiani riposano o cessano dal lavoro per svagarsi, Egli veglia e medita per essi, dovunque si trovi. Ricordati però di pregare per lui prima di addormentarti, perché, quando tu riposi, Egli lavora anche per te.

La scuola a Roma non ha altro compito che di riflettere queste cose. La scolaresca è ritratta alla Cuore: un campionario di tipi e ceti sociali e regionali, il ricco invidioso, il milanesino agiato e generoso, il povero-bravo, il popolano rozzo col cuore d’oro, il siciliano fiero e taciturno, quello di Chi ‘u sapi?, ecc.
- Tu, Gherardi, che cosa vorresti che ti comandasse di fare il Duce?
- Un giorno, quando sarò ingegnere, vorrei che mi comandasse di fare un gran ponte ad una sola arcata.
- E tu Tronti?
- Come a mio padre che è prefetto, e il Duce gli comanda di fare il bene della provincia.

A S. queste cose non piacevano in modo particolare, non gli davano una forma spiccata di gioia: ma la sua mente le accolse come un quadro indisputabile della realtà. Il contenuto di quei libri non era non dirò messo in dubbio, ma neanche qualified (29) da nessuno. Ci saranno pur stati maestri e genitori che avevano delle riserve, ma dov’erano? Il bambino è il padre dell’uomo: ma chi è il padre del bambino?

Copertina de “Il balilla Vittorio” di Roberto Forges Davanzati

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(1) S. = è lo stesso Meneghello, in sostanza, ma così identificato probabilmente per distanziarlo dall’autore adulto, che è diventato altra cosa dal bambino-ragazzo-giovane che frequentò le scuole italiane negli anni Venti-Quaranta del ‘900.
(2) panel = tavola rotonda.
(3) L’uso di questi termini inglesi (come alcuni altri poco dopo) rivela chiaramente l’intento ironico dell’autore nella descrizione della tavola rotonda a cui partecipò.
(4) Antonio Barolini, scrittore, poeta e giornalista vicentino (1910-1971).
(5) Specialize recklessly = qualcosa come “specializzatevi avventatamente, spericolatamente”.
(6) Esame di Ammissione = era un esame che doveva sostenere chi voleva proseguire gli studi dopo le scuole elementari.
(7) La madre di Meneghello era in effetti una maestra elementare.
(8) Vorrei sapere da lorsignori = frase contenuto in Pinocchio di Carlo Collodi.
(9) A 25 anni, quando Meneghello si trasferì a Reading in Inghilterra.
(10) Tenda Rossa = fu la tenda in cui trovarono rifugio (fino al salvataggio sovietico) i superstiti dell’incidente del dirigibile Italia, che cadde sulla banchisa polare artica nel 1928.
(11) Pericolo Giallo = espressione con cui si definiva tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la presupposta possibilità che gli Asiatici potessero superare i bianchi Europei nel governo del mondo (l’espressione ha evidenti connotati razzisti).
(12) Probabile allusione al “passero solitario” di Leopardi, il quale “trapassa dell’anno e di sua vita il più bel fiore”.
(13) Forse allude a una famosa poesia di Ada Negri, intitolata “Cade la neve”.
(14) Quel tutto il resto significa la storia dell’arte (la Giocanda), la letteratura (la poesia di Giovanni Pascoli “La cavalla storna”) e il fascismo (indicato qui da uno squadrista fiorentino, uno dei “martiri” della rivoluzione fascista di cui si parla anche più avanti).
(15) a Pasquale il casellante Meneghello contrappone i personaggi paesani, definiti dialettalmente senza l’articolo tra il nome e la professione: Checo mastro, Nane macellaio (dove Checo è diminutivo di Francesco e Nane di Giovanni).
(16) votazza = termine non più in uso per definire una specie di grosso cucchiaio di legno o metallo in uso nelle barche per svuotarle dell’acqua.
(17) L’Acquedotto Pugliese è un’opera idrica che venne portata a compimento durante il fascismo e venne utilizzata dal regime per propagandare se stesso.
(18) La celebre raccolta poetica di Eugenio Montale, pubblicata nel 1925.
(19) Passata è la tempesta = è il primo verso di una famosissima poesia di Giacomo leopardi, “La quiete dopo la tempesta”.
(20) panaro = tagliere.
(21) flit = insetticida DDT
(22) il nostro ei fu = la versione paesana (molto ironica) del celebre “Ei fu”, con cui inizia “Il 5 maggio”, la poesia di Alessandro Manzoni dedicata a Napoleone.
(23) Poesiola di Giuseppe Chiarini (1833-1908).
(24) Romanzi rispettivamente di Victor Hugo (1802-1885) e di Annie Vivanti (1866-1942).
(25) Versi dalla poesia “Affetti di una madre” di Giuseppe Giusti (1809-1850).
(26) lissiara = lavanderia.
(27) Versi da “Roma” di Giosuè Carducci. È ovvio che, essendo il poeta morto nel 1907, egli non cantava la Roma fascista; fu il regime che si appropriò dei suoi versi a scopo propagandistico.
(28) streamlining = il dinamismo, l’efficienza, oggi si usa dire “ottimizzazione”.
(29) qualified = legittimato.



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