mercoledì 24 gennaio 2018

156 Libertà (di Giovanni Verga)



Questa novella, pubblicata nel 1882 nella “Domenica Letteraria” e poi nel 1883 nella raccolta “Novelle rusticane”, racconta l’episodio storico dell’eccidio di Bronte, un paesino sulle pendici dell’Etna. Siamo nell’agosto del 1860, durante la spedizione dei Mille; l’avanzata garibaldina suscita nella popolazione siciliana una voglia di riscossa dalla miseria e di libertà dal governo borbonico e dai latifondisti che l’appoggiano, che si tramuta in una insurrezione sanguinosa. Nino Bixio, generale di Garibaldi, arriva nel paese a riportare l’ordine e fare giustizia; come prima cosa istituisce un “tribunale di guerra”, che sbrigativamente decreta la morte per le teste calde della sollevazione. Poi, altri ribelli verranno condotti in prigione e processati negli anni a venire, quando il Regno d’Italia è già nato: saranno condannati senza nemmeno riuscire a capire il perché. La libertà che essi avevano immaginato, si rivela un’illusione.
Nel 1972 il regista Florestano Vancini diresse un film, “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, ispirato agli stessi fatti raccontati da Verga nella novella.

Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: «Viva la libertà!».
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini (1), davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche (2); le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
- A te prima, barone! che hai fatto nerbare (3) la gente dai tuoi campieri (4)! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone (5), che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno!
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!
Don (6) Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure! - al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà  (7) Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e rimpieva la Ruota (8) e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale (9), nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello (10).
Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: - Neddu! Neddu!  (11) - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! -
Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie (12) che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!
La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schioppettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti (13), con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.
E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. 
- Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! (14) - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io -. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.
Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale (15), quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto, sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna (16), e dicendo ahi! ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo (17) costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovanotta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie (18), e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più. - Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci (19).
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi (20) davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio (21) quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui!
Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...

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(1) Casino dei galantuomini = luogo di ritrovo per i signori, sia nobili sia borghesi. Più avanti sono indicati con l’appellativo di cappelli, poiché abitualmente indossavano un cappello di feltro.
(2) Berrette bianche = sono i contadini, che usavano solitamente un copricapo piatto e bianco.
(3) Nerbare = frustare con il nerbo, ottenuto intrecciando, dopo averli essiccati, tendini bovini.
(4) Campieri = sorveglianti dei lavori agricoli, custodi dei campi e del bestiame, stipendiati dal proprietario terriero.
(5) Epulone = persona smodata nel mangiare.
(6) Don = signore. È l’appellativo che solitamente veniva premesso al nome dei nobili e dei padroni in Sicilia e nell’Italia meridionale.
(7) Gnà = signora, secondo l’abbreviazione del dialetto siciliano.
(8) Ruota = qui significa orfanotrofio. Negli antichi ricoveri per trovatelli, infatti, esisteva una cassetta che, ruotando su un perno in una apertura nel muro, permetteva di ricevere dall’esterno i bambini abbandonati senza che venisse riconosciuto chi compiva quell’atto.
(9) Speziale = farmacista.
(10) Martello = il batacchio del portone d’ingresso.
(11) Neddu = diminutivo di Sebastiano
(12) Soperchierie = prepotenze, soprusi.
(13) Canti = angoli.
(14) A riffa e a raffa = a proprio piacimento, arraffando a destra e a manca.
(15) Il generale = Nino Bixio.
(16) Scranna = sedia.
(17) Stallazzo = luogo di ricovero per i cavalli, talvolta utilizzato per ospitare temporaneamente persone prive di altra sistemazione.
(18) Ubbie = scrupoli.
(19) All’aria ci vanno i cenci = chi paga realmente le conseguenze dei fatti della vita è sempre il povero.
(20) Capponi = galletti castrati perché ingrassino meglio e più in fretta; qui intende gli uomini che, essendo in galera, non hanno modo di sfogare le proprie pulsioni sessuali con una donna.
(21) Mostaccio = muso.




martedì 23 gennaio 2018

155 Marzo 1821 (di Alessandro Manzoni)



Quest’ode fu scritta in occasione dei moti carbonari piemontesi del 1821, quando parve che Carlo Alberto fosse sul punto di passare il Ticino e liberare la Lombardia dall’occupazione austriaca; Manzoni presenta questo passaggio come già avvenuto e proclama la propria speranza nell’Italia unita e indipendente, un’Italia risorta dall’oppressione e dalla schiavitù, il che ha dato nome al Risorgimento, ossia alle lotte di quegli anni proprio per liberarsi dal dominio austriaco. Il moto rivoluzionario venne però stroncato e Manzoni mise da parte la sua ode, pubblicandola solo nel 1848, dopo le Cinque giornate di Milano, proprio su invito del Governo provvisorio milanese.
Pur con alcuni passaggi retorici, la poesia esprime bene gli ideali manzoniani (e risorgimentali) volti alla creazione di un’Italia unita, libera dal servaggio tedesco, nazionalista nel significato migliore del termine.

Alla illustre memoria
di
TEODORO KOERNER
poeta e soldato
della indipendenza germanica
morto sul campo di Lipsia
il giorno XVIII d'Ottobre MDCCCXIII
nome caro a tutti i popoli
che combattono per difendere
o per riconquistare
una patria.

Soffermati sull'arida sponda,
vòlti i guardi al varcato Ticino,
tutti assorti nel novo destino,
certi in cor dell'antica virtù,
han giurato: Non fia che quest'onda
scorra più tra due rive straniere;
non fia loco ove sorgan barriere
tra l'Italia e l'Italia, mai più!

L'han giurato: altri forti a quel giuro
rispondean da fraterne contrade,
affilando nell'ombra le spade
che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno stretto le destre;
già le sacre parole son porte:
o compagni sul letto di morte,
o fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,
della Bormida al Tanaro sposa,
del Ticino e dell'Orba selvosa
scerner l'onde confuse nel Po;
chi stornargli del rapido Mella
e dell'Oglio le miste correnti,
chi ritogliergli i mille torrenti
che la foce dell'Adda versò,

quello ancora una gente risorta
potrà scindere in volghi spregiati,
e a ritroso degli anni e dei fati,
risospingerla ai prischi dolor;
una gente che libera tutta,
o fia serva tra l'Alpe ed il mare;
una d'arme, di lingua, d'altare,
di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
con quel guardo atterrato ed incerto
con che stassi un mendico sofferto
per mercede nel suolo stranier,
star doveva in sua terra il Lombardo;
l'altrui voglia era legge per lui;
il suo fato, un segreto d'altrui;
la sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
torna Italia, e il suo suolo riprende;
o stranieri, strappate le tende
da una terra che madre non v'è.
Non vedete che tutta si scote,
dal Cenisio alla balza di Scilla?
non sentite che infida vacilla
sotto il peso de' barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi
sta l'obbrobrio d'un giuro tradito;
un giudizio da voi proferito
v'accompagna all'iniqua tenzon;
voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
ogni gente sia libera, e pèra
della spada l'iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste
preme i corpi de' vostri oppressori,
se la faccia d'estranei signori
tanto amara vi parve in quei dì;
chi v'ha detto che sterile, eterno
saria il lutto dell'itale genti?
chi v'ha detto che ai nostri lamenti
saria sordo quel Dio che v'udì?

Sì, quel Dio che nell'onda vermiglia
chiuse il rio che inseguiva Israele,
quel che in pugno alla maschia Giaele
pose il maglio, ed il colpo guidò;
quel che è Padre di tutte le genti,
che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
spiega l'ugne; l'Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente
grido uscì del tuo lungo servaggio;
dove ancor dell'umano lignaggio
ogni speme deserta non è:
dove già libertade è fiorita,
dove ancor nel segreto matura,
dove ha lacrime un'alta sventura,
non c'è cor che non batta per te.

Quante volte sull'Alpe spiasti
l'apparir d'un amico stendardo!
quante volte intendesti lo sguardo
ne' deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
stretti intorno a' tuoi santi colori,
forti, armati de' propri dolori,
i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
il furor delle menti segrete:
per l'Italia si pugna, vincete!
il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
al convito de' popoli assisa,
o più serva, più vil, più derisa
sotto l'orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
che da lunge, dal labbro d'altrui,
come un uomo straniero, le udrà!
che a' suoi figli narrandole un giorno,
dovrà dir sospirando: «io non c'era»;
che la santa vittrice bandiera
salutata quel dì non avrà.

PARAFRASI:

[La dedica a Teodoro Koerner esprime il diritto di ogni popolo ad avere una patria e a donare, per questo ideale, anche la vita. Teodoro Koerner fu un poeta romantico tedesco, autore di drammi e canti patriottici e ispiratore della riscossa nazionale dal dominio napoleonico, contro il quale morì combattendo]

Fermatisi sulla sponda arida,
rivolti con lo sguardo al Ticino appena varcato,
tutti assorti nella contemplazione del nuovo destino,
sicuri nel cuore dell’antico valore [degli italiani],
hanno giurato: Non accadrà mai più che questa onda
scorra a dividere due rive straniere;
non accadrà che ci siano posti in cui sorgano barriere
tra una parte e l’altra dell’Italia, mai più!

L’hanno giurato: altri coraggiosi [liberali di altre parti d’Italia] a quel giuramento
rispondevano da fraterne contrade,
affilando nell’ombra le spade
che ora innalzate scintillano al sole.
Già le destre hanno stretto altre destre;
già sono state pronunciate le sacre parole:
o compagni sul letto di morte,
o fratelli su un suolo libero.

Chi potrà della Dora gemella [la Dora Baltea e la Dora Riparia],
della Bormida sposa [in quanto affluente] del Tanaro,
del Ticino e dell’Orba boscosa
distinguere le acque confuse a quelle del Po;
chi riuscirà a sottrargli le correnti mescolate
del Mella rapido e dell’Oglio,
chi riuscirà a togliergli i mille torrenti
che l’Adda vi ha fatto confluire [Sono tutte azioni impossibili],

costui potrà ancora separare in popoli disprezzati
una popolazione risorta,
e a ritroso nei secoli e andando contro il destino,
risospingerla agli antichi dolori [di quando non era libera];
una popolazione che sarà tutta libera
o ancora serva tra le Alpi e il mare;
una sola nel desiderio di combattere, nella lingua, nella religione,
nelle memorie, nel sangue e nello spirito.

Con quel volto sfiduciato e avvilito,
con quello sguardo rivolto a terra e vergognoso
con il quale sta un mendicante tollerato
per pietà in suolo straniero,
doveva stare nella sua stessa terra il Lombardo;
il capriccio altrui era per lui legge;
il suo destino, un segreto di altri;
la sua parte servire e tacere.

O stranieri, nella propria eredità
torna l’Italia e riprende il suo suolo:
o stranieri, togliete le tende
da una terra che non vi è madre.
Non vedete che si scuote tutta,
dal Moncenisio allo scoglio di Scilla [cioè dalle Alpi alla Calabria]?
non sentite che vacilla insicura
sotto il peso dei vostri piedi barbari [nel senso di oppressori]?

O stranieri! Sulle vostre bandiere
sta la vergogna di un giuramento tradito;
un principio che voi stessi avete proclamato
[quello della libertà di tutti i popoli, quando combattevate contro Napoleone]
vi accompagna a uno scontro ingiusto;
voi che come un suono di campane gridaste in quei giorni:
Dio respinge la forza straniera;
ogni popolo sia libero, e muoia
l’iniqua ragione della spada.

Se la terra dove gemeste oppressi [dai francesi]
ora preme i corpi dei vostri oppressori,
se la faccia di signori stranieri
in quei giorni vi sembrò tanto amara;
che vi ha detto che vano, eterno
sarà il dolore delle genti italiche?
chi vi ha detto che ai nostri lamenti
sarà sordo quel Dio che udì voi?

Sì, quel Dio che nel mar Rosso
sommerse il malvagio che inseguiva gli ebrei,
quello che mise nel pugno della maschia [cioè coraggiosa come un uomo] Giaele
un martello e guidò il colpo [con cui uccise un oppressore del suo popolo];
quello che è Padre di tutte le genti,
che non ha mai detto al Tedesco:
Va’, raccogli dove non hai arato;
tira fuori le unghie; ti do l’Italia.

Cara Italia! dovunque il grido doloroso
della tua lunga servitù si è levato;
dove ancora dell’umana dignità
non è spenta ogni speranza:
dove è già fiorita la libertà,
dove ancora matura segretamente [cioè in clandestinità],
dove la grande sventura spinge alle lacrime,
non c’è cuore che non batta per te.

Quante volte hai atteso sulle Alpi
che apparisse uno stendardo amico [uno straniero che ti venisse a liberare]!
quante volte tendesti lo sguardo
nel deserto tra i tuoi due mari!
Ecco infine sgorgati dal tuo seno,
stretti intorno ai tuoi santi colori [quelli del tricolore],
forti, armati dei propri dolori,
i tuoi figli si son levati a combattere.


Oggi, o forti, sui vostri volti baleni
il furore che avete coltivato nelle vostre menti in segreto:
si combatte per l’Italia, vincete!
il suo destino sta nelle vostre spade.
O per merito vostro la vedremo risorta
seduta al consesso dei popoli [in pari dignità con gli altri popoli],
oppure più serva, più vile, più derisa
starà sotto l’orribile bastone [dell’oppressione].

Oh giornate del nostro riscatto!
Oh misero per sempre colui
che da lontano, dalla bocca altrui,
come un uomo straniero, ne udrà parlare!
che narrandole un giorno ai suoi figli,
sospirando dovrà dire: «io non c’ero»;
che non avrà salutato quel giorno
la santa bandiera vittoriosa.

SINTESI DEL SIGNIFICATO DI QUESTA POESIA:

I patrioti piemontesi hanno varcato il Ticino, per andare a liberare la Lombardia dalla dominazione austriaca; hanno giurato che l’Italia non sarà più preda degli stranieri, ma sarà libera per sempre. Ed altri patrioti si sono uniti a loro. Come nessuno è in grado di distinguere nelle acque del Po quelle dei suoi mille affluenti, così nessuno potrò d’ora in poi dividere gli italiani uno dall’altro, perché l’Italia sarà solo una, di lingua, di religione, di tradizioni e di sentimenti. Come un mendicante se ne sta vergognoso per strada, così stava il Lombardo sotto l’oppressione straniera. Ma non vedete, o stranieri, che ci stiamo sollevando tutti contro di voi? Andatevene! Non vi ricordate che, sotto la dominazione napoleonica, avete sancito il principio della libertà dei popoli e avete condannato l’ingiustizia della legge del più forte? Così come voi siete riusciti a liberarvi di Napoleone, pensate che noi non riusciremo a liberarci di voi? Credete che Dio non ascolti noi, come invece ha fatto con voi? Quel Dio che ha salvato Mosè dall’inseguimento del faraone attraverso il Mar Rosso e non vi ha mai detto che l’Italia è vostra. Cara Italia, ovunque siano ancora vivi gli ideali della libertà, non c’è nessuno che non pianga per te e non speri nel tuo riscatto. Per troppe volte abbiamo aspettato che qualcuno attraversasse le Alpi per darci la libertà; ora siamo noi stessi che ci siamo armati per essere liberi. E stavolta, o risorgeremo, o saremo servi per sempre! Ahi quanto dolore dovrà provare colui che non si è unito agli altri per combattere per la nostra bandiera.





domenica 7 gennaio 2018

154 Il Cinque maggio (di Alessandro Manzoni)



Quando Manzoni seppe che Napoleone era morto, in tre giorni (dal 18 al 20 luglio 1821) scrisse questa ode, che divenne ben presto famosa in tutta Europa (Goethe la tradusse in tedesco). Vi si descrive la vicenda dell’uomo Napoleone, secondo tre momenti: dapprima la grandezza del suo operato, la sua potenza che ha segnato il destino dell’Europa, sicuramente perché Dio ha voluto così. Quindi le grandezze e le miserie della sua vita, le vittorie e le sconfitte, il trono e l’esilio. Infine i suoi ultimi anni nell’isola di Sant’Elena, dove alla disperazione di fronte alla caduta, si contrappone la salita al cielo dovuta alla misericordia della fede in Dio. Napoleone appare così come sospeso tra due abissi contrapposti: il nulla della sua vita passata, con le sue glorie effimere, e il nulla della morte, in cui però palpita la mano paterna del divino, con la sua promessa di eternità.

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,

muta pensando all'ultima
ora dell'uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie' mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:

vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.

Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.

Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe' silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.

Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;

tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de' manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

e l'avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

Bella Immortal! Benefica
Fede ai trïonfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

PARAFRASI:

Egli fu [cioè non è più, è morto]. Come immobile,
dopo aver esalato l’estremo respiro,
se ne stette il suo corpo senza memoria
rimasto privo di un’anima così grande,
così colpita, stordita
sta la terra all’annuncio [della morte di Napoleone],

muta ripensando all’ultima
ora dell’uomo fatale [in quanto aveva guidato il destino di un’epoca];
e non sa quando un’uguale
orma di piede mortale
verrà a calpestare
la sua polvere insanguinata.

Il mio genio [la mia ispirazione di poeta] vide lui
sfolgorante sul trono e tacque;
quando, con rapido mutamento di vicende,
cadde [a Lipsia], risorse [per i “cento giorni”] e crollò [a Waterloo],
esso non mescolò la sua voce
al rumore di mille altre voci:

puro da lodi servili
e da oltraggi codardi,
[il mio genio] s’innalza ora commosso all’improvviso
sparire di un tale raggio [cioè Napoleone];
e dedica a quella tomba un canto
che forse resterà immortale.

Dalle Alpi [la campagna d’Italia] alle Piramidi [la campagna d’Egitto],
dal Manzanarre [il fiume di Madrid] al Reno [in Germania],
il fulmine di quell’uomo sicuro
arrivava subito dopo il baleno [cioè Napoleone realizzava subito ciò che pensava];
scoppiò da Scilla [lo stretto di Messina] al Tanai [antico nome del Don, allude alla Russia],
da un mare all’altro.

Fu vera gloria? Ai posteri
la difficile sentenza: noi
chiniamo la fronte davanti al Massimo
Fattore [cioè Dio], che in lui volle
stampare una traccia più grande
del suo spirito creatore.

La tempestosa e trepidante
gioia di un grande progetto,
l’ansia di un cuore che ribelle
si fa servo, ma pensa già al regno;
e lo raggiunge, e ottiene un premio
che sembrava folle sperare;

tutto egli provò: la gloria maggiore dopo i pericoli,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il triste esilio;
due volte nella polvere [allude alle sconfitte di Lipsia e di Waterloo],
due volte sull’altare [sul trono, quando si proclamò imperatore e quando vi ritornò dopo l’Elba].

Egli disse il suo nome: due secoli [il Settecento e l’Ottocento],
uno armato contro l’altro [poiché avevano idee diverse],
si rivolsero a lui sottomessi,
come aspettando da lui il loro destino;
egli fece fare silenzio, e come arbitro
si sedette in mezzo a loro.

Eppure sparì, e i giorni nell’ozio
finì in un’isola così piccola [Sant’Elena],
oggetto di immensa invidia [per la gloria accumulata]
e di profonda pietà [per la sua caduta],
di odio che non si estingue [da parte dei suoi nemici]
e di amore indomabile [da parte di chi credeva in lui].

Come sulla testa del naufrago
l’onda si abbatte e pesa,
l’onda sopra la quale appena prima alta
e aperta scorreva la vista del misero
a scorgere lontani approdi
ma invano [perché la gloria è effimera];

così su quell’anima scese
il cumolo delle memorie.
Oh quante volte egli per i posteri
cercò di scrivere di sé stesso [cioè cercò di scrivere le sue memorie],
ma sulle pagine eterne [così sarebbero diventate se le avesse scritte]
cadde la mano stanca!

Oh quante volte, al silenzioso
morire di un giorno ozioso,
chinati gli occhi fulminanti,
con le braccia conserte al petto,
se ne stette, e lo assalì il ricordo
dei giorni che furono!

E ripensò alle tende degli accampamenti
mobili [cioè che rapidamente si potevano spostare], alle trincee nemiche prese d’assalto,
ai lampi emanati dal suo esercito,
alla carica che si muoveva come un’onda dei cavalli,
ai comandi concitati
e alla pronta ubbidienza [dei soldati].

Ahi! forse di fronte a tanto strazio
cadde il suo spirito angosciato,
e si disperò; ma forte
dal cielo venne una mano,
e in un’aria più respirabile
lo trasportò pietosa;

e lo condusse, per i fioriti
sentieri della speranza,
ai campi eterni, al premio
che supera ogni desiderio,
dove la gloria passata
non è altro che silenzio e tenebre.

O splendida immortale! benefica
Fede abituata ai trionfi!
Scrivi anche questo, rallegrati:
poiché una grandezza più superba [di quella di Napoleone]
si era mai chinata di fronte
al momento infamante del Calvario [cioè, mai nessuno più grande di Napoleone si era umiliato davanti a Cristo].

Tu [Fede] dalle stanche ceneri
allontana ogni parola maledicente:
quel Dio che getta a terra e che fa risorgere,
che dà dolore e che consola,
sul letto di morte abbandonato
accanto a lui posò.

SINTESI DEL SIGNIFICATO DI QUESTA POESIA:

Egli è morto. E come è rimasto immobile il suo corpo, così la terra se ne resta sbigottita all’annuncio della sua scomparsa e non sa quando mai un altro uomo simile verrà a calpestarla. Io lo vidi quand’era luminoso sul trono, quando fu sconfitto, risorse e cadde definitivamente e non mescolai la mia voce a quella di mille altri, né per lodarlo servilmente, né per oltraggiarlo codardamente. Ma ora che non c’è più, voglio cantarne la grandezza, quando dalle Alpi all’Egitto, dalla Spagna alla Germania agiva rapido e le sue imprese sconvolsero il mondo da un luogo all’altro. Solo i posteri potranno dire se la sua fu vera gloria; noi possiamo soltanto vedere in lui impressa l’orma di Dio. Da quando immaginò tremante la sua gloria, e con spirito ribelle servì gli altri, pensando però di giungere lui stesso al trono; e l’ottenne, anche se sembrava una follia sperarlo. Egli provò ogni cosa: la gloria dopo il pericolo, la sconfitta e la vittoria, la corona e l’esilio e per ben due volte. Bastò che egli si presentasse e due secoli gli si sottomisero; egli li zittì e ne divenne arbitro. Poi sparì, costretto a vivere prigioniero in un angolo di terra, ancora invidiato e compianto, odiato e amato con uguale intensità. Come il mare avvolge e trascina al fondo un naufrago, così il ricordo del passato gli si accumulò addosso; egli cercò di scrivere le sue memorie, ma non ci riuscì. Quante volte i ricordi lo oppressero nei suoi giorni oziosi, quando ripensava alle sue imprese e a come lui comandasse e gli altri, subito, ubbidivano! Quale strazio lo portò alla disperazione; ma proprio allora una mano pietosa lo aiutò e lo portò sui sentieri della speranza, verso il premio che supera ogni gloria terrena. O Fede, bella e immortale, che sei riuscita a piegare un uomo simile davanti a te! Allontana da lui ogni parola malvagia: perché Dio, che è capace di abbattere e di innalzare, di angosciare e di consolare, gli si posò accanto.

Oscar Rex, "È finita: Napoleone I a Sant’Elena"