domenica 24 settembre 2017

107 E tu ne' carmi avrai perenne vita (di Ugo Foscolo)



Composto intorno al 1800, il sonetto si riferisce all'amore del Foscolo per Isabella Roncioni, presentata come una divinità capace con la sua bellezza e grazia di illuminare il mondo e di portarvi la beatitudine; e tutto si svolge in quella città, Firenze, che Foscolo ammira per la splendida civiltà (quella tardomedievale e rinascimentale) che qui nacque, dopo gli scontri fratricidi tra guelfi e ghibellini, e dove sorge la casa in cui viveva Vittorio Alfieri, il poeta che con i suoi versi ispira nobili sentimenti e ideali.
La parte più interessante e spontanea del sonetto è costituita dalle due terzine, che permettono al poeta di esaltare il sentimento amoroso per la sua donna.

E tu ne’ carmi avrai perenne vita,
sponda che Arno saluta in suo cammino,
partendo la città che del latino
nome accogliea finor l’ombra fuggita.

Già dal tuo ponte all’onda impaurita
il papale furore e il ghibellino
mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
del fero vate la magion s’addita.

Per me cara, felice, inclita riva
ove sovente i pie’ leggiadri mosse
colei che vera al portamento Diva

in me volgeva sue luci beate,
mentr’io sentia dai crin d’oro commosse
spirar ambrosia l’aure innamorate.

PARAFRASI:

Anche tu avrai nella poesia vita perenne,
sponda [allude al Lungarno Corsini] che l’Arno saluta nel suo cammino,
dividendo la città che finora [al cominciare dell’Età Moderna]
accoglieva l’ombra [ormai] dileguata della gloria di Roma.

Già dal tuo ponte [forse Foscolo intende un ponte preciso, ma non serve determinare quale]
il furore papale e quello ghibellino mescolavano all’onda impaurita [dalla guerra civile]
una grande quantità di sangue, dove oggi al pellegrino
si addita la casa del fiero vate [allude all’Alfieri].

Per me cara, felice, nobile riva
dove mosse spesso i piedi leggiadri
colei, che nel portamento appare davvero come una Dea,

rivolgeva a me il suo sguardo beatificante,
mentre io sentivo mossa dai biondi capelli
odorare d’ambrosia [la bevanda degli dei] l’aria innamorata.



Il Lungarno Corsini a Firenze




mercoledì 20 settembre 2017

106 Te nudrice alle Muse, ospite e dea (di Ugo Foscolo)



Il sonetto venne ispirato da una proposta del Consiglio Cisalpino, cioè il governo francese, di abolire la lingua latina. il Foscolo ne è amareggiato, dato che essa, considerata la fonte prima della poesia, faceva dell'Italia la patria dell'arte e rendeva meno grave il peso della dominazione straniera. E se noi, dopo aver dimenticato la grandezza di Roma, guasteremo il nostro toscano con il linguaggio straniero, quello dei francesi, allora avremo perduto completamente ciò che ci fa grandi e i barabari ne saranno orgogliosi.
Se Foscolo fosse vissuto nella nostra epoca, chissà cosa avrebbe detto del nostro italiano attuale, infarcito di anglicismi, anche corretti, che ci vantiamo di usare!

PER LA SENTENZA CAPITALE PROPOSTA NEL GRAN CONSIGLIO CISALPINO CONTRO LA LINGUA LATINA

Te nudrice alle muse, ospite e Dea
le barbariche genti che ti han doma
nomavan tutte; e questo a noi pur fea
lieve la varia, antiqua, infame soma.

Ché se i tuoi vizi, e gli anni, e sorte rea
ti han morto il senno ed il valor di Roma,
in te viveva il gran dir che avvolgea
regali allori alla servil tua chioma.

Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor queste
reliquie estreme di cotanto impero;
anzi il Toscano tuo parlar celeste

ognor più stempra nel sermon straniero,
onde, più che di tua divisa veste,
sia il vincitor di tua barbarie altero.

PARAFRASI:

Tutte le genti barbariche chi ti hanno sottomesso
ti chiamavano [riferito all’Italia] nutrice, patria
e dea delle Muse [cioè delle arti]; e questo ci rendeva
lieve il vario, antico, infame peso che ci grava [il peso di essere sottomessi].

Perché se i tuoi vizi, e i tanti anni e il destino crudele
hanno ucciso in te la saggezza ed hanno cancellato il valore di Roma,
in te viveva quella grande lingua [il latino] che avvolgeva
di regali allori la tua chioma or resa serva.

Adesso, Italia, ardi al tuo Genio queste
ultime reliquie della tua grandezza;
anzi corrompi il tuo celeste parlar Toscano

con il linguaggio straniero,
di modo che, più ancora dell’averti fatto a pezzi,
il vincitore vada fiero della tua barbarie [di aver distrutto la tua cultura].






mercoledì 13 settembre 2017

105 Che stai? già il secol l'orma ultima lascia (di Ugo Foscolo)



Questo sonetto fu scritto probabilmente nel 1800: in esso Foscolo si rivolge a se stesso per ricordarsi che il secolo XVIII sta finendo e che i suoi vent’anni non hanno prodotto niente di ammirevole, avendo vissuto finora nell’errore, nella rabbia e nel tormento. Se non ti è concesso di compiere gesta eroiche – augura a se stesso -, almeno cerca la fama nel produrre qualche opera poetica di alto valore, che rimanga ai posteri quando sarai per essi un uomo del passato.
Anch’esso immaturo e non del tutto riuscito, il sonetto esprime però realisticamente i tormenti, non solo del suo autore, ma di qualunque ventenne, che sente con disagio di non aver ancora compiuto nulla di importante nella vita, pur sentendone il desiderio.

Che stai? già il secol l’orma ultima lascia;
dove del tempo son le leggi rotte
precipita, portando entro la notte
quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

Che se vita è l’error, l’ira, e l’ambascia,
troppo hai del viver tuo l’ore prodotte;
or meglio vivi, e con fatiche dotte
a chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante,
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
giovine d’anni e rugoso in sembiante,

che stai? breve è la vita, e lunga è l’arte;
a chi altamente oprar non è concesso
fama tentino almen libere carte.

PARAFRASI:

Che indugi? già il secolo imprime l’ultima sua orma [volge al termine];
dove le leggi del tempo sono rotte [non esistono più, nell’eternità]
precipita, portando dentro il buio della sua notte
quattro tuoi lustri [vent’anni], e un freddo oblio li avvolge.

Perché se la vita è errore, ira e angoscia,
hai già vissuto troppo del tempo tuo;
ora vivi più degnamente, e con fatiche erudite
lascia esempio di te a chi ti chiamerà antico [cioè chi verrà dopo di te].

Figlio infelice e amante disperato,
e senza patria, duro con tutti e anche con te stesso,
giovane d’anni ma dall’aspetto rugoso,

cosa aspetti? la vita è breve mentre l’arte è lunga [dura a lungo];
a chi non è concesso di compiere alte cose
almeno libere carte [liberi versi] procurino fama.






domenica 10 settembre 2017

104 Non son chi fui (di Ugo Foscolo)



Ugo Foscolo pubblicò a Pisa nel 1802 otto sonetti, a cui ne aggiunse altri quattro nell’edizione definitiva del 1803: questi ultimi (Alla sera, A Zacinto, Alla Musa, In morte del fratello Giovanni) sono considerati i migliori della raccolta e tra i più belli della letteratura italiana.
I primi otto riconducono alle atmosfere del romanzo epistolare “Ultime lettere di Jacopo Ortis” e alle vicende autobiografiche del poeta, cariche di passione politica e sentimentale; numerose sono le reminiscenze classiche (Petrarca e Alfieri in particolare). Gli ultimi quattro si sottraggono alle suggestioni immediate della passione, per aprirsi alla meditazione su sentimenti universali ed eterni.
Il primo sonetto fu scritto tra il 1797 e il 1801: è uno dei più immaturi della raccolta, troppo ricercato nell’espressione, ma comunque psicologicamente sincero nella sua esposizione del crollo degli ideali, che inducono il poeta a considerare vana ogni cosa.

Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
del lauro, speme al giovenil mio canto.

Perché dal dì ch’empia licenza e Marte
vestivan me del lor sanguineo manto,
cieca è la mente e guasto il core, ed arte
l’umana strage, arte è in me fatta, e vanto.

Che se pur sorge di morir consiglio,
a mia fiera ragion chiudon le porte
furor di gloria, e carità di figlio.

Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte,
conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
e so invocare e non darmi la morte.

PARAFRASI:

Non sono più colui che ero; gran parte di me è morta:
quel che mi resta è solo struggimento e pianto.
E il mirto [la pianta sacra a Venere, simbolo dell’amore] è secco, e le foglie dell’alloro [simbolo della gloria poetica], primo incentivo alla mia poesia giovanile, sono avvizzite.

Perché dal giorno in cui un’empia licenza [la violenza rivoluzionaria che rende lecito l’assassinio] e Marte [la guerra]
mi rivestirono del loro manto di sangue,
la mia mente è divenuta cieca, e guasto il cuore, e l’uccidere
altri uomini è diventato per me arte [mestiere] e vanto.

Che se anche mi viene il pensiero di morire [con il suicidio],
da questo proposito crudele mi distolgono
l’ardente desiderio di gloria e l’affetto di figlio.

Così schiavo di me stesso, e d’altri, e del destino,
so qual è la cosa migliore da fare [cioè morire] eppure mi aggrappo a quella peggiore [cioè vivere],
e so invocare la morte ma non so darmela.






mercoledì 6 settembre 2017

103 Ferondo in Purgatorio (di Giovanni Boccaccio)



Un vispo abate, da tutti creduto un sant’uomo, invaghitosi della moglie di un rozzo sbruffone, lo rinchiude in un sotterraneo, facendogli credere di essere capitato in Purgatorio, e intanto si prende il suo piacere con la donna; quando questa rimane incinta, fa “resuscitare” l’uomo, il quale con le sue parole contribuisce ad accrescere la santità dell’abate.
Stupenda novella in cui Boccaccio intreccia abilmente tre tematiche ricorrenti nel Decameron: la pulsione erotica, la credulità popolare in tema di religione e le astuzie peccaminose del clero.

[Giornata terza: 8]
Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall’abate, che la moglie di lui si gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in Purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuolo dello abate nella moglie di lui generato.

[…] Carissime donne, a me si para davanti a doversi far raccontare una verità che ha, troppo più che di quello che ella fu, di menzogna sembianza; e quella nella mente m’ha ritornata l’avere udito un per un altro essere stato pianto e sepellito. Dirò adunque come un vivo per morto sepellito fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come colpevole ne dovea più tosto essere condannato.
Fu adunque in Toscana una badia, e ancora è, posta, sì come noi ne veggiam molte, in luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco, il quale in ogni cosa era santissimo fuor che nell’opera delle femine: e questo sapeva sì cautamente fare, che quasi niuno, non che il sapesse, ma né suspicava; per che santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa. Ora avvenne che, essendosi molto con l’abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale avea nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (né per altro la sua dimestichezza piaceva all’abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue simplicità), e in questa dimestichezza s’accorse l’abate Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale esso sì ferventemente s’innamorò, che ad altro non pensava né dì né notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e dissipato, in amare questa sua moglie e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, recò a tanto Ferondo, che egli insieme con la sua donna a prendere alcun diporto nel giardino della badia venivano alcuna volta: e quivi con loro della beatitudine di vita eterna e di santissime opere di molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la licenzia da Ferondo e ebbela.
Venuta adunque a confessarsi la donna all’abate, con grandissimo piacere di lui e a’ piè postaglisi a sedere, anzi che a dire altro venisse, incominciò: «Messere, se Idio m’avesse dato marito o non me l’avesse dato, forse mi sarebbe agevole co’ vostri ammaestramenti d’entrare nel camino che ragionato n’avete che mena altrui a vita eterna; ma io, considerato chi è Ferondo e la sua stoltizia, mi posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo esso, altro marito aver non posso; e egli, così matto come egli è, senza alcuna cagione è sì fuori d’ogni misura geloso di me, che io per questo altro che in tribulazione e in mala ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che io a altra confession venga, quanto più posso umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio, per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio bene potere adoperare, il confessarmi o altro ben fare poco mi gioverà».
Questo ragionamento con gran piacere toccò l’animo dell’abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo maggior disidero aperta la via, e disse: «Figliuola mia, io credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un mentecatto, ma molto maggior la credo essere l’avere un geloso; per che, avendo voi e l’uno e l’altro, agevolmente ciò che della vostra tribulazion dite vi credo. Ma a questo, brievemente parlando, niuno né consiglio né rimedio veggo fuor che uno, il quale è che Ferondo di questa gelosia si guerisca. La medicina da guerillo so io troppo ben fare, pur che a voi dea il cuore di segreto tenere ciò che io vi ragionerò».
La donna disse: «Padre mio, di ciò non dubitate, per ciò che io mi lascerei innanzi morire che io cosa dicessi a altrui che voi mi diceste che io non dicessi; ma come si potrà far questo?»
Rispose l’abate: «Se noi vogliamo che egli guerisca, di necessità convien che egli vada in Purgatorio».
«E come» disse la donna «vi potrà egli andar vivendo?»
Disse l’abate: «Egli convien ch’e’ muoia, e così v’andrà; e quando tanta pena avrà sofferta che egli di questa sua gelosia sarà gastigato, noi con certe orazioni pregheremo Idio che in questa vita il ritorni, e Egli il farà».
«Adunque,» disse la donna «debbo io rimaner vedova?»
«Sì,» rispose l’abate «per un certo tempo, nel quale vi converrà molto ben guardare che voi a alcun non vi lasciate rimaritare, per ciò che Idio l’avrebbe per male, e, tornandoci Ferondo vi converrebbe a lui tornare, e sarebbe più geloso che mai».
La donna disse: «Pur che egli di questa mala ventura guerisca, che egli non mi convenea sempre stare in prigione, io son contenta; fate come vi piace».
Disse allora l’abate: «E io il farò; ma che guiderdone debbo io aver da voi di così fatto servigio?»
«Padre mio,» disse la donna «ciò che vi piace, pur che io possa: ma che puote una mia pari, che a un così fatto uomo, come voi siete, sia convenevole?»
A cui l’abate disse: «Madonna, voi potete non meno adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per voi, per ciò che, sì come io mi dispongo a far quello che vostro bene e vostra consolazion dee essere, così voi potete far quello che fia salute e scampo della vita mia».
Disse allora la donna: «Se così è, io sono apparecchiata».
«Adunque» disse l’abate «mi donerete voi il vostro amore e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi consumo».
La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: «Ohimè, padre mio, che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che voi foste un santo; or conviensi egli a’ santi uomini di richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di così fatte cose?»
A cui l’abate disse: «Anima mia bella, non vi maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore, per ciò che ella dimora nell’anima e quello che io vi domando è peccato del corpo. Ma che che si sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a così fare; e dicovi che voi della vostra bellezza più che altra donna gloriar vi potete, pensando che ella piaccia a’ santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli altri e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee questo esser grave a dover fare, anzi il dovete disiderare, per ciò che, mentre che Ferondo starà in Purgatoro, io vi darò, faccendovi la notte compagnia, quella consolazione che vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona alcuna s’accorgerà, credendo ciascun di me quello, e più, che voi poco avante ne credavate. Non rifiutate la grazia che Dio vi manda, ché assai sono di quelle che quello disiderano che voi potete avere e avrete, se savia crederete al mio consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che d’altra persona sieno che vostra. Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che io fo per voi volentieri».
La donna teneva il viso basso, né sapeva come negarlo, e il concedergliele non le pareva far bene; per che l’abate, veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta, parendogliele avere già mezza convertita, con molte altre parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse, l’ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto; per che essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata a ogni suo comando, ma prima non poter che Ferondo andato fosse in Purgatoro. A cui l’abate contentissimo disse: «E noi faremo che egli v’andrà incontanente; farete pure che domane o l’altro dì egli qua con meco se ne venga a dimorare»; e detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo anello, la licenziò. La donna, lieta del dono e attendendo d’aver degli altri, alle compagne tornata maravigliose cose cominciò a raccontare della santità dell’abate e con loro a casa se ne tornò.
Ivi a pochi dì Ferondo se n’andò alla badia, il quale come l’abate vide, così s’avisò di mandarlo in Purgatoro. E ritrovata una polvere di maravigliosa vertù, la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran prencipe (il quale affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna, quando alcun voleva dormendo mandare nel suo Paradiso o trarlone, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì fatta maniera più e men dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai detto colui in sé aver vita) e di questa tanta presane che a far dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di vino non ben chiaro ancora nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele diè bere: e lui appresso menò nel chiostro e con più altri de’ suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non durò guari che, lavorando la polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in piè s’addormentò e addormentato cadde. L’abate mostrando di turbarsi dell’accidente, fattolo scignere e fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso e molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosità di stomaco o d’altro che occupato l’avesse gli volesse la smarrita vita e ’l sentimento rivocare, veggendo l’abate e’ monaci che per tutto questo egli non si risentiva, toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti per constante ebbero ch’e’ fosse morto: per che, mandatolo a dire alla moglie e a’ parenti di lui, tutti quivi prestamente vennero; e avendolo la moglie con le sue parenti alquanto pianto, così vestito come era il fece l’abate mettere in uno avello.
La donna si tornò a casa, e da un piccol fanciullin che di lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e così rimasasi nella casa il figliuolo e la ricchezza che stata era di Ferondo cominciò a governare.
L’abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si confidava e che quel dì quivi da Bologna era venuto, levatosi la notte, tacitamente Ferondo trassero della sepoltura e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si vedea e che per prigione de’ monaci che fallissero era stata fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti, a guisa di monaco vestitolo sopra un fascio di paglia il posero e lasciaronlo stare tanto che egli si risentisse. In questo mezzo il monaco bolognese, dallo abate informato di quello che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna cosa, cominciò ad attender che Ferondo si risentisse.
L’abate il dì seguente con alcun de’ suoi monaci per modo di visitazione se n’andò a casa della donna, la quale di nero vestita e tribolata trovò: e confortatala alquanto, pianamente la richiese della promessa. La donna, veggendosi libera e senza lo ’mpaccio di Ferondo o d’altrui, avendogli veduto in dito un altro bello anello, disse che era apparecchiata, e con lui compose che la seguente notte v’andasse. Per che, venuta la notte, l’abate travestito de’ panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v’andò e con lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si giacque e poi si ritornò alla badia, quel cammino per così fatto servigio faccendo assai sovente. E da alcuni e nell’andare e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu creduto ch’e’ fosse Ferondo che andasse per quella contrada penitenza faccendo, e poi molte novelle tralla gente grossa della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ciò che era, più volte fu detto.
Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi senza saper dove si fosse, entrato dentro con una voce orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una gran battitura.
Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare: «Dove sono io?»
A cui il monaco rispose: «Tu se’ in Purgatoro».
«Come?» disse Ferondo «Dunque son io morto?»
Disse il monaco: «Mai sì»; per che Ferondo se stesso e la sua donna e ’l suo figliuolo cominciò a piagnere, le più nuove cose del mondo dicendo.
Al quale il monaco portò alquanto da mangiare e da bere; il che veggendo Ferondo disse: «O mangiano i morti?»
Disse il monaco: «Sì, e questo che io ti reco è ciò che la donna che fu tua mandò stamane alla chiesa a far dir messe per l’anima tua, il che Domenedio vuole che qui rappresentato ti sia».
Disse allora Ferondo: «Domine, dalle il buono anno! Io le voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la teneva tutta notte in braccio e non faceva altro che basciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva»; e poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere, e non parendogli il vino troppo buono, disse: «Domine, falla trista! ché ella non diede al prete del vino della botte di lungo il muro».
Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo il riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran battitura.
A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse: «Deh, questo perché mi fai tu?»
Disse il monaco: «Per ciò che così ha comandato Domenedio che ogni dì due volte ti sia fatto».
«E per che cagione?» disse Ferondo.
Disse il monaco: «Perché tu fosti geloso, avendo la miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie».
«Oimè» disse Ferondo «tu di’ vero, e la più dolce: ella era più melata che ’l confetto, ma io non sapeva che Domenedio avesse per male che l’uomo fosse geloso, ché io non sarei stato».
Disse il monaco: «Di questo ti dovevi tu avvedere mentre eri di là e ammendartene; e se egli avvien che tu mai vi torni, fa che tu abbi sì a mente quello che io ti fo ora, che tu non sii mai più geloso».
Disse Ferondo: «O ritornavi mai chi muore?»
Disse il monaco: «Sì, chi Dio vuole».
«Oh!» disse Ferondo «se io vi torno mai, io sarò il migliore marito del mondo; mai non la batterò, mai non le dirò villania, se non del vino che ella ci ha mandato stamane: e anche non ci ha mandato candela niuna, e èmmi convenuto mangiare al buio».
Disse il monaco: «Sì fece bene, ma elle arsero alle messe».
«Oh!» disse Ferondo «tu dirai vero: e per certo, se io vi torno, io le lascerò fare ciò che ella vorrà. Ma dimmi, chi se’ tu che questo mi fai?»
Disse il monaco: «Io sono anche morto, e fui di Sardigna; e perché io lodai già molto ad un mio signore l’esser geloso, sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture infino a tanto che Idio dilibererà altro di te e di me».
Disse Ferondo: «Non c’è egli più persona che noi due?»
Disse il monaco: «Sì, a migliaia, ma tu non gli puoi né vedere né udire se non come essi te».
Disse allora Ferondo: «O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?»
«Ohioh!» disse il monaco «sèvi di lungi delle miglia più di be’ la cacheremo».
«Gnaffé! cotesto è bene assai!» disse Ferondo «e per quel che mi paia, noi dovremmo essere fuor del mondo, tanto ci ha».
Ora in così fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo da dieci mesi, infra li quali assai sovente l’abate bene avventurosamente visitò la bella donna e con lei si diede il più bel tempo del mondo. Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò e, prestamente accortasene, il disse all’abate: per che a ammenduni parve che senza indugio Ferondo fosse da dovere essere di Purgatorio rivocato a vita e che a lei si tornasse, e ella di lui dicesse che gravida fosse.
L’abate adunque la seguente notte fece con una voce contrafatta chiamar Ferondo nella prigione e dirgli: «Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna, il quale farai che tu nomini Benedetto, per ciò che per gli prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa questa grazia».
Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse: «Ben mi piace: Dio gli dea il buono anno a messer Domeneddio e all’abate e a san Benedetto e alla moglie mia casciata, melata, dolciata».
L’abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quatro ora il facesse dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente il tornarono nello avello nel quale era stato sepellito. La mattina in sul far del giorno Ferondo si risentì e vide per alcuno pertugio dell’avello lume, il quale egli veduto non avea ben dieci mesi; per che, parendogli esser vivo, cominciò a gridare «Apritemi, apritemi!» ed egli stesso a pontar col capo nel coperchio dello avello sì forte, che ismossolo, per ciò che poca ismovitura aveva, lo ’ncominciava a mandar via, quando i monaci, che detto avean matutino, corson colà e conobbero la voce di Ferondo e viderlo già del monimento uscir fuori: di che spaventati tutti per la novità del fatto cominciarono a fuggire e allo abate n’andarono.
Il quale, sembianti faccendo di levarsi d’orazione, disse: «Figliuoli, non abbiate paura; prendete la croce e l’acqua santa e appresso di me venite, e veggiam ciò che la potenzia di Dio ne vuol mostrare»; e così fece.
Era Ferondo tutto pallido, come colui che tanto tempo era stato senza vedere il cielo, fuori dello avello uscito; il quale, come vide l’abate, così gli corse a’ piedi e disse: «Padre mio, le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle di san Benedetto e della mia donna m’hanno delle pene del Purgatoro tratto e tornato in vita; di che io priego Idio che vi dea il buono anno e le buone calendi, oggi e tuttavia».
L’abate disse: «Lodata sia la potenza di Dio! Va dunque, figliuolo, poscia che Idio t’ha qui rimandato, e consola la tua donna, la quale sempre, poi che tu di questa vita passasti, è stata in lagrime, e sii da quinci innanzi amico e servidor di Dio».
Disse Ferondo: «Messere, egli m’è ben detto così; lasciate far pur me, ché, come io la troverò, così la bascerò, tanto bene le voglio».
L’abate, rimaso co’ monaci suoi, mostrò d’avere di questa cosa una grande ammirazione e fecene divotamente cantare il Miserere. Ferondo tornò nella sua villa, dove chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose, ma egli richiamandogli affermava sé essere risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura.
Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, domandandolo di molte cose, quasi savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell’anime de’ parenti loro e faceva da sé medesimo le più belle favole del mondo de’ fatti del Purgatoro: e in pien popolo raccontò la revelazione statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per la qual cosa in casa con la moglie tornatosi e in possessione rientrato de’ suoi beni, la ’ngravidò al suo parere, e per ventura venne che a convenevole tempo, secondo l’oppinion degli sciocchi che credono la femina nove mesi appunto portare i figliuoli, la donna partorì un figliuol maschio, il qual fu chiamato Benedetto Ferondi.
La tornata di Ferondo e le sue parole, credendo quasi ogn’uomo che risuscitato fosse, acrebbero senza fine la fama della santità dell’abate; e Ferondo, che per la sua gelosia molte battiture ricevute avea, sì come di quella guerito, secondo la promessa dell’abate fatta alla donna, più geloso non fu per innanzi; di che la donna contenta, onestamente, come soleva, con lui si visse, sì veramente che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo abate si ritrovava, il quale bene e diligentemente ne’ suoi maggior bisogni servita l’avea.

PARAFRASI IN ITALIANO MODERNO

Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall’abate, che la moglie di lui si gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e gli è fatto credere che egli è in Purgatorio; e poi resuscitato, come fosse suo alleva un figliuolo generato dall’abate nella moglie di lui.

[…] Carissime donne, mi si offre il bisogno di raccontare un fatto vero, il quale più che di verità ha apparenza di menzogna; e ciò mi è venuto in mente in quanto ho udito di uno che per un altro era stato pianto e sepolto [ciò è narrato nella novella precedente]. Dirò dunque di come un vivo fosse sepolto credendolo morto, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri credessero che lui era uscito dalla sepoltura, mentre colui che meritava piuttosto di essere considerato colpevole venisse invece adorato come un santo.
Ci fu dunque in Toscana una badia, e ancora c’è, posta, così come noi ne vediamo molte, in luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco, il quale in ogni cosa era santissimo fuorché nei rapporti con le femmine: e questo sapeva così cautamente fare, che quasi nessuno, non solo non lo sapeva, ma neppure lo sospettava; per cui era considerato santissimo e giusto in ogni cosa. Ora avvenne che, avendo molto familiarizzato con l’abate un ricchissimo villano, il quale si chiamava Ferondo, uomo materiale e grossolano fuor di misura (né per altro la sua dimestichezza piaceva all’abate, se non per un certo sollazzo che talvolta ricavava dalle sue sciocchezze), in seguito a questa dimestichezza l’abate s’accorse che Ferondo aveva una bellissima donna per moglie, della quale esso così ferventemente s’innamorò, che ad altro non pensava né giorno né notte. Ma udendo che, sebbene Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e sciocco, nell’amare questa sua moglie e nel cusodirla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, seppe trattare Ferondo in tal modo, che egli insieme con la sua donna veniva a prendere qualche diporto nel giardino della badia di tanto in tanto: e qui con loro ragionava modestissimamente della beatitudine della vita eterna e di santissime opere di molti uomini e donne del passato, tanto che alla donna venne desiderio di confessarsi da lui e ne chiese il permesso a Ferondo e l’ottenne.
Venuta dunque la donna a confessarsi dall’abate, con grandissimo piacere di lui e messasi a sedere ai suoi piedi, prima di arrivare a parlare d’altro, incominciò: «Messere, se Iddio m’avesse dato marito veramente [cioè se me l’avesse dato assennato e di proposito] o non me l’avesse dato [piuttosto che darmelo così sciocco], forse mi sarebbe agevole con i vostri ammaestramenti entrare nel cammino di cui mi avete ragionato che conduce alla vita eterna; ma io, considerato chi è Ferondo e la sua stoltezza, mi posso dire vedova, eppure sono maritata, in quanto, finché lui è vivo, non posso avere altro marito; inoltre egli, così stupido com’è, senza alcun motivo è così fuori d’ogni misura geloso di me, che io per questo non posso vivere altro che in tribolazione e in mala ventura. Per la qual cosa, prima che io passi a confessare altre cose, quanto più posso umilmente vi prego che su questo vi piaccia darmi qualche consiglio, per ciò che, se da qui non comincia la ragione del mio potere far bene, il confessarmi o qualunque altra opera buona poco mi gioverà».
Questo ragionamento con gran piacere toccò l’animo dell’abate, e gli parve che la fortuna gli avesse aperta la via al suo maggiore desiderio, e disse: «Figliuola mia, io credo che sia una gran noia per una bella e delicata donna, come voi siete, avere per marito un mentecatto, ma credo che sia molto maggiore quella d’averne uno geloso; perciò, avendo voi e l’uno e l’altro, credo agevolmente a ciò che dite della vostra tribolazione. Ma a questo, per dirla in breve, non vedo alcun consiglio né rimedio fuorché uno, e cioè che Ferondo guarisca di questa gelosia. La medicina per guarirlo io la conosco bene, purché voi abbiate cuore di tenere segreto tenere ciò che io vi spiegherò».
La donna disse: «Padre mio, di ciò non dubitate, perché io mi lascerei morire piuttosto che dire a qualcuno qualcosa che voi mi abbiate detto di non dire; ma come si potrà far questo?»
Rispose l’abate: «Se noi vogliamo che egli guarisca, è necessario che egli vada in Purgatorio».
«E come» disse la donna «potrà egli andarvi da vivo?»
Disse l’abate: «È necessario che egli muoia, e così ci andrà; e quando avrà sofferto tanta pena da essere castigato di questa sua gelosia, noi con certe orazioni pregheremo Iddio che lo riporti in questa vita, ed Egli lo farà».
«Dunque,» disse la donna «devo io rimanere vedova?»
«Sì,» rispose l’abate «per un certo tempo, durante il quale vi converrà stare molto attenta affinché non vi lasciate rimaritare ad alcuno [com’era usanza che facessero il padre o i fratelli di una vedova], perché Iddio l’avrebbe per male, e, tornando Ferondo in questo mondo vi converrebbe a lui tornare, ed egli sarebbe più geloso che mai».
La donna disse: «Purché guarisca di questa mala ventura, poiché non mi piaceva stare sempre in prigione, io son contenta; fate come vi piace».
Disse allora l’abate: «E io lo farò; ma che ricompensa devo io aver da voi per così fatto servizio?»
«Padre mio,» disse la donna «ciò che vi piace, purché io possa: ma che può una mia pari, che a un così fatto uomo, come voi siete, sia convenevole?»
Al che l’abate disse: «Madonna, voi potete fare per me cosa non minore di quella che io sto per fare per voi, dato che, proprio come io mi dispongo a fare quello che sarà il vostro bene e la vostra consolazione, così voi potete fare quello che sarà salute e scampo della vita mia».
Disse allora la donna: «Se così è, io sono apparecchiata».
«Dunque» disse l’abate «voi mi donerete il vostro amore e mi farete contento di voi, per cui io ardo tutto e mi consumo».
La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: «Ohimè, padre mio, che è ciò che voi domandate? Io credevo che voi foste un santo; da quando conviene ai santi uomini chiedere simili cose alle donne, che vanno da loro per consiglio?»
Al che l’abate disse: «Anima mia bella, non vi meravigliate, perché per questo la santità non diventa minore, dato che ella dimora nell’anima e quello che io vi domando è peccato del corpo. Ma sia quel che sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costringe a far così; e vi dico che voi vi potete gloriare della vostra bellezza più che qualunque altra donna, pensando che essa piace ai santi, che sono abituati a vedere quelle del cielo. E oltre a questo, sebbene io sia abate, io sono uomo come gli altri e, come voi vedete, non sono ancora vecchio. E dover far questo non vi deve essere gravoso, anzi lo dovete desiderare, visto che, mentre Ferondo starà in Purgatorio, io vi darò, facendovi compagnia la notte, quella consolazione che egli vi dovrebbe dare; né mai di questo persona alcuna si accorgerà, dato che ciascuno crede di me quello, e più, che voi poco prima ne credevate. Non rifiutate la grazia che Dio vi manda, perché sono molte quelle che desiderano ciò che voi potete avere e avrete, se savia crederete al mio consiglio. Oltre a questo, io ho dei gioielli belli e preziosi, e io non intendo che siano d’altri se non vostri. Fate dunque, dolce speranza mia, per me quello che io faccio per voi volentieri».
La donna teneva il viso basso, né sapeva come negare ciò che le veniva richiesto, e al concederlo non le pareva di far bene; perciò l’abate, vedendo che aveva ascoltato e che indugiava nella risposta, parendogli di averla già mezza convertita, aggiungendo molte altre parole alle prime, avanti che egli smettesse di parlare, le ebbe messo nel capo che questo fosse ben fatto; per cui essa vergognosamente disse di essere apparecchiata a ogni suo comando, ma di non poterlo fare prima che Ferondo fosse andato in Purgatorio. Al che l’abate contentissimo disse: «E noi faremo che egli ci vada subito; e voi pure farete in modo che domani l’altro egli venga a dimorare qua con me»; e detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo anello, la licenziò. La donna, lieta del dono e attendendo d’averne degli altri, tornata alle compagne, meravigliose cose cominciò a raccontare della santità dell’abate e con loro a casa se ne tornò.
Di lì a pochi giorni Ferondo se n’andò alla badia, e appena lo vide l’abate si decise a mandarlo in Purgatorio. E ritrovata una polvere di virtù meravigliosa, che aveva avuto nelle terre di Levante da un gran principe (il quale affermava che era solito farne uso il Veglio della Montagna, quando voleva mandare nel suo Paradiso o trarne fuori qualcuno addormentato, e che essa, data in quantità maggiore o minore, senza alcun danno faceva dormire di più o di meno colui che la prendeva, in modo che, finché durava il suo effetto, non si sarebbe mai detto colui fosse vivo) e presane di questa tanta da essere sufficiente a far dormire per tre giorni, la diede a bere a Ferondo in un bicchiere di vino non ben chiaro mentre era ancora nella sua cella, senza che lui se ne accorgesse: poi lo portò nel chiostro e assieme con altri monaci cominciarono a prendere diletto di lui e delle sue sciocchezze. Il quale non durò molto, dato che, facendo la polvere il suo effetto, a costui venne un sonno improvviso e fiero nella testa, tale che, mentre era ancora in piedi, si addormentò e addormentato cadde. L’abate, mostrando di turbarsi per ciò che succedeva, fattigli slacciare gli abiti e fatta recare dell’acqua fredda e gettatagliela nel viso e fatti fare molti suoi altri argomenti, come se  qualche esalazione di vapori malefici per cattiva digestione o per altro motivo  gli volesse togliere la vita smarrita e i sensi, vedendo l’abate e i monaci che malgrado tutto questo egli non si riprendeva, toccandogli il polso e non trovandogli alcuna manifestazione vitale, tutti indubitabilmente pensarono che egli fosse morto: per cui, mandatolo a dire alla moglie e ai parenti di lui, tutti qui prestamente vennero; e dopo che la moglie con le sue parenti l’ebbe pianto a lungo, così vestito come era l’abate lo fece mettere in un avello.
La donna se ne tornò a casa, e disse che non intendeva mai separarsi da un piccolo fanciullino che aveva avuto da lui; così si tenne in casa il figliuolo e cominciò ad amministrare la ricchezza che era stata di Ferondo.
L’abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si fidava e che quel giorno da Bologna era qui venuto, levatosi la notte, tacitamente trassero Ferondo dalla sepoltura e lo portarono in un sotterraneo, nel quale non c’era alcun lume e che era stato adibito a prigione dei monaci che fallissero; e toltigli i suoi vestimenti, vestitolo a guisa di monaco, lo posero sopra un fascio di paglia e lo lasciarono stare tanto che egli si svegliasse. In questo frattempo il monaco bolognese, informato dall’abate di ciò che doveva fare, senza che nessun altro ne sapesse niente, cominciò ad attendere che Ferondo si svegliasse.
L’abate il dì seguente con alcuni dei suoi monaci fingendo una visita di cortesia se ne andò a casa della donna, che trovò vestita di nero e abbattuta: e confortatala alquanto, pianamente le richiese della promessa. La donna, vedendosi libera e senza l’impaccio di Ferondo o di altri, avendogli veduto in dito un altro bell’anello, disse che era apparecchiata, e con lui si accordò affinché la notte seguente andasse da lei. Per cui, venuta la notte, l’abate travestito dei panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, vi andò e con lei si giacque fino al mattutino con grandissimo diletto e piacere, poi se ne ritornò alla badia, facendo assai volte quel cammino fatto per tale servizio. E incontrandosi con alcuni sia nell’andare sia nel tornare alcune volte, fu creduto che egli fosse Ferondo che andasse per quella contrada facendo penitenza, e poi ne nacquero molte chiacchiere tra la gente rozza del villaggio, e queste furono più volte riportate alla moglie, che ben sapeva qual era la verità.
Il monaco bolognese, quando Ferondo si riprese e si trovò senza sapere dove fosse, entrato dentro con una voce orribile, con certe verghe in mano, lo prese e gli diede una gran battitura.
Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare: «Dove sono io?»
Al che il monaco rispose: «Tu sei in Purgatorio».
«Come?» disse Ferondo «Dunque sono morto?»
Disse il monaco: «Ebbene sì»; al che Ferondo cominciò a piangere se stesso e la sua donna e il suo figliuolo, dicendo le più strane cose del mondo.
Al che il monaco portò alquanto da mangiare e da bere; vedendo ciò Ferondo disse: «Oh che, mangiano i morti?»
Disse il monaco: «Sì, e questo che io ti reco è ciò che la donna che fu tua mandò stamane alla chiesa perché fossero dette messe per l’anima tua, il che Domeneddio vuole che qui presentato ti sia».
Disse allora Ferondo: «Signore, dalle il buon anno [esclamazione popolaresca d’augurio del tipo “Signore benedicila”]! Io le volevo proprio un gran bene prima di morire, tanto che io me la tenevo tutta la notte in braccio e non facevo altro che baciarla e anche facevo dell’altro quando voglia me ne veniva»; e poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere, e non parendogli il vino troppo buono, disse: «Domine, falla trista! ché ella non diede al prete quel vino della botte allato al muro».
Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo lo riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran battitura.
Al che Ferondo, avendo gridato assai, disse: «Deh, perché mi fai tu questo?»
Disse il monaco: «Perché così ha comandato Domeneddio, che ogni giorno ciò ti sia fatto due volte».
«E per quale ragione?» disse Ferondo.
Disse il monaco: «Perché tu fosti geloso, avendo per moglie la miglior donna che fosse nelle tue contrade».
«Oimè» disse Ferondo «tu dici vero, e la più dolce: ella era più dolce del confetto, ma io non sapevo che Domeneddio avesse per male che l’uomo fosse geloso, perché non lo sarei stato».
Disse il monaco: «Di questo dovevi tu accorgerti mentre eri di là e ammendartene; e se accade che tu mai vi torni, fa che tu abbia così a mente quello che io ti faccio ora, che tu non sia mai più geloso».
Disse Ferondo: «Ma chi muore può tornare di là?»
Disse il monaco: «Sì, chi Dio vuole».
«Oh!» disse Ferondo «se io mai vi torno, io sarò il migliore marito del mondo; mai non la batterò, mai non le dirò villania, se non del vino che ella ci ha mandato stamane: e anche non ci ha mandato nessuna candela, e ho dovuto mangiare al buio».
Disse il monaco: «Sì che lo fece, ma esse arsero alle messe».
«Oh!» disse Ferondo «tu dirai il vero: e per certo, se io vi torno, io le lascerò fare ciò che ella vorrà. Ma dimmi, chi sei tu che questo mi fai?»
Disse il monaco: «Anch’io morto, e fui di Sardegna; e poiché io già molto lodai un mio signore per il fatto che fosse geloso, sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture infino a tanto che Idio delibererà altro di te e di me».
Disse Ferondo: «Non c’è altra persona che noi due?»
Disse il monaco: «Sì, a migliaia, ma tu non li puoi né vedere né udire così come essi te».
Disse allora Ferondo: «O quanto siamo noi lontani dalle nostre contrade?»
«Ohioh!» disse il monaco «vi sei di lungi delle miglia più di be’ la cacheremo [parole senza senso, dette per confondere ancor più Ferondo]».
«Gnaffé! cotesto è bene assai!» disse Ferondo «e per quel che mi pare, noi dovremmo essere fuor del mondo, tanto ci ha».
Ora in così fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo circa dieci mesi, durante i quali assai sovente l’abate bene avventurosamente visitò la bella donna e con lei si diede il più bel tempo del mondo. Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò e, prestamente accortasene, lo disse all’abate: per cui a entrambi parve che senza indugio Ferondo dovesse dal Purgatorio essere riportato in vita e che a lei tornasse, ed ella dicesse che era gravida di lui.
L’abate dunque la seguente notte con una voce contraffatta fece chiamar Ferondo nella prigione e gli disse: «Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al mondo; dove, una volta tornato, tu avrai dalla tua donna un figliuolo, che farai chiamare Benedetto, dato che per le preghiere del tuo santo abate e della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa questa grazia».
Ferondo, udendo questo, fu assai lieto e disse: «Ben mi piace: Dio gli dia il buono anno al signor Domeneddio e all’abate e a san Benedetto e alla moglie mia piena di cacio [cioè saporita come un cibo con molto cacio], melata, dolciata [aggettivi che sottolineano la goffaggine del protagonista]».
L’abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quattro ore lo facesse dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente lo riportarono nell’avello nel quale era stato seppellito. La mattina in sul far del giorno Ferondo si risvegliò e vide della luce per qualche pertugio dell’avello, cosa che egli non aveva veduto per ben dieci mesi; per cui, parendogli di essere vivo, cominciò a gridare «Apritemi, apritemi!» ed egli stesso a spingere col capo nel coperchio dell’avello così forte, che smossolo, dato che si riusciva a smuoverlo con poco, incominciava ad aprirlo, quando i monaci, che avevano detto mattutino, corsero colà e conobbero la voce di Ferondo e lo videro già uscir fuori della tomba: al che tutti spaventati per la novità del fatto cominciarono a fuggire e andarono dall’abate.
Il quale, facendo finta di aver appena finito di pregare, disse: «Figliuoli, non abbiate paura; prendete la croce e l’acqua santa e venite appresso a me, e vediamo ciò che la potenza di Dio ci vuol mostrare»; e così fece.
Ferondo tutto pallido, come uno che era stato tanto tempo senza vedere il cielo, era uscito fuori dall’avello; e, come vide l’abate, gli corse ai piedi e disse: «Padre mio, le vostre orazioni, secondo ciò che mi è stato rivelato, e quelle di san Benedetto e della mia donna m’hanno tratto dalle pene del Purgatorio e riportato in vita; di che io prego Iddio che vi dia il buono anno e i buoni mesi, oggi e sempre».
L’abate disse: «Lodata sia la potenza di Dio! Va dunque, figliuolo, dato che Iddio ti ha qui rimandato, e consola la tua donna, la quale sempre, dopo che tu lasciasti questa vita, è stata in lagrime, e sii d’ora in poi amico e servitor di Dio».
Disse Ferondo: «Signore, già mi è stato detto così; lasciate fare a me, perché, come io la troverò, così la bacerò, tanto bene le voglio».
L’abate, rimasto con i monaci suoi, mostrò d’avere di questa cosa una grande ammirazione e fece per questo cantare devotamente il Miserere. Ferondo tornò nella sua villa, dove chiunque lo vedeva fuggiva, come si suole fare davanti a delle orribili cose, ma egli richiamandogli affermava che era risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura.
Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, facendogli domande su molte cose, quasi ritornato savio, a tutti rispondeva e diceva loro notizie delle anime dei parenti loro e inventava da sé medesimo le più belle favole del mondo sui fatti del Purgatorio: e in mezzo ai suoi compaesani raccontò la rivelazione che gli era stata fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello [deformazione di Agnolo Gabriello, a sottolineare ancora una volta la rozzezza di Ferondo] prima che risuscitasse. Perciò tornato in casa con la moglie e rientrato in possesso dei suoi beni, la ingravidò (secondo il suo parere), e per ventura avvenne che a convenevole tempo, secondo l’opinione degli sciocchi che credono la femmina appunto portare i figliuoli per nove mesi, la donna partorì un figliuolo maschio, il quale fu chiamato Benedetto Ferondi.
Il ritorno di Ferondo e le sue parole, dato che quasi tutti credevano che fosse risuscitato, accrebbero senza fine la fama della santità dell’abate; e Ferondo, che per la sua gelosia aveva ricevuto molte battiture, come se fosse guarito da quella, secondo la promessa dell’abate fatta alla donna, più geloso non fu per innanzi; di che la donna contenta, onestamente, come soleva, con lui si visse, solo che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo abate si ritrovava, il quale bene e diligentemente l’aveva servita nei suoi maggiori bisogni.

Miniature da antichi manoscritti raffiguranti momenti diversi di questa novella




venerdì 1 settembre 2017

102 Martellino e il beato Arrigo (di Giovanni Boccaccio)



Il tema della seconda giornata del Decameron è quello di un lieto fine conseguente a un fatto che non lasciasse speranza di uscirne.
La prima novella è ambientata a Treviso, dove tre giovinastri, pur di vedere con i propri occhi chi sia quel sant’uomo che, posto nel Duomo, fa accorrere una moltitudine di trevigiani, architettano uno scherzo che porta uno di loro agli arresti e quasi all’impiccagione, se non fosse per l’intervento di un nobile signore. La novella racconta fatti storici, riferiti con estrema precisione dai più autorevoli testimoni contemporanei: la vita umile di facchino del sant’uomo, originario di Bolzano, il miracoloso suonare delle campane alla sua morte, il trasporto in Duomo fra l’entusiasmo popolare, i primi miracoli, fra cui la guarigione di un paralitico. Arrigo venne beatificato e ancor oggi nel Duomo di Treviso vi è un altare a lui dedicato.

[Giornata seconda: 1]
Martellino, infignendosi attratto, sopra santo Arrigo fa vista di guarire e, conosciuto il suo inganno, è battuto e poi preso; e in pericol venuto d’essere impiccato per la gola, ultimamente scampa.

Spesse volte, carissime donne, avvenne che chi altrui s’è di beffare ingegnato, e massimamente quelle cose che sono da reverire, s’è colle beffe e talvolta col danno sé solo ritrovato. Il che, acciò che io al comandamento della reina ubbidisca e principio dea con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che prima sventuratamente e poi, fuori di tutto il suo pensiero, assai felicemente ad un nostro cittadino adivenisse.
Era, non è ancora lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi, chiamato Arrigo, il quale, povero uomo essendo, di portare pesi a prezzo serviva chi il richiedeva; e, con questo, uomo di santissima vita e di buona era tenuto da tutti. Per la qual cosa, o vero o non vero che si fosse, morendo egli adivenne, secondo che i trivigiani affermano, che nell’ora della sua morte le campane della maggior chiesa di Trivigi tutte, senza essere da alcuno tirate, cominciarono a sonare. Il che in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo corpo giaceva, quello a guisa d’un corpo santo nella chiesa maggiore ne portarono, menando quivi zoppi, attratti e ciechi e altri di qualunque infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo divenir sani.
In tanto tumulto e discorrimento di popolo, avvenne che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de’ quali l’uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino e il terzo Marchese, uomini li quali, le corti de’ signori visitando, di contraffarsi e con nuovi atti contraffacendo qualunque altro uomo li veditori sollazzavano. Li quali quivi non essendo stati giammai, veggendo correre ogni uomo, si maravigliarono, e udita la cagione per che ciò era disiderosi divennero d’andare a vedere.
E poste le lor cose ad uno albergo, disse Marchese: «Noi vogliamo andare a veder questo santo, ma io per me non veggio come noi vi ci possiam pervenire, per ciò che io ho inteso che la piazza è piena di tedeschi e d’altra gente armata, la quale il signor di questa terra, acciò che romor non si faccia, vi fa stare; e oltre a questo la chiesa, per quel che si dica, è sì piena di gente che quasi niuna persona più vi può entrare».
Martellino allora, che di veder questa cosa disiderava, disse: «Per questo non rimanga, ché di pervenire infino al corpo santo troverrò io ben modo».
Disse Marchese: «Come?»
Rispose Martellino: «Dicolti. Io mi contraffarò a guisa d’uno attratto, e tu dall’un lato e Stecchi dall’altro, come se io per me andar non potessi, mi verrete sostenendo faccendo sembianti di volermi là menare acciò che questo santo mi guarisca; egli non sarà alcuno che veggendoci non ci faccia luogo e lascici andare».
A Marchese e a Stecchi piacque il modo; e senza alcuno indugio usciti fuor dell’albergo, tutti e tre in un solitario luogo venuti, Martellino si storse in guisa le mani, le dita e le braccia e le gambe e oltre a questo la bocca e gli occhi e tutto il viso, che fiera cosa pareva a vedere; né sarebbe stato alcuno che veduto l’avesse, che non avesse detto lui veramente esser tutto della persona perduto e rattratto. E preso, così fatto, da Marchese e da Stecchi, verso la chiesa si dirizzarono in vista tutti pieni di pietà, umilemente e per l’amor di Dio domandando a ciascuno che dinanzi lor si parava che loro luogo facesse, il che agevolmente impetravano; e in brieve, riguardati da tutti e quasi per tutto gridandosi «Fa luogo! fa luogo!», là pervennero ove il corpo di santo Arrigo era posto; e da certi gentili uomini, che v’erano da torno, fu Martellino prestamente preso e sopra il corpo posto, acciò che per quello il beneficio della santà acquistasse. Martellino, essendo tutta la gente attenta a veder che di lui avvenisse, stato alquanto, cominciò, come colui che ottimamente fare lo sapeva, a far sembiante di distendere l’uno de’ diti e appresso la mano e poi il braccio, e così tutto a venirsi distendendo. Il che veggendo la gente, sì gran romore in lode di santo Arrigo facevano, che i tuoni non si sarieno potuti udire.
Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conoscea Martellino, ma per l’esser così travolto quando vi fu menato non l’avea conosciuto; il quale, veggendolo ridirizzato e riconosciutolo, subitamente cominciò a ridere e a dire: «Domine, fallo tristo! Chi non avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato attratto da dovero?»
Queste parole udirono alcuni trivigiani, li quali incontanente il domandarono: «Come! non era costui attratto?»
A’ quali il fiorentino rispose: «Non piaccia a Dio! Egli è sempre stato diritto come qualunque è l’un di noi, ma sa meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far queste ciance di contraffarsi in qualunque forma vuole».
Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti: essi si fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare: «Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e de’ santi, il quale, non essendo attratto, per ischernire il nostro santo e noi, qui a guisa d’attratto è venuto!» E così dicendo il pigliarono e giù del luogo dove era il tirarono, e presolo per li capelli e stracciatili tutti i panni indosso gl’incominciarono a dare delle pugna e de’ calci; né parea a colui essere uomo che a questo far non correa. Martellin gridava «Mercé per Dio!» e quanto poteva s’aiutava, ma ciò era niente: la calca gli multiplicava ognora addosso maggiore.
La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese cominciarono fra sé a dire che la cosa stava male, e di se medesimi dubitando non ardivano a aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridando ch’el fosse morto, avendo nondimeno pensiero tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo; il quale fermamente l’avrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato il qual Marchese subitamente prese; che, essendo ivi di fuori la famiglia tutta della signoria, Marchese, come più tosto poté, n’andò a colui che in luogo del podestà v’era e disse: «Mercé per Dio! Egli è qua un malvagio uomo che m’ha tagliata la borsa con ben cento fiorin d’oro; io vi priego che voi il pigliate, sì che io riabbia il mio».
Subitamente, udito questo, ben dodici de’ sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato, e alle maggior fatiche del mondo, rotta la calca, loro tutto pesto e tutto rotto il trassero delle mani e menaronnelo a palagio; dove molti seguitolo che da lui si tenevano scherniti, avendo udito che per tagliaborse era stato preso, non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similmente cominciarono a dir ciascuno da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali cose udendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò lo’ncominciò a essaminare. Ma Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura: di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone gli fece dare con animo di fargli confessare ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccar per la gola.
Ma poi che egli fu in terra posto, domandandolo il giudice se ciò fosse vero che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dir di no, disse: «Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun che m’accusa dire quando e dove io gli tagliai la borsa, e io vi dirò quello che io avrò fatto e quel che no».
Disse il giudice: «Questo mi piace»; e fattine alquanti chiamare, l’uno diceva che gliele avea tagliata otto dì eran passati, l’altro sei, l’altro quatro, e alcuni dicevano quel dì stesso.
Il che udendo Martellino disse: «Signor mio, essi mentono tutti per la gola! e che io dica il vero, questa pruova ve ne posso fare: che così non fossi io mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui se non da poco fa in qua; e come io giunsi, per mia disaventura andai a veder questo corpo santo, dove io sono stato pettinato come voi potete vedere; e che questo che io dico sia vero, ve ne può far chiaro l’uficial del signore il quale sta alle presentagioni e il suo libro e ancora l’oste mio. Per che, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate a instanzia di questi malvagi uomini straziare e uccidere».
Mentre le cose erano in questi termini, Marchese e Stecchi, li quali avevan sentito che il giudice del podestà fieramente contro a lui procedeva, e già l’aveva collato, temetter forte, seco dicendo: «Male abbiam procacciato; noi abbiamo costui tratto della padella e gittatolo nel fuoco». Per che, con ogni sollecitudine dandosi attorno e l’oste loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono; di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti, il quale in Trivigi abitava e appresso al signore aveva grande stato; e ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò che de’ fatti di Martellino gli tenesse.
Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che per Martellino fosse mandato; e così fu. Il quale coloro che per lui andarono trovarono ancora in camiscia dinanzi al giudice e tutto smarrito e pauroso forte, per ciò che il giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire; anzi, per avventura avendo alcuno odio ne’ fiorentini, del tutto era disposto a volerlo far impiccar per la gola e in niuna guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che costretto non fu di renderlo a suo dispetto. Al quale poi che egli fu davanti, e ogni cosa per ordine dettagli, porse prieghi che in luogo di somma grazia via il lasciasse andare, per ciò che infino che in Firenze non fosse sempre gli parrebbe il capestro aver nella gola. Il signore fece grandissime risa di così fatto accidente; e fatta donare una roba per uomo, oltre alla speranza di tutti e tre di così gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa loro.

L’altare del Beato Arrigo nel Duomo di Treviso

PARAFRASI IN ITALIANO MODERNO

Martellino, fingendosi storpio, posto sopra il corpo di santo Arrigo fa finta di guarire e, conosciuto il suo inganno, viene battuto e poi arrestato; e rischiato d’esser impiccato per la gola, ultimamente la scampa.

Spesse volte, carissime donne, avvenne che chi si è ingegnato di beffare gli altri, e massimamente su quelle cose che sono da riverire, si è ritrovato solo con le beffe e talvolta con il danno. Il che, affinché al comandamento della regina ubbidisca e dia inizio con una mia novella alla sua proposta, intendo di raccontarvi quello che prima sventuratamente e poi, oltre ogni sua immaginazione, assai felicemente accadde ad un nostro concittadino.
C’era, non molto tempo fa, un tedesco a Treviso, chiamato Arrigo, il quale, essendo un povero uomo, si offriva di portare pesi a pagamento per chi glielo richiedeva; e, malgrado questo, era considerato da tutti uomo di vita santissima e buona. Per la qual cosa, vero o non vero che fosse, quando morì [il 10 giugno 1315] avvenne, secondo quello che i trevigiani affermano, che nell’ora della sua morte tutte le campane della maggior chiesa di Treviso, senza essere da alcuno tirate, cominciarono a sonare. Il che sembrando un miracolo, tutti dicevano che questo Arrigo era un santo; e recatosi tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo corpo giaceva, proprio come se fosse un corpo santo nella chiesa maggiore lo portarono, conducendo qui zoppi, storpi e ciechi e chiunque altro soffrisse di qualunque infermità o difetto, quasi che tutti dovessero, nel toccare questo corpo, divenir sani.
In tanto tumulto e via vai di popolo, avvenne che a Treviso giunsero tre nostri cittadini, dei quali uno era chiamato Stecchi, l’altro Martellino e il terzo Marchese, uomini che, visitando le corti dei signori, divertivano gli altri trasformandosi e con nuovi atti contraffacendo chiunque. Essi, che qui non erano mai stati, vedendo correre ogni uomo, si meravigliarono, e uditane la ragione per cui ciò succedeva, divennero desiderosi d’andare a vedere.
E depositate le loro cose in un albergo, disse Marchese: «Noi vogliamo andare a veder questo santo, ma secondo me non vedo come noi ci possiamo arrivare, dato che ho inteso che la piazza è piena di tedeschi [connazionali di Arrigo che era di Bolzano] e d’altra gente armata, che il signor di questa terra [Manno della Branca da Gubbio, podestà ghibellino] vi fa stare, affinché non ci siano tumulti; e oltre a questo la chiesa, per quel che si dice, è così piena di gente che quasi nessuna persona vi può più entrare».
Martellino allora, che desiderava veder questa cosa, disse: «Per questo non si eviti di fare la cosa, perché troverò io ben il modo di giungere fino al corpo santo».
Disse Marchese: «Come?»
Rispose Martellino: «Te lo dico. Io mi contraffarò a guisa d’uno storpio, e tu da una parte e Stecchi dall’altra, come se io non potessi camminare da solo, mi verrete sostenendo, mostrando di volermi condurre là affinché che questo santo mi guarisca; non ci sarà alcuno che vedendoci non ci faccia passare e non ci lasci andare».
A Marchese e a Stecchi piacque il modo; e senza alcun indugio, usciti fuor dell’albergo, arrivati tutti e tre in un luogo solitario, Martellino si storse talmente le mani, le dita e le braccia e le gambe e oltre a questo la bocca e gli occhi e tutto il viso, che a vederlo pareva una cosa spaventosa; non ci poteva essere nessuno che, vedendolo, non avesse detto che lui veramente era tutto paralizzato nel corpo e rattrappito. E sostenuto, così fatto, da Marchese e da Stecchi, verso la chiesa si avviarono all’apparenza tutti pieni di pietà, umilmente e per l’amor di Dio domandando a ciascuno che dinanzi a loro si parava, che li lasciassero passare, il che agevolmente ottenevano; e in breve, guardati da tutti e quasi per tutto gridandosi «Fate passare! Fate passare!», là giunsero dove il corpo di santo Arrigo era posto; e da certi uomini autorevoli, che v’erano attorno, fu Martellino prestamente preso e sopra il corpo posto, affinché grazie a quel contatto egli acquistasse il beneficio della sanità. Martellino, essendo tutta la gente attenta a osservare che cosa gli capitasse, dopo esserci stato alquanto, cominciò, dato che ottimamente lo sapeva fare, a far sembiante di distendere una delle dita e appresso la mano e poi il braccio, fino a distendersi tutto. La gente, vedendo questo, si mise a fare un così gran rumore in lode di santo Arrigo, che i tuoni non si sarebbero potuti udire.
C’era per caso in questo luogo un fiorentino, il quale molto bene conosceva Martellino, ma, per esser egli così sfigurato quando vi era stato portato, non l’aveva riconosciuto; ma quando lo vide dritto e lo riconobbe, subitamente cominciò a ridere e a dire: «Signore, dagli il malanno! Chi non avrebbe creduto, vedendolo venire, che egli non fosse storpio per davvero?»
Alcuni trevigiani udirono queste parole e immediatamente gli domandarono: «Come! non era costui storpio?»
Ai quali il fiorentino rispose: «Non piaccia a Dio! Egli è sempre stato diritto come lo è qualunque di noi, ma lui sa meglio di ogni altro uomo, come voi avete potuto vedere, far questi scherzi di contraffarsi in qualunque forma vuole».
Come costoro ebbero udito questo, non ci volle altro: essi si fecero con la forza innanzi e cominciarono a gridare: «Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e dei santi, il quale, non essendo paralitico, per schernire il nostro santo e noi, qui a guisa di paralitico è venuto!» E così dicendo lo pigliarono e giù dal luogo dove era lo tirarono, e presolo per i capelli e stracciatigli tutti i panni indosso incominciarono a dargli pugni e calci; a lui non pareva che ci fosse alcuno che non partecipasse al tafferuglio. Martellino gridava «Mercé per Dio!» e quanto poteva s’aiutava, ma ciò era inutile: la calca gli si addensava addosso sempre di più.
Vedendo questa cosa Stecchi e Marchese cominciarono fra sé a dire che la cosa andava male, e temendo di se medesimi non ardivano ad aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridavano che fosse ucciso, avendo nondimeno pensiero di come fare per poterlo trarre dalle mani del popolo; il quale sicuramente l’avrebbe ucciso, se non fosse che Marchese prese subitamente una decisione; essendoci di fuori la famiglia tutta della signoria [ossia le guardie del podestà], Marchese, come più in fretta poté, andò da colui che rappresentava il podestà e disse: «Mercé per Dio! Vi è qua un malvagio uomo che m’ha tagliata la borsa [cioè mi ha derubato] con ben cento fiorini d’oro; io vi prego che voi lo pigliate, così che io riabbia il mio».
Subitamente, udito questo, ben dodici sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine pettinato [cioè battuto], e con le maggiori fatiche del mondo, rotta la calca, tutto pesto e tutto rotto lo afferrarono e lo portarono al palazzo del podestà; dove molti che da lui si sentivano scherniti lo seguirono e avendo udito che era stato arrestato in quanto tagliaborse, non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo per fargli del male, similmente cominciarono a dire tutti di essere stati derubati da lui. Udendo questo il giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, portatolo prestamente da parte, sopra ciò incominciò a esaminarlo. Ma Martellino rispondeva motteggiando, quasi tenesse in nessun conto quell’arresto: di che il giudice turbato, fattolo legare alla fune, gli fece dare parecchie tratte di quelle buone con animo di fargli confessare ciò che coloro dicevano, per farlo poi impiccare per la gola.
Ma allorché egli fu posto in terra, domandandogli il giudice se fosse vero ciò che coloro dicevano contro di lui, non essendogli d’aiuto dir di no, disse: «Signor mio, io son pronto a confessarvi il vero, ma fatevi dire da ciascun che mi accusa quando e dove io gli tagliai la borsa, e io vi dirò quello che io avrò fatto e quel che no».
Disse il giudice: «Questo mi piace»; e fatti chiamare alquanti degli accusatori, uno diceva che era stato derubato otto giorni prima, un altro sei, un altro quattro, e alcuni dicevano quel dì stesso.
Udendo questo Martellino disse: «Signor mio, essi mentono tutti per la gola [sfacciatamente]! e che io dica il vero, questa prova ve ne posso fare: così io non fossi mai in questa terra entrato, come io mai non ci fui se non da poco fa; e come io giunsi, per mia disavventura andai a vedere questo corpo santo, dove io sono stato pettinato come voi potete vedere; e che questo che io dico sia vero, ve lo può confermare l’ufficiale del signore che sta alle presentagioni [cioè l’incaricato al quale dovevano presentarsi i forestieri, al loro arrivo in una città, per far registrare il loro nome] e il suo libro e ancora l’oste [l’albergatore] mio. Perciò, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate come questi malvagi uomini straziare e uccidere».
Mentre le cose erano in questi termini, Marchese e Stecchi, i quali avevano sentito che il giudice del podestà fieramente contro lui procedeva, e già l’aveva legato alla corda, temettero assai, dicendo tra sé: «Male abbiam procacciato; noi abbiamo tratto costui dalla padella e l’abbiamo gettato nel fuoco». Per cui, dandosi da fare con ogni sollecitudine e avendo ritrovato il loro oste, gli raccontarono quello che era successo; ed egli ridendo del fatto, li portò da un certo Sandro Agolanti [appartenente ad una nobile famiglia cacciata da Firenze nella seconda metà del Duecento; alcuni documenti di inizio Trecento parlano di Agolanti risiedenti a Treviso e a Venezia, dove erano prestatori di denaro, ossia usurai] , il quale abitava a  Treviso e appresso al signore [che in realtà nel 1315 non esisteva a Treviso, essendo stato l’ultimo dei Caminesi cacciato nel 1312; quindi qui, come più sopra, Boccaccio si riferisce al podestà] aveva grande autorità; e ogni cosa per ordine dettagli, insieme con loro lo pregò che dei fatti di Martellino si prendesse cura.
Sandro, dopo molte risa, recatosi dal signore impetrò di mandare qualcuno a favore di Martellino; e così fu. Lo trovarono ancora in camicia dinanzi al giudice e tutto smarrito e pauroso forte, dato che il giudice nessuna cosa voleva udire a sua scusa; anzi, per avventura avendo egli alcuno odio contro i fiorentini, del tutto era disposto a volerlo far impiccar per la gola e in nessun modo voleva consegnarlo al signore, finché non fu costretto a farlo a suo dispetto. Quando gli fu davanti e gli ebbe detta ogni cosa, lo pregò con somma grazia che lo lasciasse andare via, dato che, finché non fosse a Firenze, sempre gli sarebbe sembrato di avere il capestro attorno alla gola. Il signore fece grandissime risa di così fatto accidente; e fatto donare un abito a ciascuno, oltre alla speranza che tutti e tre erano usciti da così gran pericolo, sani e salvi se ne tornarono a casa loro.

Miniatura raffigurante in successione alcuni momenti di questa novella