giovedì 13 aprile 2017

66 Ser Ciappelletto (di Giovanni Boccaccio)



La novella di ser Ciappelletto è la prima della prima giornata e dunque la prima di tutto il Decameron. Vi si racconta la storia di un uomo malvagio, ser Cepparello da Prato, che in punto di morte riesce a confessarsi con un santo frate, un po’ ingenuo, finendo con l’apparirgli come un santo, degno, dopo la sua morte, di culto religioso. Secondo il noto manuale di letteratura di Mario Pazzaglia è «assurdo ricercare nella novella un proposito antireligioso»; forse è vero che non c’è un proposito antireligioso, però mi sembra marcato un certo sentimento anticlericale. Né il frate, né i fedeli che santificano ser Ciappelletto fanno una bella figura in questa novella.

[1]
Ser Cepparello con una falsa confessione inganna uno santo frate e muorsi; e, essendo stato un pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto.

Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso, sentendo egli li fatti suoi, sì come le più volte son quegli de’ mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente stralciare, pensò quegli commettere a più persone e a tutti trovò modo: fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni. E la cagione del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali; e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere che opporre alla loro malvagità si potesse. E sopra questa essaminazione pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser Cepparello da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava; il quale, per ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo, non sappiendo li franceschi che si volesse dire Cepperello, credendo che cappello, cioè ghirlanda, secondo il loro volgare a dir venisse, per ciò che piccolo era come dicemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser Cepperello il conoscieno.
Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo notaio, avea grandissima vergogna quando uno de’ suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de’ quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato. Testimonianze false con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que’ tempi in Francia a’ saramenti grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de’ quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d’allegrezza prendea. Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’andava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de’ santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come colui che più che alcun altro era iracundo. A chiesa non usava giammai; e i sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri e usavagli. Delle femine era così vago come sono i cani de’ bastoni; del contrario più che alcun altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato con quella coscienza che un santo uomo offerrebbe. Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e mettitore di malvagi dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante parole? egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato di messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private persone, alle quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte, a cui tuttavia la facea, fu riguardato.
Venuto adunque questo ser Cepperello nell’animo a messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale quale la malvagità de’ borgognoni il richiedea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così: «Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui: e avendo tra gli altri a fare co’ borgognoni, uomini pieni d’inganni, non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te. E perciò, con ciò sia cosa che tu niente facci al presente, ove a questo vogli intendere, io intendo di farti avere il favore della corte e di donarti quella parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia».
Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agitato delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo sostegno e ritegno era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi da necessità costretto si diliberò, e disse che volea volentieri. Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi messer Musciatto, n’andò in Borgogna dove quasi niuno il conoscea; e quivi, fuor di sua natura, benignamente e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v’era, quasi si riserbasse l’adirarsi al da sezzo.
E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli infermò. Al quale i due fratelli fecero prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà racquistare. Ma ogni aiuto era nullo, per ciò che ’l buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in giorno di male in peggio, come colui ch’aveva il male della morte; di che li due fratelli si dolevan forte.
E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare. «Che farem noi» diceva l’uno all’altro «di costui? Non abbiamo de’ fatti suoi pessimo partito alle mani: per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che noi l’avessimo ricevuto prima e poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacere ci debba, così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo mandar fuori. D’altra parte, egli è stato sì malvagio uomo, che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento della Chiesa; e, morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a’ fossi a guisa d’un cane. E, se egli si pur confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simigliante n’avverrà, per ciò che frate né prete ci sarà che ’l voglia né possa assolvere: per che, non assoluto, anche sarà gittato a’ fossi. E se questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e tutto ‘l giorno ne dicon male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si leverà a romore e griderà: ‘Questi lombardi cani, li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si voglion più sostenere’; e correrannoci alle case e per avventura non solamente l’avere ci ruberanno ma forse ci torranno oltre a ciò le persone; di che noi in ogni guisa stiam male se costui muore».
Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là dove costoro così ragionavano, avendo l’udire sottile, sì come le più volte veggiamo aver gl’infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare, e disse loro: «Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che così n’avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna come avvisate; ma ella andrà altramenti. Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà. E per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il più che aver potete, se alcun ce n’è, e lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e i miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti».
I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di questo, nondimeno se n’andarono ad una religione di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la confessione d’un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale tutti i cittadini grandissima e speziale divozione aveano, e lui menarono. Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse.
Al quale ser Ciappelletto, che mai confessato non s’era, rispose: «Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch’io infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m’ha data».
Disse allora il frate: «Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì spesso ti confessi, poca fatica avrò d’udire o di dimandare».
Disse ser Ciappelletto: «Messer lo frate, non dite così; io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal dì ch’i’ nacqui infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono, che così puntualmente d’ogni cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi. E non mi riguardate perch’io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io facessi cosa che potesse essere perdizione dell’anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue».
Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente: e poi che a ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna femina peccato avesse.
Al qual ser Ciappelletto sospirando rispose: «Padre mio, di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria».
Al quale il santo frate disse: «Dí sicuramente, ché il vero dicendo né in confessione né in altro atto si peccò giammai».
Disse allora ser Ciappelletto: «Poiché voi di questo mi fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io usci’ del corpo della mamma mia».
«Oh, benedetto sie tu da Dio!» disse il frate «come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d’albitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola son costretti».
E appresso questo il domandò se nel peccato della gola aveva a Dio dispiaciuto. Al quale, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose di sì e molte volte; per ciò che, con ciò fosse cosa che egli, oltre alli digiuni delle quaresime che nell’anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con quello appetito l’acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d’avere cotali insalatuzze d’erbucce, come le donne fanno quando vanno in villa, e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli.
Al quale il frate disse: «Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri, e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la coscienza tua che bisogni. Ad ogni uomo avviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare, e dopo la fatica il bere».
«Oh!» disse ser Ciappelletto «padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine d’animo; e chiunque altramenti fa, pecca».
Il frate contentissimo disse: «E io son contento che così ti cappia nell’animo e piacemi forte la tua pura e buona conscienza in ciò. Ma dimmi: in avarizia hai tu peccato disiderando più che il convenevole o tenendo quello che tu tener non dovesti?»
Al quale ser Ciappelletto disse: «Padre mio, io non vorrei che voi guardasti perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla, anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da questo abominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Idio non m’avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio; e poi, per sostentar la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie piccole mercatantie, e in quelle ho disiderato di guadagnare. E sempre co’ poveri di Dio, quello che guadagnato ho, ho partito per mezzo, la mia metà convertendo ne’ miei bisogni, l’altra metà dando loro: e di ciò m’ha sì bene il mio Creatore aiutato, che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei».
«Bene hai fatto:» disse il frate «ma come ti se' tu spesso adirato?»
«Oh!» disse ser Ciappelletto «cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto; e chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andar dietro alle vanità e udendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitar le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio».
Disse allora il frate: «Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre; ma per alcun caso, avrebbeti l’ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o a fare alcun’altra ingiuria?»
A cui ser Ciappelletto rispose: «Ohimè, messere, o voi mi parete uomo di Dio: come dite voi coteste parole? o s’io avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s’è l'una delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Idio m’avesse tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani e i rei uomini, de’ quali qualunque ora io n’ho mai veduto alcuno, sempre ho detto: ‘Va, che Idio ti converta’».
Allora disse il frate: «Or mi dì, figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa detta contro alcuno o detto male d'altrui o tolte dell’altrui cose senza piacere di colui di cui sono?»
«Mai messer sì,» rispose ser Ciappelletto «che io ho detto male d’altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che batter la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica».
Disse allora il frate: «Or bene, tu mi di' che se' stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?»
«Gnaffé,» disse ser Ciappelletto «messer sì, ma io non so chi egli si fu: se non che, uno avendomi recati danari che egli mi doveva dare di panno che io gli avea venduto e io messigli in una mia cassa senza annoverare, ivi bene ad un mese trovai ch’egli erano quattro piccioli più che esser non doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele, io gli diedi per l’amor di Dio».
Disse il frate: «Cotesta fu piccola cosa, e facesti bene a farne quello che ne facesti».
E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre cose, delle quali di tutte rispose a questo modo; e volendo egli già procedere all’absoluzione, disse ser Ciappelletto: «Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v’ho detto».
Il frate il domandò quale; e egli disse: «Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato dopo nona, spazzare la casa e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io dovea».
«Oh!» disse il frate «figliuol mio, cotesta è leggier cosa».
«Non,» disse ser Ciappelletto «non dite leggier cosa, ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore».
Disse allora il frate: «O, altro hai tu fatto?»
«Messer sì,» rispose ser Ciappelletto «ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio».
Il frate cominciò a sorridere e disse: «Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo».
Disse allora ser Ciappelletto: «E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio».
E in brieve de’ così fatti ne gli disse molti; e ultimamente cominciò a sospirare e appresso a piagner forte, come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.
Disse il santo frate: «Figliuol mio, che hai tu?»
Rispose ser Ciappelletto: «Ohimè, messere, ché un peccato m’è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch’io me ne ricordo piango come voi vedete, e parmi essere molto certo che Idio mai non avrà misericordia di me per questo peccato».
Allora il santo frate disse: «Va via, figliuol, che è ciò che tu di’? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre che il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la benignità e la misericordia di Dio, che, confessandogli egli, gliele perdonerebbe liberamente; e per ciò dillo sicuramente».
Disse allora ser Ciappelletto sempre piagnendo forte: «Ohimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che egli mi debba mai da Dio esser perdonato».
A cui il frate disse: «Dillo sicuramente, ché io ti prometto di pregare Idio per te».
Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pur il confortava a dire; ma poi che ser Ciappelletto piagnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, e egli gittò un gran sospiro e disse: «Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare Idio per me, e io il vi dirò: sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia». E così detto ricominciò a piagner forte.
Disse il frate: «O figliuol mio, or parti questo così gran peccato? o gli uomini bestemmiano tutto il giorno Idio, e sì perdona Egli volentieri a chi si pente d’averlo bestemmiato; e tu non credi che Egli perdoni a te questo? Non piagner, confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli che il posero in croce, avendo la contrizione ch’io ti veggio, sì ti perdonerebbe Egli».
Disse allora ser Ciappelletto: «Oimè, padre mio, che dite voi? la mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Idio per me, egli non mi serà perdonato».
Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser Ciappelletto, gli fece l’absoluzione e diedegli la sua benedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea detto: e chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno uomo in caso di morte dir così?
E poi, dopo tutto questo, gli disse: «Ser Ciappelletto, con l’aiuto di Dio voi sarete tosto sano; ma se pure avvenisse che Idio la vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a sé, piacevi egli che ’l vostro corpo sia sepellito al nostro luogo?»
Al quale ser Ciappelletto rispose: «Messer sì, anzi non vorrei io essere altrove, poscia che voi m’avete promesso di pregare Idio per me; senza che io ho avuta sempre spezial divozione al vostro Ordine. E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo di Cristo il qual voi la mattina sopra l’altare consecrate; per ciò che, come che io degno non ne sia, io intendo colla vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e ultima unzione, acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano».
Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli dicea bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apportato; e così fu.
Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser Ciappelletto gl’ingannasse, s’eran posti appresso a un tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva dividea da un’altra, e ascoltando leggiermente udivano e intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose le quali egli confessava d’aver fatte, che quasi scoppiavano: e fra sé talora dicevano: «Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte, alla qual si vede vicino, né ancora di Dio, dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’hanno potuto rimuovere, né far ch'egli così non voglia morire come egli è vivuto?» Ma pur vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curarono.
Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò: e peggiorando senza modo ebbe l’ultima unzione e poco passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. Per la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui medesimo come egli fosse onorevolmente sepellito e mandatolo a dire al luogo de’ frati, e che essi vi venissero la sera a far la vigilia secondo l’usanza e la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò oportuna disposero.
Il santo frate che confessato l’avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme col priore del luogo; e fatto sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua confessione conceputo avea; e sperando per lui Domenedio dovere molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli s’acordarono; e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopr’esso fecero una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co’ camisci e co’ pieviali, con li libri in mano e con le croci innanzi cantando andaron per questo corpo e con grandissima festa e solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il popolo della città, uomini e donne. E nella chiesa postolo, il santo frate, che confessato l’avea, salito in sul pergamo di lui cominciò e della sua vita, de’ suoi digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e innocenzia e santità maravigliose cose a predicare, tra l’altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piangendo gli avea confessato, e come esso appena gli avea potuto metter nel capo che Idio gliele dovesse perdonare, da questo volgendosi a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo: «E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra’ piedi bestemmiate Idio e la Madre e tutta la corte di Paradiso».
E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purità: e in brieve colle sue parole, alle quali era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise nel capo e nella divozion di tutti coloro che v’erano, che, poi che fornito fu l’uficio, con la maggior calca del mondo da tutti fu andato a basciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono indosso stracciati, tenendosi beato chi pure un poco di quegli potesse avere: e convenne che tutto il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse essere veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una arca di marmo sepellito fu onorevolmente in una cappella: e a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le genti a andare e a accender lumi e a adorarlo, e per conseguente a botarsi e a appicarvi le imagini della cera secondo la promession fatta.
E in tanto crebbe la fama della sua santità e divozione a lui, che quasi niuno era che in alcuna avversità fosse, che a altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli Idio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente si raccomanda a lui.
Così adunque visse e morì ser Cepparello da Prato e santo divenne come avete udito. Il quale negar non voglio essere possibile lui essere beato nella presenza di Dio, per ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e malvagia, egli poté in su lo stremo aver sì fatta contrizione, che per avventura Idio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il ricevette; ma, per ciò che questo n’è occulto, secondo quello che ne può apparire ragiono, e dico costui più tosto dovere essere nelle mani del diavolo in perdizione che in Paradiso. E se così è, grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la quale non al nostro errore ma alla purità della fede riguardando, così faccendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci essaudisce, come se a uno veramente santo per mezzano della sua grazia ricorressimo.

Miniatura del XV secolo raffigurante due momenti della novella di ser Ciappelletto in una edizione manoscritta del “Decameron”: a sinistra la confessione con il frate, a destra la santificazione del protagonista

PARAFRASI IN ITALIANO MODERNO

Ser Cepparello con una falsa confessione inganna un santo frate prima di morire; così se è stato un pessimo uomo in vita, da morto viene ritenuto santo e chiamato san Ciappelletto.

Si narra che essendo Musciatto Franzesi ricchissimo e grande mercante in Francia divenuto cavaliere e dovendo venire in Toscana con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, richiesto e sollecitato a ritornare da papa Bonifacio, sapendo egli che i suoi affari, come spesso accade ai mercanti, erano piuttosto intralciati qua e là e non si potevano sbrogliare facilmente e rapidamente, pensò di affidarli a più persone e per tutti trovò una soluzione: non riusciva però a trovare qualcuno di capace di riscuotere certi crediti che aveva con alcuni borgognoni. E questo perché sapeva che i borgognoni sono litigiosi e di indole malvagia e sleali; e non ricordava che ci fosse nessuno tanto malvagio di cui fidarsi per contrapporlo alla loro malvagità. E dopo averci pensato a lungo, si ricordò di un ser Cepparello da Prato, il quale aveva albergato spesso nella sua casa di Parigi; costui, essendo piccolo di statura e molto affettato, e non sapendo i francesi che cosa voglia dire Cepparello [diminutivo di Ciapo, deformazione di Jacopo], credendo che significasse ‘cappello’, cioè ‘ghirlanda’ come essi dicono, considerando come abbiamo detto che era basso di statura, non lo chiamavano Ciappello, bensì Ciappelletto, e come Ciappelletto era da tutti conosciuto, ben pochi conoscendolo come ser Cepperello.
Questo Ciappelletto viveva così: essendo notaio, egli provava una grandissima vergogna quando uno dei suoi numerosi atti notarili non fosse trovato falso; ne avrebbe fatti tanti quanti gliene venissero richiesti e quelli li avrebbe fatti anche gratis, piuttosto che altri con grande compenso. Diceva con sommo diletto false testimonianze, richiesto e non richiesto; e poiché in quei tempi in Francia si prestava grandissima fede ai giuramenti, non curandosi di darli falsi, vinceva tante dispute con grande malvagità quante erano quelle sopra cui veniva chiamato a giurare il vero. Provava un enorme piacere, e vi si appassionava fortemente, nell’intessere tra amici e parenti e chiunque altro mali e inimicizie e scandali, tanto che più se ne rallegrava quanto maggiori erano i mali che ne conseguivano. Invitato a un omicidio o a qualunque altra azione malvagia, senza mai negarsi, vi partecipava con somma volontà e più volte si ritrovò volentieri a ferire e uccidere uomini con le proprie mani. Era un grandissimo bestemmiatore di Dio e dei Santi ed era iracondo più di ogni altro, anche per una piccolissima ragione. Non soleva andare mai andare in chiesa e scherniva tutti i sacramenti di quella come cosa vile e con abominevoli parole; al contrario frequentava volentieri le taverne e tutti gli altri posti disonesti. Era così desideroso di femmine, tanto quanto lo sono i cani dei bastoni; si dilettava alquanto del contrario [cioè con i maschi] più di qualunque altro uomo. Avrebbe commesso furti e rapine con la stessa coscienza con cui un sant’uomo avrebbe fatto l’elemosina. Era assai goloso e gran bevitore, tanto da starne male sconciamente qualche volta. Era solenne nel gioco e nell’uso di dadi truccati. Perché mi dilungo in così tante parole? Egli era il peggior uomo che fosse mai nato. La sua malizia aveva salvaguardato a lungo la potenza e la condizione di messer Musciatto, che gli permise di essere risparmiato molte volte sia dai privati, ai quali faceva spesso ingiuria, sia dalla polizia, cui la faceva di continuo.
Ricordandosi dunque di questo ser Cepparello, messer Musciatto, che ne conosceva benissimo la vita, pensò che egli fosse la persona adatta contro la malvagità dei borgognoni; perciò, fattolo chiamare, gli disse così: «Ser Ciappelletto, come sai io sto per ritirarmi; ma poiché ho ancora degli affari in sospeso con dei borgognoni, uomini pieni d’inganni, ho pensato che non ci sia nessuno più capace di te di riscuotere da loro quanto mi spetta. Perciò, dato che al momento non stai facendo niente, se ti vuoi occupare di questo, io ho in mente di farti avere il favore della corte reale e di donarti quella parte che riterrai conveniente da ciò che riscuoterai».
Ser Ciappelletto, che era in quel momento disoccupato e in non buone condizioni economiche e vedeva che stava per andarsene colui che lungamente gli era stato sostegno e protezione, senza alcun indugio e quasi costretto dalla necessità si decise ed accettò volentieri l’incarico. Per cui, messisi d’accordo insieme, ser Ciappelletto ricevette la procura e le lettere del re e, quando Musciatto partì, se n’andò in Borgogna, dove quasi nessuno lo conosceva; e qui, contrariamente alla sua indole, iniziò a occuparsi delle riscossioni per cui era andato lì benignamente, quasi volendo riservare le maniere cattive da ultimo.
Mentre così si comportava, essendo ospite in casa di due fratelli fiorentini, dediti al prestito a usura e che lo onoravano per amor di messer Musciatto, accadde che si ammalò. Subito i due fratelli fecero giungere medici e servi e ogni cosa che fosse necessaria per fargli riacquistare la salute. Ma ogni mezzo era inutile, perché il buon uomo, che era vecchio ed era vissuto disordinatamente, come dicevano i medici, peggiorava di giorno in giorno, come colui che aveva il male della morte; della qual cosa i due fratelli erano assai addolorati.
Un giorno, trovandosi vicini alla camera in cui ser Ciappelletto giaceva infermo, cominciarono a discutere tra loro. «Che cosa faremo», diceva uno all’altro, «di costui? A causa sua ci troviamo a mal partito: perché se lo mandassimo fuori di casa nostra mentre è così infermo ne avremmo gran biasimo e daremmo prova di aver poco senno, poiché la gente ha visto che prima l’abbiamo ricevuto in casa nostra e poi siamo stati solleciti nel servirlo e medicarlo, e ora, senza che lui possa averci fatto alcunché di male, lo cacciamo pur essendo in punto di morte. D’altra parte, egli è stato un uomo talmente malvagio, che non vorrà né confessarsi né prendere alcun sacramento religioso; e, morendo senza essersi confessato, nessuna chiesa vorrà ricevere il suo corpo, anzi, sarà gettato in un fossato a guisa d’un cane. E se anche si confessasse, i suoi peccati sono così tanti e così orribili, che ci accadrà lo stesso, dato che non esiste frate né prete che voglia o possa assolverlo: cosicché, senza assoluzione, sarà ugualmente gettato nei fossi. E se questo avviene, il popolo di questa terra, sia perché parla male in continuazione di noi a causa del nostro mestiere che a loro sembra ingiusto, sia perché hanno voglia di derubarci, si leverà in tumulto e griderà: ‘Questi cani di lombardi [come venivano chiamati in Francia tutti gli abitanti dell’Italia settentrionale, fino alla Toscana] che non si lasciano nemmeno entrare in chiesa, qui non li vogliamo più tollerare’; e ci verranno in casa e ci ruberanno non solo gli averi ma anche la vita; e in ogni caso, se costui muore, noi siamo fritti».
Ser Ciappelletto, che come abbiamo detto giaceva là vicino, poiché aveva l’udito fine, come succede spesso agli infermi, sentì ciò che essi dicevano di lui; li chiamò e disse loro: «Io non voglio che temiate di nulla a causa mia, né che abbiate paura di ricevere un qualche danno. Ho sentito i vostri ragionamenti e sono certissimo che accadrebbe come voi avete detto, se tutto accadesse come pensate; ma la cosa andrà in un altro modo. Vivendo, io ho fatto tante di quelle offese a Dio, che, se gliene faccio un’altra in punto di morte, non ne terrà alcun conto; perciò fate in modo di mandarmi qui un frate santo e capace, il meglio che potete avere, se ce n’è qualcuno; e lasciate fare a me, perché sistemerò gli affari vostri nel giusto modo e in maniera che ne sarete contenti».
I due fratelli, pur senza grande speranza, se n’andarono a un convento di frati e chiesero di un uomo santo e saggio che venisse ad ascoltare la confessione d’un lombardo che era a casa loro ammalato; e fu loro affidato un vecchio frate di vita santa e buona, gran maestro nelle Scritture, uomo molto venerabile, per il quale tutti i cittadini avevano una grandissima e speciale devozione, ed essi lo condussero a casa loro. Il frate, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giaceva, sedutosi al suo fianco, prima cominciò a confortarlo benevolmente, poi gli chiese quanto tempo fosse passato dall’ultima sua confessione.
Ser Ciappelletto, che non si era mai confessato, gli rispose: «Padre mio, sono solito confessarmi almeno una volta alla settimana, ma di solito mi confesso di più; però è vero che da quando mi sono ammalato, sono già passati otto giorni, durante i quali non mi sono mai confessato, tanta è stata la noia che l’infermità mi ha dato».
Disse allora il frate: «Figliolo mio, hai fatto bene e così si deve fare d’ora in poi; e dato che così spesso ti confessi, mi costerà poca fatica ascoltare o chiederti i tuoi peccati».
Disse ser Ciappelletto: «Messere frate, non dite così: io non mi sono confessato mai tante volte né così spesso, che non abbia sempre voluto confessarmi di tutti i miei peccati che ricordassi dal giorno in cui sono nato fino all’ultimo; perciò vi prego, padre mio buono, di chiedermi minutamente ogni cosa, come se non mi fossi mai confessato; e non abbiate riguardi se sono infermo, perché preferisco dispiacere a queste mie carni, piuttosto che, per far loro indulgenza, fare qualcosa che possa essere di perdizione alla mia anima, che il mio Salvatore ricomperò con il suo prezioso sangue».
Queste parole piacquero molto al sant’uomo e gli parvero indizio di una mente ben disposta: e dopo aver lodato lungamente ser Ciappelletto per questa sua usanza, cominciò col chiedergli se avesse mai peccato di lussuria con qualche femmina.
Sospirando ser Ciappelletto rispose: «Padre mio, su questo mi vergogno a dirvi il vero, perché temo di peccare di vanagloria».
E il santo frate disse: «Di’ sicuramente, perché dicendo il vero mai si è fatto peccato né nella confessione né in altro atto».
Disse allora ser Ciappelletto: «Poiché mi assicurate di questo, ve lo dirò: io sono così vergine come quando uscii dal corpo della mamma mia».
«Oh, che tu sia benedetto da Dio!» disse il frate «quanto hai fatto bene! e facendolo, hai tanto più meritato, in quanto, volendo, avevi maggior facoltà di fare il contrario di quanta ne abbiamo noi e chiunque altro ne sia costretto da qualche regola monastica».
E dopo questo gli domandò se avesse dispiaciuto a Dio nel peccato della gola. E, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose di sì e molte volte; per il fatto che, quantunque oltre ai digiuni quaresimali che i devoti fanno nel corso dell’anno, egli fosse solito digiunare a pane e acqua almeno tre giorni alla settimana, aveva bevuto quell’acqua con quel diletto e quell’appetito, e specialmente dopo una fatica dovuta alle preghiere o a un pellegrinaggio, che hanno i gran bevitori di vino; e molte volte aveva desiderato  quelle insalatine d’erbette, come fanno le donne quando vanno in campagna, e qualche volta gli era sembrato il mangiare migliore di quanto non gli sembrasse  che dovesse sembrare a chi digiuna per devozione, come digiunava lui.
Al che il frate disse: «Figliolo mio, questi peccati sono naturali e assai leggeri, perciò io non voglio che ti pesino sulla coscienza più di quanto bisogni. Ad ogni uomo accade, per quanto santissimo sia, che gli sembri buono dopo lungo digiuno il mangiare e dopo la fatica il bere».
«Oh!» disse ser Ciappelletto, «padre mio, non ditemi questo per confortarmi: sapete bene che io so che le cose che si fanno al servizio di Dio, si devono fare tutte nettamente e senza alcuna macchia d’animo: e chiunque faccia altrimenti, pecca».
Il frate contentissimo disse: «sono contento che la pensi così e mi piace molto la tua pura e buona coscienza in questo. Ma dimmi: in avarizia hai tu peccato desiderando più di quel che conviene o tenendo ciò che non dovevi tenere?»
Al che ser Ciappelletto disse: «Padre mio, io non vorrei che voi abbiate dei sospetti perché mi trovo in casa di questi usurai: io non ci ho nulla a che fare, anzi c’ero venuto per ammonirli e castigarli e toglierli da questo abominevole guadagno; e credo che ci sarei riuscito, se Dio non mi avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò uomo ricco, della cui eredità, appena egli morì, diedi la maggior parte per amor di Dio [cioè in carità]; e poi, per sostentamento della mia vita e per poter aiutare i poveri di Cristo, ho fatto alcuni piccoli affari col desiderio di guadagnarci qualcosa. Ma sempre con i poveri di Dio ho fatto a metà di quello che ho guadagnato, la mia metà convertendola in ciò di cui avevo bisogno, l’altra metà dandola a loro: e di ciò mi ha così aiutato il mio Creatore, che i miei affari sono andati sempre di bene in meglio».
«Hai fatto bene» disse il frate: «ma quante volte ti sei adirato?»
«Oh!» disse ser Ciappelletto «devo dire che questo l’ho fatto molte volte; e chi potrebbe trattenersi, vedendo tutto il giorno gli uomini fare cose sconce, non osservare i comandamenti di Dio, non temere i suoi castighi? Mi è successo più volte al giorno che avrei preferito essere morto anziché vivo, vedendo i giovani andar dietro alle vanità e sentendoli giurare e spergiurare, andare nelle taverne, non frequentare le chiese e seguire piuttosto le vie del mondo che quella di Dio».
Disse allora il frate: «Figliolo mio, codesta è una buona ira, né io saprei importi una penitenza; ma per caso può l’ira averti indotto a fare un omicidio o a dire villania a una persona o a fare qualche altra offesa?»
A ciò ser Ciappelletto rispose: «Ohimè, messere, eppure mi sembrate uomo di Dio: come potete dire simili parole? Se io avessi avuto solo la più pallida idea di fare una qualunque delle cose che mi avete detto, credete voi che io creda che Dio mi avrebbe tanto sostenuto? Codeste sono cose che possono fare i malandrini e i rei uomini, dei quali ogni volta che ne ho veduto uno ho sempre detto: ‘Va, che Iddio ti converta’».
Allora disse il frate: «Or dimmi, figliolo mio, che tu sia benedetto da Dio: hai mai detto una qualche falsa testimonianza contro qualcuno o parlato male di altri o tolte a qualcuno le sue cose senza curarti di chi fossero?»
«Signorsì», rispose ser Ciappelletto «che ho detto male di altri; infatti io ebbi un vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che battere la moglie, cosicché io una volta dissi male di lui ai parenti della moglie, tale era la pietà che provavo per quella poveretta, che egli, ogni volta che aveva bevuto troppo, conciava come solo Dio sa».
Disse allora il frate: «Orbene, tu mi dici che sei stato mercante: hai mai ingannato qualcuno così come fanno i mercanti?»
«In fede mia», disse ser Ciappelletto «messere sì, ma io non so chi egli fosse: se non che, avendomi uno dato dei denari per un panno che gli avevo venduto e avendogli io messi in una mia cassa senza contarli, dopo un mese buono mi accorsi che c’erano quattro piccioli più di quello che dovevano essere; per cui, non rivedendo colui e dopo averli conservati per un anno con l’intento di renderglieli, gli diedi per l’amor di Dio».
Disse il frate: «Codesta fu una cosa da niente e facesti bene a farne quello che ne hai fatto».
E, oltre a questo, il santo frate gli chiese molte altre cose, a tutte le quali rispose in questo modo; e volendo egli già procedere all’assoluzione, ser Ciappelletto disse: «Messere, io ho ancora qualche peccato che non vi ho detto».
Il frate gli domandò quale ed egli disse: «Mi ricordo che obbligai un mio servo, un sabato dopo l’ora nona [cioè l’ora precedente al vespro del sabato, con cui iniziava la celebrazione della domenica], a spazzare la casa e non ebbi quel rispetto che dovevo alla santa domenica».
«Oh!» disse il frate «figliolo mio, codesta è una cosa da poco».
«No», disse ser Ciappelletto «non dite cosa da poco, che la domenica è troppo da onorare, dato che in questo dì nostro Signore resuscitò da morte a vita».
Disse allora il frate: «Hai fatto qualcos’altro?»
«Sì messere», rispose ser Ciappelletto «perché una volta, senza avvedermene, sputai nella chiesa di Dio».
Il frate cominciò a sorridere e disse: «Figliolo mio, codesta non è cosa di cui curarsi: noi, che siamo religiosi, vi sputiamo tutto il giorno».
Disse allora ser Ciappelletto: «E voi fate una gran villania, perché nessuna cosa conviene tener pulita quanto il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio».
E in breve di fatti simili ne disse molti; e alla fine cominciò a sospirare e appresso a pianger forte, come uno che lo sapeva fare fin troppo bene quando voleva.
Disse il santo frate: «Figliolo mio, che hai?»
Rispose ser Ciappelletto: «Ohimè, messere, mi è rimasto un peccato, del quale non mi sono mai confessato, tanta è la vergogna che ho di doverlo dire; e ogni volta che me ne ricordo piango come voi vedete, e mi sembra di essere assolutamente certo che mai Iddio avrà misericordia di me per questo peccato».
Allora il santo frate disse: «Suvvia, figliolo, cos’è che dici? Se tutti i peccati che sono mai stati commessi da tutti gli uomini, o che si dovranno fare da tutti gli uomini finché il mondo durerà, fossero tutti in un solo uomo, ed egli ne fosse pentito e contrito come io vedo te, è tale la benignità e la misericordia di Dio, che, qualora egli li confessasse, Lui glieli perdonerebbe volentieri: perciò di’ il tuo apertamente».
Disse allora ser Ciappelletto sempre piangendo forte: «Ohimé, padre mio, il mio è un peccato troppo grande e a fatica posso credere, se le vostre preghiere non mi soccorrono, che esso possa essermi perdonato da Dio».
A che il frate disse: «Dillo sicuramente, ché ti prometto di pregare Iddio per te».
Ser Ciappelletto continuava a piangere e non lo diceva, e il frate continuava a confortarlo perché lo dicesse; ma dopo che ser Ciappelletto ebbe per un gran pezzo tenuto il frate così sospeso, ecco che gettò un gran sospiro e disse: «Padre mio, date che mi promettete di pregare Iddio per me, ve lo dirò: sappiate che, quand’ero piccolino, ingiuriai una volta la mamma mia». E così detto ricominciò a pianger forte.
Disse il frate: «O figliolo mio, ti sembra questo un così gran peccato? Gli uomini offendono tutto il giorno Iddio, eppure Egli perdona volentieri chi si pente d’averlo offeso; e tu non credi che Egli perdoni a te questo? Non piangere, confortati, ché davvero, se tu fossi stato uno di quelli che lo misero in croce, avendo la contrizione che io ti vedo, Egli ti perdonerebbe».
Disse allora ser Ciappelletto: «Ohimé, padre mio, che dite voi? la mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e mi portò al collo più di cento volte! troppo feci male a ingiuriarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Iddio per me, esso non mi sarà perdonato».
Vedendo il frate che non era rimasto altro da dire a ser Ciappelletto, gli fece l’assoluzione e gli diede la sua benedizione, stimandolo un santissimo uomo, così come colui che credeva pienamente fosse vero ciò che ser Ciappelletto aveva detto: e chi sarebbe colui che non lo credesse, vedendo un uomo in punto di morte dir così?
E poi, dopo tutto questo, gli disse: «Ser Ciappelletto, con l’aiuto di Dio voi sarete presto guarito; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a sé, siete contento che il vostro corpo sia seppellito nel nostro convento?»
Al che ser Ciappelletto rispose: «Sì messere, anzi non vorrei io essere altrove, dato che mi avete promesso di pregare Iddio per me: senza contare che io ho avuto sempre una speciale devozione al vostro Ordine. Perciò vi prego che, come sarete ritornato al vostro convento, facciate che mi giunga quel veracissimo corpo di Cristo che voi la mattina consacrate sull’altare; in quanto, pur non essendone degno, io intendo con il vostro permesso prenderlo, e poi la santa e estrema unzione, affinché io, se sono vissuto come peccatore, almeno muoia come cristiano».
Il santo uomo disse che molto gli piaceva e che egli diceva bene, e che avrebbe fatto in modo che subito gli fosse portato; e così fu.
I due fratelli, che dubitavano fortemente che ser Ciappelletto non li ingannasse, si erano messi appresso a un tavolato, il quale divideva la camera dove ser Ciappelletto giaceva da un’altra, e ascoltando comodamente udivano e comprendevano ciò che ser Ciappelletto diceva al frate; e alcune volte avevano una così gran voglia di ridere, udendo le cose che egli confessava d’aver fatto, che quasi scoppiavano: e fra sé talora dicevano: «Che uomo è costui, il quale né vecchiaia né infermità né paura della morte, alla quale si vede vicino, né paura di Dio, davanti al giudizio del quale di qui a poco si aspetta di dover essere, l’hanno potuto rimuovere dalla sua malvagità, né far sì che egli non voglia morire così come è vissuto?». Ma vedendo che aveva detto che egli sarebbe stato ricevuto in chiesa per la sepoltura, non si curarono per niente di tutto il resto.
Ser Ciappelletto poco dopo si comunicò: e peggiorando senza modo ebbe l’ultima unzione e poco dopo il vespro, quel giorno stesso in cui aveva fatto la buona confessione, morì. Per la qual cosa i due fratelli, ordinato adoperando i suoi stessi denari come dovesse essere onorevolmente seppellito e mandato a dire al convento dei frati che vi venissero la sera a far la veglia funebre secondo l’usanza e al mattino per il corpo, disposero ogni cosa opportuna a tutto questo.
Il santo frate che l’aveva confessato, udendo che egli era trapassato, ebbe un colloquio con il priore del luogo; e fatto suonare a capitolo [cioè per convocare una riunione], ai frati radunati dichiarò che ser Ciappelletto era stato un sant’uomo, da quello che aveva arguito dalla sua confessione; e sperando per lui che Domeneddio potesse dar prova di molti miracoli, li persuase che quel corpo si doveva ricevere con grandissima reverenza e devozione. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli si accordarono: e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopra di esso fecero una grande e solenne veglia; e la mattina, tutti vestiti coi camici e coi piviali, con i libri in mano e con le croci davanti andarono cantando in onore di questo corpo e con grandissima festa e solennità lo recarono alla loro chiesa, con un seguito di quasi tutti gli abitanti della città, uomini e donne. E postolo nella chiesa, il santo frate, che l’aveva confessato, salito sul pergamo cominciò a predicare cose meravigliose di lui e della sua vita, dei suoi digiuni, della sua verginità, della sua semplicità e innocenza e santità, tra le altre cose narrando quello che ser Ciappelletto gli aveva confessato piangendo come il suo maggior peccato, e come avesse faticato a fargli capire che Iddio glielo avrebbe perdonato, prendendo occasione da questo per riprendere il popolo che ascoltava, dicendo: «E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi trovate tra i piedi bestemmiate Iddio e la Madre e tutta la corte del Paradiso».
E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purezza: e in breve con le sue parole, alle quali la gente della contrada prestava completa fede, talmente le mise nel capo e nella devozione di tutti coloro che erano presenti, che, poi che l’ufficio fu terminato, con la maggior calca del mondo tutti andarono a baciargli i piedi e le mani, e tutti i panni che indossava gli furono stracciati, ritenendosi beato chi avesse potuto avere anche un solo pezzetto di quelli: e convenne che per tutto il giorno fosse tenuto in quel modo, affinché da tutti potesse essere visto e visitato. Poi, la notte seguente, fu onorevolmente sepolto in un’arca di marmo in una cappella: e subito il dì seguente la gente cominciò ad andar lì e a accendere lumi e a pregarlo, e conseguentemente a far voti e ad appendervi gli ex voto secondo la promessa fatta. E tanto crebbe la fama della sua santità e la devozione nei suoi confronti, che non c’era quasi nessuno che si trovasse in qualche avversità, che si votasse a un altro santo che a lui, e lo chiamarono e chiamano san Ciappelletto; e affermano che Dio ha fatto molti miracoli per mezzo suo e li fa spesso a chi devotamente si raccomanda a lui.
Così dunque visse e morì ser Cepparello da Prato e santo divenne come avete udito. Il quale non voglio negare che lui possa essere beato alla presenza di Dio, dato che, sebbene la sua vita fosse scellerata e malvagia, egli poté in punto di morte essersi talmente contrito, che per ventura Iddio ebbe misericordia di lui e nel suo regno lo abbia ricevuto: ma poiché questo non mi è noto, secondo ciò che se ne può dedurre ragiono e dico che costui deve essere nella perdizione nelle mani del diavolo, piuttosto che in Paradiso. E se così è, si può conoscere quant’è grande la benevolenza di Dio verso di noi, la quale non guardando al nostro errore ma alla purezza della fede, esaudisce le nostre richieste anche se noi usiamo un suo nemico come nostro intercessore, poiché lo crediamo amico, come se ricorressimo a uno veramente santo per intercedere nella sua grazia.

Quattro fotogrammi dal film “Il Decameron” di Pier Paolo Pasolini, del 1971:
1- Ser Ciappelletto a colloquio con Musciatto Franzesi
2- Ser Ciappelletto con i due fratelli toscani
3- Ser Ciappelletto infermo con il santo frate
4- La gente attorno al catafalco di san Ciappelletto











domenica 26 marzo 2017

65 Storia del ragazzino buono (di Mark Twain)




Scritto intorno al 1865, questo racconto, come quello del ragazzino cattivo, rovescia la prospettiva comune sui ragazzi buoni, che non sono così fortunati come si legge nei libri della scuola domenicale; al protagonista vanno tutte storte, fino alla fine
Segue l’edizione originale del racconto.

C'era una volta un ragazzino buono che si chiamava Giacobbe Blivens. Obbediva sempre ai suoi genitori, per quanto assurde e irragionevoli fossero le loro pretese, e imparava sempre la lezione e non arrivava mai in ritardo alla scuola domenicale. Non giocava mai a boccette, nemmeno quando il suo naturale buonsenso gli diceva che era la cosa più redditizia che potesse fare. Nessuno degli altri ragazzi riusciva a vederci chiaro, in questo ragazzo: si comportava in modo tanto strano. Non diceva bugie, per conveniente che fosse; diceva che era male dire bugie, e questo gli bastava. Ed era così onesto da sembrare semplicemente ridicolo. Il curioso modo di fare di quel Giacobbe passava il segno. Non giocava a palline la domenica, non rubava i nidi, non dava monete rese roventi dal fuoco alle scimmie dei suonatori di organetto; non sembrava interessarsi a nessun genere di passatempo razionale. Perciò gli altri ragazzi ne parlavano fra loro, e cercavano di capirlo, ma non riuscivano a giungere a nessuna conclusione soddisfacente. Come ho già detto, potevano soltanto immaginarsi, vagamente, che fosse "infelice", e così lo avevano preso sotto la loro protezione, e non permettevano mai che gli capitasse qualcosa di male.
Questo ragazzino buono leggeva tutti i libri della scuola domenicale; erano il suo maggior divertimento. Il segreto era tutto lì. Credeva ai bambini buoni che si trovano nei libri della scuola domenicale; aveva in loro la massima fiducia. Aveva una gran voglia di incontrarne uno vivo, una volta o l'altra; ma non gli capitava mai: forse erano tutti morti prima che lui venisse al mondo. Ogni volta che leggeva la storia di un ragazzino particolarmente buono, girava in fretta le pagine per vedere come andava a finire, perché avrebbe voluto viaggiare per migliaia di miglia, pur di poterlo vedere; ma era inutile; quel ragazzino buono moriva sempre all'ultimo capitolo, e c'era la figura del funerale con tutti i parenti e tutti i bambini della scuola domenicale in piedi intorno alla fossa, con calzoni troppo corti e berretti troppo grandi, e tutti che piangevano dentro certi fazzolettoni di almeno un metro e mezzo di stoffa. Ogni volta la stessa delusione. Non riusciva mai a vedere uno di quei ragazzini buoni, dato che morivano sempre all'ultimo capitolo.
Giacobbe aveva la nobile ambizione di essere messo in un libro della scuola domenicale. Desiderava esserci messo con le figure che lo rappresentassero nell'azione gloriosa di rifiutare di dire una bugia alla mamma, e lei che piangeva di gioia; e figure che lo rappresentassero in piedi sulla soglia di casa mentre dava un soldino a una povera mendicante con sei bambini, e le diceva di spenderlo con larghezza ma non con prodigalità, perché la prodigalità è peccato; e figure in cui rifiutava con magnanimità di denunciare il ragazzino cattivo che lo aspettava sempre in agguato dietro l'angolo, quando tornava da scuola, e gli dava colpi sulla testa col righello, e poi lo rincorreva fino a casa, facendo: "Ih, ih!", mentre camminava. Questa era l'ambizione del giovane Giacobbe Blivens. Voleva essere messo in un libro della scuola domenicale. Qualche volta si sentiva un po' a disagio a pensare che i ragazzini buoni morivano sempre: gli piaceva vivere, capirete, e quella era la cosa più sgradevole dell'essere un ragazzino di un libro della scuola domenicale. Sapeva che essere buoni non fa bene alla salute; sapeva che essere troppo buoni come i ragazzini dei libri era più fatale del mal sottile, sapeva che nessuno di loro era mai riuscito a resistere a lungo, e lo addolorava il pensiero che, se lo avessero messo in un libro, non l'avrebbe mai visto; e che, anche se fossero riusciti a pubblicarlo prima della sua morte, il libro non sarebbe stato popolare, senza in fondo la figura del suo funerale. Non sarebbe stato un gran che, un libro della scuola domenicale che non fosse in grado di riportare i consigli da lui dati alla comunità, in punto di morte. Così, alla fine, si dovette decidere, naturalmente, a fare del suo meglio, date le circostanze: vivere virtuosamente e tirare in lungo il più possibile, e tenere pronto il suo discorso funebre per quando fosse suonata la sua ora. Ma, chi sa perché, a questo ragazzino buono non ne andava mai bene una. Mai niente gli riusciva come riusciva ai ragazzini buoni dei libri. Questi se la passavano sempre allegramente, e erano i ragazzini cattivi a rompersi le gambe; ma nel caso suo ci doveva essere qualche ingranaggio fuori posto da qualche parte, e gli capitava proprio tutto l'opposto. Quando trovò Jim Blake che rubava le mele, e andò sotto l'albero per leggergli la storia del ragazzino cattivo che cadde dal melo del vicino e si ruppe un braccio, Jim cadde, sì, giù dall'albero, ma cadde addosso a lui e ruppe il braccio a lui, e Jim non si fece proprio niente. Giacobbe non riusciva a farsene una ragione. Nei libri non c'era niente di simile.
E una volta che certi ragazzini spingevano nel fango un povero cieco, e Giacobbe accorse per aiutarlo e riceverne la benedizione, il cieco non lo benedisse proprio per niente, ma gli diede una gran botta sulla capoccia con il bastone e disse che ci si provasse un'altra volta a dargli le spinte e poi a fare finta di aiutarlo. Questo non concordava con nessun libro. Giacobbe li rilesse tutti per controllare.
Una delle cose che Giacobbe voleva era di trovare un cane zoppo e randagio, affamato e perseguitato, e portarselo a casa e coccolarlo e ottenerne eterna gratitudine. E finalmente ne trovò uno e ne fu tutto contento, e se lo portò a casa e lo nutrì, ma quando andò per coccolarlo, il cane gli si avventò contro e gli strappò di dosso tutti i vestiti, meno quelli che aveva davanti, e fece di lui uno spettacolo strabiliante. Consultò i testi più autorevoli, ma non riuscì a spiegare la cosa. Era della stessa razza dei cani che si trovano nei libri, ma si comportava in modo molto diverso. Qualsiasi cosa facesse, questo ragazzo era sempre nei guai. Le stesse cose per le quali i ragazzi dei libri erano ricompensati risultavano essere le cose meno redditizie nelle quali potesse investire il suo capitale.
Una volta, mentre andava alla scuola domenicale, vide certi ragazzini cattivi che partivano in barca a vela per una gita di piacere. Ne fu preoccupatissimo, perché dalle sue letture aveva imparato che i ragazzi che vanno in barca la domenica immancabilmente annegano. Perciò si precipitò su di una zattera per avvisarli, ma uno dei tronchi gli rotolò sotto i piedi e piombò nel fiume. Un uomo lo ripescò abbastanza presto, e il dottore gli pompò fuori l'acqua e poi gli rimise in moto i polmoni, ma aveva preso freddo e stette a letto malato per nove settimane. La cosa più inspiegabile di tutta quanta la faccenda fu però che i ragazzini cattivi con la barca se la spassarono per tutto il giorno e poi arrivarono a casa vivi e vegeti, proprio in maniera sorprendente. Giacobbe Blivens disse che non c'era niente di simile nei libri. Era addirittura ammutolito.
Quando si fu rimesso, era un po' scoraggiato, ma decise di continuare a provare lo stesso. Sapeva che le esperienze fatte fino ad allora non erano quello che ci voleva per andare a finire in un libro, ma, siccome non aveva ancora raggiunto il limite di vita assegnato ai ragazzini buoni, sperava di potere ancora compiere una qualche impresa, se fosse riuscito a tenere duro fino alla scadenza del suo termine. Se poi gli fosse mancato tutto il resto, avrebbe sempre potuto ricorrere al suo discorso in punto di morte.
Consultò i testi autorevoli e ci scoprì che ormai era giunto per lui il momento di andare in mare come mozzo. Andò a trovare il capitano di una nave e fece la sua domanda e, quando il capitano gli chiese i certificati, tirò fuori con orgoglio un libro premio e indicò le parole: "A Giacobbe Blivens, il suo affezionato maestro". Ma il capitano era un uomo rozzo e volgare e disse: - Oh mannaggia al libro! Quello non dimostrava che lui sapesse lavare i piatti e maneggiare il secchio dell'acqua sporca e gli sembrava di capire che non aveva bisogno di lui. Questa fu, decisamente, la cosa più straordinaria che fosse mai successa a Giacobbe in vita sua. Il complimento di un insegnante su di un libro premio non aveva mai mancato di risvegliare le più dolci emozioni dei capitani di lungo corso e di aprire la strada a tutte le cariche onorifiche e redditizie della professione... mai, in nessuno dei libri che aveva letto. Non poteva credere ai propri orecchi.
Questo ragazzino ebbe sempre la vita difficile. Non gli succedeva mai niente che concordasse coi testi autorevoli. Alla fine, un giorno, mentre era a caccia di ragazzini cattivi da ammonire, ne trovò un mucchio nella vecchia fonderia, intenti a fare uno scherzetto a quattordici o quindici cani che avevano legato insieme in lunga processione e che stavano per ornare con delle latte vuote di nitroglicerina legate strette alle loro code.
Giacobbe si sentì toccare il cuore. Si mise a sedere su una delle latte (non badava alle macchie d'unto, quando si trattava del dovere) e, afferrato il primo cane della fila per il collare, rivolse lo sguardo carico di rimprovero sul malvagio Tom Jones. Proprio in quel momento però entrò, pieno d'ira, il segretario comunale, McWelter. Tutti i ragazzi cattivi scapparono, ma Giacobbe Blivens, conscio della propria innocenza, si alzò e cominciò uno di quei solenni discorsetti da libro di scuola domenicale che cominciano: "Oh, signore!", in assoluto disaccordo col fatto che nessun ragazzo, buono o cattivo che sia, comincia mai un'osservazione con un: "Oh, signore!". Ma il segretario comunale non aspettò di sentire il resto. Prese Giacobbe Blivens per un orecchio, gli fece fare un mezzo giro e gli allungò una sculacciata nella retroguardia; e, in un attimo, quel ragazzino buono schizzò come un proiettile attraverso il tetto e volteggiò verso il sole con dietro i frammenti dei quindici cani, tutti in fila come la coda di un aquilone. E sulla faccia della terra non rimase nessuna traccia del segretario comunale, né della vecchia fonderia; e quanto al giovane Giacobbe Blivens, dopo tutte le pene che si era dato per preparare il suo discorsetto in punto di morte, gli mancò l'occasione per farlo, a meno che lo facesse agli uccelli; poiché, sebbene il suo busto scendesse giù veramente bene sulla cima di un albero nella provincia vicina, il resto della sua persona venne distribuito in diverse proporzioni in quattro dipartimenti diversi, e così bisognò fare cinque inchieste, per stabilire se era morto o no, e come era andata. Non si era mai visto un ragazzo tanto sparpagliato - [Questa catastrofe alla glicerina è presa a prestito dalla cronaca di un foglio volante, del cui autore farei il nome, se lo sapessi - MT].
In questo modo morì, il ragazzino buono che fece del suo meglio, ma non ci riuscì, alla maniera dei libri. Tutti i ragazzini che fecero come lui prosperarono, tutti meno lui. Il suo caso è veramente degno di nota. Probabilmente non lo si spiegherà mai.

THE STORY OF THE GOOD LITTLE BOY

Once there was a good little boy by the name of Jacob Blivens. He always obeyed his parents, no matter how absurd and unreasonable their demands were; and he always learned his book, and never was late at Sabbath-school. He would not play hookey, even when his sober judgment told him it was the most profitable thing he could do. None of the other boys could ever make that boy out, he acted so strangely. He wouldn’t lie, no matter how convenient it was. He just said it was wrong to lie, and that was sufficient for him. And he was so honest that he was simply ridiculous. The curious ways that that Jacob had, surpassed everything. He wouldn’t play marbles on Sunday, he wouldn’t rob birds’ nests, he wouldn’t give hot pennies to organ-grinders’ monkeys; he didn’t seem to take any interest in any kind of rational amusement. So the other boys used to try to reason it out and come to an understanding of him, but they couldn’t arrive at any satisfactory conclusion. As I said before, they could only figure out a sort of vague idea that he was “afflicted,” and so they took him under their protection, and never allowed any harm to come to him.
This good little boy read all the Sunday-school books; they were his greatest delight. This was the whole secret of it. He believed in the good little boys they put in the Sunday-school books; he had every confidence in them. He longed to come across one of them alive once; but he never did. They all died before his time, maybe. Whenever he read about a particularly good one he turned over quickly to the end to see what became of him, because he wanted to travel thousands of miles and gaze on him; but it wasn’t any use; that good little boy always died in the last chapter, and there was a picture of the funeral, with all his relations and the Sunday-school children standing around the grave in pantaloons that were too short, and bonnets that were too large, and everybody crying into handkerchiefs that had as much as a yard and a half of stuff in them. He was always headed off in this way. He never could see one of those good little boys on account of his always dying in the last chapter.
Jacob had a noble ambition to be put in a Sunday school book. He wanted to be put in, with pictures representing him gloriously declining to lie to his mother, and her weeping for joy about it; and pictures representing him standing on the doorstep giving a penny to a poor beggar-woman with six children, and telling her to spend it freely, but not to be extravagant, because extravagance is a sin; and pictures of him magnanimously refusing to tell on the bad boy who always lay in wait for him around the corner as he came from school, and welted him over the head with a lath, and then chased him home, saying, “Hi! hi!” as he proceeded. That was the ambition of young Jacob Blivens. He wished to be put in a Sunday-school book. It made him feel a little uncomfortable sometimes when he reflected that the good little boys always died. He loved to live, you know, and this was the most unpleasant feature about being a Sunday-school-book boy. He knew it was not healthy to be good. He knew it was more fatal than consumption to be so supernaturally good as the boys in the books were he knew that none of them had ever been able to stand it long, and it pained him to think that if they put him in a book he wouldn’t ever see it, or even if they did get the book out before he died it wouldn’t be popular without any picture of his funeral in the back part of it. It couldn’t be much of a Sunday-school book that couldn’t tell about the advice he gave to the community when he was dying. So at last, of course, he had to make up his mind to do the best he could under the circumstances—to live right, and hang on as long as he could, and have his dying speech all ready when his time came.
But somehow nothing ever went right with the good little boy; nothing ever turned out with him the way it turned out with the good little boys in the books. They always had a good time, and the bad boys had the broken legs; but in his case there was a screw loose somewhere, and it all happened just the other way. When he found Jim Blake stealing apples, and went under the tree to read to him about the bad little boy who fell out of a neighbor’s apple tree and broke his arm, Jim fell out of the tree, too, but he fell on him and broke his arm, and Jim wasn’t hurt at all. Jacob couldn’t understand that. There wasn’t anything in the books like it.
And once, when some bad boys pushed a blind man over in the mud, and Jacob ran to help him up and receive his blessing, the blind man did not give him any blessing at all, but whacked him over the head with his stick and said he would like to catch him shoving him again, and then pretending to help him up. This was not in accordance with any of the books. Jacob looked them all over to see.
One thing that Jacob wanted to do was to find a lame dog that hadn’t any place to stay, and was hungry and persecuted, and bring him home and pet him and have that dog’s imperishable gratitude. And at last he found one and was happy; and he brought him home and fed him, but when he was going to pet him the dog flew at him and tore all the clothes off him except those that were in front, and made a spectacle of him that was astonishing. He examined authorities, but he could not understand the matter. It was of the same breed of dogs that was in the books, but it acted very differently. Whatever this boy did he got into trouble. The very things the boys in the books got rewarded for turned out to be about the most unprofitable things he could invest in.
Once, when he was on his way to Sunday-school, he saw some bad boys starting off pleasuring in a sailboat. He was filled with consternation, because he knew from his reading that boys who went sailing on Sunday invariably got drowned. So he ran out on a raft to warn them, but a log turned with him and slid him into the river. A man got him out pretty soon, and the doctor pumped the water out of him, and gave him a fresh start with his bellows, but he caught cold and lay sick abed nine weeks. But the most unaccountable thing about it was that the bad boys in the boat had a good time all day, and then reached home alive and well in the most surprising manner. Jacob Blivens said there was nothing like these things in the books. He was perfectly dumfounded.
When he got well he was a little discouraged, but he resolved to keep on trying anyhow. He knew that so far his experiences wouldn’t do to go in a book, but he hadn’t yet reached the allotted term of life for good little boys, and he hoped to be able to make a record yet if he could hold on till his time was fully up. If everything else failed he had his dying speech to fall back on.
He examined his authorities, and found that it was now time for him to go to sea as a cabin-boy. He called on a ship-captain and made his application, and when the captain asked for his recommendations he proudly drew out a tract and pointed to the word, “To Jacob Blivens, from his affectionate teacher.” But the captain was a coarse, vulgar man, and he said, “Oh, that be blowed! that wasn’t any proof that he knew how to wash dishes or handle a slush-bucket, and he guessed he didn’t want him.” This was altogether the most extraordinary thing that ever happened to Jacob in all his life. A compliment from a teacher, on a tract, had never failed to move the tenderest emotions of ship-captains, and open the way to all offices of honor and profit in their gift—it never had in any book that ever he had read. He could hardly believe his senses.
This boy always had a hard time of it. Nothing ever came out according to the authorities with him. At last, one day, when he was around hunting up bad little boys to admonish, he found a lot of them in the old iron-foundry fixing up a little joke on fourteen or fifteen dogs, which they had tied together in long procession, and were going to ornament with empty nitroglycerin cans made fast to their tails. Jacob’s heart was touched. He sat down on one of those cans (for he never minded grease when duty was before him), and he took hold of the foremost dog by the collar, and turned his reproving eye upon wicked Tom Jones. But just at that moment Alderman McWelter, full of wrath, stepped in. All the bad boys ran away, but Jacob Blivens rose in conscious innocence and began one of those stately little Sunday-school-book speeches which always commence with “Oh, sir!” in dead opposition to the fact that no boy, good or bad, ever starts a remark with “Oh, sir.” But the alderman never waited to hear the rest. He took Jacob Blivens by the ear and turned him around, and hit him a whack in the rear with the flat of his hand; and in an instant that good little boy shot out through the roof and soared away toward the sun, with the fragments of those fifteen dogs stringing after him like the tail of a kite. And there wasn’t a sign of that alderman or that old iron-foundry left on the face of the earth; and, as for young Jacob Blivens, he never got a chance to make his last dying speech after all his trouble fixing it up, unless he made it to the birds; because, although the bulk of him came down all right in a tree-top in an adjoining county, the rest of him was apportioned around among four townships, and so they had to hold five inquests on him to find out whether he was dead or not, and how it occurred. You never saw a boy scattered so.—[This glycerin catastrophe is borrowed from a floating newspaper item, whose author’s name I would give if I knew it.—M. T.]
Thus perished the good little boy who did the best he could, but didn’t come out according to the books. Every boy who ever did as he did prospered except him. His case is truly remarkable. It will probably never be accounted for.




64 Storia del ragazzino cattivo (di Mark Twain)



Scritto intorno al 1865, questo racconto rovescia la prospettiva comune sui ragazzi cattivi, che non sono così sfortunati come si legge nei libri della scuola domenicale; anzi, possono diventare magistrati, ricchi e rispettati da tutti!
Dopo la versione in italiano, trovi il testo originale.

C'era una volta un ragazzino cattivo che si chiamava Jim, anche se, quando ci fate caso, vi accorgerete che i ragazzini cattivi dei vostri libri della scuola domenicale si chiamano quasi sempre Jim, Giacomino. Era strano, però è proprio vero che questo qui si chiamava Jim.
E non aveva nemmeno la mamma malata... una mamma malata che era devota e aveva la tisi e sarebbe stata felice di giacere nella tomba e di avere pace, se non fosse stato per il grande amore che aveva per il suo bambino e per la paura che il mondo fosse duro e freddo verso di lui, dopo che lei lo avesse lasciato. Quasi sempre, i ragazzini cattivi dei libri della domenica hanno delle mamme malate che insegnano loro a dire: "Buona notte, mio buon Gesù", e li addormentano cantando con voce dolce e lamentosa, e poi danno loro il bacio della buona notte, e poi si inginocchiano vicino al letto e piangono. Ma con questo tipo qui era tutto diverso. Si chiamava Jim, e sua madre non aveva proprio niente... né tisi, né niente del genere. Era una grassona e non era per niente devota; e poi, non stava in pena per Jim. Diceva che se si fosse rotto l'osso del collo non sarebbe stata una gran perdita. Lo mandava sempre a dormire con uno schiaffone e non gli dava mai il bacio della buona notte; al contrario, quando lui se ne andava, gli allungava uno scapaccione.
Una volta, questo ragazzino cattivo rubò la chiave della dispensa e si infilò dentro e si pappò una certa marmellata e poi riempì il barattolo di catrame, perché la mamma non si accorgesse della differenza; ma all'improvviso una sensazione terribile non si impadronì di lui e un non so che non gli bisbigliò: "È giusto che io disobbedisca alla mamma? Non è peccato far questo? Dove vanno i ragazzini cattivi che si ingozzano tutta la marmellata della loro buona mamma?", e allora non si inginocchiò solo soletto, e non promise di non essere mai più cattivo, e non si rialzò con il cuore leggero e felice per andare a dire tutto alla mamma e a implorare il suo perdono e a riceverne la benedizione con lacrime di riconoscenza e di orgoglio negli occhi di lei. No, questa è l'usanza di tutti gli altri ragazzini cattivi dei libri; ma, strano a dirsi, con questo Jim andò in tutt'altro modo. Mangiò la marmellata e disse che era roba forte, con quel suo modo di esprimersi peccaminoso e volgare; e ci mise dentro il catrame e disse che era roba forte pure quello e rise e disse che "la vecchia si sarebbe messa a soffiare, quando lo avesse scoperto"; e quando lei lo scoprì per davvero, lui negò di saperne qualcosa, e lei lo frustò ben bene, e chi pianse fu lui. Tutto era curioso, in questo ragazzo... per lui ogni cosa andava a finire in modo diverso da quello che succede ai cattivi Giacomini dei libri.
Una volta si arrampicò sul melo di mastro Acorn per rubare le mele, e il ramo non si spezzò, e lui non cadde e si ruppe un braccio, e non fu sbranato dal cagnaccio del fattore, e poi non languì in un letto di dolore per settimane e settimane, per poi pentirsi e diventare buono. Oh, no! rubò tutte le mele che volle e scese giù benissimo e si trovò prontissimo per il cane, anche, e lo mandò a gambe all'aria con un mattone, quando quello si accostò per sbranarlo. Era stranissimo... niente di simile è mai successo in quei buoni libriccini con la copertina marmorizzata e con dentro le figure di uomini con le giubbe a coda di rondine, e i cappelli a campana e i pantaloni alla zuava; e donne con la cintura del vestito sotto le braccia e senza cerchi alla sottana. Niente di simile in nessun libro della scuola domenicale.
Una volta, questo ragazzino cattivo rubò il temperino del maestro, e temendo poi di essere scoperto e frustato lo mise di nascosto nel berretto di Giorgio Wilson (il figlio della povera vedova, il ragazzo morale, il ragazzino buono del villaggio che obbediva sempre alla mamma e non diceva mai bugie e amava le sue lezioni ed era infatuato della scuola domenicale). E quando il temperino cadde dal berretto e il povero Giorgio chinò la testa e arrossì, quasi riconoscendo propria la colpa, e il maestro offeso lo accusò del furto e stava proprio per prenderlo a nerbate sulle spalle tremanti, un improbabile giudice di pace coi capelli bianchi non apparve immediatamente in mezzo a loro, per mettersi in posa e dire: "Risparmiate questo nobile ragazzo... Guardate là acquattato il colpevole! Io passavo davanti alla porta della scuola durante la ricreazione e, non visto, ho visto commettere il furto!". E allora Jim non le prese di santa ragione, e il venerando giudice non lesse un'omelia alla scolaresca, e non prese Giorgio per mano, e non disse che un ragazzo così doveva essere esaltato, e poi non gli disse di andare ad abitare con lui e di pulire l'ufficio e accendere il fuoco e fare le commissioni e tagliare la legna e studiare legge e aiutare sua moglie nei lavori casalinghi e avere tutto il resto del tempo per giocare e essere felice e contento. No; sarebbe andata in quel modo nei libri, ma non andò in quel modo a Jim. Nessuna vecchia ostrica ficcanaso di un giudice entrò a combinare guai, e così Giorgio, il ragazzo modello, prese un sacco di botte, e Jim fu contento, perché Jim, lo sapete, odiava i ragazzi morali. Jim diceva che "ce l'aveva a morte con quelle pappemolle". Questo era il modo di esprimersi di quel ragazzo cattivo e negligente.
Ma la cosa più strana che mai succedesse a Jim, fu la volta che andò in barca la domenica e non annegò; e un'altra volta che era andato a pesca la domenica e che fu sorpreso dal temporale e non fu colpito dal fulmine. Insomma, potete cercare e cercare, in tutti i libri della scuola domenicale, da adesso fino a quest'altro Natale, e non mai niente di simile. Oh, no; ci troverete che tutti i ragazzini cattivi che vanno in barca la domenica inevitabilmente annegano; e tutti i ragazzini cattivi che vengono sorpresi dal temporale, quando vanno a pesca la domenica, vengono inesorabilmente colpiti dal fulmine. Le barche con dentro dei ragazzini cattivi si capovolgono sempre la domenica, e c'è sempre temporale quando i ragazzini cattivi vanno a pesca nelle feste di precetto. Come mai questo Jim se la cavasse è per me un vero mistero.
Nella vita di questo Jim ci doveva essere un incantesimo... Ecco quale deve essere la ragione. Niente gli poteva far male. Diede perfino un pezzo di tabacco all'elefante del giardino zoologico, e l'elefante non gli fece saltare via la cucuzza con un colpo di proboscide. Andò a frugare nell'armadio a caccia di sciroppo di menta, e non si sbagliò e non bevve acido nitrico. Rubò il fucile del babbo e andò a caccia la domenica, e non si portò via con un colpo tre o quattro dita. Una volta che era incavolato, colpì con un pugno la sorellina alla tempia, e lei non giacque sofferente durante i lunghi giorni d'estate per poi morire con sulle labbra dolci parole di perdono che raddoppiavano l'angoscia del suo cuore straziato. No; lei se la cavò. Alla fine il ragazzino cattivo scappò di casa e andò al mare, e non tornò per trovarsi triste e solo al mondo, con i suoi cari che dormivano nel tranquillo cimitero, e la casa della sua infanzia, con il pergolato sul davanti, crollata e andata in rovina. Macché; tornò a casa sbronzo come un pifferaio e per prima cosa andò all'osteria.
E crebbe e si sposò e allevò una numerosa famiglia, e una notte spaccò la testa a tutti con un'accetta e diventò ricco utilizzando tutti gli imbrogli e le mascalzonate possibili e ora è il più infernale, perfido farabutto del villaggio natìo, ed è rispettato da tutti, e fa parte della magistratura.
E così, come vedete, non ci fu mai, nei libri della scuola domenicale, un cattivo Giacomino che avesse tanta fortuna come questo peccatore di un Jim dalla vita incantata.

THE STORY OF THE BAD LITTLE BOY

Once there was a bad little boy whose name was Jim—though, if you will notice, you will find that bad little boys are nearly always called James in your Sunday-school books. It was strange, but still it was true, that this one was called Jim.
He didn’t have any sick mother, either—a sick mother who was pious and had the consumption, and would be glad to lie down in the grave and be at rest but for the strong love she bore her boy, and the anxiety she felt that the world might be harsh and cold toward him when she was gone. Most bad boys in the Sunday books are named James, and have sick mothers, who teach them to say, “Now, I lay me down,” etc., and sing them to sleep with sweet, plaintive voices, and then kiss them good night, and kneel down by the bedside and weep. But it was different with this fellow. He was named Jim, and there wasn’t anything the matter with his mother—no consumption, nor anything of that kind. She was rather stout than otherwise, and she was not pious; moreover, she was not anxious on Jim’s account. She said if he were to break his neck it wouldn’t be much loss. She always spanked Jim to sleep, and she never kissed him good night; on the contrary, she boxed his ears when she was ready to leave him.
Once this little bad boy stole the key of the pantry, and slipped in there and helped himself to some jam, and filled up the vessel with tar, so that his mother would never know the difference; but all at once a terrible feeling didn’t come over him, and something didn’t seem to whisper to him, “Is it right to disobey my mother? Isn’t it sinful to do this? Where do bad little boys go who gobble up their good kind mother’s jam?” and then he didn’t kneel down all alone and promise never to be wicked any more, and rise up with a light, happy heart, and go and tell his mother all about it, and beg her forgiveness, and be blessed by her with tears of pride and thankfulness in her eyes. No; that is the way with all other bad boys in the books; but it happened otherwise with this Jim, strangely enough. He ate that jam, and said it was bully, in his sinful, vulgar way; and he put in the tar, and said that was bully also, and laughed, and observed “that the old woman would get up and snort” when she found it out; and when she did find it out, he denied knowing anything about it, and she whipped him severely, and he did the crying himself. Everything about this boy was curious—everything turned out differently with him from the way it does to the bad Jameses in the books.
Once he climbed up in Farmer Acorn’s apple tree to steal apples, and the limb didn’t break, and he didn’t fall and break his arm, and get torn by the farmer’s great dog, and then languish on a sickbed for weeks, and repent and become good. Oh, no; he stole as many apples as he wanted and came down all right; and he was all ready for the dog, too, and knocked him endways with a brick when he came to tear him. It was very strange—nothing like it ever happened in those mild little books with marbled backs, and with pictures in them of men with swallow-tailed coats and bell-crowned hats, and pantaloons that are short in the legs, and women with the waists of their dresses under their arms, and no hoops on. Nothing like it in any of the Sunday-school books.
Once he stole the teacher’s penknife, and, when he was afraid it would be found out and he would get whipped, he slipped it into George Wilson’s cap—poor Widow Wilson’s son, the moral boy, the good little boy of the village, who always obeyed his mother, and never told an untruth, and was fond of his lessons, and infatuated with Sunday-school. And when the knife dropped from the cap, and poor George hung his head and blushed, as if in conscious guilt, and the grieved teacher charged the theft upon him, and was just in the very act of bringing the switch down upon his trembling shoulders, a white-haired, improbable justice of the peace did not suddenly appear in their midst, and strike an attitude and say, “Spare this noble boy—there stands the cowering culprit! I was passing the school door at recess, and, unseen myself, I saw the theft committed!” And then Jim didn’t get whaled, and the venerable justice didn’t read the tearful school a homily, and take George by the hand and say such a boy deserved to be exalted, and then tell him to come and make his home with him, and sweep out the office, and make fires, and run errands, and chop wood, and study law, and help his wife do household labors, and have all the balance of the time to play, and get forty cents a month, and be happy. No; it would have happened that way in the books, but didn’t happen that way to Jim. No meddling old clam of a justice dropped in to make trouble, and so the model boy George got thrashed, and Jim was glad of it because, you know, Jim hated moral boys. Jim said he was “down on them milksops.” Such was the coarse language of this bad, neglected boy.
But the strangest thing that ever happened to Jim was the time he went boating on Sunday, and didn’t get drowned, and that other time that he got caught out in the storm when he was fishing on Sunday, and didn’t get struck by lightning. Why, you might look, and look, all through the Sunday-school books from now till next Christmas, and you would never come across anything like this. Oh, no; you would find that all the bad boys who go boating on Sunday invariably get drowned; and all the bad boys who get caught out in storms when they are fishing on Sunday infallibly get struck by lightning. Boats with bad boys in them always upset on Sunday, and it always storms when bad boys go fishing on the Sabbath. How this Jim ever escaped is a mystery to me.
This Jim bore a charmed life—that must have been the way of it. Nothing could hurt him. He even gave the elephant in the menagerie a plug of tobacco, and the elephant didn’t knock the top of his head off with his trunk. He browsed around the cupboard after essence-of peppermint, and didn’t make a mistake and drink aqua fortis. He stole his father’s gun and went hunting on the Sabbath, and didn’t shoot three or four of his fingers off. He struck his little sister on the temple with his fist when he was angry, and she didn’t linger in pain through long summer days, and die with sweet words of forgiveness upon her lips that redoubled the anguish of his breaking heart. No; she got over it. He ran off and went to sea at last, and didn’t come back and find himself sad and alone in the world, his loved ones sleeping in the quiet churchyard, and the vine-embowered home of his boyhood tumbled down and gone to decay. Ah, no; he came home as drunk as a piper, and got into the station-house the first thing.
And he grew up and married, and raised a large family, and brained them all with an ax one night, and got wealthy by all manner of cheating and rascality; and now he is the infernalest wickedest scoundrel in his native village, and is universally respected, and belongs to the legislature.
So you see there never was a bad James in the Sunday-school books that had such a streak of luck as this sinful Jim with the charmed life.




63 Come andarono i fatti a proposito delle mie recenti dimissioni (di Mark Twain)



In questo racconto, pubblicato nel dicembre 1867 con il titolo “The Facts Concerning the Recent Resignation”, Mark Twain immagina di aver trovato lavoro come scrivano (ossia dattilografo) presso il Senato statunitense e di considerarsi, solo per questo, membro del governo: naturalmente nessuno ascolterà le sue opinioni in tema di politica.
La satira dello scrittore americano colpisce duramente i suoi obiettivi: sia il Congresso, ossia il Parlamento, le cui decisioni potrebbero condurre al disastro («come ben può avvenire»), sia la gente comune: esilaranti sono i consigli dello scrivano per sterminare gli indiani.

Ho dato le dimissioni. Pare che il governo vada avanti più o meno come prima, ma, ciononostante, gli manca un raggio della ruota. Ero scrivano del Comitato Senatoriale di Conchiliologia e ho mandato al diavolo l’impiego. Era evidente, e la vedevo con chiarezza, la tendenza da parte degli altri membri del governo a impedirmi di avere voce in capitolo negli organi consultivi della nazione, e quindi non mi è stato più possibile restare in carica e salvare, al tempo stesso, il mio orgoglio. Se dovessi raccontare nei minimi particolari tutti gli oltraggi che si sono accumulati su di me nei sei mesi in cui ho fatto parte del governo in funzione ufficiale, la narrazione riempirebbe un volume. Mi nominarono scrivano di quel Comitato di Conchiliologia, e poi non mi assegnarono un amanuense per giocarci a bigliardo. Avrei anche sopportato quel posto, pur solitario com’era, se negli altri membri del gabinetto avessi riscontrato quella cortesia che mi era dovuta. Invece no. Ogniqualvolta vedevo che il capo di un dipartimento seguiva una strada sbagliata, abbandonavo tutto quanto e andavo da lui e cercavo di riportarlo sulla retta via, come era mio dovere; e non una volta, dico una, sono stato ringraziato. Andai, con le migliori intenzioni del mondo, dal Ministro della Marina e gli dissi:
«Eccellenza, secondo me l’ammiraglio Farragut, là in Europa, non fa altro che qualche scaramuccia, un po’ qua, un po’ là: una specie di scampagnata. Ora, tutto questo andrà anche benone, ma io non la vedrei in questa luce. Se non trova da combattere sul serio, se ne torni a casa. È inutile che un uomo abbia tutta una flotta per farsi una gita di piacere. È troppo dispendioso. Sia chiaro: io non ho niente contro le gite di piacere che siano ragionevoli, che siano economiche. Per esempio, potrebbero andar giù per il Mississippi con una zattera…»
Avreste dovuto sentire che sfuriata! Roba da far pensare che io avessi commesso non so che delitto. Ma io non feci una piega. Dissi che una gita in zattera nel Mississippi era una cosa a buon mercato, piena di semplicità repubblicana e senza pericoli di sorta. Dissi che, per una tranquilla gita di piacere, non c’era niente che valesse una zattera. Allora il Ministro della Marina mi chiese chi ero; e quando gli dissi che facevo parte del governo, volle sapere in quale funzione. Risposi, senza sottolineare la stranezza della domanda da parte di un membro dello stesso governo, che ero lieto di informarlo che ero scrivano del Comitato Senatoriale di Conchiliologia. Allora sì, ci fu una burrasca coi fiocchi! Finì con l’ordinarmi di abbandonare l’edificio e di badare, per l’avvenire, esclusivamente ai fatti miei. Il mio primo impulso fu di farlo licenziare. Ma la cosa avrebbe danneggiato altre persone, oltre a lui, e a me non avrebbe poi giovato gran che, e così lasciai perdere.
Subito dopo andai dal Ministro della Guerra, il quale non era affatto disposto a ricevermi finché non apprese che facevo parte del governo. Se non avessi avuto per le mani un affare importante, non credo che sarei riuscito a entrare. Gli chiesi un fiammifero (stava fumando), e poi gli dichiarai che non avevo niente da ridire sulla sua difesa dei trattati di armistizio del generale Lee e dei militari suoi colleghi, ma che non potevo approvare il suo metodo di combattere gli indiani nelle Pianure. Gli dissi che combatteva a gruppi troppo isolati. Avrebbe dovuto fare in modo di radunare più indiani… radunarli in un punto comodo, dove ci fossero a disposizione viveri sufficienti per le due parti, e poi fare un massacro generale. Gli dissi che per un indiano non c’è niente di più convincente di un massacro generale. Se non d’accordo sul massacro, gli dissi, l’alternativa più sicura, per un indiano, erano sapone e istruzione. Sapone e istruzione non hanno effetto immediato come un massacro, ma alla lunga sono più letali, perché un indiano semimassacrato si può rimettere, ma se uno si prende la briga di istruirlo e di lavarlo, finisce, prima o poi, col farlo fuori. È una cosa che gli mina l’organismo; che intacca le fondamenta del suo essere. «Eccellenza,» dissi, «è giunta l’ora in cui le crudeltà più raccapriccianti sono divenute una necessità. Infliggete sapone e sillabario a ogni indiano che infesta le Praterie e annientatelo!»
Il Ministro della Guerra mi domandò se ero membro del gabinetto, e io risposi di sì. Volle sapere quale carica ricoprivo, e io gli dissi che ero scrivano al Comitato Senatoriale di Conchiliologia. Allora fui messo agli arresti per oltraggio alle autorità e privato della libertà personale per la maggior parte della giornata.
Per poco non decisi di starmene zitto, da allora in poi, e di lasciare che il governo tirasse avanti alla meno peggio. Ma il dovere mi chiamò, ed io obbedii. Feci visita al Ministro del Tesoro.
Mi domandò:
«E voi, cosa volete?»
La domanda mi fece perdere le staffe. Risposi:
«Punch al rum.»
Lui disse:
«Se avete qui affari che vi riguardano, esponeteli… e il più brevemente possibile.»
Allora dissi che mi rincresceva che egli avesse deciso di cambiare argomento così ex-abrupto, perché tale condotta era altamente offensiva per me; ma, date le circostanze, avrei lasciato correre e sarei venuto al fatto. Mi buttai quindi in un’animata discussione con lui sull’eccessiva lunghezza del suo bilancio. Gli dissi che era dispendioso, inutile, mal costruito; non conteneva brani descrittivi, né poesia, né sentimento… né eroi, né trama, né illustrazioni… nemmeno incisioni in legno. Non l’avrebbe letto nessuno, questo era evidente. Lo supplicai di non rovinarsi la reputazione col far pubblicare roba del genere. Se sperava di conquistare un giorno il successo letterario, doveva mettere nei suoi scritti più varietà. Doveva guardarsi dagli aridi dettagli. Dissi che la grande popolarità degli almanacchi era dovuta alle poesie e agli indovinelli, e che qualche indovinello qua e là nel suo bilancio preventivo ne avrebbe facilitato la vendita più di tutte le relazioni sul reddito interno che sarebbe riuscito a metterci dentro. Dissi tutte queste cose in uno spirito di straordinaria benevolenza, e ciononostante il Ministro del Tesoro fu colto da un violento accesso di furia. Arrivò persino a dire che ero un somaro. Mi ricoprì di ingiurie nel modo più implacabile, e disse che, se fossi tornato un’altra volta a impicciarmi degli affari suoi, mi avrebbe buttato dalla finestra. Io dissi che, se non fossi riuscito a farmi trattare col rispetto dovuto alle mie funzioni, avrei preso il cappello e me ne sarei andato; e me ne andai davvero. Si era comportato proprio con un autore esordiente. Questi tipi, quando buttano fuori il loro primo libro, credono sempre di saperne più di tutti gli altri. Nessuno gli può dir niente.
Per tutto il tempo che feci parte del governo parve che non potessi far niente, nelle mie funzioni ufficiali, senza cacciarmi nei guai. Eppure non facevo nulla, non tentavo nulla che non fosse, a mio giudizio, per il bene del paese. Forse era la sensazione irritante dei torti subiti a portarmi a conclusioni errate e nefaste, ma certo mi pareva che il Presidente del Consiglio, il Ministro della Guerra, il Ministro del Tesoro e gli altri miei confrères avessero, fin da principio, cospirato per estromettermi dall’amministrazione. Mentre facevo parte del governo, assistetti a una sola riunione del Consiglio. E quella mi bastò. L’usciere che stava alla porta della Casa Bianca non sembrava molto disposto a introdurmi, finché non gli ebbi chiesto se gli altri membri del Consiglio erano arrivati. Rispose di sì, e io entrai. Erano tutti lì, ma nessuno mi offrì una seggiola. Mi fissavano come se fossi un intruso. Il Presidente disse:
«E voi, signore, chi siete?».
Gli porsi il mio biglietto da visita ed egli lesse: «On. Mark Twain, scrivano del Comitato Senatoriale di Conchiliologia». Poi mi squadrò da capo a piedi, come se non mi avesse mai sentito nominare prima di allora. Il Ministro del Tesoro disse:
«È quel somaro, quel rompiscatole che è venuto a consigliarmi di mettere poesie e indovinelli nel bilancio, come se fosse un almanacco».
Il Ministro della Guerra disse: «È quel visionario che è stato da me ieri con il progetto di istruire a morte parte degli indiani e di massacrarne il resto».
Il Ministro della Marina disse: «Riconosco in questo giovanotto l’individuo che durante la settimana si è ripetutamente impicciato degli affari miei. È preoccupato perché l’ammiraglio Farragut adopera tutta una flotta per una gita di piacere, come lui la definisce. La sua proposta di una certa insensata gita di piacere con una zattera è tanto assurda che non val la pena di parlarne».
Io dissi: «Signori, scorgo qui una tendenza a gettare il discredito su ogni atto della mia carriera politica; scorgo altresì una tendenza a estromettermi dai Consigli della nazione. Oggi non mi è stato inviato alcun avviso. È stato per un puro caso che ho appreso che ci sarebbe stata una riunione del Consiglio. Ma sorvoliamo. Tutto ciò che desidero sapere è: questa è una riunione del Consiglio o no?».
Il Presidente disse che lo era.
«Allora,» dissi, «passiamo immediatamente agli affari e non perdiamo tempo prezioso in disdicevoli critiche delle nostre rispettive linee di condotta politica.»
Il Presidente del Consiglio parlò allora col suo tono benevolo, e disse: «Giovanotto, voi siete vittima di un errore. Gli scrivani dei Comitati del Congresso non sono membri del governo. E non lo sono neppure i portieri del Campidoglio, per strano che ciò possa apparire. Quindi, per quanto noi possiamo desiderare la vostra trascendente saggezza nelle nostre deliberazioni, non possiamo legalmente avvalercene. Le assemblee della nazione dovranno procedere senza di voi; se questo condurrà al disastro, come ben può avvenire, sia balsamo al vostro spirito dolente il fatto che, con la parola e con l’azione, avete fatto tutto quanto era in vostro potere per evitarlo. Abbiate la mia benedizione. Addio!».
Queste soavi parole placarono il mio animo sconvolto, e così me ne andai. Ma i servi della nazione non hanno mai riposo. Avevo appena raggiunto il mio stanzino al campidoglio, e posto i piedi sul tavolo come un rappresentante del popolo, quando uno dei senatori del Comitato Conchiliologia entrò furibondo e disse:
«Dove siete stato tutto il giorno?»
Osservai che, se la cosa poteva interessare a qualcuno, oltre a me stesso, ero stato a una riunione del Consiglio.
«A una riunione del Consiglio? Mi piacerebbe proprio sapere che c’entrate voi con una riunione del Consiglio.»
Dissi che c’ero stato per una consultazione, ammesso e non concesso che la cosa lo riguardasse menomamente. Allora lui diventò insolente, e finì col dire che mi cercava da tre giorni per farmi copiare una relazione su guscioni, gusci d’uova, gusci d’ostrica e non che altro connesso con la conchiliologia, e nessuno era riuscito a trovarmi.
Era troppo. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso scritturale. Dissi: «Signore, credete che io mi metta a lavorare per sei dollari al giorno? Se avete queste idee, permettetemi di consigliare al Comitato Senatoriale di Conchiliologia di assumere qualcun altro. Io non sono schiavo di una fazione. Riprendetevi il vostro degradante impiego. Datemi la libertà oppure la morte!».
Da quel momento non feci più parte del governo. Vilipeso dal Ministero, vilipeso dal Consiglio, vilipeso alfine dal Presidente di un comitato cui mi sforzavo di dar lustro, cedetti alla persecuzione, rigettai lungi da me le seduzioni e i rischi della mia alta carica e, nell’ora del periglio, abbandonai la patria sanguinante.
Ma avevo reso allo Stato certi servigi e mandai il conto:

STATI UNITI D’AMERICA

Dare all’On. Scrivano del Comitato Senatoriale di conchiliologia, Dr. Mark Twain:
Per consultazione con il Ministro della Marina………………………………      dollari  50
Per consultazione con il Ministro della Guerra………………………………           »      50
Per consultazione con il Ministro del Tesoro….…………………………….            »      50
Per consultazione con la Presidenza del Consiglio………………………….          (gratuita)
Per viaggi e spese per e da Gerusalemme*, via Egitto, Algeri,
Gibilterra e Cadice, miglia 14.000 a cent. 20 al miglio………......................            » 2.800
Onorario di scrivano del Comitato Senatoriale di Conchiliologia,
giorni 6 a dollari 6 al giorno…........................................................................…        »     36
                                                                                                                          ___________
                                             Totale………………………………………....     dollari 2.986

* I delegati del territorio mettono in conto i viaggi di andata e ritorno, anche se, una volta arrivati, non tornano mai indietro. Perché a me vengano negati i viaggi, proprio non riesco a capirlo

Non una sola voce di questo conto mi è stata pagata, eccetto quella miseria di trentasei dollari come onorario di scrivano. Il Ministro del Tesoro, perseguitandomi sino alla fine, cancellò con un tratto di penna tutte le altre voci e annotò semplicemente in margine: «Non concesso». E così, finalmente, la terribile alternativa è risolta. Il mio ripudio è cominciato! Il paese è perduto. Per il momento, mi sono ritirato dalla vita pubblica. Restino pure quegli scrivani che sono disposti a subire imposizioni. Ne conosco una quantità nei vari ministeri, che non vengono mai informati di quando deve aver luogo una seduta del Consiglio, e il cui parere sulla guerra, sulle finanze e sul commercio non viene chiesto, quasi non facessero parte del governo, che stanno in ufficio, un giorno dopo l’altro, e lavorano! Conoscono la propria importanza nei riguardi della nazione, e inconsciamente lo dimostrano nel contegno, nel modo di ordinare il pranzo al ristorante… ma lavorano. Ne conosco uno che deve appiccicare ogni sorta di ritagli di giornali in un album… a volte fino a otto dieci ritagli al giorno. Non lo fa bene, ma lo fa come meglio può. È un lavoro faticosissimo. Porta all’esaurimento cerebrale. Eppure è pagato solo milleottocento dollari all’anno. Con un cervello come il suo, quel giovanotto potrebbe ammucchiare migliaia e migliaia di dollari, se volesse. Ma no, il suo cuore è tutto per la patria, ed egli la servirà finché gli resterà un solo album di ritagli. E conosco scrivani che non sanno scrivere tanto bene, ma che nobilmente depongono ai piedi della patria tutto il sapere che posseggono, e sgobbano e soffrono per duemilacinquecento dollari all’anno. A volte quello che scrivono deve essere riscritto da altri scrivani, ma quando un uomo ha fatto del suo meglio per la patria, forse che la patria dovrebbe lamentarsi? E poi ci sono impiegati che non hanno impiego e aspettano aspettano aspettano che si faccia libero un posto… aspettano pazientemente l’occasione di giovare alla patria, e, mentre aspettano, ottengono, per tutta ricompensa, duemila dollari all’anno. È triste… è molto, molto triste. Quando un membro del Congresso ha un amico di talento, ma non ha a disposizione un impiego in cui le grandi capacità dell’amico si possano esplicare, lo dona alla patria e gli dà un posto in un ministero. E là quell’uomo deve faticare come uno schiavo per tutta la vita, lottare con una quantità di documenti per il bene di un paese che non pensa mai a lui, che mai ha per lui la minima comprensione… e tutto per due o tremila dollari all’anno. Quando avrò completato la mia lista di tutti gli impieghi dei vari ministeri, con la nota di quello che hanno da fare e di quello che guadagnano, vedrete che non c’è neanche la metà degli impiegati che ci vorrebbero, e quelli che ci sono non ricevono neanche la metà del salario che gli spetta.

Il Campidoglio di Washington oggi, sede del Congresso degli Stati Uniti d’America







62 Come fui redattore di un giornale agrario (di Mark Twain)




Pubblicato con il titolo ““How I Edited an Agricultural Paper Once” nel 1870 nel giornale The Galaxy, questo racconto satirico se la prende con il mondo dei giornali, dove meno uno ne sa, più vende. Credo che valga ancora oggi.

Non fu senza perplessità che assunsi temporaneamente la redazione di un giornale agrario. Non senza perplessità un abitante della terraferma prenderebbe il comando di una nave. Ma mi trovavo in circostanze che facevano della paga una mèta importante. Il vero redattore del giornale doveva partire per le vacanze, ed io accettai le condizioni da lui offertemi e presi il suo posto.
La sensazione di essere di nuovo al lavoro era grandiosa, ed io lavorai con soddisfazione costante per l’intera settimana. Il giornale andò in macchina, e per un giorno attesi, non senza ansia, di vedere se il mio sforzo avrebbe avuto qualche risonanza. Mentre lasciavo l’ufficio, verso il tramonto, un gruppo di uomini e di ragazzi ai piedi delle scale si sciolse di colpo e fece ala al mio passaggio; sentii uno o due che dicevano: «È lui!». La cosa, naturalmente, mi fece piacere. La mattina dopo trovai, ai piedi delle scale, un gruppo del genere nonché altra gente, isolata o a coppie, sparsa qua e là per la strada lungo il mio percorso, che mi osservava con interesse. Non appena mi avvicinai, il gruppo si sciolse e si trasse indietro, e sentii un uomo che diceva: «Guardategli gli occhi!». Finsi di non far caso all’attenzione che andavo destando, ma dentro di me ne ero compiaciuto e mi proponevo di scriverne un racconto a mia zia. Salii quei pochi gradini e, mentre mi avvicinavo alla porta, sentii voci allegre e una risata fragorosa; aprii la porta ed ebbi la fuggevole visione di due giovanotti – contadini, a giudicare dall’aspetto – e le cui facce, non appena mi videro, si fecero lunghe e smorte, dopodiché entrambi si buttarono dalla finestra con un gran tonfo. Restai sorpreso.
Di lì a mezz’ora un vecchio signore dalla barba fluente e dal volto nobile ed austero fece il suo ingresso, e dietro mio invito si mise a sedere. Aveva l’aria di chi è oppresso da qualche pensiero. Si levò il cappello e lo posò sul pavimento, e ne cavò un fazzoletto di seta rossa e una copia del nostro giornale.
Si posò il giornale in grembo e, mentre si puliva gli occhiali col fazzoletto, disse: «Siete voi il nuovo redattore?»
Risposi che ero proprio io.
«Avete mai diretto un giornale agrario prima d’ora?»
«No,» replicai, «questo è il mio primo tentativo.»
«Capisco. Avete qualche esperienza diretta di agricoltura?»
«No. Credo di no.»
«Un certo istinto me lo diceva,» disse il vecchio signore, infilandosi gli occhiali e sogguardandomi con asprezza, mentre ripiegava il giornale fino a ridurlo ad un formato più maneggevole. «Voglio leggervi quello che, con ogni probabilità, ha risvegliato in me quell’istinto. È stato l’articolo di fondo. Ascoltate, e vedete un po’ se l’avete scritto voi.»
«Non si dovrebbero mai strappare le rape: ciò le danneggia. Meglio mandare su un ragazzo a scuotere l’albero
«Allora che ne pensate?... perché ho proprio idea che l’abbiate scritto voi.»
«Che ne penso? Be’, penso che non è poi male. Penso che è una cosa sensata. Sono certo che ogni anno, qui in questa zona, milioni e milioni di staia di rape vanno in malora per il solo fatto di essere strappate quando non sono ancora in stato di perfetta maturazione, mentre se si mandasse su un ragazzo a dare una scrollata all’albero…»
«Una scrollata a tua nonna! Le rape non crescono sugli alberi.»
«No? Ma davvero? Be’, e chi ha detto che ci crescano? L’espressione andava presa in senso figurato, assolutamente figurato. Chiunque se ne intenda, almeno un pochino, sa che volevo dire che il ragazzo deve dare una scrollata alla vite.»
Allora il venerando vecchio si alzò, strappò il giornale riducendolo a pezzi minutissimi, li calpestò con energia, ruppe parecchi oggetti col suo bastone da passeggio e disse che io ne sapevo quanto una mucca, e anche meno; e poi se ne uscì, sbatté la porta dietro di sé e, per farla breve, si comportò in modo tale da farmi pensare che fosse seccato per qualche motivo. Ma, non sapendo che cosa mai lo turbasse, non potei essergli d’aiuto.
Non passò molto che un tipo lungo lungo, dall’aspetto cadaverico, coi capelli radi che gli pendevano giù sulle spalle, la barba di una settimana che spuntava irta di fra le alture e le vallate della sua faccia, entrò dalla porta come un razzo e si fermò immobile, un dito sulle labbra, la testa e il corpo chini nell’atteggiamento di chi sta in ascolto. Non si udiva alcun suono. Lui continuava a stare in ascolto. Nessun suono. Allora girò la chiave nella toppa e avanzò in punta di piedi, cautissimamente, verso di me, finché non giunse quasi a portata di mano; allora si fermò e, dopo aver studiato la mia faccia per un bel po’, con vivo interesse, tirò fuori una copia piegata del giornale, e disse:
«Ecco, questo l’avete scritto voi. Leggetemelo… presto! Toglietemi questo peso. Soffro.»
Lessi quanto segue; e, mentre le frasi mi uscivano dalle labbra, potevo vedere il sollievo giungere a poco a poco, potevo vedere i muscoli contratti rilassarsi e l’ansia abbandonare quel volto, e il ristoro e la pace scendere su quei lineamenti come il pietoso raggio di luna su di un paesaggio desolato:
«Il guano è un nobile volatile, ma gran cura si richiede per allevarlo. Non lo si dovrebbe importare prima di giugno e dopo settembre. D’inverno è opportuno tenerlo in un luogo caldo, di modo che i piccoli possano uscire dalle uova.
«Appare evidente che il raccolto del granoturco sarà tardivo. Perciò sarà bene che l’agricoltore cominci a metter fuori i suoi covoni e a piantare le sue focacce di grano saraceno in luglio invece che in agosto.
«A proposito della zucca. Questa bacca è prediletta dagli abitanti della parte interna del New England che nella confezione di crostate, la preferiscono all’uva spina, e che, similmente, l’antepongono ai lamponi come foraggio per le mucche, poiché più sostanziosa e altrettanto soddisfacente quanto ai risultati. La zucca è l’unico commestibile della famiglia degli aranci che attecchisca nel Nord, ad eccezione della zucca gialla e di un paio di varietà di melopopone. Ma l’usanza di piantarla nei giardini di fronte alle case, insieme agli alberelli ornamentali, va rapidamente passando di moda, poiché ormai è generalmente ammesso che, come albero ombrifero, la zucca è un fallimento.
«Ora, poiché si avvicina la stagione calda e i paperi cominciano a deporre le uova…»
L’ascoltatore, eccitatissimo, fece un balzo, corse a stringermi la mano, e disse:
«Ecco, ecco… basta così. Ora so di essere in me, perché voi l’avete letto proprio come l’ho letto io, parola per parola. Ma, o straniero, quando stamattina l’ho letto la prima volta, mi sono detto che mai, mai per il passato l’avevo creduto, benché i miei mi tenessero sotto strettissima sorveglianza, ma ora sì, lo credevo di essere pazzo; e allora ho dato in un urlo che avreste sentito a due miglia di distanza, e sono uscito per ammazzare qualcuno… perché, vedete, sapevo che presto o tardi ci sarei arrivato, e così tanto valeva cominciare subito. Ho riletto una di quelle frasi ancora una volta – così, tanto per esser ben sicuro – poi ho dato fuoco alla mia casa, e via. Ho mezzo storpiato diverse persone, e ho fatto salire un tale su un albero, dove posso acchiapparlo quando voglio. Ma ho pensato di fare una capatina qui, mentre passavo da queste parti, tanto per essere ben sicuro della cosa. Ora è sicura e posso dire che è una fortuna per il tizio che è sull’albero. Al ritorno, l’avrei certo ammazzato. Addio, addio, caro signore; mi avete tolto un gran peso dal cuore. La mia ragione ha superato la prova di uno dei vostri articoli sull’agricoltura, e so che ora nulla può sconvolgerla. Addio, signore.»
Provai un certo disagio per via degli storpiamenti e degli incendi dolosi ai quali quell’individuo si era dedicato, perché non potevo fare a meno di sentirmi, sia pure lontanissimamente, complice. Ma tali pensieri furono ben presto allontanati, perché, all’improvviso, entro il vero redattore del giornale! (Pensai dentro di me: «Ora, se te ne fossi andato in Egitto come ti avevo raccomandato, avrei avuto la possibilità di farmici un po’ la mano; ma no, non hai voluto, ed eccoti qui. In un certo senso, mi aspettavo di vederti».)
Il redattore aveva un’aria triste, perplessa e abbattuta.
Esaminò lo sfacelo che il vecchio energumeno e quei due giovani agricoltori avevano combinato, e poi fece: «Un brutto affare… un bruttissimo affare. Ecco: rotta la bottiglietta della colla… sei vetri e una sputacchiera e due candelieri. Ma questo non è tutto. Il buon nome del giornale è compromesso, e per sempre, ho paura. Vero che non c’è mai stata per il passato tanta richiesta del giornale, e che non se ne erano mai vendute tante copie, né aveva mai raggiunto, così d’un balzo, tanta celebrità… Ma chi vorrebbe essere famoso grazie alla pazzia, e prosperare grazie all’infermità mentale? Amico mio, come è vero che sono un uomo onesto, la strada qui fuori è piena di gente, e altra se ne sta appollaiata sulle staccionate in attesa di vederti sia pure per un istante, perché pensano che tu sia pazzo. E ne hanno ben donde, dopo aver letto i tuoi articoli di fondo. Sono una vergogna per il giornalismo. Ma che cosa ti ha messo in mente di essere in grado di redigere un giornale di questo genere? È chiaro che tu non conosci neppure l’abbicì dell’agricoltura. Tu parli di solco e di erpice come se si trattasse della stessa cosa; chiacchieri della stagione della muda (1) per le mucche; e consigli di addomesticare la puzzola per la sua natura amabile e vivace e la sua abilità nel cacciare i topi! La tua osservazione sui molluschi che se ne stanno tranquilli se si suona loro un po’ di musica era superflua: completamente superflua. Nulla disturba i molluschi. I molluschi se ne stanno sempre tranquilli. Ai molluschi della musica non importa un bel niente. Ah, cielo e terra, amico! se tu avessi fatto della conquista dell’ignoranza lo scopo dei tuoi studi, in tutta la tua vita, non ti saresti potuto laureare con maggior lode di quanto tu non abbia fatto oggi. Non ho mai visto niente di simile. La tua osservazione sulle castagne d’India (2) che, come genere di consumo, incontrano sempre maggior richiesta, è semplicemente fatta apposta per rovinare questo giornale. Voglio che tu ti dimetta immediatamente e te ne vada. Non ho più bisogno di vacanze; se me le prendessi, non potrei goderle. Certo non con te seduto alla mia scrivania. Vivrei nel terrore continuo di quello che potresti raccomandare alla prossima occasione. Ogniqualvolta penso alla tua dissertazione sui vivai di ostriche, sotto il titolo Il giardinaggio come arte, perdo la pazienza. Voglio che tu te ne vada. Nessuna ragione al mondo potrebbe indurmi a prendermi altre vacanze. Oh, ma perché non mi hai detto prima che non sapevi niente di agricoltura?».
«Dirlo a te, gambo di mais, testa di cavolo, figlio d’un broccolo? È la prima volta che sento un’osservazione così insensata. Ti dico che mi sono occupato di redazione di giornali per quattordici anni buoni, e questa è la prima volta che mi sento dire che uno deve sapere qualcosa per redigere un giornale. Testa di rapa! Chi scrive le critiche teatrali per i giornali di second’ordine? Eh? ex calzolai e garzoni di speziali, che di recitazione autentica ne sa quanto ne so io di agricoltura autentica, e neppure un etto di più. Chi recensisce i libri? Gente che non ne ha mai scritto uno. Chi scrive i ponderosi articoli di fondo sulla finanza? Individui che hanno avuto le più illimitate opportunità di non saper niente in proposito. Chi critica le spedizioni contro gli indiani? Dei signori che non distinguono un grido di guerra da un wigwam (3), e che non hanno mai dovuto farsi una gara podistica con un tomahawk (4), o strappare le frecce dai loro familiari per prepararci, la sera, il fuoco da campo. Chi scrive gli appelli per l’astinenza dall’alcool e leva alte proteste contro l’inebriante calice? Gente che, finché non sarà nella tomba, seguiterà, ogniqualvolta respira, a mandare zaffate di liquori. Chi pubblica giornali agrari? Tu, eh? in genere, dei falliti nel campo della poesia, nel campo del romanzo giallo, nel campo del drammone sensazionale, nel campo dei grandi quotidiani, che alla fine cercano riparo nell’agricoltura come in un rifugio temporaneo dall’ospizio per i poveri. E proprio tu vuoi insegnare – a me – come si fanno i giornali! Signore, lo conosco dall’A alla Zeta, e ti dico che, meno uno ne sa e più è il baccano che fa e più alto è lo stipendio che pretende. Se soltanto – e il cielo mi è testimone – fossi stato ignorante anziché colto, e impudente anziché riservato, avrei potuto farmi un nome in questo gelido mondo egoista. Vi saluto, caro signore. Poiché sono stato trattato come mi avete trattato, sono più che disposto ad andarmene. Ma ho fatto il mio dovere. Mi sono mantenuto fedele al mio contratto finché mi è stato possibile. Avevo detto che ero in grado di far salire la vostra tiratura a ventimila copie, e, se solo avessi avuto altre due settimane, lo avrei fatto. E vi avrei dato il miglior pubblico di lettori che un giornale agrario abbia mai avuto: senza nemmeno un contadino, né un solo individuo capace di distinguere un albero di angurie da una vigna di pesche, no, ne dovesse andare della vita. Siete voi che ci perdete, con questa rottura, non io, o pianta di torte. Adios
E poi me ne andai.

(1) muda = il cambiamento annuale delle penne degli uccelli
(2) castagne d’India = il frutto dell’ippocastano, che, pur di forma simile a una castagna, non è commestibile
(3) wigwam = la tenda a forma di cono dei pellirosse
(4) tomahawk = l’ascia da guerra dei pellirosse (la gara podistica con un tomahawk è, ovviamente, la fuga di un bianco inseguito da un indiano ostile)



venerdì 24 marzo 2017

61 Dal barbiere (di Mark Twain)



Pubblicato per la prima volta nell’agosto 1871 sul magazine “The Galaxy”, questo racconto (il cui titolo originale è “About Barbers”) racconta le disavventure di un cliente, che capita, in un negozio di barbiere, nelle mani del meno esperto dei garzoni di bottega. Con uno spirito paradossale, ma non così distante dalla realtà anche odierna.

Tutto si trasforma quaggiù, tutto, eccetto i barbieri, i modi dei barbieri e le cose che riguardano i barbieri. Queste non cambiano mai. Ciò che si prova la prima volta che si mette piede nella bottega di un barbiere è precisamente ciò che si proverà ogni altra volta fino alla fine dei nostri giorni.
Stamattina sono uscito come al solito per farmi radere. Mentre mi avvicinavo alla porta della bottega, ecco un tale che vi si stava dirigendo dalla parte opposta. Tutte le volte succede. Ho accelerato il passo; ma niente da fare, è arrivato prima lui, proprio di un soffio, e io sono dovuto entrare dietro di lui che si è subito seduto sull’unica poltrona libera, quella servita dal miglior garzone della bottega. È sempre così.
Mi sono seduto ad aspettare, sperando di ereditare la poltrona servita dal meno peggio dei due altri giovani del negozio, che vedevo già occupato a pettinare i capelli del suo cliente, mentre il collega non aveva ancor finito di lisciare e impomatare la testa del suo. Così mi sono messo a calcolare la probabilità di cadere nelle mani dell’uno o dell’altro. Quando mi sono accorto che il giovane numero due guadagnava terreno sul giovane numero uno, ho cominciato a sentirmi inquieto. Quando il numero uno si è arrestato un momento, la mia inquietudine si è trasformata in ansia. Quando il numero uno ha riacquistato un po’ di vantaggio e li ho visti tutti e due togliere gli asciugamani dal collo dei due clienti e spolverarli di borotalco, tutti e due sul punto di dire: «A chi tocca adesso?», ho trattenuto il fiato per l’angoscia.
Ma quando, nel momento decisivo, il numero uno si è attardato a dare due colpi di pettine alle sopracciglia del suo uomo e ho capito che aveva perduto la corsa, mi sono alzato indignato e sono uscito dal negozio per non cadere nelle mani del numero due. Non sono di quelli, io, che hanno l’invidiabile coraggio di guardare tranquillamente negli occhi il giovane di bottega che gli offre la poltrona e di dirgli che preferiscono aspettare che il suo collega sia libero. Così sono andato a fare due passi per un quarto d’ora e poi sono rientrato con la speranza di miglior fortuna. Naturalmente tutte le poltrone erano occupate e quattro altri clienti sedevano aspettando in silenzio, assorti e chiusi in viso, con quello sguardo annoiato che si ha sempre dal barbiere quando si aspetta il proprio turno.
Mi sono seduto sul sofà e ho cercato per un poco di ingannare il tempo leggendo i cartelloni pubblicitari delle lozioni per tingere e rinvigorire i capelli; poi le bisunte etichette delle boccette di profumi dei clienti; poi i nomi e i numeri dei catini; e per un pezzo ho studiato le vecchie stampe colorate appiccicate ai muri: battaglie, defunti presidenti della repubblica, sultane voluttuosamente sdraiate e l’eterna insopportabile ragazzina che si mette gli occhiali del nonno; e ho mandato un paio d’accidenti al brioso canarino e all’atroce pappagallo che non mancano mai nelle botteghe di barbiere. Alla fine ho cercato il meno logoro dei giornali illustrati dell’anno passato che ingombravano il sudicio tavolo centrale e ho imparato a memoria le sue bugie su avvenimenti ormai passati da un pezzo. Finalmente è venuto il mio turno. Una voce ha detto: «A chi tocca?» e io mi sono trovato nelle mani del… del numero due, naturalmente. Succede sempre così.
Gli ho detto con dolcezza che avevo molta fretta. Ne è rimasto così impressionato che credo non mi abbia nemmeno sentito. Mi ha alzato la testa, mi ha passato un asciugamano sotto la nuca, mi ha ficcato le dita nel collo per fissarvi un altro asciugamano. Poi si è messo ad esaminare i miei capelli ficcandoci dentro le unghie e ha osservato che avevano bisogno di una spuntatina. Gli ho detto che non volevo tagliarmi i capelli. Allora si è messo a studiarli di nuovo e ha deciso che erano assolutamente troppo lunghi. Gli ho detto che me li avevano appena tagliati la settimana prima. È rimasto un momento indeciso; poi mi ha chiesto con profondo disprezzo:
«Chi ve li ha tagliati?»
«Proprio voi!»
Colpito in pieno, non ha detto nulla. Si è messo a rimestare il sapone per la barba, e intanto si guardava nello specchio, fermandosi ogni tanto per studiarsi un foruncolo sulla punta del mento. Finalmente ha cominciato a insaponarmi da una parte e stava per passare dall’altra, quando è stato attirato da due cani che si azzuffavano nella strada. È corso alla finestra e c’è stato fino alla fine della scena, e con mia grandissima soddisfazione ha perso anche due scellini che aveva scommesso coi colleghi. Poi ha finito di insaponarmi col pennello e ha cominciato a stropicciarmi con le mani la faccia insaponata.
Dopo di che ha dovuto affilare il rasoio sul cuoio di una vecchia bretella e ha perso un sacco di tempo a discutere su di un ballo in maschera cui ha preso parte ieri sera, camuffato da re con un vestito di tela rossa e un mantello di ermellino di coniglio. Diceva di aver fatto girare la testa a una ragazza con le sue arie regali ed era così felice delle battute dei colleghi che cercava in tutti i modi di tirarla per le lunghe facendo finta di essere seccato delle loro allusioni.
Così ha sentito il bisogno di osservarsi con maggior compiacenza nello specchio. Ha deposto il rasoio, si è spazzolato i capelli con gran cura, ha spianato il ciuffo sulla fronte, rifatto la riga e dato un colpettino di spazzola, con grande abilità e precisione, sulle due tempie. Intanto, sulla mia faccia, il sapone si era del tutto prosciugato fino a penetrare nella pelle.
Allora ha cominciato a radermi, piantandomi le dita nelle guance per tenerle distese e sballottandomi la testa da una parte all’altra. Finché ha avuto a che fare con le guance me la sono cavata abbastanza bene, ma quando si è messo a raschiarmi, a grattare e stiracchiare il mento sono cominciati i guai. Mi ha afferrato il naso come fosse un manico per radermi meglio il labbro superiore e così ho scoperto che tra le sue mansioni ci deve essere anche quella di pulire le lampade della bottega, tanto le sue dita puzzavano di petrolio. Già mi ero chiesto altre volte chi fosse a sbrigare questa mansione, se i giovani di bottega o il padrone. Ora lo so.
Intanto cercavo di distrarmi tentando di indovinare dove mi avrebbe fatto il primo taglio; ma lui è stato più svelto di me e mi ha tagliato la punta del mento prima che io avessi risolto la questione: immediatamente si è rimesso ad affilare il rasoio. Accidenti, avrebbe potuto farlo meglio prima. Già mi piace poco farmi raschiare la pelle; ho tentato quindi di fargli deporre il rasoio perché non gli venisse in mente di passare una seconda volta sullo stesso punto e lavorarmi a modo suo la piccola graziosa ferita col risultato di rovinarmi il mento del tutto.
Mi lui mi ha risposto che desiderava soltanto pareggiare certe piccole asperità e subito ha ripassato il rasoio proprio dove temevo, col risultato che immediatamente i pori della pelle ormai troppo raschiati si son messi a bruciare maledettamente.
Lui allora ha imbevuto un asciugamano con acqua profumata e me l’ha sbattuto brutalmente in viso, come se fosse questo il modo migliore per lavare la faccia. Quindi ha cominciato a sfregarmi violentemente con la parte asciutta dell’asciugamano come se fosse questo il modo migliore per asciugarla; ma è difficile che un barbiere vi tratti da cristiano. Quindi mi ha bagnato la ferita con acqua profumata, ha cercato di stagnare il sangue con borotalco; poi ha lavato via il borotalco con nuova acqua e avrebbe certamente continuato per un pezzo a spolverarmi e a bagnarmi se non mi fossi ribellato pregandolo di smettere. Allora mi ha spolverato tutta la faccia, mi ha raddrizzato la testa, si è rimesso a scompigliarmi apposta i capelli passandoci dentro le dita e proponendomi una lavatina, di cui, secondo lui, i miei capelli avevano assoluto bisogno. Gli ho fatto osservare che me li ero lavati io stesso facendo il bagno.
Allora ha cominciato a raccomandarmi il «Glorificatore dei capelli di Smith» e mi ha proposto di comprarne una bottiglia. Ho rifiutato. Immediatamente si è messo a lodare il nuovo profumo «La delizia della toeletta di Jones» perché ne comperassi un flacone. Ho rifiutato di nuovo. Ma non si è dato per vinto e mi ha offerto uno spazzolino da denti di sua invenzione; e poiché ho detto di no, mi ha proposto un affare di temperini.
Fallito anche questo tentativo, si è rimesso all’opera, mi ha bagnato dalla testa ai piedi con lo spruzzatore, mi ha impomatato i capelli e quasi me li ha strappati dalle radici, mi ha ravviato e lisciato con la spazzola, mi ha rifatto la riga, mi ha spianato il ciuffo sulla fronte e passandomi il pettine sulle rade sopracciglia imbrattate di pomata, ha cominciato ad elencarmi le prodezze di un suo cane, un piccolo terrier nero e caffè, finché ho udito il fischio delle sirene di mezzogiorno e mi sono accorto di aver perso il treno. Lui ha strappato via l’asciugamano, mi ha spazzolato la faccia, mi ha passato il pettine di nuovo sulle sopracciglia e tutto allegro ha gridato: «A chi tocca?».
Due ore più tardi, il mio giovanotto è morto d’un colpo apoplettico. Sono impaziente che arrivi domani per vendicarmi: andrò al suo funerale.

Un negozio di barbiere nel secolo XIX