Breve guida alla mostra "Orlando furioso 500 anni"

BREVE GUIDA ALLA MOSTRA
“ORLANDO FURIOSO 500 ANNI – COSA VEDEVA ARIOSTO QUANDO CHIUDEVA GLI OCCHI”
FERRARA – PALAZZO DEI DIAMANTI

Tematica 1: L’ANTECEDENTE DEL BOIARDO (Sala 1):

1- Edizione de “Inamoramento de Orlando”, di Matteo Maria Boiardo (1486/87)
Si tratta del libro a stampa più antico giunto fino a noi dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, da cui Ariosto partì per raccontare le vicende del suo poema.

2- Ritratto di gentiluomo, di Bartolomeo Veneto (1510-1515 circa)


Non sappiamo chi sia il gentiluomo ritratto in questo dipinto. Le sue vesti sono un autentico rebus: il labirinto sulla veste è metafora delle difficoltà connesse alla conoscenza di sé; i nodi di Salomone attorno al labirinto rinviano allo stesso significato; la pigna verde è simbolo di virtù e di resurrezione; la medaglia sul cappello con un ciuffo di penne bianche e con incisa una scena di naufragio fa riferimento ad un sonetto di Matteo Maria Boiardo, il quale a sua volta richiama Francesco Petrarca, che simboleggia l’esperienza sentimentale e poetica.
Anche l’Orlando furioso è un labirinto, in cui i vari personaggi si smarriscono tra desideri e inganni.

3- Cornice per specchio, di intagliatore ferrarese (1505-1510 circa)
A sinistra c’è il bene (BONUM) rappresentato da una donna che fugge da un drago, un falcone, un unicorno, un leone e un angelo; a destra il male (MALUM) rappresentato da un caprone, un topo, una scimmia, un lupo e la morte. In basso c’è la Y pitagorica, simbolo del bivio, la scelta tra il Bene e il Male. In alto una granata, emblema di Alfonso d’Este.

Tematica 2: LA GIOSTRA E LA BATTAGLIA (Sale 2 e 3):

4- La battaglia di Roncisvalle (ultimo quarto del XV secolo)


La battaglia di Roncisvalle è avvenuta nel 778 sui Pirenei, dove i Baschi, alleati dei Saraceni, attaccarono e annientarono la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, comandata dal paladino Orlando (o Rolando).
Nell’arazzo si vede a destra Orlando che uccide il re saraceno Marsilio; al centro il paladino Oliviero brandisce la spada sopra un soldato, che si difende con uno scudo incastonato di gemme; a sinistra, oltre l’albero, il duca Bevon è a concilio con i Franchi.
Sappiamo che il marchese di Ferrara nel 1436 possedeva tre serie di arazzi raffiguranti battaglie di Pipino il Breve (padre di Carlo Magno) e forse anche la stessa battaglia di Roncisvalle.

5- Olifante, detto corno d’Orlando (XI secolo circa)


Gli olifanti (dall’antico francese olifant = elefante) erano corni in avorio ricavati da zanne d’elefante, capaci di produrre un suono potente. Tra la fine dell’XI secolo e la fine del XII ne furono fabbricati molti nell’Italia meridionale. Il termine olifante compare per la prima volta nel poema cavalleresco La Chanson de Roland (metà del XII secolo): vi si racconta di come, durante la battaglia di Roncisvalle, Orlando, pur ferito a morte, ebbe la forza di suonare il suo olifante, per richiamare indietro Carlo Magno. Il soffio di Orlando fu così forte da spezzare il corno, che si danneggiò ulteriormente, perché il paladino lo usò per colpire un soldato saraceno che voleva sottrargli la spada.
L’olifante esposto, proprio a causa dei danni che evidenzia, viene per tradizione identificato con quello di Orlando, ma in realtà è stato fabbricato circa tre secoli dopo la battaglia di Roncisvalle. È decorato con cinque fasce di incisioni a bassorilievo, che alternano animali reali (leoni, cani, uccelli) a bestie di fantasia (grifone, sfinge, unicorno); presenta inoltre due vani lisci, su cui scorrevano le cinghie da trasporto.
Agli olifanti si attribuivano proprietà sacre, quasi magiche, e ad essi si ispirò l’Ariosto per il corno magico di Astolfo.

6- Galaad viene in soccorso di Parceval, del Maestro di Lancelot (ultimo quarto del XIV secolo)


La miniatura che è esposta raffigura una battaglia tra cavalieri medievali: Galaad è quello con lo scudo con croce rossa in campo bianco, Parceval quello con lo scudo rosso e dorato. Si notino le orme degli zoccoli ferrati dei cavalli sul terreno.
Il codice in pergamena si trovava nel 1426 presso la biblio0teca dei Visconti a Pavia; a fine Quattrocento divenne bottino dei Francesi che conquistarono il ducato. Le 122 miniature che lo illustrano non furono mai completate.

7- Lastra di sarcofago con amazzonomachia (220-230 d.C.)
Questa lastra marmorea raffigura 7 Amazzoni (alcune a cavallo) che affrontano 6 guerrieri nudi.
Nel Rinascimento lastre scultoree come questa divennero un modello per gli artisti, che avevano preso dagli Umanisti l’interesse per l’arte dell’Età Antica, in particolare quella greca e latina.

8- Scena di battaglia, di Bertoldo di Giovanni (1480 circa)


L’artista prese spunto da una cassa marmorea antica per realizzare quest’opera, scolpita per Lorenzo il Magnifico come ornamento di un camino. Raffigura uno scontro tra soldati romani e guerrieri barbari, a piedi o a cavallo. Il soggetto e la raffigurazione dei nudi erano in gran voga nella Firenze dell’ultimo trentennio del Quattrocento.

9- Battaglia di dieci nudi, di Antonio del Pollaiolo (1465 circa)


Si tratta di una incisione su rame, che, oltre al valore artistico, ha una caratteristica particolare: sulla sinistra vi è una scritta (OPVS / ANTONII POLLA / IOLI FLORENT / TINI), che viene considerata come la più antica firma di un artista su una stampa (ricorda che l’invenzione della stampa da parte di Johann Gutenberg è della metà circa del Quattrocento).

10- Scena di battaglia, di Ercole de’ Roberti (1490 circa)
Battaglie come questa appartengono sicuramente al mondo figurativo quattrocentesco, di cui Ludovico Ariosto si nutrì e di cui si ricordò per descrivere alcune battaglie nell’Orlando furioso.

11- Battaglia fantastica con cavalli e elefanti, di Leonardo da Vinci (1515-1518)
Il disegno è volutamente poco visibile: la battaglia è come avvolta in una gran nube di polvere, accentuata dall’uso della terra rossa diluita a ricoprire il foglio di carta.

12- Grande elmo con cimiero (metà del XIV secolo)
Questo grande elmo risulta essere il più antico ad aver conservato il proprio cimiero; creato per essere usato nelle giostre, ha la parte sinistra del volto rinforzata poiché da sinistra arrivavano i colpi dell’avversario. Gli ornamenti spettacolari come le corna di bufalo di questo elmo, erano inutilizzabili in battaglia, perciò erano fatti con materiali leggeri e si potevano rimuovere. All’inizio del XVI secolo non erano più usati in Italia, mentre erano ancora assai popolari in area germanica.

13- Sella da parata con le armi di Ercole I d’Este, di artista dell’Italia settentrionale (dopo il 1474)


Questa sella da parata in legno, osso e cuoio testimonia l’importanza che i temi amoroso-guerreschi avevano presso gli Este e possono perciò spiegare il celebre inizio del poema ariostesco. Sulla parte anteriore della sella vi sono gli episodi amorosi (Innamoramento; Innamoramento corrisposto; Colloquio; Abbraccio), sulla posteriore gli episodi guerreschi (Ercole che uccide il leone; San Giorgio che uccide il drago, con sotto una donna che regge una rosa).

14- Le Chevalier délibéré, di Olivier de la Marche
Silografia con duello tra cavalieri alla presenza di una dama; la silografia è stata colorata a mano.

15- Armatura da giostra e da battaglia, di Niccolò Silva (1510-1515 circa)


Questa armatura è stata concepita per essere usata in battaglia, però alcuni elementi (gli spallacci, il lato sinistro della gorgiera e l’elmo rinforzato) fanno piuttosto pensare che fosse destinata all’esercizio sportivo.
È splendidamente forgiata in un metallo accuratamente polito ed è decorata con motivi incisi e dorati a sottolineare le bordature, mentre una scena di battaglia è incisa sulla guardastanca (la parte rialzata dello spallaccio sinistro), che doveva deviare i colpi di lancia mirata alla gola del combattente. Un’invocazione alla Madonna è ripetuta due volte in due punti diversi.
La sobrietà di questa armatura contrasta con le armature dei personaggi ariosteschi, cosparsi di raggi di carbonchio e carichi di ornamenti.

Tematica 3: LA CORTE SIGNORILE (Sale 4 e 5):

16- Ritratto di Lionello d’Este, di Antonio di Puccio Pisano detto Pisanello (1441)


Leonello d’Este, signore di Ferrara dal 1441 al 1450, venne ritratto sia dal Pisanello, sia da Jacopo Bellini, chiamati entrambi per ritrarre a gara il personaggio; Nicolò, padre di Leonello, era l’arbitro della gara e decretò la vittoria del Bellini. Il dipinto di quest’ultimo è andato perduto, mentre l’altro è nella mostra di Palazzo dei Diamanti. Il marchese è ritratto a mezzo busto e di profilo, secondo l’usanza dei ritratti “all’antica”, e Pisanello sottolinea con grande precisione molti elementi realistici: il roseto dietro il marchese, il farsetto finemente ricamato, i bottoni argentati, il volto candido, l’acconciatura “a cappelliera” (folta e all’indietro) che evidenzia il valore di condottiero di Leonello. Quel taglio di capelli era infatti usato spesso dagli uomini d’arme per ammortizzare i movimenti degli elmi.
Nell’Orlando furioso (canto terzo) l’Ariosto riconoscerà in Borso, primo duca di Ferrara, il compimento della politica pacificatrice di Leonello, che gli umanisti avevano salutato come colui che aveva fatto di Ferrara la dimora delle Muse e aveva dato alla città un periodo di pace, mentre altrove regnava Marte, dio della guerra.

17- Lettera a Ippolito d’Este, di Isabella d’Este (3 febbraio 1507)
Questa lettera della marchesa di Mantova al fratello è la prima notizia che si ha della realizzazione dell’Orlando furioso da parte dell’Ariosto; nella lettera Isabella d’Este scrive ringraziando il fratello per avergli mandato Ariosto come messo, poiché «mi ha dato grande soddisfazione avendomi, con la narrazione dell’opera che sta componendo, fatto passare due giorni non solo senza fastidio, ma con piacere grandissimo».

18- Tre divinità, di Andrea Mantegna (1495 circa)


I tre personaggi rappresentati sono probabilmente (da sinistra) Diana, Marte e Venere. Il Mantegna ha usato con grande abilità grafica i colori per questo disegno: bianco, cremisi e blu. La scelta dei tre colori ha fatto pensare che il disegno sia stato realizzato su committenza estense, dato che gli Este avevano il bianco, il rosso e il blu come colori araldici. Nell’Orlando furioso gli stessi colori sono scelti da Ruggiero, progenitore della casata, quando affronta il rivale Leone Augusto (canto 44)

19- Minerva che scaccia i Vizi dal giardino delle Virtù, di Andrea Mantegna (1497-1502 circa)


Nel giardino una volta abitato dalle Virtù (che ora si sono rifugiate su una nuvola in cielo), irrompe da sinistra Minerva che impugna lo scudo e una lancia spezzata. Alle sue spalle, una figura umana trasformata in alloro alza le braccia al cielo e il cartiglio che la avvolge invita i compagni delle Virtù a scacciare i Vizi che ora popolano il giardino. Tra essi si notano un centauro parzialmente immerso nello stagno, che trasporta una giovane, personificazione della Lussuria, madre di tutti i Vizi; l’Inerzia trascina il molle Ozio, nudo e senza braccia; una scimmiesca personificazione di Odio, Frode e Malizia, Sospetto e Gelosia, porta quattro borse contenenti i semi (“Semina”) del Male (“Mala”), del Peggio (“Peiora”) e del male estremo (“Pessima”); Avarizia e Ingratitudine sostengono la grassa e coronata Ignoranza.

20- Lira da Braccio, di Giovanni d’Andrea Veronese (1511)


La lira da braccio era lo strumento più usato per accompagnare la poesia cantata, tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento. In genere aveva 7 corde, 5 tastate che si suonavano premendo la tastiera, e due di bordone, esterne alla tastiera stessa. Lo strumento poteva essere suonato pizzicando le corde, oppure mediante un archetto.
La lira da braccio era molto apprezzata nelle corti rinascimentali, dove si organizzavano rappresentazioni di poesia cantata in “stile antico” e spettacoli teatrali, in cui alcuni personaggi (ad esempio Apollo o Orfeo) comparivano con tale strumento con il quale cantavano la loro parte. Ma la lira era anche uno strumento di strada e veniva usato da cantastorie per accompagnare il canto di poesie e anche i versi dell’Orlando furioso, a favore dei passanti che si radunavano al momento.
L’esemplare esposto alla mostra è decorato con un intaglio che raffigura due busti umani su entrambi i lati e due volti espressivi sulla cavigliera.

21- Raccolta musicale, di Andrea Antico e Niccolò De Giudici (1507)
Si tratta di una raccolta che reca uno strambotto (un breve componimento poetico di origine popolare) a tre voci del Tromboncino su versi tratti dall’Orlando furioso, un po’ diversi da quelli che conosciamo.

22- Lucrezia, Bruto e Collatino, di Ercole de’ Roberti e Giovan Francesco Maineri (1486-1493 circa)


Questo dipinto raffigura la matrona romana Lucrezia, moglie di Collatino, nel momento in cui si suicida alla presenza del marito e di Lucio Giunio Bruto, dopo aver confessato la violenza subita da Sesto Tarquinio. Forse apparteneva alla duchessa Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli e moglie di Ercole I, in vece del quale guidò più volte e con capacità il ducato estense.

23- Re Artù e Faramon giocano a scacchi, del Maestro del Guiron (1375 circa)


Pagina miniata da un codice che contiene frammenti di tre romanzi in prosa, commissionata probabilmente da Bernabò Visconti di Milano. Il miniatore esprime bene l’ideale cavalleresco dell’epoca, ambientandolo in una corte signorile contemporanea, che in questo modo voleva rivivere gli ideali espressi nei romanzi di re Artù.

24- Lancelot du Lac (1494)

Grosso volume in pergamena che raccoglie il romanzo cavalleresco di Lancillotto e altre storie di re Artù e di Carlo Magno. La rilegatura in marocchino (del 1570 circa) è decorata con motivi (candelabri, vasi, fogliame, maschere, figure umane e ibridi animali) incardinati su un asse centrale posato su un personaggio affiancato da due satiri, il quale sorregge un cesto di frutta da cui fuoriescono dei viticci che terminano in erme femminili.

25- Tarocchi Sola Busca, di Nicola di Maestro Antonio e anonimo coloritore (1491)


Il mazzo di tarocchi è l’unico al mondo risalente al XV secolo di cui si conservano integralmente le quattordici carte di ciascun seme e le ventidue carte figurate (o “trionfi”). Oltre alla funzione ludica avevano probabilmente anche una finalità didattica, poiché Cavalieri, Re e Regine di ogni serie portano i nomi di personaggi classici o biblici, così come le carte trionfali.
I tarocchi erano molto diffusi e apprezzati presso le corti rinascimentali, compresa quella ferrarese, tanto che Ludovico Ariosto in una sua commedia (la Cassaria) fa dire a un personaggio che i governanti «perdono il tempo a scacchi o sia a tarocco o a tavole».

26- Libro della ventura, di Lorenzo Spirito (1500)


Si tratta di un gioco divinatorio, da farsi con il lancio dei dadi, e che rimanda in maniera piuttosto tortuosa a una serie di responsi su alcuni aspetti della vita: il matrimonio, la nascita di un figlio, la malattia, il successo negli affari, la felicità e così via. Ebbe grandissimo successo nei primi due decenni del Cinquecento (ma anche prima e dopo).

27- La ruota della fortuna, di Albrecht Dürer (1499)


Nel 1494 veniva pubblicata un’opera satirica dell’umanista tedesco Sebastian Brant, intitolata La nave dei folli, che conteneva delle illustrazioni ricavate da legni incisi dal pittore Albrecht Dürer. L’immagine della ruota della fortuna che trasforma gli esseri umani in asini era nota all’Ariosto, che ne parlò con “sgomento” in una sua Satira.

28- Ritratto di Tommaso Inghirami detto “Fedra”, di Raffaello Sanzio (1510 circa)


Tommaso Inghirami era un poeta e oratore umanista, amico di Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III. Venne soprannominato Fedra, perché nel 1486, sedicenne, interpretò il ruolo femminile di Fedra in una tragedia del poeta latino Seneca: durante una rappresentazione della tragedia l’impalcatura scenografica cadde rovinosamente e l’Inghirami seppe trattenere il pubblico, nel gran trambusto che ne era seguito, improvvisando versi in latino. Da adulto, si occupò di teatro, di apparati scenici e di sfilate e spettacoli in genere a Roma; l’Ariosto lo conobbe durante i suoi soggiorni a Roma e lo nominò nell’ultimo canto dell’Orlando furioso.
Raffaello lo raffigura in questo dipinto senza omettere le particolarità fisiche del personaggio: la sua corpulenza e il suo vistoso strabismo. Anzi il pittore, ritraendo l’Inghirami con gli occhi rivolti verso l’alto, sembra sottolinearne il difetto, ma nello stesso tempo lo carica di un significato ulteriore, quasi una condizione psicologica che evidenzia l’ispirazione dell’umanista che è intento a scrivere ciò su cui sta meditando profondamente.

29- Codice delle Comoediae di Tito Maccio Plauto (inizi del XVI secolo)
Si tratta di un codice che contiene tutte le commedie del commediografo romano Plauto, uno dei più importanti della classicità latina. Venne scritto a mano per proprio uso da Tommaso Inghirami.

30- Scena prospettica, di Donato Bramante (fine XV – inizio XVI secolo)


Incisione a bulino raffigurante una scena prospettica teatrale, la più antica tra quelle realizzate nel Rinascimento. Sembra che Bramante non l’abbia ideata per un vero e proprio spettacolo teatrale, ma solo come un “capriccio architettonico”, un modo per riflettere sul tema dello spazio e della sua realizzazione prospettica.

31- Studio di una quinta prospettica per una scenografia, di Raffaello Sanzio (1518-19)
Il disegno (più deteriorato nella parte superiore) fu forse realizzato da Raffaello per la rappresentazione nel 1519 a Roma della commedia di Ariosto intitolata I Suppositi, che piacque anche al papa Leone X, tanto da spingerlo a commissionare un’altra commedia per l’anno successivo al ferrarese (ma l’incarico non andò a buon fine).

Tematica 4: I CAVALIERI (Sala 6):

32- Cavaliere, del Maestro dei Mesi (1225-1230)


La statua venne scolpita nei primi decenni del XIII secolo da un anonimo Maestro dei Mesi, per una porta del Duomo di Ferrara, e faceva parte di una serie con tutti i mesi dell’anno, secondo il gusto gotico che si era diffuso in Italia con Benedetto Antelami. Ludovico Ariosto ha sicuramente visto queste sculture e questa, che raffigura un cavaliere, può aver contribuito alla creazione del suo immaginario in tema di cavalieri.
La scultura è una delle più raffinate del ciclo dei Mesi ferrarese: il personaggio raffigurato tiene al braccio un grande scudo a mandorla con al centro un umbone (una placca che serviva a far rimbalzare le frecce nemiche) rilevato come una borchia; un mantello gli ricade dalla spalla; i capelli si raccolgono in un ricciolo sulla nuca; i dettagli anatomici del cavallo e la vegetazione ai piedi dello stesso sono particolarmente precisi.

33- San Giorgio, di Cosmè Tura (1460-1465 circa)


La tavoletta faceva parte, probabilmente, di un lavoro più ampio dipinto per le portelle di un altarolo (cioè un altare portatile) commissionato da qualcuno degli Este. Rappresenta san Giorgio (uno dei santi protettori di Ferrara) nell’atto conclusivo della sua vicenda, quando, appiedato, recide con la spada la testa del drago.

34- Profilo di donna guerriera con elmo, di Marco Zoppo (1448-1478)


Il disegno raffigura una giovane donna, di profilo e a mezzo busto, le spalle leggermente ruotate e il braccio tronco, quasi a dare l’impressione che sia la riproduzione di una scultura frammentaria. Colpisce l’elmo, particolarmente fantasioso, con la visiera che sembra un mostro con una coda sporgente che sorregge un nano, la protezione per la nuca, una voluta sopra l’orecchio che diventa un serpente con una testa d’uomo.
La donna guerriera era un personaggio di grande successo nella letteratura rinascimentale: la troviamo nel Morgante di Luigi Pulci, nell’Orlando innamorato del Boiardo e, naturalmente, nell’Orlando furioso (Bradamante, capostipite della casa d’Este, e Marfisa).

35- Scipione l’Africano, Bottega di Andrea della Robbia (primi anni del XVI secolo)


Il generale romano Scipione, famoso per aver sconfitto il cartaginese Annibale, è raffigurato di profilo, vestito di una fantasiosa armatura, che reca sul petto una testa simile a una Gorgone, un figura mostruosa della mitologia greca. L’elmo, dal quale partono nastrini svolazzanti, ha una struttura a conchiglia, con il cimiero a forma di drago, dalle ali affini allo spallaccio squamato.

36- Iniziale miniata raffigurante il profilo di un condottiero (settimo decennio del XV secolo)
Anche in questa miniatura, come nella terracotta invetriata precedente, si vede un guerriero di profilo e molto fantasioso, con un cimiero in forma di drago con le ali.

37- Ettore a cavallo, di Antonio Averlino detto Filarete (1456)
Secondo il Boiardo prima e l’Ariosto poi, i signori di Ferrara discendevano (attraverso Ruggiero) nientemeno che da Ettore e da suo figlio Astianatte, personaggi omerici; Astianatte, infatti, non viene ucciso come raccontavano le opere antiche, ma riesce a salvarsi riparando in Sicilia, da dove generò la propria discendenza, tra cui appunto gli Estensi.

38- Odoberto d’Asburgo, di Albrecht Dürer (1515-1516)
Il disegno rappresenta un uomo in armatura, ispirato all’autore dal ritrovamento di una statua in pietra, che raffigurava un personaggio vestito di corazza.

39- Le battaglie del Danese (1513)


Questa silografia è presente in una edizione milanese de Le battaglie del Danese, uno dei poemi cavallereschi più popolari della stagione precedente all’apparizione dell’Orlando furioso. La silografia ritrae un guerriero che si riposa dopo una battaglia, appoggiandosi allo scudo: indossa un lungo corsaletto, non a maglia di ferro, ma a piastre rettangolari.

40- Marte, di Antonio Lombardo (1513-1515 circa)



Questo mezzorilievo marmoreo raffigurante Marte nudo accanto alle armi e agli abiti militari, fu verosimilmente scolpito nel secondo decennio del Cinquecento, durante il ducato di Alfonso I.

41- Lesena con trofei, di Agostino Busti detto Bambaia (1515-1523)
La lesena appartiene al monumento al duca Gaston de Foix, nipote del re francese Luigi XII, che morì a 23 anni nel 1512 durante la battaglia di Ravenna, che vide fronteggiati da una parte un’alleanza di cui faceva parte anche Alfonso I con la sua artiglieria, dall’altra la Lega Santa di papa Giulio II. All’episodio l’Ariosto dedicò alcune ottave dell’Orlando (canto XIV).

42- Ritratto di guerriero con scudiero detto “Gattamelata”, di Giorgio da Castelfranco detto Giorgione (1501 circa)

Un giovane condottiero, dalla bellezza stilizzata e languido nell’espressione (come piaceva alle corti rinascimentali) sostiene la preziosa elsa del suo spadone, mentre con l’altra mano indica la celata (il copricapo senza cimiero) in primo piano. Dietro di lui uno scudiero di profilo regge l’asta dello stendardo e gli porta la “barbozza”, la parte della celata che serviva a proteggere la parte inferiore del viso. La pittura è tutta giocata sulla resa luministica, in particolare attraverso i riflessi sulle armature e la linea sottile sulla mazza in primo piano: probabilmente questi elementi erano il frutto dei colloqui che Giorgione ebbe con Leonardo, quando lo incontrò a Venezia nel 1500, a proposito della diversa natura della luce. Giorgione si era esercitato sul tema nello stesso anno dell’incontro con Leonardo, producendo la pala di Castelfranco.

43- Giuditta con la testa di Oloferne, di Vincenzo Catena (1525 circa)

Oltre alle donne guerriere (nobili come Bradamante o ostili e selvagge come le Amazzoni), nell’immaginario rinascimentale vi era un’altra figura di donna particolarmente amata: Giuditta, l’eroina biblica, che, facendo innamorare di sé il nemico assiro Oloferne, riesce a tagliargli la testa e a permettere agli israeliti di scacciare gli assiri. Simbolo di virtù e coraggio, di bellezza e di fascino seduttivo, Giuditta è qui raffigurata di tre quarti e a mezza figura, con la mano destra sullo spadone e il braccio sinistro sul parapetto in cui giace la testa di Oloferne (elementi derivati dal Giorgione), mentre la finestra aperta sul paesaggio rimanda alla lezione belliniana.

44- Spada detta “di Boabdil” (fine del XV secolo)

Spade come questa vengono dette di Boabdil, il nome con cui in Europa era noto Maometto XII, l’ultimo emiro di Granada, conquistata dagli spagnoli nel 1492, lo stesso anno della scoperta dell’America, 24 anni prima della prima pubblicazione dell’Orlando furioso.
Si tratta di spade a lama dritta, spesso sontuosamente decorate e con un’elsa particolare: le due estremità del gavigliano escono dalla bocca di una genetta (un piccolo mammifero maculato) e scendono parallelamente alla lama. Tali armi evocano quell’aristocrazia cavalleresca musulmana, che veniva contrapposta a quella cristiana, pur condividendo con essa gli stessi ideali legati alla corte, al valore e all’onore.

Tematica 5: IL MERAVIGLIOSO (Sale 7 e 8):

45- San Giorgio e il drago, di Paolo di Dono detto Paolo Uccello (1440 circa)


Questa tempera mette in scena l’episodio tratto dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine, in cui si narra che il drago, che da tempo costringe la città libica di Selene a sacrificargli pecore e giovani estratti a sorte, viene trafitto dal cavaliere Giorgio proprio mentre si appresta a divorare la figlia del re. I tre protagonisti sono in primo piano, di profilo: la principessa assiste alla scena con le mani giunte in atto di preghiera; il drago ad ali spiegate e la bocca spalancata sembra più spaventato che spaventoso, mentre viene trafitto; Giorgio è rivestito dell’armatura, in sella a un cavallo bianco bardato di rosso. L’imponente massa della caverna, tana del drago, separa il primo piano dallo sfondo, con una successione di campi coltivati e un lungo viale che conduce alla città circondata da mura e in parte inerpicata sulla collina. Il dipinto è semplice, i tre personaggi come stilizzati, e tuttavia numerosi sono i simboli allusivi alla vittoria del bene sul male, della luce sulle tenebre.
I temi dell’immaginario ariostesco sono qui tutti presenti: Giorgio rimanda ai tanti cavalieri del Furioso, il drago alle orribili creature che minacciano cavaliere e donzelle, la principessa alle figure di Angelica e Olimpia, sottratte alle fauci di un’orrenda creatura dal salvifico intervento di Ruggiero e di Orlando.

Inoltre la storia del cristiano Giorgio che converte la pagana Selene salvando la fanciulla dal drago trova corrispondenza in uno dei temi che fanno da sfondo al poema ariostesco: la guerra tra l’esercito cristiano di Carlo Magno e quello saraceno di Agramante.

46- Le Livre de Mélusine, di Jean d’Arras (1478)
Probabilmente Ariosto conosceva il libro di Jean d’Arras, di cui qui si espone la prima edizione a stampa; alcuni episodi del Livre de Mélusine hanno delle corrispondenze con il Furioso.

47- Teseo e il Minotauro, del Maestro dei cassoni Campana (1510-1515 circa)


Il pannello è il terzo di quattro tavole che raccontano il mito di Teseo, Arianna e il Minotauro: vi si racconta l’arrivo a Creta di Teseo (figlio del re di Atene) con la nave dei giovani che sono destinati ad essere sacrificati al Minotauro; il suo incontro con le figlie di Minosse (re di Creta), Arianna e Fedra, la prima delle quali gli rivela lo stratagemma del filo per orientarsi nel labirinto in cui vive la creatura mostruosa; la sconfitta del mostro e la successiva partenza di Teseo da Creta con le due donne.
Il modo in cui viene raffigurato Teseo, tutto vestito della sua armatura di tipo moderno (nel senso di cinquecentesco), fa pensare non tanto a un eroe greco, quanto a un paladino di Carlo Magno come Orlando, o a un cavaliere della Tavola rotonda come Lancillotto.

48/49- Libro di Galvano, di Evangelista Fossa (1508) e Morgante Maggiore, di Luigi Pulci (1500)



In mostra si possono vedere due libri a stampa di inizio Cinquecento, uno con il poema in ottave l’Innamoramento di Galvano, di Evangelista Fossa, l’altro (anch’esso in ottave) con il poema Morgante Maggiore di Luigi Pulci. Entrambi contengono illustrazioni.

50- La liberazione di Andromeda, di Piero di Cosimo (1510 circa)


Il dipinto illustra la storia (raccontata dal poeta romano Ovidio nelle Metamorfosi) di Perseo, figlio di Giove, che dopo aver ucciso l’orribile Medusa, si imbatte in Andromeda, figlia del re d’Etiopia, che, incatenata a una rupe, sta per essere sacrificata a un mostro marino; innamoratosi di lei, Perseo sconfigge il mostro e sposa la fanciulla.
Piero di Cosimo usa tutta la sua immaginazione (si notino ad esempio gli strumenti musicali, magnifici ma improbabili) per dipingere questo soggetto, che ha sicuramento ispirato l’Ariosto per il suo poema: nel canto X con la liberazione di Angelica da parte di Ruggero, nel canto XI con quella di Olimpia da parte di Orlando. Entrambe le fanciulle erano state offerte in pasto ad un mostro marino ed entrambe vengono salvate da un eroe: proprio come in Ovidio.

51- Charta del navicare per le isole novamente trovate in la parte de l’India (detta del Cantino), di anonimo portoghese (1501-1502)


La carta del Cantino è così denominata da Alberto Cantino, ambasciatore presso la corte portoghese di ercole I d’Este, che gliel’aveva richiesta per essere al corrente dei viaggi di esplorazione nel nuovo mondo. Si tratta, infatti, di uno dei primi documenti che registrano le scoperte di Colombo dopo i primi tre viaggi (1493, 1493 e 1498) e l’apertura di una nuova via marittima verso le Indie, effettuata da Vasco da Gama nel 1497. La costruzione della carta è basata su un sistema di rose dei venti, provenienti dalla tradizione nautica medievale; due sistemi di rose sono centrati sulle isole del Capo Verde e sulla penisola del Deccan, e risultano tangenti al centro dell’Africa, dove è posizionata una complessa ed estremamente decorativa rosa dei venti, con trentadue direzioni.
Oltre alla perfezione cartografica e al suo valore storico-scientifico (vi è tracciata anche la “Raya”, la linea di demarcazione tra l’area di influenza portoghese e quella spagnola, stabilita nel Trattato di Tordesillas del 1494), il documento è una vera e propria opera d’arte, con numerosi elementi interessanti: la veduta di Venezia, quella di Gerusalemme, il “Castello damina” (un fortilizio portoghese nel Golfo di Guinea, costruito nel 1484), il paesaggio brasiliano con tre pappagalli e uno sfondo di alberi e acque azzurre (ricorda che la costa brasiliana è stata toccata per la prima volta nell’aprile del 1500 da Pedro Alvarez Cabral).
La carta è stata disegnata da un anonimo cartografo portoghese, probabilmente a Lisbona, tra il dicembre 1501 e l’ottobre 1502

52- Cosmographia, di Claudio Tolomeo (1477)



Si tratta del primo atlante geografico a stampa e della prima raccolta di immagini (26 mappe) incise su rame, con il testo della Geographia dell’astronomo greco Claudio Tolomeo, che i primi umanisti intitolarono erroneamente Cosmographia. Ne furono stampate 500 copie, di cui solo 26 sono oggi censite.

Tematica 6: ORLANDO IN CAMPO (Sale 9 e 10)

53- Orlando furioso, di Ludovico Ariosto (1516)


Si tratta di uno dei 12 esemplari superstiti della prima edizione (1516) dell’Orlando furioso, quello che si è conservato meglio (si trova alla British Library di Londra). È naturalmente privo dei 6 canti che Ariosto aggiunse alla stesura definitiva del 1532.

54- Venere pudica, di Alessandro Filipepi detto Sandro Botticelli e bottega (1485-1490 circa)


Questa Venere è una replica, isolata su fondo scuro, dell’omonima protagonista della celeberrima Nascita di Venere conservata al Museo degli Uffizi di Firenze. I critici sono discordi tra chi la ritiene opera prevalentemente di Sandro Botticelli con interventi di allievi della sua bottega, e chi la considera soprattutto opera di bottega con qualche intervento del Botticelli.
La Venere botticelliana ebbe un notevole successo e molte sue copie apparvero nelle case dei fiorentini: anche contro di esse (dato il soggetto profano se non proprio lascivo) si scagliò il frate ferrarese Girolamo Savonarola alla fine del Quattrocento, che a Firenze predicò la penitenza e la lotta contro la corruzione e il vizio; finì con l’essere scomunicato e bruciato su un rogo nel 1498.
Quando Botticelli dipingeva queste donne nude, mascherandole da divinità antiche, Ariosto era ancora un fanciullo; quando il poeta era adulto, la pittura aveva già trovato una nuova sensualità.

55- Elmo corinzio (seconda metà del VI secolo a.C.)


Si tratta di un elmo in bronzo fuso, variamente decorato e originariamente anche con la calotta rivestita di tessuto; proviene dalla Puglia meridionale e probabilmente è appartenuto a un esponente del ceto guerriero aristocratico.

56- Tragoediae, di Lucio Anneo Seneca (XIV secolo)
Nel manoscritto presente alla mostra con le tragedie del poeta Seneca, si vede una miniatura raffigurante la messa in scena in un teatro antico di forma semicircolare della tragedia Hercules furens (Ercole furioso). L’Ercole senecano riecheggia nell’impazzimento di Orlando raccontato da Ariosto.

57- Figura maschile in piedi che lacera un cartiglio, di Giuliano Giamberti detto Giuliano da Sangallo (1510 circa)


Il disegno rappresenta un uomo anziano, con barba e baffi fluenti, rivestito in parte d’un mantello, nell’atto di stracciare con entrambe le mani un cartiglio, mentre ai suoi piedi giace un libro aperto ma rovesciato.

58- Orlando furioso, di Ludovico Ariosto (1526)
In questa edizione popolareggiante del 1526 dell’Orlando furioso, stampata a Venezia, si trova (caso unico) una silografia grossolana divisa in 4 scomparti con il momento dell’impazzimento di Orlando (canto XXIII).

59- San Giovanni a Patmos, di Cosmè Tura (1470-1475 circa)



In un paesaggio roccioso, tra il verde de prato e l’azzurro del cielo attraversato da sottilissime nubi dorate, san Giovanni (esiliato nell’isola di Patmos, dove compose l’Apocalisse) sta placidamente sdraiato, con la testa avvolta in un copricapo di foggia orientale a pieghe che richiamano quelle delle rocce circostanti. Un’aquila è appollaiata sul braccio destro del santo e sembra anch’essa immersa nella lettura del libro.
Il dipinto evoca un passo dell’Orlando furioso (canto XXXIV), quello dell’incontro nel Paradiso terrestre tra Astolfo e l’evangelista, immaginato come un vegliardo vestito di rosso e di bianco, bianchi i capelli, bianca la folta barba, che guiderà Astolfo sulla luna per recuperare il senno di Orlando impazzito. Sulla luna, infatti, va a finire tutto ciò che si perde qui sulla terra, per nostro difetto, o per colpa di tempo, o di Fortuna.

60- Dante e Virgilio scendono verso le Malebolge in groppa a Gerione, del Maestro delle Vitae Imperatorum (1440 circa)



Si tratta di un commento all’Inferno di Dante in pergamena e con oltre 100 miniature, appartenuto al duca di Milano Filippo Maria Visconti. Nella miniatura visibile alla mostra Dante e Virgilio scendono in groppa al diavolo Gerione lungo il burrone che li porterà a Melbolge, allontanandosi dagli usurai seduti sul sabbione arroventato e sferzati da una pioggia di fuoco. Tra i dannati si vede (con al collo una borsa con una scrofa azzurra) Reginaldo Scrovegni, padre di Enrico (il committente della Cappella degli Scrovegni a Padova) e noto all’epoca proprio perché praticava l’usura.

61- Globo dell’obelisco vaticano (prima metà del I secolo d.C.)


A rappresentare il famoso viaggio sulla Luna di Astolfo, i curatori della mostra hanno scelto questo globo in bronzo dorato, databile al I secolo a.C., che è stato per secoli sulla sommità dell’obelisco fatto trasportare a Roma da Caligola. Era considerato nel Medioevo la tomba di Giulio Cesare. Nel 1586 l’obelisco venne traslato dove si trova ancor oggi, cioè al centro di Piazza San Pietro, con una croce al posto della sfera. Questa ha sulla superficie numerose ammaccature, dovute ai colpi sparati dagli archibugi dei lanzichenecchi quando saccheggiarono Roma nel 1527. L’Ariosto l’ha sicuramente visto negli anni dei suoi soggiorni romani.

Per Ariosto la luna è una sfera metallica, «come un acciar che non ha macchia alcuna»; lo stesso diceva Leonardo pochi anni prima, descrivendo il satellite terrestre come una palla d’oro brunito che riflette lo splendore del sole.

62- Ruota della Fortuna, del Maestro di Evert Zoudenbalch (XV secolo)



La miniatura, tratta da un codice del XV secolo, rappresenta la luna, vista come responsabile della ruota della fortuna, la quale viene mossa da un asino tenuto al laccio dalla Fortuna (la donna con il viso coperto dai capelli): il senso della miniatura è che la fortuna umana è variabile, come le fasi lunari.

63- Lettera a Lodovico Alamanni, di Niccolò Machiavelli (17 dicembre 1517)
In questa lettera autografa il Machiavelli (lo scrittore fiorentino considerato il fondatore della scienza politica) scrive: «Io ho letto a questi dì Orlando furioso dello Ariosto, e veramente el poema è bello tutto, et in di molti luoghi è mirabile». Si tratta della più antica testimonianza che ci sia pervenuta in cui un letterato apprezza il poema di Ariosto.

64- Melissa, di Giovanni Luteri detto Dosso Dossi (1518 circa)


Il dipinto del 1518 circa è da considerarsi come il primo esempio di un’opera pittorica ispirata al poema ariostesco, che fu ispirazione di numerosi altri pittori, a testimonianza della fortuna che esso ebbe.
In questa tela viene sintetizzata la vicenda della maga Melissa, che, seduta all’interno di un cerchio magico, è intenta ad annullare il sortilegio della malvagia Alcina, al fine di liberare Ruggiero e i cavalieri che questa aveva trasformato in fiori, alberi e animali (canto VIII). La maga Melissa svolge nel poema il ruolo di buona madrina e profetessa della discendenza estense.

Tematica 7: UN POEMA IN TRASFORMAZIONE (Sale 11 e 12)


65- Frammento manoscritto autografo dell’Orlando furioso, di Ludovico Ariosto
Sono esposti in mostra due frammenti manoscritti dell’Ariosto, relativi alle aggiunte all’edizione del 1532 del poema; sono documenti preziosi, dato che non abbiamo alcuna testimonianza scritta della prima edizione.

66- Archibugio a ruota (1520-1525 circa)


Gli archibugi della prima metà del XVI secolo sono molto rari; l’esemplare che si può vedere nella mostra è dotato di un meccanismo a ruota dentata, sfregando la quale contro un pezzo di pirite, si provocava l’accensione della polvere da sparo, inserita nella canna con il proiettile. Un archibugiere ben addestrato poteva sparare un proiettile di piombo di 15-18 millimetri di calibro ogni 40-50 secondi.
Conosciuto e usato da circa due secoli, l’archibugio era divenuto ai tempi dell’Ariosto l’arma di alcuni reparti militari, che cominciavano a dimostrare la loro importanza tattica; ma era ancora considerato un’arma “immorale”, poiché non consentiva più un rapporto “cortese” tra avversari, ma poteva uccidere un uomo, anche un cavaliere, senza venire a contatto con lui, e quindi senza affrontarlo alla pari. Nell’XI canto dell’Orlando furioso così il poeta parla delle armi da fuoco: «Come trovasti, o scelerata e brutta / invenzïon, mai loco in uman core? / Per te la militar gloria è distrutta, / per te il mestier de l’arme è senza onore; / per te è il valore e la virtù redutta, / che spesso par del buono il rio migliore: / non più la gagliardia, non più l’ardire / per te può in campo al paragon venire. / Per te son giti ed anderan sotterra / Tanti signori e cavallieri tanti, / Prima che sia finita questa guerra, / Che ‘l mondo, ma più Italia, ha messo in pianti».

67/68- Orlando furioso, di Ludovico Ariosto (1516 e 1521)
Si possono vedere in mostra un esemplare della prima stampa del 22 aprile 1516 e uno della seconda del 1521; in entrambe le edizioni vi è una diversa silografia, con il motto che Ariosto ha messo a conclusione del suo poema, ossia PRO BONO MALUM, che significa “Ho ricevuto male in cambio di bene” e che non va interpretata come riferita alla scarsa generosità degli Estensi, quanto piuttosto come un generale sentimento di sfiducia nella gratitudine umana.

69- Ritratto di Andrea Doria, di Sebastiano Luciani detto del Piombo (1526)


Questo ritratto di Andrea Doria (ammiraglio della Repubblica di Genova) è contrassegnato dalla sagoma nera e severa del personaggio, che proietta un’ombra cupa sul fondo grigio, e con la mano in un gesto imperioso indica il parapetto in primo piano, su cui sono evidenziati sei elementi marinareschi.
Di lui parla Ariosto nel canto XV, dicendo: «Questo è quel Doria che fa dai pirati / sicuro il vostro mar per tutti i lati». Le ottave che contengono questi versi sono state aggiunte nell’edizione del 1532, in un episodio in cui si profetizza sulla sfericità della terra, sulle future scoperte transoceaniche e sull’avvento dell’impero di Carlo V, che il poeta presenta come una nuova età dell’oro.

70- Rotella da parata, di Polidoro Caldara da Caravaggio (1525-1527 circa)


La rotella, cioè uno scudo da parata, illustra nella faccia esterna l’episodio dell’Assedio di Cartagena, con i soldati che assaltano le mura della città, anche con l’aiuto di alcune scale. Nella parte interna c’è uno spazio rettangolare rosso, dove chi portava lo scudo metteva l’avambraccio, con sopra e sotto delle figure, rispettivamente Diana con le sue compagne e un cacciatore condotto da Cupido.
La compresenza di temi bellici e amorosi era tipica nella produzione di armi da parata e corrisponde anche allo spirito cavalleresco dell’Orlando furioso, presente già nel celebre inizio del poema: « Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, / le cortesie, l'audaci imprese io canto».

71- Battaglia di Pavia con la cattura del re di Francia, su disegno di Bernard van Orley (1528-1531)


Questo arazzo fa parte di una serie di sette, donata dai Paesi Bassi all’imperatore Carlo V, per commemorare la vittoria del suo esercito su quello del re francese Francesco I nella battaglia di Pavia del 1525, durante la Guerra d’Italia.
In primo piano a sinistra si vede il re francese che viene fatto scendere dal suo cavallo che è stato colpito, mentre sul margine un generale dell’esercito imperiale osserva la scena scendendo di sella. Al centro due cavalieri imperiali si affiancano a un personaggio in sontuosi abiti civili (con una croce sul petto) che secondo alcuni studiosi sarebbe Carlo III di Borbone, duca francese ma passato dalla parte di Carlo V. Sulla destra due lanzichenecchi sembrano commentare ciò che sta accadendo.
Sullo sfondo, a sinistra si vede un cavaliere francese ucciso da due nemici a cavallo, con dietro la fanteria svizzera pronta a intervenire; al centro la cavalleria imperiale supera un edificio fortificato e delle case coloniche; a destra la fanteria imperiale marcia sventolando la bandiera.
La battaglia di Pavia è stata definita la prima battaglia moderna, perché combattuta con armi che nulla hanno a che vedere con gli armamenti medievali: le virtù cavalleresche di Alfonso d’Este, che Ariosto esaltava nel suo poema, erano giunte alla fine della loro storia.

72- Spada di Francesco I (1505-1510 circa)


La spada magnificamente decorata in oro smaltato è troppo preziosa, per essere stata destinata alla battaglia. L’elsa ha la forma a croce tipica delle spade medievali ed è ricoperta da una spessa foglia d’oro, cesellata e decorata con elementi a filigrana e impreziosita da un motivo a smalto rosso, bianco e blu (quest’ultimo si è poco conservato). Nei due bracci della guardia, in entrambi i lati, è incisa in smalto bianco opaco una citazione dal Magnificat: FECIT POTENTIAM / IN BRACHIO SVO, cioè “ha spiegato la potenza del suo braccio”. Il codolo (la parte tra il manico e la coccia) è ornato con un motivo a candelabro e una salamandra distesa tra le fiamme.
La spada appartenne al re francese Francesco I fino alla disfatta che questi subì a Pavia nel 15125, quando gli venne presa da un generale spagnolo di Carlo V; nel 1808 Napoleone Bonaparte la fece prelevare dalla Real Armeria di Madrid e la tenne nel suo studio fino al 1815.
Quest’arma meravigliosa, di sapore ancora medievale, ricorda le mitiche spade (la Durlindana di Orlando, la Balisarda di Ruggiero, la flamberga di Rinaldo) che gli eroi delle leggende carolinge si disputarono.

73- Leda e il cigno, copia da Michelangelo Buonarroti (dopo il 1530)


Alfonso d’Este che conobbe Michelangelo quando stava lavorando alla Cappella Sistina, desiderava ardentemente un dipinto del grande artista. Michelangelo dipinse per il duca di Ferrara l’opera “Leda e il cigno”, ma quando il messo del duca andò a Firenze dove l’artista si trovava e definì il dipinto “poca cosa”, il Buonarroti si indispettì, si rifiutò di consegnare il dipinto e, anzi, lo regalò a un suo discepolo, che lo vendette al re di Francia Francesco I. Il dipinto era però nato proprio sfortunato: finì bruciato sul rogo, per motivi moralistici, infatti il soggetto raffigurato sembrava troppo “spinto” (la copia esposta alla mostra è una delle più antiche che si conoscano).

74- Il baccanale degli Andrii, di Tiziano Vecellio (1522-1524)


Come nel dipinto precedente, anche in questo l’erotismo è molto evidente; lo è anche nel poema ariostesco.
Tiziano ha dipinto la sua tela su commissione di Alfonso I d’Este, riferendosi al tema del baccanale degli Andrii, raccontato dallo scrittore greco Filostrato il Vecchio (III secolo d.C.) nell’opera intitolata Immagini, ma introducendovi numerose varianti: Bacco (il dio del vino) non è qui rappresentato (forse è imbarcato sulla nave che sta prendendo il largo), ma i vari personaggi ben si adattano al tema dell’ebbrezza e della perdita del pudore, connesse a una festa dove il vino scorre in abbondanza; in particolare si nota la ninfa addormentata sulla destra, nuda e in una posa molto sensuale. Accanto a lei un putto sta facendo la pipì e al centro c’è un foglio di musica, su cui si legge “Qui boyt et ne reboyt / ne seet qui boyre soit”, cioè “Chi beve e non ribeve / non sa cosa sia il bere”.

75- El ingenioso hidalgo don Quixote de la Mancha, di Miguel de Cervantes (1605)


In mostra è esposta la prima edizione della prima parte del Don Chisciotte, il poema che porta a compimento l’evoluzione del romanzo cavalleresco, dopo Ariosto. Il mondo della cavalleria è ormai finito e don Chisciotte può lottare solo contro i mulini a vento; la vena umoristica di Cervantes era in fondo già stata anticipata dall’Orlando furioso, nei numerosi episodi in cui anche il mondo cortese, che tanto piaceva agli Estensi e al Rinascimento in generale, viene un po’ ridicolizzato.


Per i testi ho seguito in gran parte gli interventi di diversi studiosi, raccolti nel catalogo della mostra.




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