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domenica 4 settembre 2016

6 La manifestazione del Primo Maggio - parte seconda (di Maksìm Gorkij)



È il seguito de LA MANIFESTAZIONE DEL PRIMO MAGGIO – prima parte

In fondo alla strada, la madre vedeva una parete grigia di uomini tutti uguali, senza volto, che chiudevano l’ingresso alla piazza.
Sulla spalla di ciascuno luccicava, fredda e sottile, la punta aguzza della baionetta. E da quella parete, immobile e silenziosa, spirava sugli operai una ventata gelida che colpiva il petto della donna e le penetrava nel cuore.
Ella si lanciò in mezzo alla folla, nel punto in cui le persone da lei conosciute che stavano accanto alla bandiera si confondevano con le sconosciute, come se si appoggiassero su di esse. Si trovò stretta, a fianco a fianco, a un uomo alto e rasato che, cieco da un occhio, per guardarla voltò la testa.
«Tu che fai? Chi sei?» le chiese.
«Sono la madre di Pavel Vlassov!» rispose lei, sentendo che le ginocchia cominciavano a tremarle e che il labbro inferiore si abbassava involontariamente.
«Ah!» esclamò l’uomo.
«Compagni!» gridava Pavel «Sempre avanti! non abbiamo altra via!»
Si fece silenzio, un silenzio di attesa. La bandiera si alzò, ondeggiò e, volteggiando come pensosa al di sopra della gente, mosse verso la grigia muraglia di soldati. La madre ebbe un brivido, chiuse gli occhi e mandò un’esclamazione soffocata. Pavel, Andréj, Sàmojlov e Mazin si staccarono, soli, dalla folla.
Ma nell’aria si levò, lenta e trepida, la voce fresca di Fédja Mazin che intonoò:

Voi cadeste vittime…

Gli fecero eco due voci, basse e dolenti come sospiri:

Nella lotta fatale…

La gente si mosse in avanti, camminando a passo cadenzato. E, imperiosa e risoluta, risonò la nuova canzone:

Tutto ciò che potevate
Per essa avete dato…

che si snodava come un nastro lucente dalla voce di Fédja.

Per la libertà…

fecero eco i compagni.
«Ah!» gridò malignamente qualcuno che stava in disparte «Cantano la messa funebre, questi figli di cani!»
«Dàgli, dàgli!» risonò una voce indignata.
La madre si strinse le mani al petto, si voltò indietro e vide che la folla, che prima occupava tutta la strada. Si era fermata esitante e guardava allontanarsi gli uomini con la bandiera. Li seguiva qualche diecina di persone, ma a ogni passo qualcuno si tirava in disparte, come se il terreno in mezzo alla strada fosse incandescente e scottasse i piedi.

Finiranno i soprusi…

profetizzava la canzone di Fédja.

Il popolo risorgerà…

rispondeva, minaccioso e sicuro, un coro di voci possenti.
Ma fra lo scorrere armonioso del canto si udivano voci sommesse:
«Ora dà il comando!»
«Crociatèt!» risonò un grido acuto.
E nell’aria scintillarono serpeggiando le baionette, si abbassarono e si allinearono di fronte alla bandiera. Pareva di scorgere nel loro scintillio un sorriso maligno…

«Ma-arch

«Vengono!» disse l’uomo cieco di un occhio e, cacciandosi le mani in tasca, si tirò in disparte a rapidi passi.
La madre guardava, guardava senza batter ciglio. La grigia onda dei soldati si mosse e, stendendosi per tutta la larghezza della strada, avanzò freddamente, portandosi dinanzi un rado pettine d’acciaio dai denti scintillanti. La madre si avvicinò a grandi passi al figlio e vide che Andréj camminava davanti a Pavel e lo riparava con il suo lungo corpo.
«Cammina di fianco, compagno!» gli gridò bruscamente Pavel.
Andréj cantava con le mani incrociate dietro la schiena e la testa alta. Pavel lo urtò sulla spalla e ripeté:
«Di fianco! Non hai il diritto di camminare davanti alla bandiera!»
«Scioglietevi!» ordinò con voce acuta un ufficialetto, agitando la sciabola lucente. Procedeva alzando molto le gambe e, senza piegare le ginocchia, batteva le suole a terra con aria provocante. Gli occhi della madre furono colpiti dalla lucentezza dei suoi stivali.
Di fianco a lui, ma un po’ indietro, camminava con passo pesante un uomo alto e rasato, dai grossi baffi bianchi, che indossava un lungo soprabito grigio, foderato di rosso, e larghi pantaloni dalle bande gialle. Anch’egli, come l’ucraino, teneva le mani dietro la schiena e fissava Pavel, sollevando le folte sopracciglia.
La madre vedeva una grande quantità di cose, dentro le urgeva un grido represso, pronto a prorompere a ogni sospiro, ma lei lo tratteneva serrandosi il petto con le mani. La spingevano, lei vacillava e andava avanti senza pensare, quasi priva di coscienza. Sentiva che la gente alle sue spalle si faceva sempre meno numerosa; la fredda ondata che avanzava la disperdeva…
Gli uomini della bandiera rossa e la siepe degli uomini grigi si avvicinavano sempre più; si scorgevano chiaramente i visi dei soldati, che formavano una stretta striscia di un giallo sudicio, mostruosamente appiattita per tutta la larghezza della strada, e screziata in maniera disuguale da occhi di diverso colore. Davanti scintillavano crudelmente le punte aguzze delle baionette. Rivolte contro il petto della gente, l’allontanavano senza neppur sfiorarla, e la disperdevano…
La madre udiva alle sue spalle lo scalpiccio di coloro che fuggivano. Voci soffocate e agitate gridavano:
«Scioglietevi, ragazzi!»
«Vlassov, fuggi!»
«Torna indietro, Pavlucha!»
«Butta la bandiera, Pavel!» disse con voce cupa Vessòvščikov «Dammela qui, la nascondo io!»
E afferrò l’asta con la mano; la bandiera ondeggiò all’indietro.
«Lascia!» urlò Pavel.
Nikolàj ritrasse la mano, come se gliel’avessero scottata. La canzone si spense. La gente si fermò, circondando Pavel, ma egli riuscì a farsi strada e ad andare avanti. Si fece un silenzio improvviso, assoluto, come se fosse caduto dall’alto ad avvolgere gli uomini di una nuvola trasparente.
Sotto la bandiera non c’erano più che una ventina di uomini, fermi e decisi, che attraevano a sé la madre, presa da un senso di paura per loro e da un confuso desiderio di dir loro qualcosa…
«Prendetegliela, tenente!» risonò la voce calma del vecchio alto che, con il braccio teso, indicava la bandiera.
L’ufficialetto si slanciò verso Pavel, afferrò l’asta con una mano e gli gridò con voce acuta:
«Lasciala!»
«Giù le mani!» disse forte Pavel.
La bandiera rossa tremò nell’aria, piegandosi a destra e a sinistra, poi, di colpo, si raddrizzò e l’ufficialetto, rimbalzando all’indietro, cadde a terra. Davanti alla madre passò, con insolita rapidità, Nikolàj con il braccio teso e il pugno serrato.
«Arrestateli!» urlò il vecchio, battendo il piede a terra.
Alcuni soldati si slanciarono in avanti. uno di essi agitò il calcio del fucile, la bandiera ebbe un fremito, si piegò da un lato e scomparve in mezzo al grigio gruppo dei soldati.
«Ah!» esclamò qualcuno con voce angosciata.
E la madre lanciò un urlo da belva. Le rispose, levandosi dal gruppo dei soldati, la voce limpida di Pavel:
«Arrivederci, mamma! Arrivederci, cara!»
“È vivo! Ha pensato a me…” gridò due volte, palpitando, il cuore della madre.
«Arrivederci, mammina!»
Sollevandosi sulla punta dei piedi, agitando le braccia, ella cercava di vederli e scorgeva al di sopra delle teste dei soldati il viso rotondo di Andréj che le sorrideva e la salutava…
«Figli miei! Andrjuša… Paša…» gridava la donna.
«Arrivederci, compagni!» salutarono ancora gli arrestati, tra la folla dei soldati.
Un’eco prolungata, rumorosa, fu la risposta. Risonò dalle finestre, da ogni parte, dall’alto dei tetti…

La repressione della rivoluzione russa del 1905 in un dipinto di Mark Beerdom; questo fatto storico può facilmente aver ispirato Maksìm Gorkij per la pagina che hai appena letto









5 La manifestazione del Primo Maggio - parte prima (di Maksìm Gorkij)



La madre che dà il titolo al romanzo da cui è tratto questo brano, è una vedova quarantenne, Pelagéja Nìlovna, che ha un figlio, Pavel, il quale si accosta, sul finire dell’Ottocento nella Russia zarista, al Partito rivoluzionario socialista. Attraverso di lui anche la madre, che dapprima non capisce le idee del figlio e dei suoi amici, comincia a interessarsi e a voler sapere come si può migliorare il mondo, che è quanto vanno dicendo Pavel e i suoi compagni.
Nel brano riportato la madre accompagna il figlio, quando organizza, assieme ai compagni, una manifestazione non autorizzata per il Primo Maggio, festa dei lavoratori.

Quando fu in strada e sentì nell’aria il clamore inquieto, pieno di attesa, di tante voci, quando vide a tutte le finestre e accanto alle porte gruppi di persone che accompagnavano suo figlio e Andréj (1) con sguardi curiosi, cominciò a tremolarle davanti agli occhi una macchia nebbiosa che mutava colore facendosi, ora di un verde trasparente, ora di un grigio opaco.
Tutti li salutavano, e in quei saluti c’era qualcosa di particolare. Il suo orecchio coglieva osservazioni spezzate, fatte a mezza voce:
«Ecco i capi…»
«Noi non sappiamo chi sono i capi…»
«Ma io non detto niente di male!»
In un altro punto, qualcuno gridava irritato:
«La polizia li pescherà tutti… finiranno male!»
«Li pescherà, certo…»
Una voce urlante di donna spaventata rimbalzava da una finestra sulla strada:
«Rifletti a ciò che fai… non sei mica scapolo, tu!»
Quando passarono davanti alla casa di Zosimov, che era senza gambe e riceveva dalla fabbrica un sussidio per la sua invalidità, quello sporse il capo dalla finestra e gridò:
«Paška! Ti torceranno il collo, canaglia, per quello che fai… Aspetta!»
La madre ebbe un sussulto e si fermò. Quel grido aveva suscitato in lei un acuto sentimento di odio. Guardò il viso grosso e gonfio dell’invalido che, imprecando, si ritirò. Allora essa, affrettando il passo, raggiunse il figlio e lo seguì, cercando di non restare indietro.
Pavel e Andréj pareva non si accorgessero di nulla e non udissero le esclamazioni che li accompagnavano. Procedevano tranquilli, senza fretta. Li fermò, a un tratto, Mironov, un uomo anziano e modesto, stimato da tutti per la sua vita sobria e onesta.
«Neppur voi lavorate, Danilo Ivànovic?» chiese Pavel.
«Mia moglie sta per partorire… e in un giorno così agitato…» disse Mironov, fissando i compagni e, a voce bassa, domandò:
«Si dice che voi, ragazzi, volete fare del chiasso al direttore e rompergli i vetri: è vero?»
«Non siamo mica ubriachi!» esclamò Pavel.
«Percorreremo semplicemente le vie con la bandiera e canteremo la nostra canzone!» disse l’ucraino «Prestate orecchio alla canzone: in essa è espressa la nostra fede!»
«La vostra fede la conosco!» rispose Mironov, pensieroso «Ho letto i vostri manifesti. Oh, Nìlovna, vai anche a tu a far la ribelle?» esclamò sorridendo alla madre con i suoi occhi intelligenti.
«Almeno una volta, prima di morire, bisogna andare a passeggio con la verità!»
«Senti, senti!» disse Mironov «Si vede, allora, che è vero ciò che si dice di te: che eri tu che portavi alla fabbrica gli opuscoli proibiti… (2)»
«Chi lo dice?» chiese Pavel.
«Così… si dice. Be’, arrivederci, state in gamba!»
La madre ebbe un lieve sorriso: le faceva piacere che parlassero così di lei. Pavel le disse ridendo:
«Finirai in prigione, mamma!»
Il sole saliva e avvolgeva con il suo calore la freschezza ardita di quella giornata primaverile. Le nuvole si movevano più lente e le loro ombre si facevano più lievi e trasparenti. Scivolavano dolci lungo la via e sui tetti delle case, avvolgevano le persone e parevano ripulire il sobborgo, portando via il sudiciume e la polvere dai muri e dai tetti e la noia dai volti. Ci si sentiva più allegri, le voci risonavano più forti, soffocando il rumore lontano delle macchine in movimento.
Di nuovo, da tutte le parti, dalle finestre e dai cortili, giungevano scivolando agli orecchi della madre parole allarmate e maligne, allegre e preoccupate. Ma ora ella sentiva il desiderio di rispondere, di ringraziare, di spiegare, il desiderio di prender parte alla vita stranamente movimentata di quel giorno.
Dietro l’angolo di una strada, in uno stretto vicolo, si era riunito un gruppo di persone, circa un centinaio, in mezzo alle quali risonava la voce di Vessòvščikov (3).
«Spremono il nostro sangue come il succo di una bacca!» erano le parole goffe che cadevano sulla testa della gente.
«È vero!» risposero varie voci come un sordo rimbombo.
«Fa del suo meglio, poveretto!» disse l’ucraino «Vado ad aiutarlo!»
Si curvò e, prima che Pavel potesse trattenerlo, il suo lungo, agile corpo era penetrato nella folla come un cavatappi in un turacciolo, e già risonava la sua voce:
«Compagni! Dicono che sulla terra vivano popoli differenti: Ebrei e Tedeschi, Inglesi e Tartari. Ma io non ci credo! Esistono solo due popoli, due razze inconciliabili: i ricchi e i poveri! La gente si veste in modo diverso e parla in modo diverso, ma guardate come i ricchi, Tedeschi, Francesi e Inglesi trattano i lavoratori e vedrete che sono tutti loro nemici. Che gli resti una spina in gola, a quella gente!»
Tra la folla qualcuno rise.
«E se guardiamo dall’altro lato, vediamo che gli operai francesi, tartari, turchi, fanno la stessa vita da cani che facciamo noi, operai russi!»
Dalla strada affluiva sempre più gente e, uno dopo l’altro, in silenzio, allungando il collo, sollevandosi in punta di piedi, si pigiavano nel vicolo.
Andréj parlava a voce sempre più alta.
«All’estero gli operai hanno ormai capito questa semplice verità e oggi, nella luminosa giornata del Primo Maggio…»
«La polizia!» gridò qualcuno.
Dalla strada avanzavano verso il vicolo, contro la folla, agitando gli staffili (4), quattro uomini della polizia a cavallo che gridavano:
«Scioglietevi!»
Gli uomini si accigliavano e, controvoglia, facevano largo ai cavalli. Alcuni si arrampicavano sulle palizzate.
«Hanno messo a cavallo dei porci… Senti come grugniscono: “Siamo noi che comandiamo…”» gridava con forza una voce indignata.
L’ucraino si trovò solo in mezzo al vicolo, e due cavalli, scotendo la testa, gli andavano addosso. Egli si gettò da una parte ma, nello stesso momento, la madre, afferrandolo per un braccio, se lo trascinò dietro, brontolando:
«Avevi promesso di restare con Pavel e invece, ecco, ti butti da solo…»
«Scusate!» disse l’ucraino, sorridendo.
Una stanchezza inquieta e spossante si era impadronita della madre. Le saliva dal profondo e le faceva girare la testa, alternando stranamente nel suo cuore gioia e tristezza. Avrebbe voluto che la sirena (5) del mezzogiorno lanciasse il suo urlo.
Si trovarono sulla piazza, di fronte alla chiesa. Là attorno, nel recinto, in parte sedute e in parte in piedi, stavano assiepate almeno cinquecento persone, giovani allegri, donne e bambini. La folla ondeggiava, le teste si sollevavano inquiete e guardavano lontano, in tutte le direzioni, in un’impaziente attesa. Vibrava nell’aria qualcosa di insolito: alcuni si guardavano attorno smarriti, altri si comportavano con ostentata spavalderia. Fioche e abbattute risonavano le voci delle donne; gli uomini voltavano loro le spalle con stizza, qua e là si udivano imprecazioni sommesse. Il rumore sordo di un disaccordo ostile avvolgeva quella folla variopinta.
«Mìtenka!» pregava una tremante voce di donna «Sta’ attento!»
«Lasciami stare!» fu la risposta.
Intanto la voce posata e grave di Sizov diceva, in tono persuasivo:
«No, non dobbiamo abbandonare i giovani! Essi sono più intelligenti di noi e più audaci. Chi ha fatto sentire una voce di protesta per la copeca dello stagno (6)? Loro, i giovani. Non bisogna dimenticarlo. In prigione sono stati trascinati loro e il vantaggio lo hanno avuti tutti gli altri…»
Urlò la sirena e inghiottì con il suo cupo suono le voci umane. La folla ebbe un fremito, quelli che erano seduti si alzarono, per un attimo tutti ammutolirono, attenti, e molti volti impallidirono.
«Compagni!» echeggiò la voce di Pavel, vibrante e decisa. Una nebbia arida e ardente bruciò gli occhi della madre che, con un rapido movimento del corpo che aveva ritrovato la sua forza, si collocò alle spalle del figlio. Tutti si volsero verso Pavel e lo circondarono, come la limatura di ferro circonda la calamita.
La madre lo guardava e non vedeva che i suoi occhi fieri, arditi e fiammeggianti.
«Compagni! Abbiamo deciso di mostrare apertamente chi siamo: oggi leveremo la nostra bandiera, la bandiera della libertà, della ragione, della verità!»
Un’asta bianca e lunga balenò nell’aria, si chinò, tagliò la folla, si nascose in mezzo a essa e, dopo un minuto, al di sopra dei volti sollevati, ondeggiò come un uccello rosso l’ampia tela fiammeggiante della bandiera dei lavoratori.
Pavel sollevò il braccio, l’asta vacillò, ma una diecina di mani l’afferrarono, e fra queste era la mano della madre.
«Evviva i lavoratori!» gridò egli.
Centinaia di voci fecero eco con un fragoroso grido:
«Evviva il partito socialista democratico dei lavoratori, il nostro partito, compagni, la nostra patria spirituale!»
La folla fremeva e, in mezzo a essa, si facevano strada verso la bandiera coloro che ne avevano capito il significato; accanto a Pavel si posero Mazin, Sàmojlov, i due Gussev; a capo basso, urtando la gente, si apriva un varco Nikolàj, e altre persone che la madre non conosceva, giovani dagli occhi ardenti, la spingevano per passare…
«Evviva i lavoratori di tutti i paesi!» gridò Pavel. E, in un crescendo gioioso di forza, gli rispose un’eco di mille voci che, con il loro fragore, squassavano l’anima.
La madre afferrò la mano di Nikolàj e di qualcun altro; ansava per la piena delle lacrime che la soffocavano, ma non piangeva e, con le labbra tremanti, diceva:
«Cari…»
Sul viso butterato (7) di Nikolàj appariva un largo sorriso; egli guardava la bandiera e, mugolando qualcosa, tese verso di essa il braccio; poi, a un tratto, con lo stesso braccio, cinse il collo della madre, la baciò e si mise a ridere.
«Compagni!» gridò l’ucraino, ricoprendo con la sua voce il rombo della folla «Noi andiamo ora in processione nel nome di un Dio nuovo, Dio di luce e di verità, Dio della ragione e del bene. È ancora lontana da noi la nostra meta; vicine sono, invece, le corone di spine. Chi non crede nella forza della verità, chi non ha l’ardire di seguirla fino alla morte, chi non ha fede in se stesso e teme la sofferenza, si allontani da noi! Noi chiamiamo coloro che credono nella nostra vittoria; coloro che questa meta non vedono, non ci seguano, perché li attendono soltanto dolori. In fila, compagni! Viva il Primo Maggio!»
La folla si fece più fitta.
Pavel agitò la bandiera che, spiegandosi nell’aria, ondeggiò in una fiammeggiante risata…

Ripudiamo il vecchio mondo… (8)

intonò Fédja Mazin con la sua voce sonora, e diecine di voci lo seguirono in un’ondata dolce e vigorosa:

E disperdiamo la sua polvere…

La madre, con un sorriso ardente sulle labbra, andava dietro a Mazin e, al di là della sua testa, scorgeva il figlio e la bandiera. Attorno a lei si vedevano volti lieti, occhi scintillanti. Davanti a tutti camminavano suo figlio e Andrèj. Ella udiva le loro voci; quella dolce e morbida dell’ucraino si fondeva in un unico suono concorde con quella profonda e possente del figlio:

In piedi, sollevati, o popolo di lavoratori!
Correte a lottare, fratelli affamati…

Il popolo accorreva incontro alla bandiera rossa, gridava, si univa al corteo, insieme con esso rifaceva la strada, e le sue grida si mescolavano con le note della canzone, di quella canzone che a casa essi cantavano a voce più sommessa delle altre e che ora, nella strada, echeggiava libera, sicura, con la sua terribile forza. Risonava in essa un coraggio ferreo e, mentre indicava agli uomini il lungo cammino verso l’avvenire, onestamente ne prevedeva le difficoltà. Nella sua grande fiamma tranquilla si distruggevano le cupe scorie del passato, il pesante fardello dei sentimenti radicati, e si inceneriva la maledetta paura del nuovo…
Un volto ignoto, dall’espressione gioiosa e spaurita insieme, ondeggiava accanto alla madre, e una voce tremante esclamava fra i singhiozzi:
«Mìtja, dove vai?» La madre, senza fermarsi, disse:
«Lasciatelo andare, non preoccupatevi! Anch’io avevo tanta paura… Il mio è avanti a tutti. Quello che porta la bandiera è mio figlio!»
«Disgraziati! Dove andate? Laggiù ci sono i soldati!»
E, a un tratto, una grossa mano ossuta afferrò quella della madre, e una donna alta e magra esclamò:
«E loro cantano! Anche il mio Mìtja canta…»
«Non preoccupatevi!» mormorò la madre «È un’impresa santa… Pensate: oggi non ci sarebbe nemmeno Cristo se, per amor Suo, non fossero morti tanti uomini…»
Questo pensiero le era balenato improvviso e l’aveva colpita con la sua evidente, semplice verità. Fissò in viso la donna che con forza stringeva ancora la sua mano e ripeté, con un sorriso meravigliato:
«Non ci sarebbe Cristo se tanti uomini non fossero morti per Lui…»
Accanto alla madre comparve Sizov; si levò il berretto e, agitandolo al ritmo del canto, disse:
«Ora vanno avanti sicuri, eh madre! Hanno trovato una bella canzone… che canzone, eh!

Lo zar vuole soldati,
Dategli i vostri figli…

E non hanno paura di nulla!» continuò Sizov «Ah, se mio figlio non fosse nella tomba...»
Il cuore della madre cominciò a battere troppo forte, ed ella dovette fermarsi. Ben presto si trovò spinta da una parte, addossata a un recinto… Una folla di gente le passò davanti, ondeggiando… una folla numerosa che le diede un senso di allegria.

In piedi, sollevati, o popolo di lavoratori!

Pareva che un’enorme tromba di rame squillasse nell’aria e destasse la gente, suscitando nel petto di alcuni la prontezza alla lotta, in altri una gioia indistinta, il presentimento di qualcosa di nuovo, una curiosità ardente, qui accendendo vaghe speranze, là offrendo libero sfogo a un astioso sentimento radicato nel cuore dal passare degli anni. Tutti guardavano in avanti ove ondeggiava nell’aria la bandiera rossa.
«Come marciano uniti!» gridò una voce «Bravi, ragazzi!»
E l’uomo, sentendo evidentemente dentro di sé qualcosa di grande che non riusciva a esprimere con le comuni parole, lanciò una grossa bestemmia. Ma anche la rabbia, la cupa cieca rabbia dello schiavo, sibilava come una serpe, si torceva in oscure parole, esasperata dalla luce che le pioveva addosso.
«Eretici!» gridò qualcuno da una finestra, con voce spezzata, minacciando con il pugno.
Irritanti penetrarono negli orecchi della madre le stridule parole di un altro:
«Contro il sovrano imperatore, contro la maestà dello zar… ribellarsi?»
Davanti a lei passavano volti eccitati, correvano uomini e donne, il popolo avanzava come una lava scura, trascinato da quella canzone che con lo slancio del suo ritmo pareva abbattere tutto dinanzi a sé per aprirsi la strada. Guardando la bandiera rossa ormai lontana, la madre vedeva, senza vederlo, il volto del figlio, la sua fronte color del bronzo e gli occhi ardenti del fuoco della fede.
Ed eccola in coda alla folla, in mezzo a gente che andava senza fretta, guardando con indifferenza davanti a sé, con la fredda curiosità degli spettatori che già in anticipo conoscono la conclusione dello spettacolo. Camminavano e dicevano piano, in tono sicuro: «Un plotone si trova presso la scuola, un altro all’ingresso della fabbrica…»
«È arrivato il governatore…»
«Davvero?»
«L’ho veduto io… è arrivato.»
Qualcuno, imprecando allegramente, osservava: «Si vede che cominciano ad aver paura di noi… I soldati… il governatore…»
“Figli miei!” invocava, palpitando, il cuore della madre.
Ma attorno a lei risonavano parole fredde, senza vita. Affrettò il passo per allontanarsi da quella gente che le fu facile lasciare indietro, data la loro andatura lenta e pigra.
A un tratto, parve che la testa del corteo avesse urtato contro qualcosa; il corpo, senza fermarsi, arretrò con un rumore sordo e allarmante. Anche la canzone ebbe un brivido, un attimo di esitazione… ma subito riprese più rapida e più ardente. Poi, di nuovo, l’onda densa dei suoni si abbassò, si ritrasse… Le voci, una dopo l’altra, uscivano dal coro, e si levavano esclamazioni isolate che cercavano di riportare il canto alle altezze di prima e di spingerlo avanti:

In piedi, sollevato, o popolo di lavoratori…
Correte a lottare, fratelli affamati!

Ma in questo appello non c’era più la ferma, incrollabile sicurezza di prima e già si sentiva vibrare in esso l’incertezza e la trepidazione.
Non vedendo nessuno, non sapendo che cosa accadeva in testa al corteo, la madre si faceva largo tra la folla, spingendosi rapidamente avanti, ma incontrava gente che se ne tornava indietro, alcuni accigliati e a testa bassa, altri con un sorriso imbarazzato, altri ancora fischiettando beffardamente. La madre guardava angosciata quei visi; i suoi occhi interrogavano, pregavano, chiamavano!
«Compagni!» risonò la voce di Pavel «I soldati sono uomini come noi. Essi non ci colpiranno. Perché dovrebbero farlo? Perché noi rechiamo la verità indispensabile a tutti? Anche per loro questa verità è necessaria. Finora non l’hanno capita, ma è vicino il momento in cui si affiancheranno a noi, in cui non marceranno più sotto la bandiera della rapina e dell’assassinio, ma sotto la nostra bandiera, quella della libertà! E, affinché essi comprendano al più presto la nostra verità, noi dobbiamo andare avanti. Avanti compagni! Sempre avanti!»
La voce di Pavel sonava ferma e decisa, le parole vibravano nell’aria limpide e chiare, ma la folla si disperdeva, gli uomini uno dopo l’altro andavano verso le loro case, chi a destra, chi a sinistra, o si appoggiavano alle palizzate. Adesso la folla aveva assunto la forma di un cuneo il cui vertice era Pavel, e sulla cui testa fiammeggiava la bandiera dei lavoratori. Quella folla pareva ora un uccello nero dalle grandi ali aperte e le orecchie tese, pronto a levarsi in volo, e Pavel era il becco…

La narrazione continua nel prossimo post, LA MANIFESTAZIONE DEL PRIMO MAGGIO – seconda parte

(1) È un amico fraterno di Pavel, più oltre indicato come l’ucraino, che è la sua nazionalità
(2) Nelle pagine precedenti la donna aveva effettivamente introdotto di nascosto nella fabbrica del sobborgo degli opuscoli socialisti e li aveva distribuiti agli operai
(3) È uno degli amici di Pavel, ma al momento è ancora insicuro e rozzo nelle sue idee, che vive con esagerata focosità; più avanti è indicato con il nome di Nikolàj
(4) Sferze formate da una lunga striscia di cuoio attaccata a un’impugnatura
(5) La sirena della fabbrica, che segnala i momenti in cui si comincia o si smette il lavoro
(6) La copeca (o copeco) è un centesimo del rublo, la moneta russa. Nelle pagine precedenti il direttore della fabbrica in cui lavora Pavel voleva imporre quella somma a tutti gli operai, per il prosciugamento di una palude nelle vicinanze; Pavel aveva protestato, dicendo che toccava ai padroni della fabbrica pagare quel lavoro, non agli operai che già stentavano a vivere con il loro salario
(7) Ricoperto di piccole cicatrici, lasciate dal vaiolo, o dall’acne, o da altre malattie della pelle
(8) Si tratta di una canzone russa, intitolata “Stavaj podnjimajaja rabòci narod

Poster per la festa dei lavoratori

4 Ogni giorno, sul sobborgo operaio (di Maksìm Gorkij)



Il romanzo La madre, pubblicato nel 1906, racconta la presa di coscienza di una donna quarantenne nella Russia di fine Ottocento o inizio Novecento; grazie al figlio, anch’essa si accosta al socialismo, sentito come l’unica possibilità di migliorare le condizioni di vita del proletariato. Queste condizioni sono descritte da Gorkij nel primo capitolo del romanzo, il brano qui riportato.

Ogni giorno, sul sobborgo operaio, nell’aria grassa e fumosa, fremeva e urlava la sirena della fabbrica; obbedienti alla chiamata, dalle case grigie uscivano frettolosi sulla strada, simili a scarafaggi spaventati, uomini dall’aspetto cupo che non erano riusciti a riposare con il sonno i loro muscoli. Nella fredda oscurità si dirigevano per la via non lastricata verso le alte gabbie di pietra della fabbrica che li aspettava con impassibile sicurezza, illuminando la strada fangosa con diecine di occhi viscidi, quadrati. I piedi guazzavano nel fango. Risonavano rauche esclamazioni di voci assonnate, rozze bestemmie si alzavano rabbiose nell’aria; incontro agli uomini giungevano altri suoni, il fragore sordo delle macchine, il sibilo del vapore. Cupi e ostili, si profilavano gli alti fumaioli neri che si levavano sopra il sobborgo come grossi bastoni.
A sera, quando il sole tramontava e sui vetri delle case brillavano i suoi raggi stanchi, la fabbrica cacciava fuori gli uomini dalle sue viscere di pietra come scorie inutili, ed essi ripercorrevano le stesse strade, affumicati, con le facce annerite, diffondendo nell’aria l’odore appiccicoso dell’olio di macchina, facendo risplendere i denti affamati. Ma nelle loro voci risonava adesso l’animazione e perfino la gioia: per quel giorno la galera del lavoro era finita, a casa li aspettavano la cena e il riposo.
Un’altra giornata era stata inghiottita dalla fabbrica, le cui macchine avevano succhiato dai muscoli degli uomini tutta la forza che era loro necessaria. Un’altra giornata era stata cancellata dalla vita di ognuno senza lasciare tracce; l’uomo aveva fatto un altro passo verso la tomba, ma egli vedeva dinanzi a sé il godimento del riposo, la gioia dell’osteria fumosa, e si sentiva contento.
Nei giorni di festa gli operai dormivano fin quasi alle dieci; poi quelli più posati e quelli ammogliati, indossati gli abiti migliori, si recavano ad ascoltare la messa e, strada facendo, rimproveravano i giovani per la loro indifferenza verso la religione. Dalla chiesa ritornavano a casa, mangiavano la torta e si rimettevano a dormire fino alla sera.
La stanchezza accumulata negli anni toglieva loro l’appetito e, per stuzzicarlo, bevevano molto, eccitando lo stomaco con sorsate brucianti di vodka.
La sera passeggiavano pigramente per le vie; chi possedeva le calosce le metteva anche se il tempo era asciutto; chi poi, possedeva un ombrello, lo portava anche con il sole.
Incontrandosi fra loro, discorrevano della fabbrica, delle macchine e imprecavano contro i capi; parlavano e pensavano soltanto di cose legate al lavoro. Scintille solitarie di un pensiero fiacco, impotente, balenavano appena nella monotonia uggiosa dei giorni. Tornati a casa, attaccano lite con le mogli e spesso le picchiavano, senza risparmio di pugni. I giovani passavano il tempo nelle osterie od organizzavano serate in casa dell’uno e dell’altro, suonavano la fisarmonica, cantavano canzoni brutte e oscene, ballavano, dicevano volgarità e bevevano. Sfiniti dalla stanchezza, si ubriacavano presto e allora nell’animo di tutti si risvegliava un’incomprensibile, morbosa irritazione che cercava una via d’uscita. Aggrappandosi tenacemente a un pretesto qualunque per sfogare quell’inquieto sentimento, gli uomini, per qualsiasi sciocchezza, si lanciavano gli uni contro gli altri come belve. Avvenivano risse sanguinose, che a volte si concludevano con qualche ferito e talora anche con un morto.
Nei rapporti fra gli uomini dominava, soprattutto, un sentimento di rancore in agguato, un rancore radicato quanto l’inguaribile stanchezza dei muscoli. L’uomo nasceva con questa malattia dell’anima ereditata dai padri, che lo accompagnava come un’ombra nera fino alla tomba, spingendolo a compiere, nel corso della vita, una serie di atti, infami per la loro crudeltà inutile.
La festa, i giovani rientravano a notte tarda con gli abiti strappati, pieni di fango e di polvere, con il viso pesto, vantandosi malignamente dei colpi inferti ai compagni, oppure sconfitti, quasi piangendo di ira e di mortificazione, ubriachi e miserevoli, infelici e disgustosi. Talvolta i ragazzi venivano riportati a casa dai padri e dalle madri. Li trovavano sulla strada, addossati a una palizzata o ubriachi fradici in qualche osteria; inveivano malamente contro di loro, picchiavano con i pugni i corpi dei figli resi flaccidi dalla vodka, poi li cacciavano a letto in maniera più o meno gentile per svegliarli la mattina dopo, di buon’ora, quando nell’aria buia si effondeva, come un rivolo cupo, l’urlo delle sirene che chiamavano al lavoro.
Non risparmiavano ai figli né ingiurie né botte, ma l’ubriachezza e le risse dei giovani parevano ai vecchi fenomeni del tutto naturali giacché anch’essi, quando erano giovani, avevano bevuto e si erano azzuffati e anch’essi le avevano prese dai padri e dalle madri. La vita era sempre stata così; essa scorreva da anni lenta e uniforme come un torbido fiume verso mete sconosciute, basata sulla solida e antica abitudine di pensare e di fare sempre le stesse cose, un giorno dopo l’altro. E nessuno aveva il desiderio di provare a cambiarla.
Talvolta nel sobborgo giungevano di lontano uomini sconosciuti. Dapprima attiravano l’attenzione unicamente perché erano forestieri, poi suscitavano un leggero, tutto esteriore interesse con i loro racconti sui luoghi dove avevano lavorato, ma ben presto la novità si dileguava, ci si abituava a loro, ed essi passavano inosservati. Dai loro racconti era chiaro che la vita dell’operaio si svolgeva allo stesso modo in ogni luogo. E se era così, che scopo c’era a parlarne?
Ma talora qualcuno di essi diceva cose che nel sobborgo non si erano mai sentite. Nessuno discuteva, ma tutti ascoltavano con diffidenza i suoi strani discorsi che in alcuni suscitavano un’irritazione cieca, in altri una torbida inquietudine, in altri ancora una leggera ombra di speranza in un qualcosa di indefinibile, e gli uomini cominciavano a bere di più per scacciare un’agitazione inutile e fastidiosa.
Notando nel forestiero qualcosa di insolito, gli abitanti del sobborgo per un bel pezzo non riuscivano a dimenticarlo e si comportavano con un’inspiegabile apprensione verso un uomo tanto diverso da loro. Quasi temevano che quell’individuo potesse gettare nella loro vita qualcosa che ne avrebbe turbato il corso squallidamente regolare, gravoso, sì. Ma tranquillo. Si erano abituati a una vita che li opprimeva sempre con la stessa forza e, non aspettandosi alcun mutamento verso un’esistenza migliore, ritenevano ogni cambiamento capace soltanto di accrescere quel peso.
Da coloro che dicevano cose nuove gli abitanti del sobborgo si tenevano silenziosamente lontano. Allora gli estranei si eclissavano, tornavano là donde erano venuti, oppure, se rimanevano nella fabbrica, vivevano isolati qualora non sapessero fondersi in un tutto unico con la massa uniforme degli abitanti del sobborgo.
Trascorsi così cinquant’anni di questa vita, l’uomo moriva.

Operai in una fabbrica russa dell’epoca della rivoluzione industriale