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giovedì 16 novembre 2017

126 Nella colonia penale (di Franz Kafka)



Scritto nel 1914 e pubblicato nel 1919, questo è uno dei racconti più inquietanti che io conosca; eppure per molte pagine non succede nulla di particolarmente inconsueto. In una colonia penale (cioè un luogo di detenzione, generalmente destinato ai lavori forzati) un viaggiatore-esploratore ascolta le lunghe e minuziose descrizioni di un ufficiale sul funzionamento di una macchina di tortura e di morte inventata dal vecchio comandante della colonia; è quindi costretto ad assistere all’esecuzione di un soldato, che si è addormentato durante la guardia notturna davanti alla porta di un superiore e, frustato da questi, ha reagito contro di lui. Il condannato non sa né di essere stato condannato, né conosce la sentenza che gli è stata decretata…
Racconto di non facile interpretazione, incentrato su due temi cari a Kafka: quello della colpa e quello della giustizia. Nonché sul tema fondamentale dell’opera di questo scrittore: l’incapacità di comprendere appieno ciò che succede attorno a noi.

«È uno strano apparecchio,» disse l'ufficiale all'esploratore, e il suo sguardo abbracciò con una certa ammirazione la macchina a lui ben nota. Il viaggiatore sembrava aver ubbidito solo per cortesia all'invito, rivoltogli dal comandante, di assistere all'esecuzione capitale di un soldato condannato per indisciplina e oltraggio ai superiori. In realtà, quell'esecuzione non riscuoteva grande interesse nella stessa colonia penale: così almeno si sarebbe detto, poiché nella valle dove si trovavano - una valletta profonda e sabbiosa, tutta circondata da brulli declivi -, oltre all'ufficiale e al viaggiatore c'era soltanto il condannato, una specie di bruto con una gran bocca, negletto il viso e i capelli, e un soldato che reggeva la grossa catena dentro alla quale andavano a scorrere le catene più piccole, con cui il condannato era stretto alle caviglie, ai polsi e al collo; catene a loro volta unite fra loro da catenelle di collegamento. Del resto, il condannato aveva un'aria di così cagnesca acquiescenza, da far credere che lo si sarebbe potuto tranquillamente lasciar correre su per i declivi di sabbia e richiamarlo poi con un semplice fischio al momento dell'esecuzione.
Il viaggiatore aveva poca curiosità per l'apparecchio: si limitava ad andar su e giù dietro il condannato lasciando trasparire il suo disinteresse, mentre l'ufficiale sbrigava gli ultimi preparativi, talvolta strisciando dietro l'apparecchio piantato solidamente nel terreno, talvolta invece arrampicandosi su una scala a pioli per controllare le parti superiori. Erano incombenze che si sarebbero potute benissimo affidare ad un operaio, ma l'ufficiale vi accudiva col massimo zelo, sia perché fosse un accanito sostenitore di quella macchina, sia invece che, per altre ragioni, di quel lavoro non si potesse incaricare nessun altro. «Ora è tutto pronto!» esclamò alla fine e scese dalla scala. Era spossato da non credere; respirava con tutta la bocca aperta e s'era ficcato sotto il colletto dell'uniforme due minuscoli fazzolettini da donna. «Certo che queste uniformi sono troppo pesanti per il clima dei tropici,» disse il viaggiatore, invece di chiedere, come l'ufficiale s'era atteso, informazioni sulla macchina. «Ah sì,» rispose l'ufficiale, lavandosi le mani imbrattate d'olio e di grasso in una catinella già preparata, «ma l'uniforme significa la patria, e alla patria non rinunciamo... Ma guardi un po' quest'apparecchio,» continuò, mentre si asciugava le mani con un panno e contemporaneamente indicava la macchina; «fin adesso c'è stato bisogno dell'intervento umano, ma d'ora in poi lavora completamente da solo.» L'altro annuì, seguendo l'ufficiale. Questi aggiunse, per garantirsi da ogni incidente: «Naturalmente a volte si verifica qualche guasto; oggi spero che non ce ne saranno, però è sempre il caso di prevederli.
Sa, l'apparecchio deve funzionare per dodici ore ininterrotte. Comunque, anche se succede un guasto, si tratta sempre di piccole cose, che si eliminano immediatamente.»
«Non vuol sedersi?» gli domandò ancora, e, avvicinatosi a una catasta di sedie di vimini, ne prese una e la porse al viaggiatore, che non poté rifiutare. Si sedette sull'orlo di una fossa nella quale gettò un'occhiata distratta. Non era molto profonda; da un lato di essa la terra scavata era ammucchiata a guisa di argine; sull'altro lato stava la macchina. «Non so,» disse l'ufficiale, «se il comandante le ha già spiegato l'apparecchio.» Il viaggiatore fece con la mano un cenno vago e l'ufficiale non chiese di meglio: era come autorizzarlo a fornire lui tutte le spiegazioni. «Quest'apparecchio,» disse, afferrando un albero di trasmissione e facendo forza su di esso, «è un'invenzione del nostro comandante precedente. Io ho collaborato a tutto il lavoro, dalle primissime prove fino al termine; ma il merito dell'invenzione è interamente suo. Non ha sentito parlare di lui? No? Bene, non esagero certo se le dico che questa colonia penale è tutta opera sua. Noi, che eravamo i suoi amici; eravamo già certi, quando egli morì, che la colonia formasse un tutto completo: a tal punto che il suo successore, per quanti progetti abbia in testa, almeno per molti anni non potrà modificare nulla di quel che già c'è. E la nostra profezia s'è avverata: il nuovo comandante l'ha dovuto ammettere. Peccato che lei non abbia conosciuto il nostro comandante di prima!... Ma,» s'interruppe l'ufficiale, «io sto qui a chiacchierare, ed invece l'apparecchio, eccolo qui davanti a noi. Come vede, si compone di tre parti, ciascuna delle quali, coll'andar del tempo, ha ricevuto una definizione in certo senso popolaresca. La parte inferiore si chiama il letto, quella di sopra il tracciatore, e questa qui in mezzo, sospesa, vien detta l'erpice.» «Erpice?» chiese l'altro. Non aveva ascoltato molto attentamente: il sole, fortissimo, invadeva la valle senz'ombra, e gli rendeva difficile raccogliere i pensieri. Ma tanto più ammirevole gli appariva l'ufficiale che, chiuso nella sua aderente divisa da parata, carica di spalline e di cordelline, si diffondeva in spiegazioni tanto precise; per di più, parlando, girava qua e là con un cacciavite in mano per stringer meglio le viti. Anche il soldato sembrava trovarsi in uno stato d'animo simile a quello del viaggiatore: si era avvolto intorno ai polsi la catena del condannato e, appoggiandosi con la mano al fucile, teneva la testa arrovesciata indietro, incurante di tutto. Il viaggiatore non se ne stupiva, poiché l'ufficiale parlava in francese, lingua che gli altri due certamente non capivano. Tanto più sorprendente era quindi il fatto che il condannato si sforzasse di star dietro alle spiegazioni dell'ufficiale: con una sorta di sonnacchiosa testardaggine continuava a volgere i suoi sguardi nei punti che l'ufficiale via via indicava; e quando quest'ultimo venne interrotto dalla domanda del viaggiatore, anch'egli, come l'ufficiale, lo guardò in volto.
«Sì, erpice,» disse l'ufficiale, «è la parola adatta. Gli aculei sono sistemati come in un erpice e tutto il blocco si muove alla maniera di un erpice, anche se sempre sullo stesso punto e con molta più precisione. Se ne avvedrà lei stesso. Il condannato viene disteso qui sul letto... Scusi: prima le descriverò l'apparecchio, e poi lo farò funzionare direttamente, sicché lei potrà seguirlo meglio. Per di più, una ruota dentata del tracciatore è stata troppo affilata, e col rumore che fa quando gira, ci s'intende a fatica: ma sa, qui purtroppo è difficile procurarsi pezzi di ricambio... Dunque, come le dicevo, questo è il letto È interamente ricoperto da uno strato di ovatta: a quale scopo, le sarà chiaro in seguito. Sullo strato di ovatta si stende il condannato, bocconi e naturalmente nudo, e con queste cinghie se ne assicurano i polsi, le caviglie e il collo. Qui, alla testata del letto, dove, come le dissi, viene a trovarsi il viso dell'uomo, è posto questo piccolo tampone di feltro, facilmente regolabile, così da riempirgli esattamente la bocca, in modo che non possa gridare né mordersi la lingua. L'uomo, beninteso, è costretto a prendere il feltro in bocca, altrimenti la cinghia che lo stringe al collo glielo spezza.» «Questa è ovatta?» domandò il viaggiatore e si sporse in avanti. «Sì, certamente,» rispose l'ufficiale sorridendo, «tocchi pure», e, presagli la mano, la strisciò sopra il letto. «È una preparazione speciale, per questo è difficile riconoscerla; ma dovrò ancora parlarle della sua funzione.» Il viaggiatore, già un po' avvinto dalla descrizione, guardò l'apparecchio da sotto in su, facendosi riparo con una mano dal sole. Era un grosso congegno. Il letto e il tracciatore erano di uguali dimensioni e assomigliavano a due cassoni neri: il tracciatore, a circa due metri di altezza al disopra del letto, era collegato ad esso da quattro sbarre di ottone che al sole mandavano riflessi accecanti. In mezzo ai cassoni, a un nastro d'acciaio, era sospeso l'erpice.
L'ufficiale, che prima non aveva mostrato di accorgersi dell'indifferenza dell'ospite, ora evidentemente percepiva l'accrescersi del suo interesse, tanto che interruppe la spiegazione per dargli modo di osservare indisturbato. Il condannato, che imitava il viaggiatore, non potendosi riparare gli occhi con la mano, ammiccava in su con gli occhi scoperti.
«Dunque, l'uomo è sdraiato qui,» disse il viaggiatore, e, sprofondatosi indietro nella poltrona, incrociò le gambe.
«Sì,» rispose l'ufficiale, spingendo un po' il berretto sulla nuca e passandosi la mano sulla faccia accaldata, «e ora stia a sentire! Tanto il letto che il tracciatore hanno una batteria elettrica propria: il letto per i suoi movimenti, il tracciatore per il funzionamento dell'erpice. Appena l'uomo vi viene assicurato, il letto entra in moto, compiendo piccolissimi e rapidissimi spostamenti sia in senso trasversale che dall'alto in basso. Avrà visto apparecchi analoghi negli ospedali, solo che i movimenti del nostro letto sono esattamente calcolati, perché debbono sincronizzarsi al millesimo con quelli dell'erpice. A questo erpice, appunto, è affidata in definitiva l'esecuzione della sentenza.»
«E come suona la sentenza?» domandò il viaggiatore. «Non sa neanche questo?» chiese l'ufficiale meravigliato, mordendosi le labbra. «Voglia scusarmi se le mie spiegazioni possono sembrarle disordinate: mi perdoni, la prego. Prima era sempre il comandante a spiegare, ma il suo successore si è sottratto a quest'onorifico obbligo, e il fatto che non abbia nemmeno illustrato a un così esimio ospite...» (il viaggiatore fece con le mani un gesto come a respingere l'omaggio, ma l'ufficiale ripeté il termine) «...a un così esimio ospite la forma in cui si applica la nostra sentenza, è un'altra di quelle novità che...» e qui stava per sfuggirgli un improperio, ma si trattenne e disse solo: «Non mi avevano avvertito, la colpa non è mia. Del resto, è anche vero che nessuno meglio di me è qualificato a spiegare il genere delle nostre sentenze: porto sempre qui con me» (e si batté sul taschino dell'uniforme) «i disegni autografi del nostro antico comandante.»
«I disegni autografi del comandante?» fece il viaggiatore. «Ma faceva proprio tutto lui? Era soldato, giudice, costruttore, chimico, progettista?»
«Certamente,» rispose l'ufficiale assentendo lievemente col capo e fissando gli occhi assorti nel vuoto. Poi si esaminò le mani e, non giudicandole abbastanza pulite da toccare i disegni, andò di nuovo al mastello e se le lavò. Poi trasse di tasca una piccola busta di pelle e disse: «La nostra sentenza non è severa. Il comandamento che il condannato ha violato gli sarà scritto sul corpo dall'erpice. A questo, per esempio,» l'ufficiale indicò l'uomo, «verrà scritta sul corpo la frase: Onora il tuo superiore
Il viaggiatore gettò all'uomo un fugace sguardo: quando l'ufficiale aveva fatto cenno a lui, egli stava a testa bassa e sembrava tendere tutte le forze del proprio udito per sentire qualcosa; ma i movimenti delle sue labbra tumide e schiacciate dimostravano che non riusciva a intender parola. L'esploratore avrebbe voluto fare una quantità di domande, ma in presenza dell'uomo chiese soltanto: «Lui conosce la sentenza?» «No,» rispose l'ufficiale, e fece per proseguire nella sua spiegazione, ma il viaggiatore lo interruppe: «Come, non conosce la sua sentenza?» «No,» ripeté l'ufficiale; si arrestò un attimo, quasi aspettandosi dal suo interlocutore una maggior giustificazione di quella richiesta, poi continuò: «Non ci sarebbe motivo di comunicargliela, dal momento che la deve apprendere sulle sue carni.» Il viaggiatore non sapeva più che dire, ma si accorse che lo sguardo del condannato era rivolto su di lui: sembrava che gli chiedesse se poteva approvare un simile procedimento. Si chinò di nuovo in avanti, mentre prima se ne stava appoggiato allo schienale, e domandò ancora: «Ma almeno lo sa, no, che è stato condannato?» «No, nemmeno questo,» disse l'ufficiale sorridendo, come se fosse pronto alle più bizzarre sortite da parte dell'ospite. «No,» ripeté il viaggiatore tergendosi la fronte con una mano, «ma dunque quest'uomo neppure adesso sa come sia stata svolta la sua difesa?» «Non ha avuto alcuna possibilità di difendersi,» rispose l'ufficiale guardando di lato e come parlando tra sé, quasi che non volesse, col racconto di cose per lui tanto ovvie, mettere a disagio il viaggiatore. «Eppure deve essergli stata data la possibilità di difendersi,» disse quest'ultimo, e si alzò dalla poltrona.
L'ufficiale, rendendosi conto che rischiava di essere impedito a lungo nella spiegazione della macchina, si avvicinò al viaggiatore, lo prese sottobraccio e indicò il condannato, il quale, vistosi oggetto di tanta curiosità, si mise sull'attenti; e anche il soldato tirò a sé la catena. «Le cose stanno così,» disse l'ufficiale: «in questa colonia io svolgo le funzioni di giudice. Questo nonostante la mia giovane età, perché sono sempre stato a fianco del vecchio comandante in tutto ciò che concerneva le punizioni e m'intendo dell'apparecchio come nessun altro. Il principio in base al quale io decido è: la colpa è sempre fuori dubbio. Può darsi che altri tribunali non seguano questo principio, dato che sono collegiali e hanno altri tribunali sopra di loro; ma tale non è il nostro caso, o perlomeno non lo era col vecchio comandante. Il nuovo, in realtà, ha già mostrato voglia d'immischiarsi nei miei giudizi, ma finora sono sempre riuscito a tenerlo fuori, e ci riuscirò anche in seguito... Lei desiderava spiegazioni su questo caso? È semplice come qualsiasi altro. Un capitano stamane ha presentato denuncia contro quest'uomo perché, essendogli destinato come attendente e dormendo davanti al suo uscio, si è addormentato durante il servizio. Lui infatti ha la consegna di alzarsi ad ogni batter d'ora e di fare il saluto davanti all'uscio del suo ufficiale: una consegna sicuramente non difficile, ma ben necessaria per mantenersi alacre nello svolgimento dei suoi compiti sia di guardia sia di domestico. La notte scorsa il capitano volle verificare se l'attendente faceva il suo dovere: al suono delle due aprì la porta e lo trovò che dormiva, tutto raggomitolato. Allora prese lo scudiscio e lo frustò sul viso; e costui, invece di alzarsi e implorare perdono, afferrò il signore per le gambe, lo scrollò e si mise a gridare: " Butta via quella frusta, o ti mangio! " Fin qui i fatti. Un'ora fa il capitano venne da me, io trascrissi la sua deposizione e aggiunsi immediatamente la sentenza; quindi feci incatenare l'uomo. Semplicissimo, come vede. Se avessi cominciato col convocarlo e coll'interrogarlo, ne sarebbe nata soltanto confusione. Lui avrebbe mentito, e anche se io fossi riuscito a confutare le sue menzogne, ne avrebbe inventate delle altre, e così avanti. Invece ora lo tengo in pugno e non lo lascio più andare... Tutto chiaro, adesso? Ma il tempo passa, ormai l'esecuzione dovrebbe aver inizio, e io non ho ancora finito di spiegarle l'apparecchio.» Costrinse il viaggiatore a sedersi sulla seggiola, tornò verso la macchina e cominciò: «Come vede, l'erpice corrisponde alla forma del corpo umano: questa è la parte per il tronco, queste altre per le gambe. Alla testa è destinato solo questo piccolo aculeo. Chiaro?» E si sporse in avanti verso il viaggiatore, pronto a fornirgli le spiegazioni più ampie.
Il viaggiatore guardò l'erpice aggrottando la fronte. Le notizie sulle modalità del giudizio non l'avevano soddisfatto. Rifletté tuttavia che quella era una colonia penale, soggetta quindi a regole particolari e dove il costume militare doveva essere applicato in pieno. Inoltre faceva qualche affidamento sul nuovo comandante: questi sembrava aver intenzione di introdurre, seppur lentamente, una nuova procedura cui la ristretta mentalità di quell'ufficiale appariva refrattaria. Seguendo quel filo di pensieri il viaggiatore domandò se il comandante avrebbe assistito all'esecuzione. «Non è certo,» rispose l'ufficiale, sgradevolmente sorpreso dalla domanda fattagli a bruciapelo, tanto che l'espressione cortese sparì dal suo viso, «e appunto perciò dobbiamo sbrigarci. Sarò anzi costretto, per quanto me ne dispiaccia, ad abbreviare la mia spiegazione: ma domani, quando l'apparecchio sarà stato ripulito (l'unico suo difetto è proprio quello di sporcarsi tanto) potrò entrare in maggiori dettagli. Ora mi limiterò all'essenziale. Quando l'uomo è disteso sul letto e a quest'ultimo viene impresso il movimento tremolante, l'erpice si abbassa sul corpo, disponendosi da se stesso in modo da toccarlo soltanto con la punta: raggiunta tale posizione, il nastro d'acciaio diventa rigido come una sbarra. E a questo punto scatta il congegno. Il profano non si rende conto delle differenze che esistono tra una pena e l'altra, perché apparentemente l'erpice lavora in modo uniforme. Esso vibra mentre trafigge con gli aculei il corpo, il quale pure trema per il movimento impresso al letto. Per consentire a tutti di controllare l'esecuzione della sentenza, l'erpice è stato costruito in vetro; il fissarvi dentro gli aghi ha causato notevoli difficoltà tecniche, ma dopo vari tentativi ci si è riusciti. Davvero, non abbiamo risparmiato fatica. E adesso chiunque può vedere attraverso il vetro come la scritta s'incide nel corpo. Vuol dare un'occhiata agli aghi più da vicino?»
Il viaggiatore si alzò lentamente in piedi, si avvicinò e si chinò sopra l'erpice. «Come vede,» disse l'ufficiale, «ci sono due tipi di aghi diversamente raggruppati. Accanto ad ogni ago lungo ce n'è uno corto: quello lungo ha la funzione di scrivere, mentre quello corto, sprizzando un piccolo getto d'acqua, lava via il sangue e tiene la scritta sempre visibile. L'acqua insanguinata viene incanalata in queste piccole condutture e termina in una conduttura principale, il cui tubo di scarico sbocca nella fossa.» L'ufficiale mostrò col dito l'esatto percorso compiuto dall'acqua insanguinata, e infine, per rendere la cosa evidente al massimo, strinse con le due mani la bocca del tubo. In quel momento il viaggiatore rialzò il capo e, tastando con la mano, fece per rimettersi a sedere nella poltroncina; ma vide che il condannato, obbedendo al pari di lui all'invito dell'ufficiale, s'era avvicinato all'erpice per osservarne la struttura: tirando un po' avanti con la catena il soldato sonnacchioso, si era piegato anch'egli sopra il vetro. Si vedeva bene come, coi suoi occhi incerti, cercava di scorgere lui pure le cose che i due signori avevano esaminato, ma senza riuscirci, dato che la spiegazione gli era sfuggita; e si piegava di qua e di là, mentre di continuo i suoi occhi percorrevano la superficie del vetro. Il viaggiatore voleva spingerlo via, poiché era senza dubbio un'infrazione quella che l'uomo commetteva; ma l'ufficiale lo trattenne con una mano, afferrò con l'altra dal mucchio lì accanto una manciata di terra e la gettò al soldato. Costui aprì gli occhi di colpo, vide quel che aveva osato fare il condannato; lasciò cadere il fucile e, puntando a terra i talloni, tirò indietro l'uomo con violenza, tanto da farlo ruzzolare al suolo, dove rimase a voltolarsi fra un tintinnar di catene. «Rialzalo!» gridò l'ufficiale, accortosi che il viaggiatore era tutto preso dal condannato: anzi, non s'interessava affatto dell'erpice, ma, chinato su di esso senza guardarlo, si preoccupava solo di ciò che stavano facendo a quell'altro. «Trattalo con un po' di cura!» gridò ancora l'ufficiale, fece il giro dell'apparecchio, e, preso il condannato sotto le ascelle, con l'aiuto del soldato lo rimise egli stesso in piedi, sorreggendolo perché scivolava di continuo.
«Ora ho capito tutto,» disse il viaggiatore quando l'ufficiale gli tornò accanto. «Le manca la cosa più importante,» ribatté questi e, afferrandolo per il braccio, gli indicò un punto in alto della macchina: «Lì, nel tracciatore, c'è l'ingranaggio che regola il movimento dell'erpice, e quest'ingranaggio viene preparato a seconda del disegno cui la sentenza si riferisce. Io uso ancora i disegni del mio antico comandante: eccoli,» e trasse alcuni fogli dalla busta di cuoio, «però purtroppo non posso lasciarglieli toccare, sono la cosa più cara che ho al mondo. Si segga, glieli mostrerò da qui, un po' distante, li vedrà benissimo.» E mostrò il primo foglio. Il viaggiatore sarebbe stato lieto di poter dire qualche frase di apprezzamento; ma non riusciva a vedere che una quantità di linee incrociantisi e intrecciantisi, a guisa di labirinto; la carta ne era così fittamente riempita, da lasciar distinguere a fatica qualche spazio bianco. «Legga,» gli disse l'ufficiale. «Non ci riesco,» rispose il viaggiatore. «Eppure è chiaro,» ribatté l'altro. «Molto artistico,» disse il viaggiatore schermendosi, «ma per me è indecifrabile.» «Ah certo,» fece l'ufficiale ridendo, mentre riponeva il foglio nella cartella, «non è un esercizio di calligrafia per scolaretti. Ci vuol tempo per leggerlo, ma alla fine anche lei riuscirebbe di certo a capire. È logico che non possa trattarsi di una scritta semplice, dato che non deve uccidere subito, ma soltanto, in media, entro un lasso di dodici ore; alla sesta ora si calcola che giunga il punto critico. Perciò è necessario che ci siano molti, moltissimi arabeschi intorno alla scritta: quest'ultima, in sé e per sé, forma intorno al corpo solo una piccola striscia, mentre tutto il resto è riservato agli ornamenti. S'è fatto un'idea, ora, del lavoro dell'erpice e di tutta quanta la macchina? ... Guardi un po'!» D'un balzo salì una scala, azionò una ruota, gridò verso il basso: «Attento, si scosti!» e tutto si mise a girare. Se non fosse stato per il cigolio della ruota, l'effetto era stupendo. L'ufficiale, come seccato da quella ruota importuna, la minacciò col pugno, poi, quasi a scusarsi, spalancò le braccia verso il viaggiatore e ridiscese in fretta, per osservare dal basso il funzionamento dell'apparecchio. Accertatosi che c'era qualcos'altro fuori di posto, si arrampicò su di nuovo, frugacchiò con entrambe le mani all'interno del tracciatore, poi, volendo fare più presto, non si servì della scala, ma scivolò lungo una stanga, e superando il chiasso gridò a perdifiato nell'orecchio del viaggiatore: «Ha capito, adesso? L'erpice comincia a scrivere; appena ha completato il primo tracciato della sentenza sulla schiena dell'uomo, lo strato d'ovatta scorre avanti e fa ruotare lentamente il corpo sul fianco, lasciando così all'erpice nuovo spazio. Frattanto i punti trafitti si comprimono sull'ovatta, e questa, grazie alla sua speciale preparazione, arresta subito l'uscita del sangue e rende possibile un ulteriore scavo della scritta. Successivamente, questi denti collocati sull'orlo dell'erpice, man mano che il corpo gira, strappano l'ovatta dalle parti ferite e la gettano nella fossa, sicché l'erpice può riprendere a lavorare; e così continua ad incidere sempre più profondamente per dodici ore. Per le prime sei il condannato continua a vivere pressappoco come prima, solo prova forti dolori. Dopo due ore, quando si può ritenere che non abbia più forza per gridare, il tappo di feltro gli vien tolto di bocca. In questa ciotola che sta verso la testata, e che è riscaldata elettricamente, si pone una pappa di riso tiepida: il condannato, se ne ha voglia, può cibarsene, nella misura in cui riesce ad afferrarla con la lingua. Non ce n'è uno che vi rinunci, almeno per quanto ne so io, ed ho molta esperienza. Solo dopo sei ore cominciano a perdere il gusto del cibo; è il momento, di solito, in cui m'inginocchio qui ad osservare il fenomeno. Raramente l'uomo inghiotte l'ultimo boccone: se lo rigira in bocca e poi lo sputa nella fossa, tanto che devo abbassarmi se non voglio che me lo mandi in faccia. Ma, passata la sesta ora, come tutti diventano silenziosi! Anche nei più ebeti si desta l'intelligenza: comincia dagli occhi, e da lì si diffonde; lo spettacolo è tale che uno si sentirebbe invogliato di mettersi anche lui sotto l'erpice! Non che succeda nulla di nuovo, ma l'uomo comincia però a decifrare la scritta; e fa una smorfia con la bocca, come se stesse in ascolto. La scritta - lei l'ha constatato - non si decifra facilmente con gli occhi; ma il nostro uomo comincia a decifrarla con le sue ferite. Certo, il lavoro è lungo; per venirne a capo ci vogliono sei ore. Dopo di che, l'erpice infilza per intero il corpo e lo scaraventa nella fossa, dove piomba in mezzo all'ovatta e all'acqua insanguinata. L'esecuzione a questo punto è finita, e noi due, il soldato e io, lo copriamo di terra.»
Il viaggiatore, chinato un orecchio verso l'ufficiale e affondate le mani nelle tasche della giacca, guardava il funzionamento della macchina. Anche il condannato la guardava, ma con occhio opaco: piegato un poco in avanti, seguiva il tentennio degli aghi, quando il soldato, obbedendo a un cenno dell'ufficiale, con un coltello gli aprì camicia e calzoni sul didietro. I panni caddero di dosso all'uomo, che tentò di afferrarli per coprire le sue nudità, ma il soldato lo alzò di peso, sì che gli ultimi stracci gli scivolarono giù dal corpo. L'ufficiale fermò la macchina, e nel silenzio che subito regnò il condannato venne disteso sotto l'erpice. Gli furono sciolte le catene e in loro luogo lo avvinsero le cinghie: questo sembrò al primo momento procurargli un senso di refrigerio. L'erpice venne poi abbassato ancora di un tratto, poiché l'uomo era magro. Al momento in cui gli aculei lo toccarono, un brivido corse la sua pelle; e, mentre il soldato si affaccendava intorno alla sua mano destra, egli stese la sinistra, senza saper dove: era la direzione in cui si trovava il viaggiatore. L'ufficiale sogguardava incessantemente quest'ultimo, quasi a spiare sul suo viso l'effetto che gli produceva l'esecuzione, da lui descrittagli almeno per sommi capi.
La cinghia destinata al polso si strappò: forse il soldato l'aveva tirata con troppa forza. L'ufficiale intervenne, il soldato gli mostrò il moncone di cinghia strappato. L'ufficiale passò dall'altra parte, vicino al soldato, e volgendo il viso al viaggiatore disse: «La macchina è complicatissima, fatalmente qui o là si strappa o si rompe qualcosa; non è però una ragione per lasciarsi sviare nei giudizio complessivo. Questa cinghia si sostituisce subito: ci metterò una catenella; è vero che per il braccio destro le vibrazioni non si potranno più imprimere con la dovuta leggerezza.» E, mentre applicava le catene, aggiunse: «I mezzi per la manutenzione della macchina oggi sono assai limitati. Quando c'era il vecchio comandante, io disponevo liberamente di un fondo creato apposta per questo scopo. Avevamo un magazzino completamente fornito di tutti i pezzi di ricambio. Devo dire che quasi quasi li sprecavo: prima, intendo, e non adesso, come sostiene il nuovo comandante, che approfitta di ogni pretesto per attaccare i vecchi sistemi. Adesso, il fondo per la manutenzione l'amministra lui stesso, e se io mando a cercare una nuova cinghia, devo unire quella strappata come pezza d'appoggio; la nuova arriva solo dopo dieci giorni, è di qualità scadente e non funziona a dovere. Come io poi faccia, nel frattempo, a far funzionare la macchina senza cinghia, è cosa di cui nessuno si cura.»
Il viaggiatore rifletteva come fosse scabroso ingerirsi risolutamente in questioni estranee. Lui non era cittadino di quella colonia penale e neppure dello stato cui la colonia apparteneva; se avesse voluto condannare l'esecuzione, o anche opporvisi, gli avrebbero potuto rispondere: «Taci, tu, che sei uno straniero.» Al che non avrebbe avuto nulla da obiettare, bensì solo da aggiungere che lui stesso non capiva come s'era messo in quella condizione, dato che viaggiava unicamente per vedere delle cose e niente affatto per modificare leggi e procedure di paesi stranieri. Stavolta però la tentazione era grande: l'iniquità del processo, l'inumanità dell'esecuzione erano fuori di dubbio; né d'altra parte alcuno avrebbe potuto sospettare il viaggiatore di avere interesse alla faccenda: il condannato non aveva rapporto con lui, non era suo compatriota e neppure tale da destare particolare compassione. Il viaggiatore, inoltre, disponendo di commendatizie di alti funzionari, era stato accolto con grande cortesia, e il fatto che l'avessero invitato a quell'esecuzione sembrava quasi sollecitare un suo giudizio sull'intero procedimento. La congettura era tanto più fondata, in quanto - come testé aveva chiarissimamente udito - il comandante era tutt'altro che favorevole a quel sistema e, di fronte all'ufficiale, si comportava quasi con ostilità.
In quel momento, un grido di rabbia dell'ufficiale arrivò sino a lui. Era riuscito, non senza fatica, ad infilare il tappo di feltro in bocca al condannato, allorché questi, preso da un incoercibile impulso di nausea, chiuse gli occhi e vomitò. In fretta e furia l'ufficiale gli scostò la testa dal tappo e fece per voltargliela verso la fossa di scarico; ma era già troppo tardi, l'apparecchio grondava ormai di sozzura. «Tutta colpa del comandante!» gridò l'ufficiale, scuotendo forsennatamente le sbarre d'ottone, «guardi un po', la macchina mi s'imbratta peggio di una stalla!» E con le mani tremanti indicò al viaggiatore l'accaduto. «Non avessi per ore tentato di fargli capire che, il giorno prima dell'esecuzione, il condannato non deve più ingerire alcun cibo! Ma ormai s'inclina all'indulgenza, e si ragiona diversamente. Le signore del comandante, prima che quest'uomo fosse portato all'esecuzione, l'hanno imbottito di dolciumi: ha mangiato pesci marci tutta la vita, e adesso mangia i dolci! E del resto sarei anche d'accordo, non avrei nulla da obiettare, purché però ci mettessero un feltro nuovo, come chiedo da anni! Come si può non sentirsi rivoltare lo stomaco a prendere in bocca questo feltro, che è stato succhiato e morsicato da più di cento uomini agonizzanti?»
Il condannato aveva appoggiato giù il capo e sembrava tranquillo; il soldato gli aveva tolto la camicia e con quella si dava da fare a ripulire la macchina. L'ufficiale andò verso il viaggiatore, che, colto da un imprecisabile sentimento, fece un passo indietro; ma l'altro lo prese per mano e lo trasse in disparte. «Vorrei dirle qualche parola in confidenza,» disse: «me lo permette?» «Certo,» rispose il viaggiatore e stette ad ascoltarlo, lo sguardo abbassato.
«Questo processo e quest'esecuzione, che lei ora ha l'occasione di ammirare, ormai non trovano più, nella nostra colonia, chi li sostenga apertamente. Io ne sono l'unico assertore, così come sono restato solo ad incarnare l'eredità del nostro antico comandante. Ad ulteriori perfezionamenti procedurali non è nemmeno il caso di pensare: mi ci vuol già abbastanza fatica a conservare ciò che è rimasto. Quando il vecchio comandante era in vita, la colonia era piena di suoi seguaci, e a me, in una certa misura, si è trasmessa la sua forza di convinzione, ma mi manca il suo potere: di modo che i seguaci si sono rintanati, ce n'è ancora parecchi, sì, ma nessuno vuol riconoscerlo. Se oggi, che è giorno d'esecuzione, lei andasse al caffè e orecchiasse i discorsi che vi si fanno, probabilmente udrebbe solo delle frasi ambigue. Sono tutti della vecchia idea, ma sotto l'attuale comandante, e con le tendenze che prevalgono, non posso fare nessun conto su di loro. Ora, io le domando: è ammissibile che a causa di un comandante e delle donne che lo influenzano, questo», e indicò l'apparecchio, «ch'è l'opera di un'intera vita, vada in malora? È una cosa tollerabile, anche da chi si fermi per qualche giorno nella nostra isola come turista? Però non bisogna perdere tempo, si sta già macchinando contro la mia giurisdizione, al comando si tengono già riunioni alle quali io non sono convocato; perfino questa sua visita mi sembra illuminante per l'intera situazione: hanno paura e mandano lei, uno straniero, in avanscoperta... Com'erano diverse le esecuzioni in altri tempi! Fin dal giorno prima la valle riboccava di gente; tutti venivano soltanto per vedere; la mattina presto arrivava il comandante con le signore; l'intero campo si destava allo squillo delle fanfare; io riferivo che ogni cosa era pronta, e tutti gl'intervenuti si schieravano intorno alla macchina: nemmeno un alto funzionario poteva mancare; questa catasta di seggiole di vimini è un misero avanzo di quei tempi lontani. La macchina risplendeva, lucidata di fresco: quasi ad ogni esecuzione ne cambiavo qualche pezzo. Davanti a centinaia di occhi (tutti gli spettatori, fin lassù in cima alle colline, si ergevano sulle punte dei piedi) il condannato veniva posto sotto l'erpice dal comandante in persona. Il compito che oggi è affidato a un soldato semplice, allora era riservato a me, al presidente del tribunale, e mi onorava altamente. E finalmente aveva inizio l'esecuzione! Nessuna nota stonata veniva a turbare il lavoro della macchina. Molti non guardavano neppure, stavano sdraiati con gli occhi chiusi nella sabbia; ognuno sapeva che in quel momento si compiva la giustizia. Nel silenzio s'udiva solo il gemito del condannato, attutito dal feltro. Oggi la macchina non riesce più a strappare al condannato un gemito così forte che il feltro non riesca a soffocarlo, mentre allora gli aghi traccianti secernevano un liquido corrosivo di cui adesso è proibito l'uso. Bah! Infine arrivava la sesta ora! Era impossibile accogliere il desiderio che tutti manifestavano, di guardare lo spettacolo da vicino. Saggiamente il comandante disponeva che prima di tutto ci si preoccupasse dei fanciulli; io, che per motivi professionali dovevo sempre stare lì accanto, più di una volta ho tenuto in braccio due bambinelli, uno a destra, l'altro a sinistra. Come spiavamo l'espressione trasfigurata che appariva su quel viso dolorante! Come offrivamo le nostre gote al fulgore di quella giustizia che, appena raggiunta, già stava svanendo! Che tempi, camerata!» L'ufficiale evidentemente si era dimenticato di chi gli stava dinanzi: aveva abbracciato il viaggiatore posandogli il capo sulla spalla. Il viaggiatore, in preda al massimo imbarazzo, distolse con impazienza lo sguardo da lui. Il soldato, dopo aver terminata la ripulitura, versava ora da un barattolo nella ciotola la pappa di riso. Non appena il condannato - che ormai sembrava essersi completamente rimesso - si accorse di ciò, prese subito ad allungare la lingua verso il cibo. Il soldato lo respinse più volte, poiché la pappa doveva essere consumata in seguito; ma era comunque indecoroso vedere come anch'egli vi affondasse le mani sporche e se ne servisse mentre il condannato lo stava a guardare.
L'ufficiale riprese presto il controllo di sé. «Non volevo intenerirla,» disse, «so bene che è impossibile dare oggi un'idea di quei giorni. Del resto, la macchina funziona sempre e basta da sola a fare il suo effetto. Lo fa anche stando in mezzo a questa valle deserta. E alla fine il cadavere cade sempre con quel suo volo incredibilmente dolce giù nella fossa, anche se intorno a questa non si radunano più, come allora, centinaia di persone fitte come le mosche. Allora si dovette circondare la fossa con un solido parapetto, che da un pezzo è stato divelto.»
Il viaggiatore, desideroso di non guardare in viso l'ufficiale, girava intorno gli occhi senza meta. L'ufficiale, credendo che osservasse lo squallore del luogo, gli afferrò le mani, gli si portò davanti per fissare il suo sguardo e gli domandò: «Vede che vergogna?»
Ma il viaggiatore tacque. L'ufficiale si allontanò un attimo da lui; a gambe divaricate, le mani puntate sui fianchi, se ne stette silenzioso guardando al suolo. Poi, rivolgendo all'ospite un sorriso incoraggiante: «Ieri le stavo accanto,» disse, «quando il comandante la invitò; udii l'invito che le rivolse. Io, il comandante, lo conosco. Perciò capii subito che cosa si proponeva invitandola. Anche se avrebbe abbastanza potere per procedere contro di me, non osa ancora farlo, ma mi vuole esporre al suo giudizio, al giudizio di uno straniero eminente. Il suo calcolo è astuto: lei è qui nell'isola da due giorni, non conosceva il vecchio comandante e il suo ordine d'idee, è imbevuto di mentalità europea, forse è un fiero avversario della pena di morte in genere, e in particolare di questo tipo di esecuzioni basate su macchine; constata inoltre come la condanna si esegue senza che il pubblico vi prenda parte, tristemente, per mezzo di una macchina già un po' malandata... Considerato tutto ciò, non si può ritenere molto probabile (così ragiona il comandante) che lei disapprovi il mio procedimento? E se lo disapprova (parlo sempre seguendo il ragionamento del comandante), non ne farà mistero, dato che certo lei ha fede nelle sue granitiche convinzioni. Poiché però lei ha visto le costumanze di molti popoli, ed ha imparato a rispettarle, è prevedibile che non condannerà la nostra procedura con quella violenza di cui forse darebbe prova in patria. Ma di ciò il comandante non ha affatto bisogno: a lui basta una parola fuggevole, un'espressione appena un po' incauta; e non è punto indispensabile che corrisponda all'opinione che lei si è fatta, purché si concili coi suoi desideri. Le porrà delle domande scaltrissime, non c'è alcun dubbio; e le signore le sederanno in circolo attorno aguzzando le orecchie; lei per esempio dirà: "Da noi la procedura è diversa", oppure: "Da noi, prima della sentenza, si usa interrogare l'imputato", oppure: "Da noi ci sono anche altre pene oltre a quella di morte", o infine: "Da noi la tortura c'era solo nel Medioevo": tutte osservazioni altrettanto giuste quanto, ai suoi occhi, naturali: osservazioni innocenti, che non intaccano il mio sistema. Ma come le accoglierà il comandante? Già me lo vedo, quel brav'uomo, scansare di colpo la sedia e correre al balcone, già vedo le signore precipitarglisi dietro, e sento la sua voce (una voce di tuono, a detta delle signore) che parla così: "Un grande studioso dell'Occidente, incaricato d'indagare i procedimenti penali nei vari paesi, ci ha detto poco fa che il nostro sistema, regolato dalle antiche usanze, è inumano. Dopo questo giudizio espresso da una così illustre personalità, è comprensibile che io non possa più oltre tollerare tale stato di fatto. Dispongo perciò che, a partire da oggi... eccetera, eccetera." Lei cerca d'interromperlo, di fargli presente che non ha detto ciò che lui sta annunciando, che non ha dichiarato inumano il mio sistema, ma anzi che in tutta coscienza lo giudica umanissimo e degnissimo, così come trova ammirevoli questi ordigni... ma ormai è tardi: non riuscirà a metter piede sul balcone, dove le signore fanno ressa; tenterà di farsi notare, di gridare, ma una mano femminile le tapperà la bocca, ed io sarò perduto, e con me l'opera del vecchio comandante.»
Il viaggiatore sentì un sorriso salirgli alle labbra: era dunque così semplice quel compito che gli era parso tanto gravoso? Disse, per sviare il discorso: «Lei sopravvaluta la mia importanza; il comandante ha letto la mia lettera di presentazione e sa che non sono uno specialista di processi penali. Se anche dovessi esprimere la mia opinione, sarebbe sempre l'opinione di un qualunque privato, in nessun modo più rilevante di quella di chiunque altro, e comunque assai più irrilevante di quella del comandante stesso, che, a quanto mi risulta, esercita nella colonia una potestà molto ampia. Se sull'attuale procedura egli si è fatto l'opinione che lei ritiene, temo che in ogni caso, anche senza il mio modesto aiuto, questo sistema sia destinato a scomparire.»
Bastava quel chiarimento all'ufficiale? Evidentemente ancora no. Scosse energicamente il capo, si voltò in fretta a guardare il condannato e il soldato, che trasalirono e smisero di mangiare il riso; si portò accanto al viaggiatore e, fissandolo non in faccia, ma in un punto a caso del vestito, gli disse abbassando la voce: «Lei non conosce il comandante; davanti a lui e a tutti noi lei fa - scusi l'espressione - un po' la parte dell'ingenuo, mentre, mi creda, la sua influenza è davvero inestimabile. Quando sentii che lei solo avrebbe assistito all'esecuzione, ne fui felice. Quella disposizione del comandante, che era destinata a colpirmi, ora la posso ritorcere a mio favore. Lei è stato ad ascoltare la mia spiegazione senza essere distratto da falsi mormorii, da occhiate sprezzanti, cosa che non avrebbe potuto evitare se qui ci fosse stata folla; ha potuto vedere la macchina, e adesso è in procinto di assistere all'esecuzione. Il suo giudizio è sicuramente già formato, e, se avesse ancora qualche incertezza, la vista dell'esecuzione basterà ad annullarla. Ecco dunque la preghiera che le rivolgo: mi aiuti di fronte al comandante!»
Il viaggiatore non lo lasciò proseguire: «E come potrei?» esclamò. «Non ho alcun modo di aiutarla. Non posso esserle di giovamento, così come non posso nuocerle.»
«Certo che può,» disse l'ufficiale; e il viaggiatore, un po' intimorito, notò che stringeva i pugni. «Certo che può,» ripeté l'ufficiale calcando le parole. «Ho un mio progetto e voglio farlo riuscire. Lei crede che la sua influenza non sia sufficiente: io invece so che lo è. Ma ammettiamo pure che lei abbia ragione: non dobbiamo allora tentare di tutto, magari andando incontro ad un fallimento, pur di mantenere in vita questo sistema? Ascolti dunque il mio progetto. Per realizzarlo è necessario anzitutto che lei oggi si astenga il più possibile dal dare alla gente della colonia un giudizio sulla procedura. Se nessuno la interroga in modo preciso, deve tacere; se manifesta un'opinione, lo faccia brevemente, vagamente; si deve avere l'impressione che le riesca sgradevole parlare dell'argomento, che è amareggiato, che, semmai dovesse parlare, uscirebbe in invettive. Non le chiedo di mentire, no, niente affatto; risponda solo con poche parole, per esempio: "Sì, ho assistito all'esecuzione", oppure: "Sì, ho ascoltato tutte le spiegazioni." Nulla più di questo. Quanto all'amarezza che si deve notare in lei, ce n'è motivo abbastanza, anche se non nel senso che piacerebbe al comandante. Il quale, beninteso, capirà tutto a rovescio, interpreterà la cosa a modo suo. E appunto su questo si fonda il mio piano. Domani al comando, sotto la presidenza del comandante, si terrà una grande riunione di tutti i massimi funzionari. Il comandante ha saputo trasformare, naturalmente, queste riunioni in manifestazioni spettacolari, ed ha fatto costruire una balconata che è sempre piena di gente. Io sono costretto, anche se nauseato fino al midollo, a partecipare a codesti consessi. Lei, in ogni caso, vi sarà certamente invitato, e se oggi si comporta in conformità al mio piano, più che di invito si dovrà parlare di pressante preghiera. Se poi, per un qualunque imprevedibile motivo, l'invito non le pervenisse, dovrebbe senz'altro reclamarlo: in tal caso non potranno negarglielo. Dunque, lei domani starà seduto insieme alle signore nel palco del comandante, il quale, con continue occhiate verso l'alto, si accerterà della sua presenza. Dopo che si saranno discussi parecchi argomenti - secondari, ridicoli, buoni solo a far presa sugli ascoltatori; di solito si tratta di opere portuali: sempre con queste opere portuali! - finalmente viene affrontata la questione della procedura. Se il comandante non volesse affrontarla, o non l'affrontasse abbastanza presto, ci penserò io a farlo decidere: mi alzerò e annunzierò che oggi ha avuto luogo l'esecuzione. Non dirò altro: solo questo. È un annuncio che, normalmente, non viene dato in quelle circostanze; ma io lo darò. Il comandante, come al solito, mi ringrazia con un bel sorriso, ma poi non può trattenersi dall'approfittare dell'occasione che gli si offre. "In merito all'annuncio testé dato dell'avvenuta esecuzione" - così, più o meno, si esprimerà -, "vorrei far notare che l'esecuzione stessa è stata presenziata dall'eminente studioso la cui visita, come tutti sapete, tanto altamente onora la nostra colonia; e anche alla nostra riunione odierna la sua partecipazione conferisce particolare significato. Perché non chiediamo ora a questo illustre studioso qual è il suo giudizio sull'esecuzione secondo la vecchia usanza, nonché sull'istruttoria che la precede?" Grandi applausi, non occorre dirlo, segni generali d'approvazione: son io quello che applaude più forte. Il comandante le rivolge un inchino, poi dice: "Pongo dunque a nome di tutti questa domanda." Ed ecco che lei si fa al parapetto. Metta le mani in modo che tutti le vedano, altrimenti le signore gliele afferrano per trastullarsi con le sue dita -. Finalmente, adesso, si ascolta la sua parola! Non so come farò a sopportare la tensione delle ore che ci separano da quel punto. Nel suo discorso lei non deve porsi alcun limite: gridi forte la verità, si chini sul parapetto, urli, sì certo, urli in viso al comandante la sua opinione, la sua fermissima opinione. Ma forse non vorrà far questo, non corrisponde al suo carattere; nella sua patria ci si comporta forse diversamente in circostanze simili... be', d'accordo, basterà anche così: non si alzi nemmeno, si limiti a pronunciare qualche parola, la sussurri, in modo che la odano appena i funzionari sotto di lei, sarà sufficiente; no, non occorre affatto che sia lei a parlare della scarsa assistenza di pubblico all'esecuzione, della ruota che cigola, delle cinghie strappate, del feltro ripugnante, macché, a tutto il resto ci penso io; e, mi creda, se il mio discorso non farà fuggire il comandante dalla sala, lo piegherà in ginocchio: "Vecchio comandante," dovrà dire, "m'inchino a te." Ecco qual è il mio progetto: vuole aiutarmi a realizzarlo? Ma si capisce che lo vuole; lo deve, anzi.» E l'ufficiale strinse entrambe le braccia del viaggiatore, e lo fissò gravemente negli occhi. Aveva gridato così forte le ultime frasi, che anche il soldato e il condannato si erano fatti attenti; sebbene non capissero una parola, smisero di mangiare e, con la bocca piena di cibo, guardarono il viaggiatore.
Costui non aveva mai nutrito il menomo dubbio sul come rispondere: troppo vasta era la sua esperienza della vita perché, in questo caso, potesse esitare, ed in fondo era un uomo leale e senza paura. Ciononostante, al vedere il soldato e il condannato, ebbe un attimo d'incertezza; ma poi, com'era suo dovere, rispose: «No.» L'ufficiale sbatté più volte le palpebre, pur continuando a fissarlo. «Desidera una spiegazione?» domandò il viaggiatore; l'ufficiale, muto, assentì. «Sono contrario a questa procedura,» dichiarò l'altro senza ambagi; «già prima che lei mi scegliesse a confidente (e stia certo che in nessun caso abuserò della sua fiducia) mi ero chiesto se mi sarebbe stato lecito oppormi ad essa, e se tale mia opposizione avrebbe avuto una sia pur minima speranza di successo. Fin d'allora era chiaro per me che la prima persona che avrei dovuto avvicinare a questo scopo era il comandante; lei non ha fatto che confermarmelo. Non che ciò abbia contribuito a rafforzare la mia decisione; al contrario, la sua sincera convinzione mi commuove, anche se non mi può indurre in errore.»
L'ufficiale non disse parola; si voltò verso la macchina, afferrò una delle stanghe di metallo, poi, piegandosi un po' indietro, guardò in su verso il tracciatore, come per accertarsi che tutto fosse in ordine. Il soldato e il condannato sembravano aver stretto amicizia; il condannato, nonostante le cinghie che lo legavano strettamente, riuscì a fare un cenno al soldato, il quale si chinò verso di lui; l'altro gli sussurrò qualcosa, e il soldato annuì col capo.
Il viaggiatore raggiunse l'ufficiale: «Non le ho ancora detto,» proseguì, «che cosa ho in animo di fare. Esporrò al comandante la mia opinione sulla procedura, ma non in una riunione, bensì da solo a solo, e prima che possano convocarmi a qualsiasi riunione, me ne andrò via di qui. Ripartirò, o meglio m'imbarcherò, domattina stessa.»
L'ufficiale non parve nemmeno aver udito. «La procedura, dunque, non l'ha convinta,» disse tra i denti, e sorrise come un vecchio sorriderebbe alle sciocchezze di un bimbo, seguendo il corso dei suoi pensieri dietro il sorriso.
«È tempo, allora,» disse infine, e tutt'a un tratto diresse verso il viaggiatore uno sguardo lucido, in cui pareva vibrare come un invito, un appello.
«Tempo di che?» domandò inquieto il viaggiatore, ma non ebbe risposta.
«Sei libero,» disse l'ufficiale al condannato nella sua lingua. Quest'ultimo dapprima non gli credette. «Ti ho detto che sei libero,» ripeté l'ufficiale; e per la prima volta un raggio di vera vita illuminò il volto del condannato. Era la verità? O era solo un capriccio dell'ufficiale, una cosa del momento? Quello straniero gli aveva ottenuto grazia? Che stava accadendo? Tutte queste domande si succedettero sul suo viso; ma non durò a lungo. Comunque fosse, voleva essere libero, dato che gli concedevano la libertà; e cominciò a scuotersi, per quanto spazio gli lasciava l'erpice.
«Mi strappi le cinghie!» gridò l'ufficiale. «Sta' fermo, adesso le slacciamo.» E, fatto un cenno al soldato, si pose con lui al lavoro. Il condannato rideva tra sé di un lieve riso muto, ed ogni tanto volgeva il capo all'ufficiale, che stava alla sua destra, o al soldato che stava alla sua sinistra, senza trascurare neppure lo straniero.
«Tiralo giù,» ordinò l'ufficiale al soldato. L'erpice intralciava alquanto: bisognò fare un po' attenzione. Il condannato era tanto impaziente che si era già prodotto qualche scorticatura alla schiena.
Da quel momento in avanti l'ufficiale non si curò più di lui. Si avvicinò al viaggiatore, aprì nuovamente la sua cartellina di cuoio, vi frugò dentro, trovò finalmente la carta che cercava e la mostrò all'altro. «Legga,» disse. «Non ci riesco,» rispose il viaggiatore; «le ho già detto che non riesco a decifrare questi fogli.» «Via, lo guardi bene,» insisté l'ufficiale, e gli si fece accosto per leggere con lui; ma anche questo non servì a nulla, ed egli, tenendo il dito molto in alto, come se neppure potesse pensare di toccar la carta, ritracciò la scritta segnata sul foglio, in modo da facilitarne la lettura al viaggiatore. Questi pure si sforzava di capire, per dare almeno così soddisfazione all'ufficiale; ma gli era proprio impossibile. Allora l'ufficiale cominciò a compitare la massima, quindi la rilesse tutt'intera. «Vi sta scritto: sii giusto! Riesce adesso a leggerlo, o no?» Il viaggiatore chinò il capo tanto basso sul foglio, che l'ufficiale, temendo lo toccasse, lo allontanò ancora di un poco; il viaggiatore non parlava, ma si vedeva benissimo che non ce la faceva a leggere. «Sta scritto: sii giusto!» ripeté l'ufficiale. «Può darsi,» rispose l'altro, «ci credo senz'altro.» «Bene,» fece l'ufficiale, soddisfatto almeno in parte, e salì la scala col foglio in mano, lo depose accuratamente nel tracciatore e rimaneggiò completamente, a quanto parve, il congegno a ruote dentate: era un lavoro assai faticoso, tanto più che si doveva trattare di ruote piccolissime; a volte la testa dell'ufficiale scompariva per intero dentro il tracciatore, tanta era l'esattezza con cui doveva preparare il meccanismo.
Dal basso il viaggiatore seguiva quel lavoro con minuziosa attenzione: si sentiva il collo rigido e la luce solare che invadeva il cielo gl'indolenziva gli occhi. Il soldato e il condannato non si occupavano che dei fatti loro. La camicia e le mutande del condannato, che già erano nella fossa, vennero tirate su dal soldato con la punta della baionetta. La camicia era orribilmente sudicia; il condannato la lavò nel secchio pieno d'acqua. Quando poi indossò i due indumenti, tanto lui che il soldato scoppiarono a ridere, vedendo che erano squarciati sul didietro. Forse il condannato si sentiva in obbligo di tenere allegro l'altro, fatto sta che girava in tondo davanti a lui nelle sue vesti lacere; il soldato, rannicchiato a terra, rideva picchiandosi le ginocchia. Tuttavia cercavano di contenersi, per riguardo alla presenza dei due signori.
Quando l'ufficiale, in cima alla scala, ebbe finito di lavorare, esaminò ancora una volta, sorridendo, ogni parte dell'insieme; poi richiuse il coperchio del tracciatore che finora era rimasto aperto, discese, guardò nella fossa, si assicurò in breve, con un'occhiata al condannato, che questi avesse ripreso le sue vesti, si diresse al secchio per lavarsi le mani, troppo tardi notò la ripugnante sporcizia dell'acqua e, pieno di tristezza per l'impossibilità di lavarle, le immerse entrambe nella sabbia - era un ripiego che non gli bastava, ma doveva acconciarsi -, infine si alzò e cominciò a sbottonarsi l'uniforme. Ciò facendo, gli vennero presto tra le mani i due fazzolettini da signora che si era cacciato dietro il colletto. «To', prenditi i tuoi fazzoletti,» disse al condannato, e glieli gettò. «Glieli avevano regalati le signore,» aggiunse a mo' di spiegazione, rivolto all'ospite.
Si tolse l'uniforme e poi prese a spogliarsi del tutto. Malgrado l'evidente fretta con cui compiva queste operazioni, trattava ogni parte del suo vestiario con molta cura: tanto che lisciò perfino con le dita gli alamari d'argento della sua giubba, e riassestò un fiocchetto. Con tutta questa diligenza, in verità, pareva stonare il fatto che, non appena smetteva di occuparsi di un capo, subito lo gettava nella fossa con un gesto d'ira. Alla fine non gli rimase più in mano che lo spadino appeso alle cinghie. Tolse l'arma dal fodero e la spezzò; poi, fatto un sol fascio dei pezzi dello spadino, del fodero e delle cinghie, li gettò via con tal violenza, che giù nella fossa risuonò un tintinnio.
Era nudo, ormai. Il viaggiatore, taciturno, si mordeva le labbra. Sapeva bene cosa stava per avvenire, ma non aveva diritto di porre all'ufficiale alcun divieto. Se la procedura giudiziaria di cui questi era convinto, era realmente così presso ad essere abolita - forse proprio per il suo intervento, che d'altronde riteneva doveroso -, ciò che l'ufficiale si preparava a fare era assolutamente giusto: egli stesso, al suo posto, non avrebbe agito altrimenti.
Il soldato e il condannato per un po' di tempo non capirono nulla e non prestarono nemmeno attenzione. Il condannato era molto contento di aver riavuto i fazzolettini, ma la sua soddisfazione non durò a lungo, poiché il soldato, con una mossa rapida quanto inaspettata, glieli portò via e se li ficcò sotto la cintura. Il condannato tentò più volte di riacchiapparli, ma l'altro non si lasciava sorprendere; tra i due scoppiò un litigio semischerzoso. Solo quando l'ufficiale fu interamente svestito, si fecero attenti. Il condannato in special modo sembrava colto dal presagio di chissà quale rivolgimento. Ciò che era toccato a lui, toccava ora all'ufficiale; e forse quel destino doveva compiersi fino in fondo. Era un ordine che probabilmente era venuto da quel viaggiatore straniero. La sua vendetta, dunque: una vendetta totale, anche se per lui la sofferenza non era stata totale. Sul suo volto apparve un largo riso silenzioso, che non si spense più.
Intanto l'ufficiale si era appressato alla macchina. Se già prima la sua competenza dei meccanismi era stata evidente, la sicurezza con cui ora maneggiava l'apparecchio, e il modo in cui esso gli ubbidiva, avevano dell'incredibile. Gli bastò avvicinare una mano all'erpice perché questo si sollevasse e si abbassasse a più riprese, finché non ebbe assunto la posizione giusta per riceverlo; non ebbe che da aggrapparsi all'orlo del letto, e questo cominciò subito a vibrare; il tappo di feltro parve muovere incontro alla sua bocca: si vide nell'ufficiale destarsi la ripugnanza, ma fu solo un attimo, si vinse e lo imboccò. Tutto era pronto, solo le cinghie penzolavano ancora ai lati; ma evidentemente non servivano, non c'era bisogno di legare l'ufficiale al letto. In quel momento il condannato si avvide delle cinghie, gli parve che senza di esse l'esecuzione non sarebbe stata completa, e, fatto un cenno rapido al soldato, corse insieme a lui ad allacciarle. L'ufficiale aveva già allungato un piede per spingere il volano che doveva mettere in moto il disegnatore, ma quando vide i due uomini accanto a lui, ritirò il piede e lasciò che lo legassero. Adesso però non arrivava più col piede al volano, e né il soldato, né il condannato sarebbero stati capaci di trovarlo; quanto al viaggiatore, era deciso a non muoversi. Ma non fu necessario. Appena strette le cinghie, la macchina prese subito a funzionare: il letto tremava, gli aghi danzavano sulla pelle, l'erpice andava su e giù. Il viaggiatore, dopo esser rimasto qualche istante immobile a guardare, si ricordò che avrebbe dovuto sentire il cigolio di una ruota dello strumento; invece tutto era silenzio, non si udiva il minimo fruscio.
La macchina, lavorando così muta, si sottraeva letteralmente ad ogni attenzione. Il viaggiatore guardò i due uomini che stavano presso l'apparecchio. Il condannato era il più vivace: tutto, nella macchina, suscitava il suo interesse, a volte si chinava, a volte si tirava su, aveva sempre un indice teso per mostrare qualcosa al soldato. Il viaggiatore ne ebbe un'impressione sgradevole. Aveva deciso di restare fino all'ultimo, ma non si sentiva di sopportare a lungo la vicinanza dei due. " Andate a casa," disse. Il soldato forse non avrebbe avuto nulla in contrario, ma al condannato quell'ordine parve un castigo: a mani giunte, con voce lagrimosa, implorò di essere lasciato lì, e poiché il viaggiatore, scuotendo il capo, mostrava di non voler acconsentire, si mise perfino in ginocchio. Il viaggiatore, resosi conto che i suoi ordini erano inefficaci, era in procinto di andare verso i due per spingerli via, quando udì un fruscio provenire dal tracciatore. Guardò in su, pensando che la ruota ricominciasse a cigolare; ma era qualcosa d'altro. Lentamente il coperchio del tracciatore si schiuse, poi si spalancò del tutto. Si videro affacciarsi e alzarsi i denti d'una ruota, alla fine apparve la ruota intera: era come se una gran forza sconosciuta comprimesse il meccanismo, sicché la ruota non vi trovasse più posto; girò fino a raggiungere l'orlo del tracciatore, piombò giù, rotolò diritta per un certo tratto nella sabbia e infine si adagiò a terra. Ma già ne spuntava fuori un'altra, tante altre, grandi, piccole, quasi impercettibili e per tutte era lo stesso, pareva che ormai il tracciatore dovesse esser vuoto e invece appariva un nuovo fittissimo gruppo di congegni: saliva, cadeva, rotolava nella sabbia e si posava. Assorbito da quello spettacolo, e dimenticando l'ordine del viaggiatore, il condannato stava a guardare come incantato gli ingranaggi: cercava sempre di acchiappare una ruota, gridava al soldato di aiutarlo, ma poi ritirava subito la mano, spaventato da un'altra ruota che sopravveniva girando.
Il viaggiatore invece era molto inquieto: la macchina stava sfasciandosi, non c'era dubbio; quel suo ritmo tranquillo era un'illusione; gli sembrava che ora avrebbe dovuto occuparsi del l'ufficiale, dato che questi non era più in grado di provvedere a se stesso. Ma la sua attenzione essendo rimasta interamente attratta dalla caduta delle ruote, non gli era venuto in mente di osservare la macchina; tutt'a un tratto, dopo che l'ultima ruota era uscita dal tracciatore, chinandosi sull'erpice ebbe una nuova e più brutta sorpresa: l'erpice non scriveva più, trafiggeva soltanto, e il letto non rovesciava più il corpo, lo innalzava semplicemente verso gli aculei. Il viaggiatore volle intervenire per arrestare, se possibile, il funzionamento dell'apparecchio: quella non era più una tortura come l'intendeva l'ufficiale, era un vero e proprio assassinio. Ma in quel momento l'erpice, con il corpo infilzato, si spostò lateralmente, come di regola avrebbe dovuto fare solo alla dodicesima ora; il sangue scorreva in mille rivoli, non commisto ad acqua, poiché anche nelle minuscole condutture s'era prodotto un guasto. Ed ecco verificarsi il guasto massimo: il corpo non si staccava più dagli aghi, grondava sangue e stava sospeso sopra la fossa senza cadervi. L'erpice tendeva bensì a riprendere la posizione primitiva, ma, quasi si accorgesse di non aver scaricato il suo fardello, rimaneva sopra la fossa. «Aiutatemi!» gridò il viaggiatore al soldato e al condannato, ed afferrò i piedi dell'ufficiale: si proponeva di far forza sui piedi, mentre gli altri due avrebbero dovuto prenderlo per la testa; in tal modo sarebbero riusciti a liberarlo pian piano dagli aghi. Ma quelli non se ne diedero per intesi, anzi il condannato voltò deciso le spalle; il viaggiatore dovette andare fin da loro e costringerli con la forza a prendere la testa del cadavere. Ciò facendo, lo guardò quasi contro voglia in viso: era esattamente come appariva in vita. Nessun segno della promessa redenzione era percepibile; quello che la macchina aveva dato a tutti gli altri, l'ufficiale non l'aveva trovato. Le labbra erano serrate, negli occhi, aperti, era l'espressione della vita, lo sguardo era calmo e convinto, la fronte era trapassata dalla punta del grande aculeo di ferro.
Quando il viaggiatore, seguito dal soldato e dal condannato, raggiunse le prime case della colonia, il soldato ne indicò una e disse: «Quello lì è il caffè.»
Era un locale a piano terreno di una casa: profondo, basso, simile ad una caverna, annerito dal fumo sulle pareti e sul soffitto, aperto verso la strada per tutta la larghezza. Benché si distinguesse poco dalle altre case della colonia, che, ad eccezione dei vasti edifici del comando, erano tutte assai malandate, quel caffè destò nel viaggiatore l'impressione di una reliquia storica; davanti ad esso sentì la potenza dei tempi andati. Si fece più vicino, passò, seguito dai suoi accompagnatori, in mezzo ai tavolini vuoti che occupavano la fronte sulla strada, e respirò l'aria fresca e odorosa di muffa che proveniva dall'interno. «Il vecchio è sepolto qui,» disse il soldato; «il parroco gli ha negato un posto al cimitero. Per un po' di tempo non han saputo dove metterlo; alla fine hanno deciso di seppellirlo qui. Questo l'ufficiale di sicuro non gliel'ha detto, perché lui se n'è vergognato più di chiunque altro. Ha anche tentato qualche volta di venire a disseppellirlo di notte, ma l'han sempre cacciato via.» «Dov'è la tomba?» domandò il viaggiatore, incredulo a tale racconto. Subito gli altri due, il soldato e il condannato, gli corsero innanzi e, tendendo le mani, gli mostrarono il punto in cui doveva trovarsi la tomba. Lo condussero fino alla parete di fondo: lì, intorno ai tavoli, sedevano dei clienti, probabilmente dei portuali, uomini nerboruti dalle corte barbe di un nero lucido; tutti erano senza giacca e vestivano camicie lacere, avevano l'aria di gente povera e umiliata. Quando il viaggiatore si avvicinò, alcuni si alzarono e lo guardarono, addossandosi alla parete. «È uno straniero,» si sentiva mormorare, «vuol vedere la tomba.» Scostarono un tavolo sotto il quale effettivamente c'era una lapide mortuaria: una pietra semplice, abbastanza bassa perché un tavolo la potesse nascondere. Portava un'iscrizione a caratteri molto minuti, tanto che il viaggiatore, per leggerla, fu costretto ad inginocchiarsi. V'era scritto: «Qui giace il vecchio comandante. I suoi seguaci, che ora non possono portare un nome, gli hanno scavato la tomba e posto questa lapide. Una profezia dice che dopo un certo numero d'anni il comandante risorgerà e da questa casa guiderà i suoi seguaci alla riconquista della colonia. Abbiate fede e attendete!» Letta l'iscrizione, il viaggiatore si rialzò e, guardandosi intorno, vide gli uomini che, in piedi, sorridevano, come se avessero letta la scritta con lui, l'avessero giudicata ridicola e lo invitassero a condividere quel loro giudizio. Egli finse di non accorgersi di nulla, distribuì alcune monete, aspettò che il tavolo fosse nuovamente collocato accanto alla parete, uscì dal caffè e si diresse al porto.
Il soldato e il condannato avevano incontrato dei conoscenti al caffè ed erano rimasti con loro. Ben presto, però, dovevano averli lasciati in asso: infatti il viaggiatore si trovava solo a metà della lunga scala che conduceva alle navi, quando vide che lo rincorrevano, probabilmente con l'intenzione di costringerlo, all'ultimo minuto, a prenderli con sé. Mentre, giunto in basso, egli discuteva con un barcaiolo il prezzo per essere trasportato al piroscafo, i due scendevano a precipizio la scala, in silenzio, poiché non si attentavano a gridare. Ma quando arrivarono giù, il viaggiatore era già a bordo della barca e il marinaio stava staccandosi da riva. Avrebbero ancora fatto in tempo a saltare nell'imbarcazione, ma il viaggiatore, raccolta sul fondo una gomena grossa e nodosa, fece alla loro volta un gesto di minaccia, che li dissuase dallo spiccare il balzo.


125 La metamorfosi (di Franz Kafka)



Nelle sue opere Kafka ha descritto un uomo schiacciato da meccanismi incomprensibili, soggetto a logiche e leggi che non riesce a capire e che gli danno soltanto la consapevolezza della solitudine e assurdità della vita. Ma Kafka non si rassegna ad accettare questa situazione come immutabile: i suoi personaggi non accettano la realtà e cercano fino alla fine di raggiungere i loro scopi, che sono soprattutto il tentativo di un rapporto pieno con il mondo che li circonda, il desiderio di realizzarsi in una dimensione di autenticità con gli altri. Succede così anche per Gregorio Samsa, il protagonista di questo racconto (pubblicato nel 1916): svegliatosi un mattino trasformato in un orribile scarafaggio, egli cerca – anche se inutilmente – di uscire dalla prigione del suo corpo animale e di avviare un rapporto di comunicazione coi suoi familiari. Nel racconto è esplicito un dato autobiografico assai importante per lo scrittore: la situazione conflittuale con il padre, illustrata nella famosa Lettera al padre.

Gregorio Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi.
“Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. La sua camera, una vera camera per esseri umani, anche se un po’ piccola, stava ben ferma e tranquilla tra le sue quattro note pareti. Sopra il tavolo, su cui era sparso un campionario di tessuti - Samsa era commesso viaggiatore - era appesa un’immagine ritagliata non molto tempo prima da una rivista illustrata e collocata in una graziosa cornice dorata. Raffigurava una donna che, in boa e berretto di pelle, sedeva ben dritta con il busto, alzando verso l’osservatore un pesante manicotto di pelliccia in cui scompariva tutto l’avambraccio.
Lo sguardo di Gregorio passò allora alla finestra, e il cielo coperto - si udivano gocce di pioggia picchiettare sulla lamiera del davanzale - finì d’immalinconirlo. “Se dormissi ancora un po’ e dimenticassi tutte queste sciocchezze?” pensò; ma la cosa era impossibile perché, abituato a dormire sul fianco destro, e nello stato in cui si trovava, non poteva assumere quella posizione. Per quanta forza impiegasse nel cercare di buttarsi sulla destra, ricadeva sempre sul dorso. Provò cento volte, chiuse gli occhi per non vedere le zampine annaspanti e smise solo quando cominciò a sentire sul fianco un dolore leggero, sordo, mai provato prima.
“Dio mio!” pensò, “che professione faticosa mi sono scelta! Tutti i santi giorni in viaggio. Le preoccupazioni sono maggiori di quando lavoravamo in proprio, e in più c’è il tormento del viaggiare: l’affanno delle coincidenze, i pasti irregolari, cattivi, i rapporti con gli uomini sempre mutevoli, instabili, che non arrivano mai a diventare duraturi, cordiali. Vada tutto al diavolo!” Sentì un lieve prurito sul ventre; restando supino si tirò adagio verso il capezzale, per poter alzare meglio la testa, e trovò il punto che prudeva coperto da macchioline bianche che lo lasciarono perplesso; provò a sfiorare il punto con una zampa, ma la ritirò subito, perché il contatto gli provocò un brivido. Scivolò di nuovo nella posizione di prima. “Queste alzatacce”, pensò, “finiscono col rimbecillire. L’uomo deve avere il suo sonno. Certi colleghi vivono come le donne di un harem. Se una mattina mi succede, per esempio, di rientrare in albergo per trascrivere le commissioni ricevute, quei signori si sono appena seduti per la prima colazione. Ci provassi io, col mio principale: che volo farei! D’altra parte, chissà se non sarebbe una fortuna. Non fosse per i genitori, mi sarei licenziato da un pezzo, sarei andato dal principale e gli avrei detto quello che penso dalla a alla zeta! Sarebbe dovuto cadere dallo scrittoio! Che strano modo, poi, di sedere sullo scrittoio e parlare da lì agli impiegati, specie se si considera che, sordo com’è, quelli devono andargli proprio sotto il naso. Ma non è detta l’ultima parola: appena avrò messo da parte tanto denaro da pagargli il debito dei miei genitori - forse occorrono ancora cinque o sei anni – lo farò senz’altro. Allora ci sarà il grande distacco. Ma intanto mi devo alzare, il treno parte alle cinque”.
Diede un’occhiata alla sveglia, che ticchettava sul cassettone. “Dio del cielo!” pensò. Erano le sei e mezzo, e le lancette proseguivano tranquillamente il loro cammino, anzi la mezza era già passata, erano ormai i tre quarti. Che la sveglia non avesse suonato? Dal letto si vedeva che era stata messa regolarmente sulle quattro; aveva senza dubbio suonato: possibile che avesse continuato a dormire con quel suono che scuoteva i mobili? Non aveva avuto un sonno tranquillo, ma forse per questo aveva dormito più pesantemente. Che avrebbe fatto? Il treno successivo partiva alle sette; per riuscire a prenderlo, avrebbe dovuto correre come un matto, e il campionario non era ancora pronto, mentre lui, poi, non si sentiva troppo fresco e in forze. E anche se fosse riuscito a prendere il treno, un rimprovero del principale era ormai inevitabile: il fattorino lo aveva aspettato al treno delle cinque e da un pezzo doveva avere riferito sulla sua assenza. Era una creatura del principale, senza volontà né cervello. E se si fosse dato malato? Sarebbe stato molto penoso e sospetto, perché in cinque anni di servizio non era ancora stato malato nemmeno una volta. Il principale sarebbe venuto con il medico fiscale, avrebbe rimproverato ai genitori la pigrizia del figlio e tagliato corto a tutte le obiezioni, rimettendosi al medico, per il quale, come si sa, esistono solo individui sanissimi, ma poltroni. E nel suo caso avrebbe poi avuto tutti i torti? Non fosse stato per una certa sonnolenza, inspiegabile dopo un riposo così lungo, Gregorio si sentiva proprio bene, provava perfino un ottimo appetito.
Mentre pensava rapidamente a tutto questo, senza potersi decidere a lasciare il letto, la sveglia suonò le sei e tre quarti. Nello stesso tempo, qualcuno picchiò con cautela alla porta vicino al capezzale. “Gregorio!” chiamava una voce, quella della mamma. “Sono le sei e tre quarti. Non volevi partire?”
La voce soave! Gregorio si spaventò quando udì la propria risposta. La voce, senza dubbio, era la sua di prima: ma a essa si mischiava un pigolio lamentoso, incontenibile, che lasciava capire le parole solo in un primo momento, ma subito ne alterava i suoni a un punto tale, da far dubitare di aver inteso bene.
Gregorio avrebbe voluto dare una lunga risposta e spiegare tutto, ma in quelle condizioni si limitò a dire: “Sì, sì, grazie, mamma, mi sto già alzando”. Attraverso la porta, la voce non dovette sembrare diversa dal solito, poiché la mamma fu tranquillizzata dalla spiegazione e si allontanò ciabattando. Ma quel breve dialogo aveva rivelato anche agli altri membri della famiglia che Gregorio, fatto insolito, era ancora in casa. Infatti ecco il padre picchiare piano, ma col pugno, a una delle porte laterali.
“Gregorio, Gregorio!” gridò. “Che c’è?” E dopo un po’ lo ripeté, con voce più bassa: “Gregorio, Gregorio!” Attraverso l’altra porta laterale, la sorella chiese piano: “Gregorio, non ti senti bene? Hai bisogno di qualcosa?” Gregorio rispose a entrambi: “Sono pronto!” sforzandosi di rendere la voce normale con un’attenta pronuncia e lunghe pause tra una parola e l’altra. Il padre tornò alla sua colazione, ma la sorella sussurrò: “Gregorio, apri, ti scongiuro!” Gregorio non ci pensò nemmeno, ad aprire, e si rallegrò anzi dell’abitudine, presa durante i suoi viaggi, di chiudersi la notte in camera anche a casa.
Voleva alzarsi tranquillo e indisturbato, vestirsi, soprattutto far colazione, e poi pensare al resto, perché si rendeva conto che, se fosse rimasto a meditare a letto, non sarebbe mai arrivato a una conclusione ragionevole. Si ricordò che altre volte aveva sentito, a letto, un lieve dolore, forse causato da una posizione scomoda, che poi, appena alzato, si era rivelato immaginario; e ora era curioso di vedere come le fantasie della mattina si sarebbero a poco a poco dileguate. Era convinto che il cambiamento di voce fosse solo il preavviso di un forte raffreddore, malattia professionale dei commessi viaggiatori. Buttar via la coperta fu cosa da nulla: gli bastò gonfiarsi un po’ e cadde da sola. Ma dopo cominciarono le difficoltà, specialmente perché era così grosso. Avrebbe avuto bisogno di braccia e di mani, per alzarsi; invece aveva solo tutte quelle zampine in continuo movimento che non riusciva a dominare. Se provava a piegarne una, gli capitava, al contrario, di allungarla; quando riusciva infine a fare con essa ciò che voleva, le altre, quasi fossero senza controllo, si muovevano con un’altissima e dolorosa intensità. “Via, via, inutile restare a letto!” si disse Gregorio.
Dapprima cercò di uscire dal letto con la parte inferiore del corpo, ma essa, che non aveva ancora visto e che non immaginava bene, era troppo difficile da muovere. Esasperato per la lentezza dell’operazione, raccolse le forze e si slanciò in avanti, ma, avendo calcolato male la distanza, picchiò contro il fondo del letto. Un dolore cocente gli insegnò che la parte inferiore del corpo era, per adesso, la più sensibile. Cercò allora di portar fuori prima il tronco, e girò prudentemente la testa verso l’orlo del letto. La manovra riuscì e la massa del corpo, nonostante la mole e il peso, accompagnò lentamente il movimento della testa. Quando però la sporse fuori dal letto, ebbe paura a spingersi ancora avanti: se fosse caduto così, infatti, si sarebbe fracassato la testa, a meno di un miracolo. In quel momento, non voleva proprio perdere il controllo di sé; preferiva piuttosto restare a letto. Ma quando, dopo altrettanta fatica, si ritrovò ansimante nella posizione di partenza e vide le zampine agitarsi le une contro le altre in modo, se possibile, ancor più rabbioso, dinanzi all’impossibilità di mettere ordine e calma in quella confusione si disse ancora una volta che non poteva assolutamente restare a letto e che la soluzione più ragionevole era sacrificare ogni cosa alla speranza, sia pur minima, di alzarsi. Al contempo si disse che una calma, tranquilla riflessione era meglio di una decisione disperata. In quei momenti, di solito, gli capitava di fissare la finestra, ma questa volta la foschia mattutina, che nascondeva perfino le case all’altro lato della stretta strada, poté ben poco sul suo umore. “Già le sette”, si disse a un nuovo segnale della sveglia, “già le sette e ancora una nebbia così”. Per un po’ rimase immobile, respirando appena, come se aspettasse dall’immobilità assoluta il ritorno alla vita normale.
Ma poi si disse: “Prima delle sette e un quarto, devo aver lasciato il letto a ogni costo. Nel frattempo, sarà di certo venuto qualcuno della ditta a chiedere notizie, perché aprono prima delle sette. Si accinse a buttarsi fuori del letto d’un colpo solo, con tutto il corpo. Se si lasciava cadere in quel modo, la testa, che nella caduta avrebbe cercato di tenere sollevata, sarebbe rimasta illesa. La schiena pareva dura: cadendo sul tappeto, non le sarebbe successo niente. Soprattutto temeva il rumore che avrebbe prodotto, l’apprensione, se non lo spavento, che avrebbe destato dietro le porte. Ma bisognava correre questo rischio.
Quando Gregorio ebbe una metà del corpo fuori del letto - il nuovo sistema era più un gioco che una fatica, bastava dondolarsi con piccole scosse - pensò quanto tutto sarebbe stato semplice se qualcuno lo avesse aiutato. Due persone robuste come il padre e la domestica sarebbero bastate; passate le braccia sotto la sua schiena arcuata, così da farlo sgusciare dal letto, bastava che si fossero chinati con il carico e avessero aspettato, tranquilli, che lui si rovesciasse sul pavimento, dove le zampine, c’era da sperare, si sarebbero dimostrate utili. Ma a parte il fatto che le porte erano chiuse, avrebbe fatto bene a chiedere aiuto? A questo pensiero, nonostante le difficoltà, non poté trattenere un sorriso.
La sua manovra era tanto avanzata, che con un’oscillazione più energica avrebbe definitivamente perso l’equilibrio; doveva dunque decidersi, perché entro cinque minuti sarebbe scaduto il quarto. In quel momento suonò il campanello d’ingresso. “È qualcuno della ditta”, si disse; e si sentì agghiacciare, mentre le zampine ballavano ancora più velocemente. Per un momento non si udì niente. “Non aprono” si disse Gregorio, in preda a una speranza irragionevole. Poi, come sempre, naturalmente, la domestica andò con il suo passo pesante alla porta e aprì. A Gregorio bastò sentire la prima parola di saluto del visitatore, per capire chi era: il procuratore in persona. Ma perché Gregorio era condannato a lavorare in una ditta dove la minima mancanza faceva nascere i più gravi sospetti? Gli impiegati erano dunque tutti mascalzoni? Non poteva esserci tra loro una persona fidata, devota, che, per aver sottratto qualche ora alla ditta, impazziva dal rimorso, fino a non esser più in grado di alzarsi dal letto? Non bastava mandare un garzone, se era indispensabile mandare qualcuno; doveva venire il procuratore in persona, per mostrare a tutta la famiglia, che era assolutamente innocente, che le indagini su un caso tanto sospetto potevano venire affidate solo alla sua intelligenza? Più per l’agitazione in cui questi pensieri lo avevano messo che di proposito, Gregorio si slanciò, con tutte le forze, fuori dal letto. Il tonfo fu sonoro, ma non quanto temeva. Il tappeto aveva attutito la caduta, e la schiena era più elastica di quanto Gregorio pensava. Non aveva però sollevato abbastanza la testa, che aveva picchiato sul pavimento. Pieno di stizza e di dolore, la girò e la strofinò sul tappeto.
“Là dentro è caduto qualcosa” disse il procuratore nella camera di sinistra. Gregorio si chiese se un giorno non sarebbe potuto capitare anche al procuratore, quello che stava accadendo a lui; in sé, la cosa poteva essere anche possibile. Ma quasi per ribattere duramente a questa ipotesi, nella stanza vicina il procuratore fece alcuni passi risoluti, facendo scricchiolare le scarpe di vernice. Dalla camera di destra, la sorella sussurrò per avvertire Gregorio: “Gregorio, c’è il procuratore!” “Lo so”, mormorò Gregorio, senza tuttavia alzare la voce tanto da farsi udire dalla sorella.
Gregorio”, disse il padre dalla stanza di sinistra, “il signor procuratore è venuto a sentire perché non sei partito con il treno dell’alba. Noi non sappiamo cosa dirgli, del resto vuol parlare personalmente con te. Apri la porta, avrà certo la bontà di scusare il disordine della camera”.
“Buon giorno, signor Samsa!” lo interruppe in tono cordiale il procuratore.
“Non sta bene!” diceva la madre al procuratore, mentre il padre continuava a parlare accanto alla porta. “Mi creda, signor procuratore, non sta bene! Altrimenti, come avrebbe potuto perdere il treno? Quel ragazzo pensa solo alla ditta. Quasi mi arrabbio, a vedere che la sera non esce mai; è in città da otto giorni, ed è rimasto sempre a casa. Siede a tavola con noi e legge tranquillo il giornale o studia l’orario ferroviario. Per distrarsi, gli bastano i suoi lavori d’intaglio. In due o tre sere, per esempio, ha intagliato una piccola cornice: rimarrà meravigliato nel vedere com’è graziosa; è appesa in camera, la vedrà non appena Gregorio avrà aperto. Del resto sono contenta che lei sia qui, signor procuratore: da soli non saremmo riusciti a convincere Gregorio ad aprire, è così testardo, e di sicuro non sta bene, anche se stamattina presto lo ha negato”.
“Vengo” disse Gregorio, lento e circospetto; ma non si mosse, per non perdere una parola del dialogo.
“Neanch’io, signora, posso spiegarmi la cosa in altro modo” disse il procuratore. “Speriamo non sia niente di grave. D’altra parte debbo dire che noi, uomini d’affari, per nostra fortuna o disgrazia, come si vuole, dobbiamo spesso passar sopra a un leggero malessere, per seguire le nostre faccende”.
“Allora, può entrare il signor procuratore?” disse il padre, impaziente, picchiando ancora alla porta. “No”, disse Gregorio. Nella stanza di sinistra subentrò un silenzio penoso, in quella di destra la sorella cominciò a singhiozzare.
Perché la sorella non andava con gli altri? Si era certo alzata in quel momento e non aveva cominciato a vestirsi. E perché piangeva? Perché lui non si alzava e non faceva entrare il procuratore, perché rischiava di perdere il posto, perché in questo caso il principale avrebbe ripreso a perseguitare i genitori con i vecchi crediti? Per ora queste preoccupazioni erano davvero fuori luogo. Gregorio era sempre lì e non pensava affatto di abbandonare la famiglia. Giaceva sul tappeto e nessuno, vedendolo in quella condizione, avrebbe potuto pretendere sul serio che facesse entrare il procuratore. Non potevano licenziarlo in tronco per una piccola scortesia, che si sarebbe potuta facilmente giustificare in seguito. Gregorio pensò che sarebbe stato molto più ragionevole se lo avessero lasciato in pace, invece di disturbarlo con pianti e consigli. Ma si rese anche conto che si comportavano così perché non sapevano cosa pensare, e li scusò.
“Signor Samsa!” disse il procuratore, alzando la voce. “Che succede dunque? Si barrica nella stanza, risponde soltanto con dei sì e dei no, procura ai suoi genitori grosse, inutili preoccupazioni e trascura, sia detto di sfuggita, i suoi doveri professionali in maniera veramente inaudita. Le parlo in nome dei suoi genitori e del suo principale, la prego formalmente di rispondere subito e chiaro. Sono molto, molto stupito. Credevo di conoscerla come un uomo tranquillo, ragionevole, e ora sembra improvvisamente che lei abbia intenzione di mettersi a fare lo stravagante. Il principale, stamattina, ha accennato a una spiegazione per la sua assenza, a un certo incasso consegnatole poco tempo fa, ma io ho dato la mia parola d’onore che tra i due fatti non c’è alcun rapporto. Però la sua ostinazione incomprensibile mi ha fatto passare la voglia di intercedere ancora per lei. Immagino saprà che la sua posizione non è molto solida. Avevo intenzione di raccontarle ogni cosa a quattr’occhi, ma poiché lei mi fa perdere tempo inutilmente, non capisco perché non debbano essere informati anche i suoi genitori. Il suo lavoro, in questi ultimi tempi, ha lasciato molto a desiderare. La stagione non è favorevole, d’accordo, ai grossi affari; ma non esiste una stagione in cui non se ne combina nessuno, signor Samsa, non deve esistere”.
“Signor procuratore!” gridò Gregorio fuori di sé, dimenticando, per l’agitazione, tutto il resto. “Apro immediatamente. Un leggero malessere, un po’ di vertigine, mi hanno impedito di alzarmi. Sono ancora a letto, ma sarò subito a posto. Mi alzo subito. Un momento di pazienza! Non sto ancora come speravo, ma va già meglio. Chi si aspettava una cosa simile, così all’improvviso? Ieri sera stavo benissimo, i miei genitori lo sanno; o, per essere precisi, proprio ieri sera sentii qualcosina. Mi si doveva vedere in viso. Perché non ho avvertito la ditta? Uno spera sempre che il malessere passi, senza bisogno di restare a casa. Signor procuratore! Abbia riguardo per i miei genitori. Tutti i rimproveri che lei mi ha fatto sono infondati: nessuno ne ha mai fatto parola con me. Forse non ha letto le ultime ordinazioni che ho spedito. Del resto, posso ancora partire col treno delle otto, qualche ora di riposo è bastata per rimettermi. Non si trattenga, signor procuratore, io stesso sarò sùbito in ditta, abbia la bontà di dirlo al principale, presentandogli i miei omaggi!”
Mentre buttava fuori a precipizio tutte queste parole senza sapere quello che diceva, Gregorio si era avvicinato agevolmente al cassettone grazie alla pratica fatta sul letto e cercava di drizzarsi appoggiandosi al mobile. Voleva aprire la porta, farsi vedere, parlare con il procuratore; era ansioso di sapere cosa avrebbero detto, vedendolo, quegli stessi che ora si affannavano tanto a cercarlo. Se si fossero spaventati, allora poteva stare tranquillo, era libero da ogni responsabilità. Se invece non avessero dato a vedere nulla, anche in questo caso non avrebbe avuto ragione di inquietarsi e, se faceva in fretta, poteva essere in stazione per le otto. Scivolò diverse volte contro la liscia superficie del mobile, poi, con un ultimo slancio, riuscì a raddrizzarsi: ai dolori all’addome non faceva più caso, per cocenti che fossero. Si lasciò andare contro la spalliera di una sedia vicina e a essa si aggrappò con le zampine. Ora aveva raggiunto il dominio di sé. Rimase, in silenzio, ad ascoltare il procuratore.
“Loro hanno capito qualcosa?” chiedeva il procuratore ai genitori.
“Non ci starà prendendo in giro?”
“Per amor di Dio!” gridò la madre tra le lacrime. “Forse sta malissimo e noi lo tormentiamo. Grete! Grete!” chiamò. “Sì, mamma”, rispose la sorella dall’altra parte; si parlavano attraverso la stanza di Gregorio. “Corri dal dottore. Gregorio sta male. Svelta, dal dottore. Hai sentito come parla?” “Era la voce di un animale” disse il procuratore, in tono singolarmente basso rispetto alle grida della madre. “Anna, Anna!” gridò il babbo, attraverso l’anticamera, in direzione della cucina, e batté le mani. “Vada subito a chiamare un fabbro!”
In un gran fruscio di gonne le due ragazze corsero attraverso l’anticamera - come aveva fatto la sorella a vestirsi così in fretta? - e aprirono la porta d’ingresso. Non udì richiuderla; dovevano averla lasciata aperta, come succede nelle case in cui è avvenuta una grave disgrazia. Gregorio, intanto, era molto più calmo. Dunque le sue parole non erano più comprensibili, sebbene a lui fossero parse abbastanza chiare, più chiare di prima, forse perché ci aveva fatto l’orecchio. Ma allora gli altri dovevano aver capito che qualcosa non andava, e lo avrebbero aiutato. La fermezza e la risolutezza con cui erano stati presi i primi provvedimenti gli avevano fatto bene. Si sentiva di nuovo compreso nella cerchia umana; dall’intervento del medico e del fabbro insieme, senza troppo distinguere, sperava imprevisti, meravigliosi risultati. Per avere una voce quanto più chiara possibile nelle prossime, decisive conversazioni, tossicchiò raschiandosi la gola, ma con discrezione, poiché era probabile - da solo non si sentiva di dirlo con certezza - che essa non suonasse come una tosse umana. Nella stanza accanto non si sentiva più niente. Forse i genitori erano seduti al tavolo col procuratore e parlavano sotto voce, forse stavano con l’orecchio incollato alla porta, in ascolto.
Pian pianino, Gregorio si spinse fino alla porta tenendosi aggrappato alla sedia. Abbandonata la sedia, si lasciò andare, dritto, contro la porta ― le estremità delle zampine erano leggermente vischiose ― e si concesse un attimo di riposo. Poi si mise a girare, con la bocca, la chiave nella toppa. Visto che purtroppo non aveva denti, come avrebbe potuto stringere la chiave? Gli venne in mente che disponeva di robustissime mascelle: con il loro aiuto riuscì a girare la chiave, senza accorgersi di essersi in qualche modo ferito se non quando dalla bocca un liquido scuro cominciò a colare sulla chiave gocciolando poi sul pavimento. “Sentite!” disse il procuratore nella stanza accanto. “Sta girando la chiave”. Queste parole furono, per Gregorio, di grande incoraggiamento, tutti avrebbero dovuto incitarlo, anche il babbo e la mamma: “Forza Gregorio!” avrebbero dovuto gridare: “Non mollare, dacci sotto con la serratura!” Gli sembrava di vederli mentre, pieni d’ansia, seguivano i suoi sforzi. Fece appello a tutte le sue energie e si accanì, frenetico, sulla chiave. Accompagnava i progressi della chiave con una specie di danza intorno alla serratura: reggendosi con la bocca, a seconda del bisogno, restava sospeso alla chiave o vi gravava sopra con tutto il peso. Il secco rumore di uno scatto lo fece trasalire. Con un respiro di sollievo, si disse: “Non ho avuto bisogno del fabbro” e posò la testa sulla maniglia per tirare a sé l’uscio. La porta, a questo punto, era aperta; ma Gregorio ancora non si vedeva. Doveva girare adagio, facendo molta attenzione, intorno all’imposta aperta, se proprio sulla soglia non voleva cadere malamente sulla schiena. Stava appunto compiendo, con grande cautela, questa manovra, quando udì il procuratore emettere un “Oh!” che parve il sibilo del vento. Poi lo vide portare una mano contro la bocca spalancata - stava davanti agli altri - e indietreggiare lentamente, quasi fosse spinto con pressione costante da una forza invisibile. La madre, ancora coi capelli sciolti e arruffati nonostante la presenza del procuratore, guardò a mani giunte il padre, fece due passi verso Gregorio, poi si afflosciò a terra in mezzo alle sottane che le si allargavano intorno, sprofondando il viso nel seno. Il padre strinse i pugni con aria minacciosa, quasi volesse ricacciare Gregorio nella stanza, poi si guardò intorno, smarrito, si mise le mani davanti agli occhi e scoppiò in singhiozzi.
Gregorio non entrò nella stanza. Appoggiato all’imposta rimasta chiusa, e mostrando solo metà del corpo, fissava i presenti con la testa piegata da una parte. Intanto si era fatto molto più chiaro; dalla finestra si vedeva benissimo un pezzo del lungo fabbricato di fronte, un ospedale di color grigio ferro, con le finestre tutte uguali ritagliate sulla facciata. La pioggia non aveva smesso di cadere, c’erano ancora grosse gocce ben distinte che finivano a terra una a una. Piatti, vasetti, tazzine e altre cose coprivano ancora il tavolo; per il padre, la prima colazione era il pasto più importante della giornata e lui lo faceva durare ore, leggendo diversi giornali. Sulla parete di fronte era appesa una fotografia di Gregorio quando era militare: in uniforme di tenente, la mano sulla sciabola, sorrideva felice e incuteva, insieme, rispetto. Attraverso la porta dell’anticamera e quella dell’ingresso, si vedeva il pianerottolo e un primo pezzo di scale.
“Ora”, disse Gregorio, consapevole di essere il solo ad avere conservato la calma, “mi vesto sùbito, metto in ordine il campionario e parto. Volete farmi partire? Vede bene, signor procuratore, che non sono un testardo e che mi piace lavorare: viaggiare è faticoso, ma che farei se non viaggiassi? Dove va, ora, signor procuratore? In ditta? Ah sì? Riferirà tutto per filo e per segno? Una persona, a un certo punto, può essere incapace di lavorare, ma proprio allora gli altri dovrebbero ricordarsi di come ha sempre lavorato; pensare che poi, eliminati gli ostacoli, lavorerà con impegno e attenzione ancora maggiori. Lei sa quali obblighi ho verso il principale. Inoltre devo pensare ai miei genitori e a mia sorella. Sono nei guai, ma me la caverò. Lei, per favore, non mi renda la cosa più difficile di quanto è. In ditta, mi difenda! Il viaggiatore non è amato, lo so. Pensano che guadagni un sacco di quattrini e che faccia una bella vita. Purtroppo non ho argomenti per confutare questo pregiudizio. Ma lei, signor procuratore, lei sa meglio degli altri come stanno le cose; in confidenza, anzi, lo sa anche meglio del principale che, considerata la sua posizione, può essere portato a giudicare male un impiegato. Lei sa che il viaggiatore, standosene lontano dalla ditta per tutto l’anno, è facile vittima di pettegolezzi, di casi fortuiti, di lagnanze ingiustificate, e che non può difendersi perché, in genere, ignora tutto; e quando è di ritorno, stanchissimo, da un giro, sperimenta sulla sua pelle le conseguenze di cause ormai impossibili da ricostruire. Signor procuratore, non se ne vada senza avermi prima, in qualche modo, tranquillizzato che mi darà almeno un po’ di ragione!” Ma già alle prime parole il procuratore si era girato e considerava Gregorio scuotendo le spalle, con la faccia scura. Senza smettere di guardarlo, a poco a poco, quasi che gli fosse vietato di lasciare la stanza, si avvicinò alla porta. Messo un piede in anticamera, ritrasse l’altro con fulminea rapidità dal salotto, come se il pavimento scottasse; poi fece con la destra un gran gesto verso la scala, come se da quella parte lo aspettasse una liberazione soprannaturale.
Gregorio comprese che non poteva lasciarlo andare in quel modo, se gli stava a cuore il posto nella ditta. Ma i genitori non sapevano vedere altrettanto chiaro. Con il passar del tempo si erano convinti che Gregorio fosse sistemato per tutta la vita; in quel momento, poi, il loro smarrimento era così grande, che non erano certo in grado di prevedere nulla. Gregorio, lui, immaginava cosa sarebbe successo. Dovevano fermare il procuratore, calmarlo, convincerlo, infine conquistarlo: ne andava del futuro di Gregorio e della sua famiglia! Se almeno ci fosse stata la sorella: lei capiva, aveva già pianto quando ancora Gregorio se ne stava nella sua stanza, tranquillamente coricato sulla schiena. Il procuratore, che aveva un debole per il gentil sesso, le avrebbe certamente dato ascolto; lei avrebbe chiuso la porta di casa e in anticamera lo avrebbe convinto che il suo spavento era irragionevole. Ma la sorella non c’era e Gregorio doveva cavarsela da solo. Senza pensare a come avrebbe potuto spostarsi, nelle condizioni in cui era, né se il suo discorso fosse stato compreso - probabilmente no - abbandonò il suo sostegno e si affacciò oltre la soglia per raggiungere il procuratore, mentre quello si aggrappava in modo grottesco alla balaustra delle scale; ma perse l’equilibrio e, con un debole grido, cadde sulle zampine. Immediatamente, e fu la prima volta nella mattinata, provò una specie di benessere fisico. Notò con soddisfazione che le zampine, con qualcosa di solido sotto, obbedivano a meraviglia, fremevano addirittura dal desiderio di portarlo dove voleva: e così pensò che la guarigione da tutti i suoi mali era imminente. Mentre, tutto fremente per la voglia di muoversi, rimaneva sul pavimento proprio di fronte a sua madre, lei, che sembrava esanime, saltò d’un tratto in piedi, spalancò le braccia allargando le dita e gridò: “Aiuto, per l’amor di Dio, aiuto!”
A giudicare dal suo capo chino, sembrava che volesse guardare Gregorio; cominciò, invece, a indietreggiare a precipizio, senza pensare alla tavola ancora apparecchiata, la urtò, vi si sedette sopra come avrebbe fatto una persona distratta; e non sembrò neppure accorgersi che dalla grande caffettiera rovesciata un rivolo di caffè cominciava a scorrere sul tappeto. “Mamma, mamma”, disse piano Gregorio, alzando gli occhi. Aveva dimenticato il procuratore; ma alla vista del caffè che scorreva non poté impedirsi di far scattare più volte le mascelle a vuoto. La mamma gettò un altro grido, lasciò di corsa il tavolo e cadde tra le braccia del padre, che le era corso incontro. Ma Gregorio non aveva più tempo per i genitori: il procuratore era sulla scala e, con il mento sulla ringhiera, guardava indietro per l’ultima volta. Gregorio prese la rincorsa per cercare di raggiungerlo, ma il procuratore dovette intuire qualcosa, poiché con un salto superò diversi gradini e scomparve con un “Uh!” che risuonò per le scale. La fuga del procuratore, purtroppo, fece perdere la testa anche al padre, fino ad allora abbastanza calmo. Invece di inseguire il procuratore o almeno di lasciare che Gregorio lo inseguisse, afferrò con la destra il bastone, lasciato dal visitatore su una sedia con il cappotto e il cappello, prese con la sinistra un giornale dal tavolo, quindi, battendo i piedi e agitando bastone e giornale, prese a spingere Gregorio nella sua camera. Non servì nessuna preghiera, che del resto non era neppure capita; mentre i movimenti supplichevoli della testa servirono solo a rendere più violento il battere dei piedi. Nonostante il freddo, la madre aveva spalancato una finestra e, sporgendosi quanto più poteva, si stringeva il viso fra le mani. Tra la sala e il pianerottolo delle scale ci fu una forte corrente d’aria, le tende delle finestre volarono in alto, i giornali sul tavolo frusciarono e alcuni fogli volarono sul pavimento. Senza pietà il padre continuava a incalzare Gregorio emettendo sibili da selvaggio. Gregorio, che non aveva nessuna pratica della marcia indietro, procedeva molto adagio. Se si fosse potuto girare, avrebbe raggiunto subito la camera, ma perdendo tempo con quella manovra temeva di spazientire il padre, mentre, d’altra parte, aveva paura di un colpo di bastone che sarebbe stato fatale per la sua schiena o per la sua testa. Ma presto non gli restò altro da fare: con spavento si accorse che, indietreggiando, non sapeva mantenere la direzione. Continuando a lanciare al babbo occhiate piene di angoscia, cominciò a eseguire la conversione con la maggiore rapidità possibile, cioè con estrema lentezza. Forse il padre capì la sua buona volontà poiché, invece di disturbarlo, si mise a dirigere da lontano il movimento, aiutandolo anzi, ogni tanto, con la punta del bastone. Se soltanto avesse smesso con quel sibilo intollerabile! A Gregorio gli faceva proprio perdere la ragione. Si era quasi completamente girato quando, frastornato da quel rumore, si confuse e ricominciò a girare in senso opposto. In ogni modo, quando fu arrivato di fronte alla porta aperta, si accorse che il suo corpo era troppo grosso per passare. Nello stato d’animo in cui si trovava, il padre non pensò neppure, naturalmente, ad aprire l’altra imposta. La sua idea fissa era di ricacciare subito Gregorio in camera, non si sarebbe rassegnato ai lunghi preparativi a lui necessari per passare, dritto, dall’altra parte. Come se non ci fosse alcun ostacolo, incalzava Gregorio facendo più baccano che mai, la sua voce sembrava moltiplicata per mille. Ora c’era poco da scherzare, e Gregorio rischiò il tutto per tutto. Ma nello slancio ribaltò, rimanendo incastrato sul fianco e producendosi una lunga escoriazione, mentre la bianca superficie della porta si sporcava di umori e di sangue. Da solo non sarebbe più stato capace di muoversi: le sue zampine, da una parte si agitavano inutili nell’aria, dall’altra erano schiacciate dolorosamente contro il pavimento. In quel momento il padre gli diede il colpo di grazia; e lui, con un gran volo, perdendo sangue abbondantemente, finì nella sua camera. La porta venne chiusa col bastone, e infine tutto fu silenzio.

2.
Solo all’imbrunire Gregorio si svegliò dal suo sonno pesante, simile a uno svenimento. Si sarebbe svegliato di lì a poco anche senza rumori, si sentiva abbastanza riposato e in forze; ebbe l’impressione di essere stato svegliato da un passo furtivo e da un cauto richiudersi della porta dell’anticamera. La luce delle lampade elettriche della strada rischiarava qualche punto del soffitto e le parti superiori dei mobili, ma il pavimento restava al buio. Agitando goffamente le antenne, che a questo punto cominciò ad apprezzare, si trascinò fino alla porta per rendersi conto di cosa era successo dall’altra parte. Il fianco sinistro gli dava l’impressione di essere un’unica, dolorosa cicatrice, e una fila di zampine non lo reggeva. Un arto era rimasto gravemente ferito negli incidenti della mattinata - era già un miracolo che fosse soltanto uno - e si trascinava inerte. Solo quando fu arrivato alla porta capì cosa lo aveva attirato lì: un odore di cibi. C’era una ciotola piena di latte zuccherato, su cui galleggiavano fettine di pane bianco. Avrebbe quasi riso di gioia, tanto la sua fame era cresciuta dal mattino. Immerse, avido, la testa nel latte, ma subito la ritrasse deluso: non solo provava difficoltà a mangiare per la ferita al fianco - per mangiare doveva comprimere e dilatare tutto il corpo - ma il latte, che la sorella sapeva essere la sua bevanda preferita e per questo gliel’aveva portato, ora non gli piaceva più. Quasi con disgusto girò la schiena alla ciotola e, strisciando, tornò in mezzo alla camera.
Attraverso le fessure della porta, Gregorio vide che in sala era acceso il gas; ma mentre a quell’ora, di solito, il padre leggeva il giornale del pomeriggio alla madre e, a volte, anche alla sorella, in quel momento non si udiva nulla. Forse questa lettura, della quale la sorella gli parlava tanto spesso nelle sue conversazioni e nelle sue lettere, negli ultimi tempi non veniva più fatta. Ma nemmeno nelle altre stanze si udiva nulla, e la casa non poteva essere vuota. “Che vita tranquilla faceva la mia famiglia”, si disse Gregorio fissando il buio, orgoglioso all’idea di avere potuto permettere ai genitori e alla sorella una vita simile, in una casa così bella. Ma se quiete, benessere, soddisfazione fossero finiti nello spavento? Per non smarrirsi in simili pensieri, Gregorio volle muoversi, e si trascinò in su e in giù per la camera.
Durante la lunga serata vide schiudersi prima una, poi l’altra delle porte laterali: qualcuno avrebbe voluto entrare ma si tratteneva, esitante. Gregorio si fermò davanti alla porta della sala, deciso a far entrare in un modo o nell’altro il visitatore esitante o almeno a vedere chi fosse; ma la porta non venne più aperta ed egli attese invano. Al mattino, quando le porte erano chiuse, tutti volevano entrare; ora che una porta era aperta e le altre, evidentemente, erano state aperte durante il giorno, nessuno entrava più, mentre le chiavi erano state infilate all’esterno.
La luce fu spenta, in sala, molto tardi: i genitori e la sorella erano dunque rimasti alzati fino a quel momento, poiché Gregorio li udì allontanarsi tutti e tre in punta di piedi. Prima del mattino, nessuno sarebbe più venuto da lui; aveva dunque tempo per riflettere sul modo di riorganizzare la propria vita. Ma l’ampia stanza, dall’alto soffitto, in cui era costretto a strisciare, gli faceva paura, senza che potesse spiegarsene la ragione, visto che ci abitava da cinque anni. Seguendo un oscuro impulso, che gli suscitò un po’ di vergogna, corse a infilarsi sotto il divano; e qui, anche se aveva la schiena un po’ compressa e non poteva alzare la testa, si sentì subito a suo agio; gli dispiacque solo di essere tanto grosso da non poter scivolare là sotto tutto intero. Vi rimase tutta la notte, in un dormiveglia dal quale usciva di soprassalto, sotto gli stimoli della fame, per abbandonarsi a paure e a incerte speranze. Per il momento, questa era la sua conclusione, doveva rimanere buono e tranquillo per alleviare alla famiglia il disagio che le procurava.
L’occasione di verificare i suoi propositi si presentò a Gregorio ancor prima di giorno, quando la sorella, quasi vestita, aprì la porta dell’anticamera e guardò dentro con ansia. Non lo trovò subito, ma quando lo vide sotto il divano - Dio mio, doveva pur essere da qualche parte, non poteva essere volato via - ne ebbe un tale spavento che, incapace di dominarsi, richiuse la porta di scatto. Poi, quasi pentita del gesto, la riaprì e avanzò in punta di piedi, come se fosse nella camera di un malato grave o di un estraneo. Gregorio, spinta la testa fino all’orlo del divano, la osservava. Si sarebbe accorta che non aveva toccato il latte, ma non per mancanza di appetito? Gli avrebbe portato qualche altra cosa più adatta? Se non l’avesse indovinato da sola, lui avrebbe preferito morire di fame piuttosto che farglielo notare, anche se bruciava dalla voglia di uscire dal divano per gettarsi ai piedi della ragazza supplicandola di dargli qualcosa di buono da mangiare. Ma la sorella si accorse subito, con stupore, della ciotola ancora piena, intorno alla quale erano cadute alcune gocce di latte: la prese, utilizzando un pezzo di carta, e la portò via. Gregorio era curioso di vedere cosa gli avrebbe portato in cambio: ma per quanto fantasticasse, non avrebbe mai indovinato fino a che punto poteva spingersi la bontà della sorella. Per conoscere i suoi gusti, gli portò una quantità di roba su un vecchio giornale: verdura quasi marcia, ossa avanzate la sera prima rivestite di salsa bianca rappresa, uva passa, mandorle, un formaggio che Gregorio due giorni prima aveva dichiarato immangiabile, pane secco, un pezzo di pane imburrato col sale e un altro senza sale. Accanto al giornale posò la ciotola della sera prima, destinata ormai a lui, questa volta piena d’acqua. Prevedendo che Gregorio in sua presenza non avrebbe mangiato, spinse la propria delicatezza a lasciare la camera chiudendo la porta a chiave, facendogli così capire che poteva fare il suo comodo. Ora che il pasto era pronto, le zampine di Gregorio erano in grande agitazione. Le ferite dovevano essere guarite, poiché non sentiva più alcun fastidio; ne fu stupito e ripensò a un piccolo taglio che si era procurato un mese prima in un dito, e che faceva male ancora due giorni fa. “Che abbia ora meno sensibilità?” pensò, succhiando avidamente il formaggio che, fra i cibi, lo aveva immediatamente e imperiosamente attirato. Con un gusto che lo faceva lacrimare divorò, uno dopo l’altro, formaggio, verdura, salsa; i cibi freschi non gli piacevano, non poteva sopportarne neppure l’odore, e li scansò dal resto. Aveva finito da un pezzo e se ne stava disteso pigramente, quando la sorella, per fargli capire di ritirarsi, cominciò a girare la chiave. Benché sonnecchiasse, il rumore lo mise sùbito in allarme e si affrettò a raggiungere il divano. Non fu sacrificio da poco rimanere là sotto nel breve tempo che la sorella rimase in camera: il pasto abbondante aveva dilatato il suo corpo, e faticava a respirare. Con gli occhi pieni di lacrime e brevi accessi di soffocazione, vide la sorella spazzare via, convinta di far bene, insieme con gli avanzi, i cibi non toccati, come se fossero ormai inservibili. Tutto finì in un secchio, che venne chiuso con un coperchio di legno e portato via. Si era appena girata che Gregorio uscì di sotto il divano, si stirò e riprese fiato.
In questo modo Gregorio ricevette ogni giorno i suoi pasti: la mattina, quando i genitori e la domestica ancora dormivano, e dopo pranzo, quando i genitori facevano un sonnellino e la domestica veniva allontanata con qualche incarico dalla sorella. Neanche i genitori volevano che Gregorio morisse di fame, ma incapaci di assistere ai suoi pasti preferivano esserne informati da una terza persona. O forse a decidere così era stata la sorella per risparmiare ai vecchi, già tanto provati, anche questo piccolo dolore.
Gregorio non poté mai sapere con quali pretesti, la prima mattina, erano stati allontanati il medico e il fabbro: dato che nessuno riusciva a capirlo, nessuno, nemmeno la sorella, pensava che lui potesse capire gli altri; quando la ragazza era in camera, tutto ciò che lui udiva erano sospiri e invocazioni ai santi. Solo più tardi, quando si fu un po’ adattata alla situazione - del tutto non si adattò mai - Gregorio udì qualche considerazione che denotava o poteva denotare affetto. “Oggi ha mangiato di gusto”, diceva, quando lui aveva fatto piazza pulita del cibo; altre volte, quando non aveva mostrato appetito, cosa che diventò sempre più frequente, diceva in tono di rammarico: “Anche questa volta ha lasciato tutto lì”.
Ma se Gregorio non poteva ricevere direttamente alcuna notizia, qualcosa riusciva a udire dalle stanze vicine: quando sentiva una voce, correva alla porta più adatta e vi aderiva con tutto il corpo. Specialmente nei primi tempi non c’era discorso in cui non si parlasse, magari in maniera velata, di lui. I primi due giorni, durante i pasti, si tenne consiglio sul da fare; ma la faccenda era discussa anche negli intervalli, poiché nessuno voleva rimanere solo in casa né lasciarla senza sorveglianza. Quanto alla domestica, già il primo giorno s’inginocchiò e supplicò la madre di licenziarla, senza che nessuno capisse cosa e quanto avesse capito dell’incidente. Nel congedarsi, un quarto d’ora dopo, ringraziò tra le lacrime per il permesso ottenuto, come se fosse il maggior favore che mai le fosse stato accordato; con un terribile giuramento promise, senza che nessuno gliel’avesse chiesto, di non rivelare nulla, assolutamente nulla, a nessuno.
Da allora la sorella e la madre dovettero badare alla cucina; un lavoro, va detto, non troppo faticoso, poiché in casa si mangiava poco. Gregorio udiva le esortazioni che a tavola l’uno rivolgeva all’altro e la risposta immancabile: “Grazie, non ho più fame” o qualcosa di simile. Forse non bevevano neanche più. Spesso la sorella domandava al padre se voleva della birra, offrendosi di andare lei stessa a prenderla; al silenzio del padre, per togliergli ogni scrupolo, aggiungeva che poteva incaricare dell’acquisto la portinaia. L’offerta veniva allora rifiutata da un energico, definitivo “No”, e il discorso cadeva.
Già dal primo giorno, il padre espose alla madre e alla sorella la situazione finanziaria e le prospettive della famiglia. Ogni tanto si alzava da tavola e toglieva dalla piccola cassaforte, salvata cinque anni prima dal fallimento della sua azienda, un documento e un libro di appunti. Gregorio lo udiva aprire la complicata serratura e richiuderla dopo aver preso quello che cercava. Quei discorsi del padre furono la prima consolazione che Gregorio provò nella sua prigionia. Gregorio pensava che suo padre non avesse salvato nulla; almeno, questi non gli aveva mai lasciato credere diversamente, e lui non aveva mai fatto domande. A quell’epoca, l’unico pensiero di Gregorio era stato di far dimenticare alla famiglia il disastro che li aveva portati alla disperazione. Si era buttato, pieno di foga, nel lavoro, diventando subito, da piccolo impiegato, un commesso viaggiatore: un’ottima posizione, grazie alla quale i successi si trasformavano in denaro sonante sotto forma di provvigione: denaro che si poteva spargere sul tavolo davanti alla famiglia stupita e felice. Bei tempi, che non tornarono più con quello splendore, anche se Gregorio guadagnava tanto da mantenere la famiglia, e da mantenerla per davvero. Ormai si erano tutti abituati a quel regime di vita: i suoi accettavano con gratitudine il denaro e lui lo dava volentieri, ma ciò avveniva senza grandi effusioni. La sorella gli era, più degli altri, vicina, e Gregorio si era proposto in segreto di farla entrare, l’anno successivo, in conservatorio, sperando di fronteggiare in qualche modo la spesa considerevole per far felice la ragazza, che contrariamente a lui adorava la musica e amava suonare il violino. Fratello e sorella parlavano spesso del conservatorio, durante le brevi apparizioni che Gregorio faceva in famiglia, ma sempre come di un sogno irrealizzabile. I genitori non volevano sentire neppure quelle innocenti allusioni, ma Gregorio pensava seriamente alla cosa e si riprometteva di annunciarla con solennità la sera di Natale.
Quei pensieri, proprio fuori posto nella sua attuale situazione, gli passavano per la testa mentre origliava, appoggiato contro una porta. A volte la stanchezza lo vinceva e non sentiva più nulla; la testa abbandonata picchiava contro la porta, ma lui la rialzava subito, perché il piccolo rumore era stato notato nell’altra stanza e aveva fatto tacere tutti.
“Chissà cosa combina” diceva il padre dopo un momento, girandosi di sicuro verso la camera; e la conversazione interrotta faticava a riprendere.
Il padre aveva preso l’abitudine di ripetere i discorsi, sia perché da un pezzo non si occupava più di quelle faccende, sia perché la moglie non capiva subito. Gregorio ebbe così modo di udire diverse volte che, nonostante tutte le disgrazie, i genitori disponevano di una certa somma, esigua ma arrotondata col tempo dagli interessi non riscossi. Inoltre non era stato speso tutto il denaro che Gregorio, tenendo per sé solo qualche fiorino, portava ogni mese a casa; e anche questo aveva finito col formare un piccolo capitale. Gregorio, dietro l’uscio, approvava energicamente con la testa, felice di quell’inaspettata previdenza. Con quel denaro si sarebbe potuto ridurre ancora il debito del padre verso il principale, avvicinando così il giorno della sua liberazione; ma per il momento era meglio lasciare le cose come il padre le aveva disposte.
Il denaro messo da parte non bastava a far vivere la famiglia d’interessi; sarebbe durato un anno, due al massimo. I risparmi, dunque, non si dovevano toccare, ma erano da tenere come riserva in caso di necessità; e intanto bisognava guadagnarsi il denaro per vivere. Il padre era sano ma, ormai avanti con l’età, non lavorava da cinque anni e non poteva quindi sperare troppo: durante quegli anni, prima vacanza di una vita consacrata al lavoro e all’insuccesso, era ingrassato e appesantito. Doveva forse lavorare la vecchia mamma, sofferente di asma e che faticava perfino ad attraversare la casa, costretta a passare metà delle giornate sul divano vicino alla finestra, fra crisi di soffocazione? Oppure avrebbe dovuto lavorare, coi suoi diciassette anni, la sorella che era ancora una bambina? Non doveva continuare a vivere come aveva sempre fatto, con abitini eleganti, lunghi sonni, aiutando in casa, concedendosi qualche modesto divertimento e, soprattutto, suonando il violino? Quando parlava della necessità di guadagnare denaro, Gregorio abbandonava la porta e si buttava sopra il fresco cuoio del divano, bruciando di vergogna e di tristezza.
Spesso rimaneva sdraiato sul divano tutta la notte, senza chiudere occhio, grattando il cuoio per ore e ore. Oppure si sobbarcava la fatica di spingere una poltrona fino alla finestra, si aggrappava al davanzale, quindi, puntellandosi contro la poltrona, rimaneva appoggiato ai vetri, quasi volesse provare ancora il senso di liberazione che una volta gli veniva dal guardare fuori. La vista gli si abbassava, ora, di giorno in giorno: non riusciva più a vedere, per esempio, l’ospedale di fronte, mentre una volta, con suo gran disappunto, lo aveva sempre davanti agli occhi; se non fosse stato sicuro di abitare nella Charlottenstrasse, una via tranquilla ma centrale, avrebbe potuto credere che la sua finestra si aprisse su un deserto in cui il grigio della terra e del cielo si riunivano senza lasciarsi distinguere. Bastò che la sorella, sempre attenta, vedesse due volte la poltrona vicino alla finestra perché, pulita la stanza, rimettesse la poltrona nello stesso posto, avendo cura di aprire anche le imposte interne.
Se Gregorio avesse potuto parlare con la sorella, ringraziarla per quanto faceva per lui, queste premure non gli avrebbero pesato; ma così, condannato al silenzio, ne soffriva. La ragazza faceva del suo meglio per rendere la situazione meno penosa, e via via, in effetti, ci riusciva; con l’andar del tempo, Gregorio, a sua volta, acquistava sempre più coscienza del suo stato. Già il modo di entrare della sorella era per lui terribile. Appena entrata, benché stesse sempre attenta a risparmiare ad altri la vista della camera, senza richiudere la porta correva alla finestra e la spalancava di colpo, con mani impazienti, come se soffocasse; restava poi al davanzale, respirando profondamente, anche se faceva molto freddo. La corsa e il fracasso spaventavano Gregorio due volte al giorno; per il tempo che la sorella si affaccendava nella stanza, lui rimaneva, tremante, sotto il divano, pur sapendo che la ragazza gli avrebbe risparmiato tante angosce se fosse potuta restare, con la finestra chiusa, in una stanza dove era lui.
Una volta - era passato un mese dalla metamorfosi di Gregorio, e la sorella non aveva più motivo di spaventarsi alla sua vista - nell’arrivare un po’ prima del solito la ragazza sorprese Gregorio mentre guardava fuori dalla finestra, immobile, in un atteggiamento terrificante. Se si fosse limitata a non entrare, Gregorio non si sarebbe meravigliato, poiché sapeva che in quella posizione le impediva di aprire la finestra; ma lei non solo non entrò, ma si ritrasse con un salto e chiuse la porta a chiave: un estraneo avrebbe potuto pensare che Gregorio fosse in agguato per morderla. Naturalmente Gregorio si nascose subito sotto il divano, ma dovette aspettare fino a mezzogiorno prima che la sorella tornasse, molto più inquieta del solito. Egli capì che la sua vista le era intollerabile, che sarebbe stato sempre così anche in futuro, che la ragazza, anzi, doveva fare un grande sforzo per non fuggire alla vista delle parti rimaste fuori dal divano. Per risparmiarle anche questo, un giorno Gregorio trasportò sulla schiena un lenzuolo dal letto al divano e lo sistemò in modo da coprire il mobile fino a terra: l’impresa gli costò quattr’ore di fatica. Se la sorella avesse pensato che il lenzuolo era inutile avrebbe potuto toglierlo, poiché per Gregorio, chiaramente, quella segregazione non era gradevole; ma il lenzuolo rimase al suo posto, e quando Gregorio, scansato con cautela un lembo del drappo, volle vedere come la sorella accoglieva l’innovazione, credette di vedere nei suoi occhi un lampo di gratitudine. Nelle prime due settimane i genitori non poterono decidersi a entrare da lui; li sentiva spesso elogiare la sorella, alla quale prima rimproveravano di essere una buona a nulla. Il padre e la madre, a volte, aspettavano fuori della camera di Gregorio mentre la sorella finiva le pulizie, per farsi poi raccontare dettagliatamente com’era la camera, cos’aveva mangiato Gregorio, come si era comportato quella volta, se Grete non aveva per caso notato un lieve miglioramento. Non passò troppo tempo perché la madre manifestasse il desiderio di far visita a Gregorio; ma il padre e la sorella la trattennero, adducendo ragioni che Gregorio ascoltò attentamente approvandole in pieno. Più in là dovettero trattenerla con la forza, e nell’udirla gridare: “Lasciatemi andare da Gregorio, dal povero figlio mio infelice! Non volete capire che devo vederlo?”, Gregorio pensò che forse sarebbe stato bene che la mamma fosse entrata da lui non tutti i giorni ma, mettiamo, una volta la settimana; lei capiva le cose molto meglio della sorella, che con tutto il suo coraggio era solo una bambina e si era forse assunta un compito tanto pesante solo per leggerezza infantile.
Il desiderio di Gregorio di rivedere la madre diventò presto realtà. Durante il giorno, per riguardo ai genitori, Gregorio evitava di mostrarsi alla finestra, ma i pochi metri quadrati del pavimento non gli consentivano lunghe passeggiate; rimanere disteso, senza muoversi, gli era già di sacrificio durante la notte; il cibo non gli dava più alcun piacere: così, per distrarsi, prese l’abitudine di strisciare in lungo e in largo per il soffitto e le pareti. In modo particolare godeva a sospendersi al soffitto: non era come sul pavimento, si respirava meglio, il corpo si abbandonava a una leggera oscillazione e, nella beata smemoratezza che lo prendeva, poteva capitargli con sua sorpresa di lasciarsi cadere a terra. Ma ora aveva acquistato una padronanza del suo corpo assai migliore di prima, e la caduta non aveva alcuna conseguenza. La sorella si accorse subito del nuovo diversivo di Gregorio ― sui muri rimanevano tracce vischiose del suo passaggio ― e si mise in testa di favorirgli i movimenti portando via i mobili, cioè prima di tutto il cassettone e la scrivania. Da sola non era in grado di farlo, al padre non osava chiedere aiuto né poteva rivolgersi alla domestica, una ragazza di sedici anni che, dopo il licenziamento della cuoca, resisteva a patto di rimanere chiusa in cucina aprendo solo quando era chiamata. L’unica soluzione era ricorrere alla madre un giorno che il padre fosse stato fuori casa. La madre arrivò con esclamazioni di gioia, ma ammutolì sulla soglia della camera di Gregorio. La sorella guardò che tutto fosse in ordine, poi la lasciò entrare. Gregorio aveva in fretta abbassato ancora di più il lenzuolo, tutto piegato in modo che sembrasse veramente gettato per caso sul divano. Per questa volta rinunciò a spiare: non avrebbe visto la mamma, ma era felice già per il fatto che fosse venuta.
“Vieni, tanto non si vede” disse la sorella tenendo la madre per mano. Poi Gregorio udì le due deboli donne muovere il pesante cassettone; la sorella si riservava la parte più dura del lavoro, mentre la madre l’ammoniva a stare attenta a non farsi male. L’operazione richiese molto tempo. Dopo un quarto d’ora la mamma disse che era meglio lasciare il cassettone dov’era, prima di tutto perché era troppo pesante: non avrebbero finito prima del ritorno del babbo, e con il mobile in mezzo alla camera avrebbero intralciato in ogni senso i movimenti di Gregorio; in secondo luogo, Gregorio poteva non essere contento che gli portassero via il mobile. Lei pensava che gli sarebbe dispiaciuto: la vista della parete spoglia le stringeva il cuore, perché non avrebbe dovuto provare la stessa impressione Gregorio, abituato da tempo a quei mobili? Nella stanza vuota si sarebbe sentito abbandonato. “E poi” concluse pianissimo, addirittura bisbigliando, quasi volesse evitare che Gregorio, di cui ignorava il rifugio, udisse il suono delle parole (il senso, era certa che non lo afferrava) “togliere i mobili non vorrà dire che rinunciamo a ogni speranza di miglioramento, che lo abbandoniamo a sé stesso? Io credo che la cosa migliore sia lasciare alla camera l’aspetto che aveva, perché Gregorio, quando tornerà da noi, trovi tutto intatto e possa dimenticare più facilmente questo periodo”.
Nell’udire queste parole della madre, Gregorio si rese conto che la vita monotona di quei due mesi, priva di immediati contatti umani, doveva avergli turbato la mente: come spiegarsi, altrimenti, il suo desiderio di abitare in una camera vuota? Voleva davvero che quella stanza calda e comoda, arredata con mobili di famiglia, fosse trasformata in una tana, nella quale avrebbe potuto strisciare in ogni direzione in un rapido e assoluto oblio del suo passato umano? Così vicino era a quell’oblio, che solo la voce della mamma, non udita da un pezzo, era riuscita a farlo tornare in sé? No, non doveva essere portato via niente, tutto doveva rimanere al proprio posto, lui non poteva rinunciare all’influenza benefica dei mobili, e se questi gli impedivano di continuare nei suoi giri insensati, era più bene che male.
Purtroppo, la sorella non fu dello stesso parere. Con i genitori, quando c’era da discutere qualcosa che riguardava Gregorio, si riservava, non a torto, l’ultima parola: bastò il consiglio della mamma perché insistesse a portar fuori non solo il cassettone e la scrivania, ai quali aveva pensato in un primo momento, ma tutti i mobili tranne l’indispensabile divano. Questa decisione non era dovuta solo a una forma di orgoglio infantile o al senso di sicurezza che aveva acquisito in modo così imprevisto e doloroso in quegli ultimi tempi: aveva, in realtà, osservato che Gregorio aveva bisogno di molto spazio per i suoi giri, e che i mobili, a quanto pareva, non gli servivano a nulla. Bisognerà infine ricordare l’esuberanza sentimentale e fantastica propria della sua età: forse Grete tendeva a vedere ancora più tragica la situazione del fratello per diventargli ancora più indispensabile: nessuno infatti, tranne lei, avrebbe avuto il coraggio di entrare in una stanza dove Gregorio regnasse solo, sulle nude pareti.
Così non si lasciò distogliere dalla sua decisione; e inquieta, incerta, la madre si applicò come meglio poté a smuovere il cassettone. Gregorio, in fondo, poteva fare a meno del cassettone, ma la scrivania poteva restare al suo posto. Appena le donne, ansimando, ebbero spinto il cassettone fuori dalla stanza, sporse il capo di sotto il divano per vedere come poteva intervenire senza far nascere guai. Purtroppo fu la madre a rientrare per prima, mentre Grete nella stanza vicina si affaccendava intorno al cassettone, che scuoteva senza riuscire a spostare. La madre non era abituata a Gregorio, avrebbe potuto sentirsi male; quello, spaventato, indietreggiò rapido fino all’estremità opposta del divano, causando un leggero movimento del lenzuolo. Bastò questo a richiamare l’attenzione della donna, che si fermò, rimase un istante immobile e tornò da Grete. Per quanto Gregorio si ripetesse che non accadeva niente di straordinario, che tutto si riduceva allo spostamento di qualche mobile, dovette presto confessarsi che i movimenti delle donne, le loro brevi esclamazioni, il rumore dei mobili sul pavimento, lo sconvolgevano: benché rientrasse testa e gambe schiacciandosi contro il pavimento, non avrebbe potuto sopportarlo a lungo. Gli vuotavano la camera, gli prendevano tutte le cose a cui era affezionato: il cassettone, dov’era conservato il traforo con gli altri arnesi, lo avevano già portato fuori; ora tentavano di smuovere la scrivania dove aveva scritto i compiti dell’accademia di commercio, delle medie, perfino delle elementari. No, non poteva più apprezzare le buone intenzioni delle donne, che del resto, mute per la fatica, avevano fatto dimenticare la loro esistenza. Si udivano solo i loro passi pesanti.
Mentre la madre e la sorella, nella stanza accanto, riprendevano fiato appoggiandosi alla scrivania, Gregorio uscì fuori, tanto disorientato da cambiare direzione quattro volte; perplesso, stava pensando cosa dovesse salvare per prima, quando sulla parete ormai spoglia vide il ritratto della signora in pelliccia. Rapido raggiunse il quadro e si appoggiò al vetro, che aderì contro il suo ventre bruciante dandogli un senso di sollievo. Almeno quel ritratto, che copriva col suo corpo, nessuno glielo avrebbe tolto. Con la testa girata verso la porta della sala, aspettò che le donne rientrassero.
Queste, che non si erano concesse molto riposo, tornarono subito. Grete teneva un braccio intorno alla vita della mamma quasi sorreggendola. “E ora cosa prendiamo?” disse Grete guardandosi intorno; e il suo sguardo incontrò quello di Gregorio sulla parete. Se conservò il sangue freddo, fu per la mamma. Tremando tutta, e cercando di coprire con la testa la vista del muro, disse alla donna: “Vieni, forse è meglio che torniamo un momento in sala”. Gregorio capì che Grete voleva mettere al sicuro la mamma per poi cacciarlo dal muro. Ci si provasse! Lui non si sarebbe mosso dal suo quadro: piuttosto le sarebbe saltato in faccia.
Ma le parole di Grete resero ancora più inquieta la madre, che si scansò e vide l’enorme macchia bruna sulla carta a fiori della tappezzeria. Prim’ancora di aver identificato quella macchia come Gregorio, gridò con voce rauca: “Oh Dio, oh Dio!”, poi cadde sul divano con le braccia spalancate, come in un gesto di suprema rinuncia, e non si mosse più. “Ah, Gregorio!” gridò la sorella, alzando il pugno e trafiggendolo con lo sguardo. Erano le prime parole che gli rivolgeva direttamente, dalla metamorfosi. Corse nella stanza vicina a prendere qualcosa per far rinvenire l’esanime; Gregorio volle seguirla, a salvare il ritratto c’era ancora tempo, ma era rimasto attaccato al vetro e dovette fare uno sforzo per liberarsi. Quindi anche lui si affrettò in sala, quasi fosse ancora in grado di consigliare la sorella, seguendola passivamente mentre frugava tra flaconi e boccette e spaventandola quando si girò. Una boccetta cadde a terra e andò in frantumi, una scheggia ferì Gregorio in faccia mentre intorno a lui si spandeva un liquido corrosivo. Grete, senza indugiare, afferrò quante più boccette poté e corse dalla mamma, chiudendo la porta dietro di sé con un calcio. Ora Gregorio era separato dalla madre, forse vicina a morire per colpa sua; non poteva aprire la porta, se non voleva far fuggire la sorella che doveva rimanere accanto alla mamma: non gli restava dunque che aspettare e, pieno di rimorsi e di angoscia, prese a strisciare sulle pareti, sui mobili, sul soffitto, finché non ebbe l’impressione che tutta la stanza gli girasse intorno: allora, disperato, cadde in mezzo al grande tavolo.
Passò qualche minuto. Gregorio giaceva stremato sul tavolo; intorno non si sentiva nulla: forse questo era un buon segno. A un tratto suonò il campanello. La domestica era, naturalmente, chiusa in cucina, e Grete dovette andare ad aprire. Era arrivato il padre.
“Che è successo?” furono le sue prime parole: l’aspetto di Grete gli aveva rivelato ogni cosa. Grete rispose con voce soffocata - forse appoggiava il viso contro il suo petto: “La mamma è svenuta, ma ora va meglio. Gregorio è scappato”. “Me l’aspettavo”, disse il padre. “Ve l’ho sempre detto, ma voi donne non volete starmi a sentire”. Gregorio capì che il padre aveva interpretato male le parole di Grete, che lo immaginava colpevole di qualche violenza. Bisognava cercare di placarlo, perché mancavano tempo e modi per spiegargli le cose. Corse verso la porta della camera e si strinse a essa, affinché il babbo, entrando nell’anticamera, vedesse che lui aveva l’intenzione di rientrare subito nella sua stanza e che non era necessario spingerlo: sarebbe sparito, non appena gli avessero aperto la porta.
Ma il padre non era in un umore tale da apprezzare simili finezze: “Ah!” gridò entrando, con una specie di feroce allegria. Gregorio distolse la testa dalla porta e l’alzò verso il padre. Non se lo immaginava in quel modo. Negli ultimi tempi, tutto preso dalla novità delle sue passeggiate lungo le pareti, aveva trascurato di seguire gli avvenimenti domestici; non doveva quindi stupirsi di qualche cambiamento. Ma quell’uomo era proprio suo padre? Lo stesso uomo stanco, che rimaneva sprofondato nel letto quando Gregorio partiva per un viaggio d’affari? Che, quando tornava, lo riceveva senza alzarsi dalla poltrona, limitandosi ad alzare le braccia in segno di gioia? Che in occasione delle rare passeggiate familiari ― qualche domenica, qualche gran festa ― si trascinava fra Gregorio e la moglie avanzanti piano piano? L’uomo infagottato in un vecchio cappotto, col bastone prudentemente puntato in avanti, che per dire qualcosa si fermava ogni dieci passi facendo fermare gli altri? Eccolo lì, impettito in un’impeccabile uniforme blu coi bottoni d’oro, da commesso di banca; sopra il colletto alto e duro della giubba traboccava il suo pesante doppio mento; gli occhi neri brillavano, vivaci e attenti, sotto le folte sopracciglia; i capelli bianchi, di solito in disordine, erano accuratamente pettinati, lucidi, divisi da un’esatta scriminatura. Per prima cosa buttò sul divano il berretto col monogramma dorato, probabilmente di una banca, facendolo volare attraverso la stanza; quindi, gettate indietro le falde della lunga giacca, con le mani in tasca, avanzò minaccioso verso Gregorio. Neppure lui doveva sapere precisamente cosa fare; avanzava sollevando i piedi più di quanto normalmente si faccia, e Gregorio si stupì per la lunghezza delle sue scarpe. Ma non si soffermò a riflettere su questo punto: fin dal primo giorno della sua nuova vita sapeva bene che il padre considerava opportuna, nei suoi confronti, solo la più grande severità, e si diede alla fuga. Si fermava quando quello si fermava, e riprendeva a correre appena l’altro accennava a muoversi. In questo modo fecero diverse volte il giro della stanza senza che succedesse niente; il ritmo dei loro movimenti era anzi tanto lento, da non aver neppure l’apparenza di un inseguimento. Gregorio, temendo che il padre considerasse una fuga sulle pareti o sul soffitto come una beffa, restava sul pavimento. Ma presto dovette convincersi che non avrebbe retto a lungo quella corsa continua: un solo passo del padre gli costava un’infinità di movimenti e già lo opprimeva l’affanno, non aveva mai avuto polmoni robusti. Avanzava barcollando, con tanto sforzo da non riuscire a tenere gli occhi aperti, nell’assurda speranza che la fuga significasse la salvezza, senza neppure pensare alle pareti pur sempre accessibili, anche se piene di mobili finemente intagliati pieni di angoli e di punte. D’improvviso qualcosa gli cadde vicino e rotolò via adagio. Era una mela, subito seguita da un’altra. Gregorio rimase paralizzato dalla paura: inutile continuare a correre, se il padre aveva deciso di bombardarlo. Si era riempito le tasche dalla fruttiera sulla credenza e lanciava una mela dopo l’altra, senza badare troppo alla mira. Le mele, piccole e rosse, rotolavano sul pavimento urtandosi come elettrizzate. Una lo sfiorò e scivolò via senza fargli male; ma un’altra affondò addirittura nella sua schiena. Gregorio volle trascinarsi ancora avanti, come se il movimento potesse lenire l’incredibile dolore che l’aveva sorpreso: ma rimase inchiodato al pavimento, sentendosi venir meno. Riuscì ancora a vedere la porta della sua camera che si spalancava facendo passare la sorella che urlava e la mamma discinta, perché Grete l’aveva svestita per farla riavere, la madre correre dal padre, inciampando nelle sottane che cadevano una dopo l’altra, slanciarsi su di lui, abbracciarlo e, tenendolo stretto a sé con le mani intrecciate dietro la nuca, chiedergli di risparmiare la vita del loro figliolo. Poi non vide più nulla.

3.
La mela, che nessuno osò estrarre, rimase conficcata nella carne di Gregorio come un visibile ricordo dell’avvenimento. La grave ferita, di cui soffrì per un mese, parve ricordare anche al padre che Gregorio, nonostante l’aspetto misero e ripugnante, era membro della famiglia e non poteva essere trattato come un nemico: il dovere familiare imponeva, al contrario, di reprimere la ripugnanza e aver pazienza, solo pazienza.
La ferita gli aveva compromesso, probabilmente per sempre, la scioltezza dei movimenti. Per attraversare la stanza impiegava, come un vecchio invalido, lunghi minuti, ad arrampicarsi sui muri non pensava più. Ma questo peggioramento trovò un compenso nel fatto che tutte le sere, ormai, aprivano le porte della sala. Lui iniziava ad aspettare due ore prima; nel buio della camera, invisibile dalla sala, poteva vedere la famiglia intorno al tavolo illuminato e ascoltare i discorsi col consenso generale. Era molto meglio di prima.
Non erano più le animate conversazioni di un tempo, alle quali Gregorio pensava sempre con un po’ di nostalgia quando stanco s’infilava tra umide lenzuola in una cameretta d’albergo. Quasi sempre i commensali restavano in silenzio. Il padre, subito dopo cena, si addormentava in poltrona. La madre e la sorella si esortavano a tacere; la madre, sporgendosi sotto la lampada, cuciva biancheria fine per un negozio di mode; la sorella, impiegata come commessa, studiava stenografia e francese sperando di ottenere, un giorno, un posto migliore. A volte il padre si svegliava e, come se non sapesse d’aver dormito, diceva alla madre: “Ma quanto cuci, oggi?” e subito si riaddormentava, mentre la madre e la sorella si sorridevano stanche.
Per una curiosa caparbietà, il padre non voleva togliersi l’uniforme nemmeno in casa; la vestaglia rimaneva appesa nell’armadio e lui dormiva, vestito di tutto punto, in poltrona, come se fosse sempre in servizio e aspettasse anche lì la voce di un superiore. L’uniforme, che non gli era stata consegnata nuova, perdeva freschezza di giorno in giorno nonostante le cure della madre e della sorella. Spesso Gregorio rimaneva a fissare per serate intere quell’abito coperto di macchie, dai bottoni d’oro sempre lucidi, nel quale il vecchio dormiva, placido e scomodo. Quando l’orologio aveva suonato le dieci, la madre a bassa voce cercava di svegliarlo e di convincerlo ad andare a letto: in poltrona non poteva dormire, e il riposo gli era necessario, dovendo entrare in servizio alle sei. Ma con quella testardaggine di cui dava prova da quando era diventato commesso, lui insisteva per rimanere ancora a tavola, benché si riaddormentasse regolarmente e fosse poi un’impresa fargli cambiare la poltrona con il letto. La madre e la sorella potevano insistere, con brevi esortazioni, quanto volevano: lui scrollava la testa per un quarto d’ora, con gli occhi semichiusi, senza alzarsi. La madre lo tirava per la manica, gli sussurrava paroline all’orecchio, la sorella lasciava i suoi compiti per aiutare la mamma, ma tutto era inutile: quello sprofondava ancora di più nella poltrona. Solo quando le due donne lo afferravano sotto le ascelle, apriva gli occhi, guardava prima una, poi l’altra, diceva:
“Proprio una bella vita! Ecco il riposo della mia vecchiaia!” Poi, appoggiandosi alle due donne, si alzava a fatica, quasi fosse di peso anche a sé stesso, si lasciava portare alla porta, faceva un gesto di saluto e continuava da solo; mentre Grete e la mamma, messi da parte penna e cucito, correvano ad aiutarlo ancora.
Chi aveva tempo, in quella famiglia oppressa dal lavoro e dalla fatica, di badare a Gregorio più dello stretto necessario? Le spese di casa vennero sempre più ridotte; la domestica fu licenziata; mattina e sera, per fare i lavori più pesanti, venne un donnone ossuto, coi capelli candidi; a tutto il resto pensava la madre, pur continuando nel suo pesante lavoro di cucito. Si dovettero vendere diversi gioielli di famiglia, portati un tempo con orgoglio dalla madre e dalla sorella in feste e circostanze solenni; Gregorio lo seppe una sera, sentendo discutere i prezzi. Ma la preoccupazione maggiore della famiglia era che le circostanze non consentissero di lasciare quella casa, diventata troppo grande. Come portar via Gregorio? Questi capì, però, che se il trasloco non si faceva, non era solo per riguardo verso di lui, che avrebbe potuto facilmente essere trasportato in una cassa provvista di qualche buco; quello che soprattutto tratteneva la famiglia dal cambiare casa, era l’assoluta disperazione, il pensiero di essere stata colpita da una disgrazia unica nella cerchia dei parenti e degli amici. Compivano con scrupolo estremo tutto quanto il mondo impone ai poveri: il padre portava la colazione ai piccoli impiegati, la madre si sacrificava a cucire la biancheria di estranei, la sorella correva su e giù dietro il banco, secondo le richieste dei clienti: eppure sembrava che non bastasse. La ferita faceva male a Gregorio come se fosse fresca, quando la madre e la sorella, dopo aver portato a letto il padre, mettevano da parte il lavoro e restavano abbracciate, guancia a guancia. Accennando alla stanza di Gregorio, la madre diceva: “Chiudi la porta, Grete”, e Gregorio si trovava di nuovo al buio, mentre le donne mescolavano le loro lacrime o fissavano la tavola con gli occhi asciutti.
Gregorio non dormiva quasi più né di giorno né di notte. A volte pensava che, appena aperta la porta, avrebbe ripreso in mano gli affari di famiglia; dopo un lungo oblio, un giorno gli tornarono in mente il principale e il procuratore, i commessi e gli apprendisti, il fattorino tonto, due, tre amici di altre ditte, la cameriera di un albergo di provincia - caro, fuggevole ricordo - la cassiera di un negozio di cappelli, che aveva corteggiato seriamente ma prendendo le cose troppo alla larga: tutta questa gente gli riapparve insieme a estranei o con altra gente dimenticata, ma nessuno poteva aiutare lui e i suoi, erano così lontani, e fu contento quando scomparvero. Quei fantasmi, tuttavia, gli fecero passare la voglia di occuparsi della famiglia; ormai sentiva solo rabbia per la cattiva assistenza e, benché non sapesse immaginare nulla che gli facesse gola, fantasticava sul come raggiungere la dispensa per prendere quanto gli spettava, anche se non aveva fame. Ora la sorella non cercava più di prevenire i suoi desideri. Prima di correre in negozio, mattina e pomeriggio, spingeva col piede un cibo qualsiasi nella camera di Gregorio, per tirarlo fuori, la sera, con un colpo di scopa, indifferente se il cibo era stato assaggiato o, come accadeva la maggior parte delle volte, era rimasto intatto. La pulizia della stanza, che avveniva sempre di sera, non sarebbe potuta essere più sbrigativa. Le pareti erano percorse da strisce di sudiciume, qua e là si vedevano batuffoli di polvere. I primi tempi, all’arrivo della sorella, Gregorio si metteva in un angolo più sporco degli altri per farle così, in un certo modo, un rimprovero. Ma la sorella non si sarebbe mossa neppure se lui fosse rimasto al suo posto per settimane; vedeva il sudicio quanto lui, ma aveva deciso una volta per sempre di lasciarlo dov’era. Ciò non toglieva che fosse gelosa della prerogativa di pulire la camera di Gregorio: un atteggiamento nuovo, che non era la sola a manifestare. Una volta la madre, per pulire la camera a fondo, adoperò parecchi secchi d’acqua col risultato di contristare, fra tanti scrosci, il povero Gregorio immobile sul divano; ma ebbe poi il fatto suo. Quando la sorella, la sera, entrò in camera e si accorse della novità, si precipitò in sala, offesa a morte, e scoppiò in un pianto dirotto nonostante le mani supplichevolmente levate della mamma. Il padre, svegliato di soprassalto nella sua poltrona, non seppe sulle prime raccapezzarsi, come del resto sua moglie; poi l’agitazione divenne generale. Il signor Samsa rimproverava a destra la mamma perché non aveva lasciato alla sorella la pulizia della camera di Gregorio, a sinistra gridava alla sorella di non occuparsene più. La madre cercava di trascinare in camera il marito fuori di sé per l’agitazione, mentre la sorella, scossa da singhiozzi, martellava il tavolo coi piccoli pugni; e Gregorio sibilava di rabbia vedendo che a nessuno veniva in mente di chiudere la porta per risparmiargli quella scena e quel chiasso.
Ma anche se la sorella, sfinita dal lavoro, non poteva più accudire Gregorio come prima, si poteva trovare una soluzione senza bisogno di ricorrere alla madre: c’era, infatti, la donna a mezzo servizio. La vecchia vedova, che in una lunga vita, grazie alle solide ossa, ne aveva superate di tutti i colori, non provava per Gregorio una vera ripugnanza. Una volta aveva aperto per caso la porta della camera e, con le mani in grembo, era rimasta, stupita, a guardare Gregorio che colto di sorpresa correva di qua e di là, sebbene nessuno lo inseguisse. Da quel giorno non mancò mai, mattina e sera, di socchiudere la porta e di dare un’occhiata a Gregorio. Le prime volte cercava di attirarlo con richiami che dovevano sembrarle affettuosi, come: “Fatti avanti, vecchio scarafaggio!” oppure: “Guardalo un po’, il vecchio scarafaggio!” A quegli inviti Gregorio non rispondeva, restava immobile come se nessuno fosse entrato. Invece di permettere che quella donna lo stuzzicasse a suo capriccio senza costrutto, avrebbero fatto meglio a ordinarle di pulire la sua camera ogni giorno! Una volta, di mattina presto, mentre una pioggia violenta, forse già un segno della vicina primavera, batteva sui vetri, Gregorio fu così irritato dai discorsi della donna, che con la sua andatura goffa e pesante fece per assalirla. La vecchia, per nulla impressionata, si limitò ad afferrare una sedia accanto alla porta; immobile, teneva la bocca aperta lasciando intendere che l’avrebbe richiusa solo quando la sedia si fosse abbattuta sulla schiena di Gregorio. “Allora, non ti fai più avanti?” chiese nel vedere Gregorio battere in ritirata. E posò di nuovo la sedia nel suo angolo.
Gregorio non mangiava quasi più. Solo quando si trovava a passare davanti al cibo, tanto per far qualcosa, afferrava un boccone, che teneva in bocca per ore, sputandolo poi via quasi sempre. All’inizio pensò che l’inappetenza gli venisse dalla malinconia in cui lo metteva la sua camera, ma presto si adattò ai cambiamenti sopravvenuti. Avevano preso ormai l’abitudine di mettere in quella stanza tutto quello che non trovava posto altrove, e cioè molta roba, da quando una camera dell’appartamento era stata affittata a tre pensionanti. Questi serissimi signori ― tutti con una gran barba, come Gregorio poté vedere una volta dalla fessura della porta ― erano esigentissimi in fatto d’ordine, non solo nella loro stanza ma, poiché erano ormai di casa, in tutto l’appartamento e specialmente in cucina. Non sopportavano di vedere in giro cianfrusaglie inutili; inoltre, avevano portato con loro quasi tutti i mobili che servivano. Molta roba, che non si poteva vendere né buttare via, diventata inservibile, era finita nella camera di Gregorio, persino la cassetta della cenere e il secchio della spazzatura. La vecchia, che aveva sempre fretta, gettava là dentro tutto quello che sul momento non le serviva. Gregorio, per fortuna, vedeva solo l’oggetto e la mano che lo reggeva. Forse la donna aveva intenzione, una volta o l’altra, di riprendere oppure di buttare via in blocco quella roba, ma intanto tutto restava dov’era caduto, a meno che Gregorio non fosse costretto a passare tra quel ciarpame; prima fu costretto a farlo, poiché gli mancava spazio per strisciare, poi ci prese gusto, sebbene dopo ogni scorribanda rimanesse immobile per ore, stanco e triste da morire.
I pensionanti, a volte, cenavano in casa nella sala comune. La porta, in quei casi, restava chiusa, ma Gregorio non ci faceva più gran caso: già in precedenza, negli ultimi tempi, la porta era rimasta aperta e lui era rimasto, senza che la famiglia se ne accorgesse, nell’angolo più buio della sua stanza. Ma un giorno la vecchia non chiuse bene la porta, che rimase socchiusa anche quando i pensionanti entrarono nella sala. Quelli, dopo aver acceso il gas, sedettero al tavolo dove una volta sedevano il padre, la madre e Gregorio, spiegarono i tovaglioli e presero le posate. Subito sulla porta comparve la madre con un piatto di carne, seguita dalla sorella con un piatto pieno di patate. I cibi esalavano un denso sapore. I pensionanti si piegarono sui piatti, posti loro davanti, come per esaminarli prima di mangiare: quello in mezzo, che sembrava il più autorevole, tagliò infatti un pezzetto di carne sul vassoio, con l’evidente proposito di accertarsi se era ben cotta o se non era il caso di rimandarla in cucina. Sembrò soddisfatto, e la madre e la sorella, rimaste a guardarlo trepidanti, respirarono e ripresero a sorridere. La famiglia mangiava in cucina. Tuttavia il padre, prima di passare in cucina, entrò in sala, si inchinò tenendo il berretto in mano e girò intorno al tavolo. I pensionanti si alzarono tutti insieme, mormorando qualcosa nelle loro barbe. Rimasti soli, mangiarono in un silenzio quasi completo. A Gregorio sembrò strano che, in mezzo ai vari rumori, emergesse quello dei denti che masticavano, quasi a provargli che, per mangiare, servivano i denti e che le più belle mascelle del mondo non sarebbero servite a nulla. “Anch’io ho fame!” si disse Gregorio, preoccupato. “Ma non di quella roba. Come si riempiono quei pensionanti, mentre io sto crepando!”
Quella stessa sera - Gregorio non ricordava di averlo mai sentito - arrivò dalla cucina il suono del violino. I pensionanti avevano finito la cena e quello in mezzo aveva tirato fuori un giornale, dando agli altri un foglio per ciascuno; leggevano e fumavano, appoggiati agli schienali. Udendo il violino si scossero, si alzarono e in punta di piedi si avvicinarono alla porta dell’anticamera, stringendosi gli uni agli altri. Dalla cucina dovettero averli sentiti, poiché il padre gridò: “Vi disturba la musica? Possiamo smettere subito”. “Al contrario” disse il signore di mezzo. “Non potrebbe la signorina venire a suonare qui, dove può stare più comoda e sentirsi più a suo agio?” “Prego, prego!” esclamò il padre, come se fosse lui a suonare. I signori ripresero i loro posti e aspettarono. Arrivò il padre con un leggìo, seguito dalla madre con la musica e dalla sorella con il violino. La sorella cominciò, tranquilla, a preparare ogni cosa; i genitori, che non avendo mai affittato stanze esageravano in gentilezza verso gli ospiti, non osarono neppure sedersi sulle loro poltrone. Il padre si appoggiò alla porta, la mano destra infilata tra due bottoni della giacca; la madre, alla quale uno dei signori aveva offerto una sedia, rimase in un angolo perché le mancò il coraggio di spostarla.
La sorella iniziò a suonare. Il padre e la madre, ognuno dalla sua parte, seguivano attenti le sue mani. Gregorio, attirato dalla musica, si era azzardato un po’ più avanti e sporgeva la testa nella sala. Non si stupiva per lo scarso riguardo che aveva ormai verso gli altri, mentre prima si faceva un vanto della propria delicatezza. Eppure, mai come ora avrebbe avuto ragione di nascondersi. A causa della polvere, che nella stanza copriva ogni cosa alzandosi al minimo movimento, era diventato tutto polveroso, con la schiena e i fianchi pieni di fili, peli, avanzi di cibo. Nella sua apatia, ora, non pensava più a pulirsi diverse volte al giorno strofinandosi contro il tappeto, come faceva prima. Nonostante il suo aspetto fosse quello descritto, ebbe il coraggio di avanzare sull’immacolato pavimento della sala. Nessuno, per la verità, badava a lui. La famiglia era tutta assorta nella musica del violino; i pensionanti, che in un primo momento, con le mani in tasca, si erano troppo accostati al leggìo per leggere le note, disturbando la ragazza, si erano poi ritirati, a capo chino e parlando sottovoce, contro la finestra, dove rimasero sotto lo sguardo preoccupato del padre. Era ormai evidente che erano rimasti delusi nella loro speranza di ascoltare una musica bella o almeno divertente, si mostravano annoiati e sopportavano solo per cortesia quella seccatura. Il modo in cui soffiavano dal naso o dalla bocca il fumo dei sigari, facendolo salire al soffitto, dimostrava un grande nervosismo. Eppure la sorella suonava così bene! Con il viso reclinato, seguiva le note con uno sguardo attento e malinconico. Gregorio strisciò ancora in avanti, tenendo il capo contro il pavimento, per poter cogliere un suo sguardo. Era dunque un animale, se la musica lo prendeva in quel modo? Gli sembrava di intravedere una strada verso un desiderato e sconosciuto nutrimento. Era deciso ad arrivare fino alla sorella, a tirarla per la gonna per farle capire che doveva andare col violino in camera sua, perché lì nessuno sapeva apprezzare la sua musica come lui l’avrebbe apprezzata. Non l’avrebbe più fatta uscire dalla sua camera, almeno finché fosse vissuto; il suo aspetto orribile, una volta tanto, gli sarebbe stato utile, sarebbe stato davanti a tutte le porte in una volta sola, per respingere soffiando gli aggressori. Però la sorella non doveva restare con lui per forza, doveva rimanere spontaneamente, sedergli accanto sul divano, prestargli orecchio: e lui le avrebbe confidato che aveva avuto la ferma intenzione di mandarla al conservatorio e che per Natale - era già passato, Natale? - avrebbe annunciato la cosa a tutti senza preoccuparsi di nessuna obiezione. A queste parole, Grete, commossa, sarebbe scoppiata in lacrime, e Gregorio si sarebbe sollevato fino alle sue spalle e le avrebbe baciato il collo, che lei, da quando andava in negozio, portava libero, senza nastro né colletti.
“Signor Samsa!” gridò al padre il signore di mezzo; e, senza aggiungere parola, indicò Gregorio che lentamente avanzava. Il violino tacque, il signore di mezzo sorrise agli amici scuotendo il capo e guardò di nuovo verso Gregorio. Il padre credette necessario di rassicurare i pensionanti, invece di cacciare via Gregorio, sebbene quelli non fossero agitati e sembrassero divertirsi più per quell’apparizione che per la musica del violino. Il padre corse verso di loro con le braccia spalancate, cercando di spingerli nella loro stanza e di coprire col suo corpo la vista di Gregorio. Allora quelli incominciarono ad arrabbiarsi, non si capiva bene se per il comportamento del padre o perché si rendevano d’un tratto conto di aver avuto, a loro insaputa, un simile vicino. Chiesero spiegazioni al signor Samsa e a loro volta spalancarono le braccia, tirandosi nervosamente la barba e retrocedendo verso la loro camera. Nel frattempo la sorella aveva superato lo smarrimento in cui era caduta dopo l’improvvisa interruzione della musica; dopo essere rimasta un po’ con il violino e con l’archetto nelle mani che pendevano inerti, continuando a guardare lo spartito come se ancora suonasse, si scosse, depose lo strumento in grembo alla madre, che sedeva ancora al suo posto respirando a fatica, e corse nella stanza accanto, verso la quale si avvicinavano i pensionanti sospinti dal padre. Sotto le sue mani esperte, coperte e cuscini volarono in aria, per ridisporsi in bell’ordine sui letti. Prim’ancora che i signori avessero raggiunto la stanza, aveva preparato ogni cosa ed era scivolata fuori. Il padre sembrava preso così tanto dal proprio spirito di ostinazione, da dimenticare il rispetto che doveva agli ospiti. Continuava a spingere e spingere, finché il signore di mezzo, già sulla soglia della camera, non batté imprecando un piede a terra costringendolo a fermarsi. Il signore alzò la mano, cercò con lo sguardo la madre e la sorella, e disse: “Dichiaro che, considerate le sconcezze esistenti in questa casa e in questa famiglia - e a questo punto, con decisione improvvisa, sputò sul pavimento - disdico immediatamente la camera. Naturalmente non pagherò un soldo per i giorni che ho abitato qui; anzi: vedrò se non sarà addirittura il caso di chiedervi un indennizzo che, credetemi, sarebbe molto facile da motivare”. Tacque e rimase con lo sguardo fisso davanti a sé, come in attesa. Infatti intervennero gli amici: “Anche noi diamo disdetta immediata”. Allora il signore di mezzo afferrò la maniglia della porta e si chiuse la porta dietro con fracasso.
Il padre barcollò, annaspando, fino alla sua poltrona e ci si lasciò cadere pesantemente; sembrava quasi che ci si fosse disteso per il pisolino serale, ma le scosse che imprimeva alla testa abbandonata mostravano che non dormiva affatto. Gregorio era rimasto, per tutto il tempo, fermo nel posto in cui i pensionanti lo avevano sorpreso. La delusione per il fallimento del suo piano, fors’anche la debolezza provocata dalla gran fame, non gli permettevano di muoversi. Sapeva che da un momento all’altro si sarebbe abbattuto su di lui un attacco di tutta la famiglia e aspettava. Non si spaventò neppure quando il violino cadde, con un suono profondo, dalle dita tremanti della mamma che fino a quel momento lo aveva tenuto in grembo.
“Cari genitori,” disse la sorella picchiando la mano sulla tavola a guisa d’introduzione, “così non si va avanti. Se non ve ne accorgete voi, me ne accorgo io. Dinanzi a questa bestiaccia ― non voglio pronunciare il nome di mio fratello ― vi dico solo che dobbiamo cercare di liberarcene. Abbiamo fatto quanto era umanamente possibile per curarlo e sopportarlo, credo; nessuno potrà farci al riguardo il minimo rimprovero”.
“Ha mille ragioni”, disse il padre tra sé. La madre, che ancora non aveva ripreso fiato, tossiva sordamente nella mano tenuta contro il viso, con un’espressione da folle negli occhi. La sorella le corse vicino e le sostenne la fronte. Le parole della sorella sembravano aver chiarito le idee al padre. Dritto sulla poltrona, giocherellava col berretto, finito tra i piatti che erano rimasti sul tavolo, e di tanto in tanto alzava lo sguardo su Gregorio, sempre immobile al suo posto.
“Bisogna cercare di liberarcene” disse la sorella, rivolgendosi ora solo al padre perché la mamma, con la sua tosse, non sentiva nulla. “Altrimenti finirà con l’ammazzarvi, ne sono certa. Quando si lavora duro come noi, non è possibile sopportare per giunta questo perpetuo martirio in casa. Anch’io non lo sopporto più”. E scoppiò in un pianto così violento che le lacrime presero a colare sul viso della madre mentre lei, con gesti meccanici, le asciugava.
“Figlia mia,” disse il padre impietosito, con un insolito spirito di comprensione, “che dobbiamo fare?”
La sorella si strinse nelle spalle, esprimendo così la perplessità che l’aveva colta durante il pianto, in contrasto con la sicurezza di prima.
“Se lui ci capisse, almeno!” disse il padre, come ponendo una domanda; ma la sorella, tra le lacrime, scosse con veemenza la mano per significare che non c’era da pensarci.
“Se lui ci capisse,” ripeté il padre chiudendo gli occhi, quasi per dimostrare che, d’accordo con la figlia, escludeva quella possibilità, “forse potremmo intenderci. Ma così...”
“Deve andar via!” gridò la sorella. “È l’unico mezzo, babbo. Devi solo liberarti del pensiero che quel coso è Gregorio. La nostra vera disgrazia è stata che lo abbiamo creduto per tanto tempo. Come potrebbe essere Gregorio? Se fosse Gregorio, si sarebbe accorto da un pezzo che gli esseri umani non possono convivere con una bestia simile e se ne sarebbe andato da solo. Avremmo perduto un fratello, è vero, ma avremmo potuto continuare a vivere e a onorare la sua memoria. Invece questa bestia ci perseguita, mette in fuga i pensionanti, vuole, è evidente, occupare tutta la casa e metterci in mezzo a una strada. Guarda, babbo!” gridò d’improvviso. “Ora ricomincia!” E in un moto di terrore che Gregorio non riuscì a capire, la sorella abbandonò così bruscamente la madre da far vacillare la poltrona, quasi preferisse sacrificare la madre piuttosto che rimanere vicino a Gregorio. Quindi corse verso il padre, che, persa a sua volta la testa, si alzò levando le braccia, come per proteggerla.
Ma Gregorio non ci pensava a spaventare qualcuno, tanto meno la sorella. Aveva solo cominciato a girarsi per tornare nella sua stanza; i suoi movimenti potevano sembrare sospetti perché, sofferente com’era, nelle fasi più difficili doveva aiutarsi con la testa, che alzava a diverse riprese, e poi batteva sul pavimento. Si fermò e si guardò intorno. Si erano accorti, sembrava, delle sue buone intenzioni: era stato solo un momento di panico. Ora lo guardavano tristi, in silenzio. La madre era allungata sulla sua poltrona, le gambe distese e strette una all’altra, gli occhi quasi chiusi dalla stanchezza; il padre e la sorella sedevano vicini, la sorella aveva appoggiato il braccio intorno al collo del padre.
“Ora, forse, posso girarmi”, pensò Gregorio, e si rimise al lavoro. Lo sforzo gli dava l’affanno e ogni tanto doveva riposare. Ma nessuno lo spingeva, poteva regolarsi come credeva. Quando ebbe finito di girarsi, cominciò a dirigersi verso la camera. Si stupì per la distanza e non capì come prima avesse potuto, debole com’era, coprire tutto quel tratto quasi senza accorgersene. Sempre preoccupato di strisciare via più in fretta che poteva, non si accorse che non una parola, non un grido della famiglia lo turbarono. Solo quando ebbe raggiunta la soglia girò la testa - non del tutto, perché il collo gli si irrigidiva: solo quanto fu sufficiente per vedere che alle sue spalle niente era cambiato, soltanto la sorella si era alzata. Il suo ultimo sguardo sfiorò la madre, ormai assopita.
Appena fu entrato nella stanza, la porta venne chiusa in fretta, fu sbarrata e fu girata la chiave. Con tutto quel baccano, Gregorio si spaventò tanto che le zampine gli si piegarono sotto. Era stata la sorella ad avere tanta fretta. Aveva aspettato dritta in piedi quel momento, e poi era balzata avanti senza rumore. Gregorio non l’aveva neppure sentita arrivare. “Finalmente!” gridò, rivolta ai genitori, dopo aver dato una mandata alla chiave. “E ora?” si chiese Gregorio, guardandosi intorno nel buio. Si accorse che non poteva più muoversi. La cosa non lo stupì, piuttosto gli sembrò straordinario di essersi potuto muovere fino a quel momento, sulle sue esili zampe. Del resto si sentiva abbastanza bene. Aveva, è vero, dolori in tutto il corpo, ma gli sembrava che a poco a poco si facessero meno forti e che alla fine sarebbero scomparsi del tutto. Non sentiva nemmeno più la mela marcia incastrata nella schiena né la zona infiammata intorno, ora coperta di una polvere sottile. Pensava alla famiglia con tenero affetto. La sua decisione di sparire era, se possibile, ancora più ferma di quella della sorella. Rimuginando tra sé questi vuoti e tranquilli pensieri, udì l’orologio della torre battere le tre del mattino. Vide ancora una volta, fuori dalla finestra, il cielo rischiararsi. Poi la testa gli ricadde esanime e dalle narici sfuggì l’ultimo, tenue respiro.
Quando, la mattina presto, arrivò la donna - sia per la fretta, sia per esuberanza, sbatteva le porte in modo tale che, sebbene l’avessero spesso pregata di avere riguardo, al suo arrivo non era più possibile dormire tranquilli - nel fare come sempre la sua breve visita a Gregorio, all’inizio non notò niente di straordinario. Pensò che quello rimaneva di proposito così immobile, per fare l’offeso; poiché lo credeva capace di ragionare come un essere umano. Con la lunga scopa che per caso stringeva, cercò di solleticarlo rimanendo sulla porta. Visto che neanche così otteneva nulla, si arrabbiò e colpì più forte. Il corpo si spostò, senza resistenza; allora si incuriosì. Appena si fu resa conto di quello che era successo, spalancò gli occhi, si mise a fischiettare, ma poi non si trattenne, spalancò la porta della camera da letto e gridò nel buio: “Vengano a vedere: è crepato; se ne sta lì disteso, proprio crepato!”
I due vecchi sedettero sul letto e dovettero rimettersi dallo spavento, prima di capire quello che la donna aveva detto. Poi, ognuno dalla sua parte, saltarono in piedi; il marito si buttò una coperta sulle spalle, la moglie rimase in camicia, e così entrarono nella camera di Gregorio. Intanto si era aperta anche la porta della sala, dove Grete dormiva da quando erano arrivati i pensionanti; era completamente vestita, non sembrava che avesse dormito, come dimostrava anche il pallore del volto. “È morto?” chiese la signora Samsa guardando la vecchia con aria interrogativa, sebbene potesse vedere la cosa da sola e persino convincersene senza verifiche. “Direi” disse la donna, spingendo con la scopa, a riprova, il cadavere di Gregorio e facendolo scivolare per un bel tratto. La signora Samsa abbozzò un gesto per trattenere la scopa, ma si fermò a metà. “Be’,” disse il signor Samsa, “ora possiamo ringraziare Iddio”. Si fece il segno della croce e le tre donne ne seguirono l’esempio. Grete, che non aveva distolto gli occhi dal cadavere, disse: “Guardate com’era diventato magro. È tanto che non mangiava più niente. I cibi uscivano dalla camera tali e quali com’erano entrati”. In realtà il corpo di Gregorio era secco e appiattito: si vedeva bene, ora che non era più sollevato dalle zampine e che nulla distraeva lo sguardo.
“Vieni da noi un momentino, Grete”, disse la signora Samsa con un sorriso malinconico; e Grete, gettata un’ultima occhiata al cadavere, seguì i genitori in camera da letto. La donna chiuse la porta e spalancò la finestra. Sebbene fosse molto presto, l’aria fresca non sembrava più tanto cruda. Era già la fine di marzo. I tre pensionanti, usciti dalla loro stanza, si guardarono intorno stupiti cercando la loro colazione; erano stati dimenticati. “Dov’è la colazione?” chiese quello di mezzo, accigliato, alla vecchia. Lei posò l’indice sulle labbra e in silenzio li invitò, con un rapido gesto, a entrare nella camera di Gregorio. Quelli si fecero avanti e, con le mani nelle tasche delle giacchette lise, si fermarono intorno al cadavere nella luce ormai chiara.
Allora la porta della camera da letto si aprì e apparve il signor Samsa in uniforme, tenendo a braccetto la moglie e la figlia. Mostravano tutti tracce di pianto; Grete premeva il viso contro il braccio del padre.
“Se ne vadano subito da casa mia!” disse il signor Samsa mostrando la porta, senza lasciare le due donne.
“Che intende dire?” chiese perplesso il signore di mezzo, con un sorriso dolciastro. Gli altri due continuavano a stropicciarsi le mani dietro la schiena, quasi aspettassero, tutti soddisfatti, una gran discussione destinata a concludersi a loro vantaggio. “Intendo dire esattamente quello che ho detto” rispose il signor Samsa; e insieme con le due donne avanzò contro il pensionante. Quello rimase dapprima immobile a fissare in silenzio il pavimento, come se le cose gli si presentassero ora da un nuovo punto di vista. “Bene, in questo caso ce ne andiamo” fece, guardando il signor Samsa come se, in un accesso improvviso di umiltà, dovesse chiedergli un permesso per questa decisione. Il signor Samsa si limitò ad accennare più volte, brevemente, con il capo, fissandolo con gli occhi spalancati. Il signore uscì a grandi passi nell’anticamera; i due amici, che erano rimasti in ascolto con le mani tranquille, gli saltarono immediatamente dietro, quasi temessero che il signor Samsa potesse precederli impedendo che si riunissero al loro capo. In anticamera presero i cappelli dall’attaccapanni, tolsero i bastoni dal portaombrelli, si inchinarono in silenzio e lasciarono la casa. Per un senso di diffidenza, rivelatosi poi ingiustificato, il signor Samsa e le due donne uscirono sul pianerottolo. Appoggiati alla ringhiera, rimasero a guardare i tre signori che, a passo lento ma continuo, scendevano la lunga scala scomparendo a ogni piano sotto una certa curva e riapparendo dopo qualche istante. Quanto più quelli scendevano in basso, altrettanto calava l’interesse della famiglia Samsa; quando un garzone di macellaio li ebbe raggiunti e poi superati, salendo fiero la scala con un paniere sulla testa, il signor Samsa con le donne abbandonò la ringhiera e tutti rientrarono, come sollevati, in casa.
Decisero di dedicare quel giorno al riposo e al passeggio; non solo avevano meritato quella tregua, ma ne avevano assolutamente bisogno. Sedettero al tavolo e scrissero tre lettere di scusa, il signor Samsa al suo direttore, la signora al suo commissionario e Grete al suo principale. Mentre stavano scrivendo, entrò la vecchia a dire che aveva finito e che se ne andava. I tre annuirono, senza alzare lo sguardo; poi guardarono risentiti, perché la donna non accennava a muoversi.
“Allora?” chiese il signor Samsa. La donna si era fermata sorridente sulla soglia, come se avesse da annunciare alla famiglia una grande fortuna ma volesse farsi pregare. La piccola penna di struzzo dritta sul cappello, che il signor Samsa, da quando la donna era al suo servizio, non aveva mai potuto soffrire, oscillava di qua e di là. “Ma cosa vuole, insomma?” chiese la signora Samsa. Per lei la donna mostrava più rispetto che per gli altri. “Eh sì”, fece quella, ma non poté continuare, tanto rideva contenta. “Insomma, volevo dire che non si devono preoccupare su come portare via quella roba là. Ho pensato a tutto io”.
La signora Samsa e Grete si chinarono sulle loro lettere, come per riprendere a scrivere. Il signor Samsa, accortosi che la donna aveva intenzione di riferire ogni cosa nei particolari, la fermò con un gesto risoluto. Visto che non le lasciavano raccontare nulla, quella si ricordò di avere una gran fretta, gridò, visibilmente offesa, “Arrivederci a tutti!”, si girò di furia e abbandonò, dopo una tremenda sbattuta di porta, la casa. “Stasera la licenziamo” disse il signor Samsa, ma né la moglie né la figlia gli risposero, perché la domestica sembrava aver di nuovo turbato la pace appena riconquistata. Si alzarono, andarono alla finestra e rimasero lì, abbracciate. Il signor Samsa si rigirò sulla poltrona e le guardò per qualche momento. Poi gridò: “Basta ora, venite qua: smettetela di pensare alle vecchie storie e abbiate un po’ di riguardo anche per me”. Le donne ubbidirono subito: corsero verso di lui, lo vezzeggiarono e finirono in fretta le loro lettere.

Uscirono di casa tutti insieme, cosa che non facevano da mesi, e andarono a prendere un tram per uscire dalla città. La vettura, in cui sedevano soli, era piena della luce di un sole tiepido. Appoggiati comodamente agli schienali, discussero le possibilità del loro avvenire che, tutto considerato, non sembravano troppo brutte: non avevano mai parlato accuratamente delle loro faccende, ma i loro impieghi erano buoni e soprattutto promettevano bene. Intanto si sarebbero procurati un grande vantaggio cambiando subito casa. Avrebbero preso un appartamento più piccolo e più modesto, ma meglio esposto e, in particolare, più pratico di quello attuale, che era stato scelto da Gregorio. Mentre discorrevano di queste cose, quasi nello stesso momento, il signore e la signora Samsa si accorsero, guardando la loro figliola diventare sempre più vivace, come Grete, nonostante le pene che negli ultimi tempi avevano fatto impallidire le sue guance, era diventata una bella, florida ragazza. La loro conversazione languì, e gettandosi senza volere occhiate d’intesa pensarono che sarebbe stato tempo di cercarle un bravo marito. E fu per loro una conferma dei loro freschi sogni e delle loro buone intenzioni quando, alla fine della corsa, la figliola si alzò per prima, stirando il suo giovane corpo.