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martedì 13 febbraio 2018

163 Il vecchio generale (di Lev Tolstoj)




Per capire meglio il carattere della crisi etico-religiosa del principe Nechljudov, il protagonista di “Resurrezione” (e anche quella del vecchio Tolstoj), posto quest’altro brano (il capitolo XIX della seconda parte del romanzo) in cui il principe si reca all’abitazione di un vecchio generale, responsabile del funzionamento della prigione di stato. La descrizione che ne fa lo scrittore russo è perfetta: non solo per immaginarsene l’aspetto fisico, ma anche per comprendere il carattere e la mentalità, che Tolstoj rifiuta completamente.

L’uomo dal quale dipendeva il miglioramento del destino dei prigionieri di Pietroburgo, era un vecchio generale, discendente da baroni tedeschi, che si diceva un po’ rimbambito. Egli aveva un lungo stato di servizio e molte decorazioni, delle quali portava la sola croce bianca all’occhiello. Egli aveva meritato questa croce, specialmente al Caucaso, per aver obbligato dei contadini russi, col capo rasato e rivestiti di uniformi e armati di fucili e baionette, ad uccidere migliaia di cittadini che difendevano la loro libertà, le loro case, le loro famiglie. Egli aveva servito poi in Polonia, dove aveva di nuovo obbligato dei contadini russi a commettere altri delitti, che gli avevano fruttato nuove decorazioni e nuovi galloni alla sua uniforme; poi era stato mandato anche in altre parti. Egli occupava, ora, quel posto, che gli dava un buon alloggio, un buon vitto ed altre onorificenze. Egli eseguiva gli ordini che gli venivano dall’alto con scrupoloso rigore, e ne riteneva l’esecuzione come cosa eminentemente preziosa. E siccome attribuiva ad essi un valore del tutto particolare, pensava che tutto poteva cambiare sulla terra, fatta eccezione di quegli ordini. I doveri della sua carica consistevano a conservare segretamente dei detenuti politici dei due sessi nelle casematte, e vi riusciva così bene che circa la metà di essi sparivano nello spazio di dieci anni, alcuni impazzivano, altri morivano tisici, o si suicidavano lasciandosi morire di fame, tagliandosi le vene con un pezzo di vetro, impiccandosi o bruciandosi vivi.
Il vecchio generale sapeva tutto questo, giacché lo vedeva ogni giorno; ma tutti questi incidenti non avevano il potere di scuotere la sua coscienza, come non lo sfioravano i danni prodotti dalle tempeste, dalle inondazioni, ecc., ecc. Questi casi accadevano in seguito all’esecuzione di ordini superiori, nel nome del sovrano imperatore. E dal momento che questi ordini dovevano eseguirsi letteralmente; era dunque inutile preoccuparsi delle loro conseguenze. Il vecchio generale non pensava né punto né poco, perché il suo dovere gli proibiva qualunque riflessione che avesse potuto indurlo a qualche debolezza negli obblighi della sua carica, che egli riteneva assai importanti.
Attenendosi strettamente al regolamento, egli visitava una volta alla settimana tutte le celle, informandosi se avessero da presentargli qualche domanda. Spesso gliene presentavano, allora egli ascoltava tranquillamente i prigionieri senza dire una parola; ma non li esaudiva mai, sapendo anticipatamente che quelle suppliche erano incompatibili col regolamento.
Nel momento in cui la vettura di Nechljudov si fermava innanzi al caseggiato abitato dal vecchio generale, l’orologio della torre, con debole soneria, cantò: «Dio sia lodato!» Poi suonarono le due. Ascoltando quella soneria, Nechljudov si ricordò di ciò che aveva letto nelle memorie dei Decabristi, riguardo all’impressione prodotta da quella dolce musica, che si ripeteva ad ogni ora, sui detenuti a vita. Il vecchio generale, al momento in cui Nechljudov si avvicinava alla sua casa, si trovava in un salottino scuro, in compagnia di un giovane pittore, fratello di un suo subordinato. Entrambi, seduti davanti ad un tavolino incrostato di madreperla, facevano girare una sottocoppa, al disopra del foglio di carta sul quale erano scritte tutte le lettere dell’alfabeto. La sottocoppa stava rispondendo alla domanda del generale, che voleva sapere come le anime si riconosceranno dopo la morte.
Nel momento in cui un attendente, facendo le funzioni di cameriere, entrò con il biglietto da visita di Nechljudov, l’anima di Giovanna d’Arco parlava per mezzo del sottocoppa. L’anima di Giovanna d’Arco aveva già detto, lettera dopo lettera, le parole «Si riconosceranno», che erano state trascritte. Quando arrivò l’attendente, la sottocoppa, fermatasi una volta sulla «p», un’altra volta sulla «o», aveva aggiunto la «s» e si era fermata su questa lettera, dando strappi avanti e indietro. Dava strappi perché secondo il generale la lettera seguente doveva essere una «l», cioè Giovanna d’Arco secondo lui doveva dire che le anime si riconosceranno «posle», «dopo» la loro purificazione da ogni residuo terreno, o qualche cosa di simile, e perciò la lettera seguente doveva essere una «l»; invece, l’artista era d’avviso che la lettera seguente dovesse essere una «v», il che voleva dire che le anime si riconosceranno «po svetu», dalla luce emanata dal loro corpo etereo. Il generale, aggrottando tetramente le sue grosse sopracciglia bianche, si guardava fisso le mani, e, persuaso che la sottocoppa si movesse da sé, l’attirava verso la «l». Invece il giovane pittore anemico, coi suoi radi capelli dietro le orecchie, guardava coi suoi grandi occhi spenti verso un angolo scuro del salotto, ed agitando nervosamente le labbra, attirava il piattino verso la «v». Irritato di essere interrotto nel bel mezzo della sua occupazione, il generale corrugò la fronte, e, dopo un momento di silenzio, prese il biglietto da visita, inforcò il suo pince-nez, e gemendo del male che gli facevano le reni, si drizzò di tutta l’altezza della sua statura, stropicciandosi le dita irrigidite.
- Fallo accomodare nello studio.
- Permettetemi, Vostra Eccellenza, che finisca da solo, - disse il pittore alzandosi. - Sento la presenza.
- Va bene, finisca, - disse il generale deciso e severo e si avviò verso lo studio coi lunghi passi decisi e cadenzati delle sue gambe anchilosate. - Lieto di vedervi, - disse il generale a Nechljudov, pronunciando quelle parole cortesi con una voce ruvida e mostrandogli col gesto una poltrona vicina allo scrittoio. - Siete giunto a Pietroburgo da molto tempo?
Nechljudov rispose che vi si trovava da poco tempo.
- La principessa, vostra madre, sta bene?
- Mia madre è morta.
- Perdonatemi, me ne dispiace tanto tanto. Mio figlio mi ha detto che vi aveva incontrato.
Il figlio del generale seguiva la carriera del padre: dopo essere uscito dalla scuola di guerra, era entrato nell’ufficio informazioni, ed era assai superbo delle occupazioni che gli si affidavano, le quali consistevano nell’udire le spie e nel leggere i loro rapporti.
- Sicuro, ho servito con vostro padre. Siamo stati amici, compagni d’arme. E voi, prestate servizio?
- Nossignore.
Il generale abbassò il capo con aria di rimprovero.
- Ho un favore da chiedervi, generale, - disse Nechljudov.
- Mo-o-o-lto lieto. Ed in che posso servirvi?
- Se la mia domanda vi sembra inopportuna vi prego di perdonarmi. Ma debbo assolutamente presentarvela.
- Che cos’è?
- Fra i vostri detenuti, vi è un certo Gurkevič: sua madre chiede di poterlo vedere, o, almeno, di potergli mandare alcuni libri.
Il generale non espresse né contento né scontento a queste parole di Nechljudov; ma, inchinando la testa da un lato, si limitò a corrugare la fronte ed a rimanere un momento sopra pensiero. Veramente, non pensava a nulla, e anzi non provava il minimo interesse per la domanda di Nechljudov, sapendo benissimo che gli avrebbe risposto secondo il regolamento. Faceva solo riposare la sua mente, senza occuparla di alcun pensiero.
- Ecco, vedete, tutto ciò non dipende da me, - disse dopo essersi riposato alquanto. - Per le visite dei parenti dei detenuti c’è un regolamento imperiale, e ciò che vi è ordinato è legge. In quanto ai libri, abbiamo una biblioteca, e si danno ai prigionieri i libri autorizzati.
- Sì, ma egli ha bisogno di libri scientifici che vorrebbe studiare.
- Non ci credete. - Ed il generale tacque. - Non ci credete: non è per studiare; è semplicemente per dare disturbo alla gente.
- Ma come, devono pur occupare in qualche modo il loro tempo, nella loro dolorosissima posizione, - disse Nechljudov.
- Si lagnano sempre, - rispose il generale. - Li conosciamo bene. - Ne parlava collettivamente, come di una razza di uomini speciale, inferiore. - Mentre hanno qui tante comodità che sarebbe assai difficile trovare in altri luoghi di detenzione, - continuò il generale.
E cominciò, come per giustificarsi, a descrivere dettagliatamente tutte le comodità messe a disposizione dei carcerati, come se lo scopo principale di quell’istituzione fosse organizzare un piacevole soggiorno per i suoi ospiti.
- È vero che in altri tempi, li trattavano assai male: ma ora la cosa è assai diversa. Mangiano tre piatti di cui uno sempre di carne: polpette o crocchette. Di domenica si aggiunge un quarto piatto: un dolce. Dio faccia che tutti i russi siano nutriti come loro!
Il generale, come tutte le persone anziane, trascinato dal soggetto ripeteva cento volte le stesse cose per dimostrare l’ingratitudine dei prigionieri.
- In quanto ai libri, noi diamo loro dei libri di contenuto religioso ed anche delle vecchie riviste. Ne abbiamo un’intera biblioteca. Ma essi leggono di rado; spesso, fingono d’interessarsi alla lettura e, poco tempo dopo, ci restituiscono i libri ancora intonsi e che non hanno neppure aperti. I vecchi non li sfogliano neppure; per convincercene ci abbiamo spesso messo un pezzo di carta, - aggiunse il generale con qualcosa di lontanamente somigliante a un sorriso. - Possono pure scrivere. Noi diamo loro, a questo scopo, delle lavagne sulle quali possono divertirsi a scrivere, cancellare e tornare a scrivere. Ma neppure questo garba loro. Solo nei primi tempi sono in agitazione; poi s’ingrassano e si fanno sempre più tranquilli, - diceva il generale senza immaginare per nulla quale terribile significato avessero le sue parole.
Nechljudov ascoltava quella voce monotona, guardava quelle membra pesanti, quelle palpebre gonfie sotto gl’ispidi sopraccigli, quelle gote flosce e rase, sostenute dal colletto militare, quella piccola croce bianca di cui quell’uomo era così fiero, perché era la ricompensa di una crudele carneficina in massa, e capiva sempre più l’inutilità di spiegare cosa alcuna a quell’uomo. Fece però uno sforzo per parlargli di un altro affare; di quello della prigioniera Šustova, di cui aveva saputo prossima la scarcerazione.
- Šustova? Šustova... Non li conosco tutti di nome. Sono così numerosi!... - rispose egli come se rimproverasse loro di essere in tanti. Egli suonò e disse di chiamare il segretario. Mentre che ne andavano in cerca, egli consigliò a Nechljudov di riprendere servizio, dicendo che gli uomini onesti ed onorevoli, tra i quali metteva sé stesso, erano indispensabili allo zar... «ed alla patria», aggiunse egli, evidentemente solo per questione di stile.
- Io sono vecchio; eppure presto servizio, per quanto le forze me lo consentano.
Entrò il segretario, un uomo secco, con occhi inquieti e maligni, e riferì che la Šustova era detenuta in qualche recinto fortificato, ma che non era giunto nessun ordine relativo a lei.
- Appena riceviamo quest’ordine, li rimettiamo subito in libertà; non li tratteniamo affatto. Non cerchiamo certo di prolungare la loro visita, - disse il generale con un nuovo sforzo di sorriso canzonatorio, il quale riuscì soltanto a far fare una smorfia al suo vecchio viso.
Nechljudov si alzò, stentando a dissimulare l’orrore, misto a pietà, che gli ispirava quell’orribile vecchio. E costui intanto pensava che non doveva essere troppo severo col figlio traviato del suo antico camerata e si credeva in dovere di fargli la lezione.
- Addio, mio caro! Non ve ne abbiate a male di quello che vi dico, è per vera amicizia: non v’immischiate negli affari dei nostri prigionieri. Non vi è un solo innocente! Sono tutti depravati e noi li conosciamo bene! - disse con tono che non permetteva il dubbio. E difatti, egli non ne dubitava, non perché fosse vero, ma perché, in caso contrario, invece di considerarsi un venerabile eroe che finisce degnamente la vita esemplare, egli avrebbe dovuto riconoscersi come un miserabile che avesse venduto la coscienza e continuasse a venderla anche nella vecchiaia. - Credete a me, farete meglio a riprendere servizio. Lo zar ha bisogno di gente onesta... e la patria, pure. Pensate un po’ che cosa succederebbe se io, se tutti gli uomini del nostro rango, non servissimo. Chi rimarrebbe allora? Ecco, vedete, noi spesso disapproviamo l’ordine costituito, ma senza voler dare aiuto al governo.
Nechljudov sospirò, salutò profondamente, strinse la grossa mano anchilosata del vecchio e se ne andò.
Dopo aver scosso il capo in segno di disapprovazione, il generale si strofinò le reni e tornò nel salottino, in cui l’aspettava il pittore, che già aveva annotato la risposta di Giovanna d’Arco. Il generale si mise il pince-nez e lesse: «Si riconoscono reciprocamente dalla luce che emana dal loro etereo corpo...»
- Ah! esclamò il vecchio chiudendo gli occhi con vera soddisfazione. - Ma come si fa a riconoscersi, se la luce è uguale per tutti? - chiese egli. E stringendo nuovamente le mani dell’artista, andò a sedersi innanzi alla piccola tavola.
Il cocchiere di Nechljudov uscì dalla porta della fortezza.
- Che tristezza qui, signore, - disse rivolgendosi a Nechljudov. – Quasi quasi, sarei partito senza aspettarvi!
- Sì, che tristezza! - confermò Nechljudov, respirando a pieni polmoni, e fissando gli occhi, per calmarsi, sulle leggere nuvolette che attraversavano il cielo, e sul luccichio della Neva, sulla quale scivolavano delle barche e dei battelli.




162 La messa in carcere (di Lev Tolstoj)



Se qualcuno si chiede perché Tolstoj sia stato scomunicato dalla Chiesa, legga questo brano (corrispondente ai capitoli XXXIX e XL del romanzo “Resurrezione”): vi si descrive una messa celebrata nella chiesa della prigione in cui si trova Katjuša (qui identificata con il suo nome originario di Maslova), a edificazione dei carcerati. Nessuno, dice Tolstoj, si rende conto che quella cerimonia è la più grande profanazione e derisione di Cristo e dei suoi insegnamenti.
È una pagina terribile, ancor oggi condivisibile nella descrizione di una fede superficiale e valida in molte chiese.

XXXIX
La messa incominciò.
Questa messa si svolgeva nel modo seguente: il sacerdote, con indosso un vestito di broccato, di forma assai strana e molto incomodo, tagliava dei pezzettini di pane e li disponeva sopra una sottocoppa, poi li metteva in una tazza di vino, borbottando intanto diversi nomi e preghiere. Nello stesso tempo, il sagrestano non la smetteva, prima, di leggere, poi, di cantare, alternando col coro dei prigionieri, certe preghiere slave, per sé stesse poco intelligibili e che lo diventavano ancora maggiormente a causa della rapidità colla quale venivano recitate. Il contenuto di quelle preghiere era specialmente destinato ad augurare il benessere all’Imperatore ed alla sua famiglia. Preghiere a tale scopo si ripetevano ogni tanto, separatamente o unite ad altre, e sempre in ginocchio. Oltre di ciò, il sagrestano leggeva alcuni versetti degli atti degli Apostoli, con voce così strana e nasale che non era possibile capirne un’acca, ed il sacerdote invece leggeva assai chiaramente un brano del Vangelo di S. Marco, nel quale è detto che Gesù Cristo, risorto, prima di volare in cielo per sedersi alla destra di suo padre, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale cacciò sette demoni, e poi agli undici apostoli, ai quali comandò di predicare il Vangelo a tutto l’universo, dichiarando che
chi non ci crederà, perirà, e che invece chi ci crederà sarà salvo, non solo, ma caccerà pure i demoni, guarirà la gente colla sola applicazione delle mani, parlerà lingue nuove, prenderà impunemente delle serpi, e se berrà del veleno, non ne morrà, ma resterà sano e salvo.
La sostanza della messa consisteva nella supposizione che i pezzettini di pane tagliati dal sacerdote e messi nel vino, dopo certe manipolazioni e preghiere, si cambiassero in corpo ed in sangue di Dio. Queste manipolazioni consistevano nel fatto che il sacerdote – non badando all’impiccio che gli dava il sacco di broccato che aveva indosso – alzava ogni tanto le due braccia e le teneva qualche tempo in su, poi le abbassava fino alle ginocchia, e baciava la tavola e ciò che vi si trovava sopra. Ma il punto più importante della cerimonia era quando il Sacerdote, presa una salvietta con ambo le mani, l’agitava in cadenza al disopra della sottocoppa e della tazza dorata. Si presumeva che proprio in quel momento il pane ed il vino si cambiassero in corpo ed in sangue, ed è perciò che quella parte della cerimonia era circondata da una solennità speciale.
«Preghiamo con fervore la santissima, la purissima, la beatissima Vergine Madre!» gridava dopo a voce alta il sacerdote, nascosto dietro una divisione, ed il coro intonava solennemente un canto che diceva che sta molto bene il lodare la Vergine Maria che diede alla luce Cristo conservando la verginità, la quale per questo merita più onore che certi cherubini, e più gloria che non certi serafini. Dopo ciò era ammesso che il cambiamento fosse avvenuto, ed il sacerdote, tolta la salvietta dalla sottocoppa, tagliò in quattro parti il pezzettino di mezzo, lo immerse prima nel vino e poi lo mise in bocca. Si presumeva che avesse mangiato un bocconcino del corpo di Dio e che avesse bevuto un sorso del suo sangue. Dopo di ciò il sacerdote tirò una tenda, aprì la porta centrale, e presa in mano la tazza dorata, uscì per quella porta ed invitò i fedeli a mangiare pur essi il corpo del Signore ed a bere del suo sangue, i quali erano ancora nel sottocoppa.
Si presentarono alcuni bambini.
Avendo prima domandato a quei bambini i loro nomi, il sacerdote tolse accuratamente, con un cucchiaino, un pezzetto di pane intinto nel vino, e lo ficcò profondamente in bocca al primo fanciullo, poi al secondo, e così di seguito, ed il sagrestano, dopo aver asciugato la bocca ad ognuno dei bambini, intonò con voce allegra un canto nel quale è detto che essi mangiano il corpo di Dio e bevono il suo sangue. Fatto questo, il sacerdote riportò la tazza dietro la divisione, e, bevuto tutto quello che ci rimaneva del sangue del Signore e mangiati tutti i pezzettini del Suo corpo, si leccò accuratamente i baffi, si asciugò ben bene la bocca, come pure la tazza, poi nella più allegra disposizione d’animo e facendo scricchiolare la suola dei suoi stivali, uscì di nuovo di dietro la divisione.
Così terminò la parte principale della messa. Ma il sacerdote, desideroso di consolare gli sventurati prigionieri, ci aggiunse una parte secondaria. Questa seconda cerimonia si svolse come segue: il sacerdote si piazzò davanti all’immagine (dal volto e dalle mani nere) di quello stesso Dio che aveva poc’anzi mangiato e che era illuminato da una decina di ceri, e con voce strana, tutta in falsetto, incominciò ora a cantare, ora a recitare le parole seguenti:
«O Gesù dolcissimo, gloria degli apostoli, Gesù lode dei martiri, Signore onnipossente, salvami! Gesù mio, bellissimo, ricorro a Te, salvami! Abbi pietà di me, per le preghiere della madre tua, Gesù, e di tutti i Tuoi santi e di tutti i profeti, salvami, Gesù mio! E concedimi i godimenti del paradiso. Gesù misericordioso!»
A questo punto si fermò, respirò, fece il segno della croce, s’inchinò fino a terra, e tutti lo imitarono. S’inchinarono il direttore, il carceriere, i detenuti; e nell’alto della navata, le catene dei prigionieri risuonarono maggiormente.
«Creatore degli angeli e signore delle potenze, - continuò il prete, - Gesù meraviglioso, meraviglia degli angeli, Gesù Onnipotente, salvatore degli avi! Dolce Gesù, grandezza dei Patriarchi! Glorioso Gesù, potenza dei re! Beato Gesù, volontà dei Profeti! Splendido Gesù, fermezza dei martiri! Rassegnato Gesù, gioia dei monaci! Gesù misericordioso, dolcezza dei preti! Magnanimo Gesù, astinenza dei digiunatori! Dolcissimo Gesù, felicità dei santi! Purissimo Gesù, castità delle vergini! Eterno Gesù, salute dei peccatori! Gesù figlio di Dio, abbi pietà di noi!» – era il punto di fermata ed il nome di «Gesù» fu pronunciato con un fischio stridente. Il prete sollevò con una mano la sottana foderata di seta, piegò un ginocchio e s’inchinò fino a terra, mentre il coro cantava le ultime parole: «Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di noi!»
I prigionieri caddero in ginocchio e si rialzarono nuovamente, scotendo i capelli rimasti sopra una metà del capo, e facendo risuonare i ferri che illividivano le gambe dimagrate.
La funzione durò ancora per molto tempo. Da principio erano delle lodi che finivano con le parole: «Abbi pietà di noi!» Poi altre parole che finivano con «Alleluia!» Al principio i prigionieri avevano fatto dei segni di croce e si erano inginocchiati ad ogni segno di fermata; poi non s’inchinarono che ogni due fermate, poi ogni tre, e furono contentissimi quando tutto fu finito. Dopo aver dato un sospiro di sollievo, il sacerdote riprese il suo breviario e tornò dietro la divisione. Ma restava l’ultimo atto: il sacerdote prese sulla grande tavola una croce dorata, le cui estremità erano ornate da medaglioni smaltati e si avanzò nel mezzo della chiesa. Tutti cominciarono a sfilare, e a baciare la croce; dapprima il direttore, poi i custodi, indi passarono i prigionieri spingendosi l’un l’altro e ingiuriandosi sottovoce. Mentre il sacerdote parlava con il direttore, porgeva la croce o la mano sulla bocca, e talvolta sul naso dei prigionieri, i quali si sforzavano di baciare l’una e l’altra. Così finì l’ufficio cristiano, celebrato per la consolazione e l’insegnamento del prossimo traviato.

XL
Ed a nessuno dei presenti, a cominciare dal sacerdote e dal direttore per finire con la Maslova, venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome era stato ripetuto con un fischio centinaia di volte, che quello stesso Gesù le cui lodi erano state cantate in termini così stravaganti, ha proibito appunto tutto ciò che era stato fatto in quella chiesa, che ha proibito non solo quella sciocca magniloquenza e quella sacrilega stregoneria sul pane e sul vino, ma che ha pure vietato, nei termini più precisi, agli uomini di chiamare altri uomini col nome di pastori, che ha proibito le preghiere nei templi, e comandato di pregare isolatamente nella solitudine, dicendo che era venuto per distruggere i templi e che bisogna pregare solo nell’anima e nella verità; che ha vietato poi, in modo più speciale, di giudicare gli uomini, di tenerli prigioni, di tormentarli, di punirli, di martirizzarli come si faceva in quel locale, dicendo che era venuto in terra per liberare tutti i prigionieri.
Nessuno degli astanti rifletté che quello che si commetteva in quel luogo era la più grande bestemmia e la più sanguinosa ingiuria contro quello stesso Cristo, in nome del quale si facevano tutte quelle funzioni. Nessuno pensò che la croce dorata, coi suoi medaglioni dorati, portata dal sacerdote e baciata dai fedeli, non era che la riproduzione della forca sulla quale Cristo fu messo in supplizio, perché egli aveva proibito quegli stessi atti che si commettevano qui in nome suo. Nessuno pensò che i sacerdoti, figurandosi di mangiare la carne e bere il sangue di Cristo, sotto l’aspetto di pane e di vino, non solo inducono in errore gli umili coi quali Cristo si è identificato, ma che fanno perdere loro il più gran bene e li spingono nelle più atroci sofferenze nascondendo loro la rivelazione della felicità che egli aveva portato loro!
Il sacerdote eseguiva queste cerimonie con la coscienza tranquilla, perché, fino dall’infanzia, gli avevano inculcato che esse erano la vera ed unica credenza, professata da tutti i santi, e adottate al giorno d’oggi da tutte le autorità spirituali e temporali. Egli non credeva certamente al fatto della trasformazione del pane in carne, né che la fraseologia ecclesiastica fosse utile all’anima, né di aver mangiato veramente un pezzetto di Dio, - a questo è impossibile credere, - ma credeva esser necessario prestar fede a questa credenza. E ciò che lo confermava specialmente in questa credenza, era di aver ricavato tanti utili dall’esercizio del suo sacerdozio, in diciotto anni, da aver potuto assicurare la vita della sua famiglia, da poter mandare suo figlio al ginnasio e sua figlia alla scuola ecclesiastica. Identica ed ancora più salda era la credenza del sagrestano, poiché egli aveva completamente dimenticato l’essenza dei dogmi della sua fede e sapeva soltanto che le preghiere per i morti, che le quarant’ore, che le messe semplici e le messe cantate, che tutte queste varie funzioni avevano un prezzo fisso, pagato volentieri dai veri cristiani. Per la qual cosa egli declamava i suoi «miserere», leggeva e cantava tutto ciò che imponeva la regola, con quella stessa tranquilla sicurezza che caratterizza la necessità, per altri uomini, di vendere della legna, della farina, delle patate. Il direttore della prigione e i sorveglianti – benché non avessero mai cercato di sapere in che consistessero i dogmi di questa fede, né ciò che significassero quelle cerimonie chiesastiche – credevano che era assolutamente necessario credere in quella fede perché l’autorità superiore, e lo stesso zar, vi credevano. Oltre di ciò sentivano, ma vagamente, (perché non sapevano spiegarselo) che quella fede giustificava la crudeltà delle loro funzioni. Se quella religione non fosse esistita, sarebbe stato loro difficile, anzi impossibile, di adoperare tutti i loro sforzi per martirizzare gli uomini, come facevano ora, con la coscienza serena. Il direttore della prigione era un ottimo uomo e non avrebbe potuto vivere a quel modo se non avesse trovato un appoggio in quella religione. Perciò egli era rimasto immobile e rigido e aveva fatto molti inchini ed innumerevoli segni di croce, e si era intenerito quando avevano cantato i «Cherubini»; e quando era cominciata la comunione dei bambini, egli si era avvicinato per sollevare un bambinello e lo aveva tenuto fra le braccia mentre riceveva l’eucarestia.
In quanto ai prigionieri, – salvo pochissimi fra di loro, i quali vedevano chiaramente tutto l’inganno che quella fede produceva fra gli uomini, e che ne ridevano internamente, – la gran maggioranza credeva che appunto in quelle immagini dorate, in quei ceri, in quelle tazze, in quelle stole, in quelle croci, in quelle parole così spesso ripetute: «Gesù dolcissimo, miserere!» risiedesse la forza misteriosa, mercé la quale si potevano acquistare grandi vantaggi in questa vita e in quella futura. Benché molti di essi avessero, più di una volta, tentato, ma senza risultato alcuno, di acquistare anch’essi i vantaggi terreni per mezzo di quelle preghiere, messe, ceri, ognuno era fermamente convinto che quel loro insuccesso era accidentale, e che quell’istituzione era assai importante, indispensabile se non per questa vita, almeno per la vita futura.
Così credeva pure la Maslova. Ella, come gli altri, provava durante la messa un sentimento misto di devozione e di noia. Da principio, stando in mezzo alla folla, non aveva potuto vedere che le sue compagne; ma quando i fedeli si erano spinti in avanti essa pure si avanzò con Fedos’ja e poté vedere l’ispettore, i soprastanti e dietro di essi un contadino con una barbetta bionda e capelli rossi, il marito di Fedos’ja che guardava con occhi fissi la moglie. Da quel momento, ella si divertì ad esaminarlo ed a sussurrare con Fedos’ja che egli s’inchinava e faceva il segno della croce solo quando vedeva che tutti lo facevano.




lunedì 12 febbraio 2018

161 Il ladro di stuoie (di Lev Tolstoj)



Il principe Nechljudov, protagonista di “Resurrezione”, si rende conto progressivamente del male che nasce dalla vita oziosa e dissoluta di quelli come lui, e dell’insensatezza delle istituzioni che non solo non eliminano le cause del degrado sociale della Russia, ma anzi le alimentano e le perpetuano. Dopo aver assistito in tribunale al dibattimento contro Katjuša, che ha sedotto e abbandonato spingendola sulla via della prostituzione, segue anche il processo contro un giovane responsabile di un furto di nessuna importanza.  Matura così in lui il disagio morale contro una società che non insegna il bene e punisce chi si comporta esattamente secondo i dettami di una tale società.
Il racconto è parte del capitolo XXXIV del romanzo.

L’imputato era un giovanotto di venti anni, dalle spalle strette, dal viso esangue vestito di un cappotto grigio. Fiancheggiato da due gendarmi colla spada sguainata, egli lanciava degli sguardi furtivi a ogni nuovo venuto. Aiutato da un compagno, quel giovanotto aveva scassinato la porta di una rimessa e si era impadronito di un pacco di vecchie stuoie del valore complessivo di tre rubli e sessantasette copeche. L’atto di accusa diceva che un poliziotto aveva arrestati i ladri mentre tentavano di scappare portandosi via il bottino. Avevano confessato tutto ed erano stati messi in prigione. Il compagno del ragazzo, che era un meccanico, vi era morto; e questa era la ragione per cui egli veniva processato da solo. Le vecchie stuoie stavano sul tavolo dei corpi del reato.
Il processo si svolse esattamente come il giorno prima, con tutto l’arsenale di prove, indizi, testimoni e relativo giuramento, interrogatorio degli esperti e domande incrociate. Il poliziotto (che aveva arrestato l’accusato) rispondeva invariabilmente a tutte le domande del presidente, del sostituto, dell’avvocato, con dei: «Signorsì!», «Non posso saperlo!» e di nuovo «Signorsì!», ma, nonostante la sua ottusità e la sua rigidezza militare, si vedeva che compiangeva l’accusato e non si mostrava superbo della sua cattura.
Il secondo testimone, la parte lesa, un vecchietto bilioso, proprietario delle stuoie e della casa in cui era avvenuto il furto, rispondeva con evidente cattiva volontà che egli riconosceva il corpo del delitto. E, quando il sostituto gli chiese che uso avesse l’intenzione di farne e se gli servissero assai, rispose con voce irritata:
- Che il diavolo si porti via queste stuoie che non mi servono affatto! Darei volentieri dieci ed anche venti rubli, per evitarmi tante noie. Per sole carrozze da nolo ho speso più di cinque rubli! E sono ammalato! Ho un’ernia e dei reumatismi.
Tale era la deposizione dei testimoni. In quanto all’accusato, egli confessava tutto quello che era successo. Simile ad una bestia presa in trappola, cogli occhi spaventati e la testa voltata ora di qui ora di là, raccontava ingenuamente e con voce interrotta tutto ciò che aveva fatto.
Il caso era chiarissimo; ma il sostituto procuratore, come il giorno prima, alzava le spalle, si studiava di fare delle domande insidiose, quasi volesse confondere l’accusato e smascherare le sue astuzie.
Nella sua requisitoria egli concluse che il furto era stato fatto con effrazione in una casa chiusa, e che meritava, in conseguenza, il più severo castigo.
Da parte sua l’avvocato destinato d’ufficio, stabilì che il furto era stato consumato in una parte di abitazione non chiusa; e, benché non potesse negare il delitto, affermò che l’accusato non era così pericoloso per la società come aveva detto il sostituto.
Poi il presidente, sforzandosi di essere altrettanto imparziale quanto il giorno prima, spiegò ai giurati, punto per punto, tutto ciò che essi sapevano dell’affare, e ciò che essi non avevano il diritto di ignorare. Si sospese l’udienza, e, come il giorno prima, i giurati fumarono le loro sigarette; poi, l’usciere annunciò: «Entra la Corte!», e così, pure come il giorno prima, i due gendarmi, cercando di non addormentarsi, sedettero con le armi sguainate a minacciare il criminale.
Dal dibattimento emerse che quel ragazzo fin da bambino era stato posto dal padre in una fabbrica di tabacchi, dove era rimasto per cinque anni. Quell’anno era stato licenziato in seguito ad un alterco tra il direttore della fabbrica ed i suoi operai. Allora, rimasto senza lavoro, girava sfaccendato per la città, bevendosi gli ultimi soldi. In un’osteria aveva incontrato un altro come lui, un operaio meccanico, del pari disoccupato, e che beveva parecchio. Una notte in cui erano entrambi ubriachi, avevano scassinato la porta di una rimessa e si erano impadroniti del primo oggetto capitato loro sottomano. Li avevano afferrati ed essi avevano confessato tutto. Il meccanico era morto in prigione ed il suo complice era comparso innanzi al giurì come un essere pericoloso che minacciasse la società. «Pericoloso quanto la condannata di ieri! - pensava Nechljudov, ascoltando quanto si svolgeva dinanzi a lui. - Loro sono pericolosi, e noi non lo siamo? Io sono un dissoluto, un libertino, un traditore, e tutti noi, tutti quelli che, conoscendomi così come sono, non solo non mi disprezzavano, ma mi rispettavano? Ma se anche fosse questo ragazzo la persona più pericolosa per la società fra tutta la gente che si trova in quest’aula, che cosa bisognerebbe fare, secondo il buon senso, ora che l’abbiamo in mano nostra?
«Perché è evidente che questo ragazzo non è un malfattore speciale, ma una persona comunissima, lo vedono tutti, e che si è ridotto così solo perché si è trovato nelle condizioni che generano le persone come lui. E perciò mi sembra chiaro che perché non ci siano ragazzi simili bisogna sforzarsi di eliminare le condizioni in cui si formano questi infelici. 
«E invece cosa facciamo? Acciuffiamo il primo ragazzo del genere che ci capita sotto mano per caso, sapendo benissimo che migliaia di altri restano impuniti, e lo rinchiudiamo in prigione, in condizioni di ozio assoluto e del più malsano e insensato lavoro, in compagnia di persone indebolite e smarrite nella vita come lui, e poi lo deportiamo a spese dello stato, insieme alla gente più depravata, dal governatorato di Mosca a quello d’Irkutsk.
«E per eliminare le condizioni che generano tali persone non solo non facciamo nulla, ma anzi promuoviamo le istituzioni in cui si producono. E si sa quali sono queste istituzioni: fabbriche, officine, laboratori, osterie, bettole, case di tolleranza. E non solo non eliminiamo tali istituzioni, ma ritenendole necessarie le promuoviamo, le regolamentiamo.
«E così educhiamo non uno, ma milioni di uomini, e poi ne acciuffiamo uno e c’immaginiamo di aver fatto qualcosa, di esserci tutelati, e che ormai non si possa pretendere altro da noi: l’abbiamo tradotto dal governatorato di Mosca a quello d’Irkutsk, - pensava Nechljudov con insolita lucidità e chiarezza, seduto sulla sua sedia vicino al colonnello, mentre ascoltava le diverse intonazioni delle voci del difensore, del procuratore e del presidente, e guardava i loro gesti sicuri. - E poi quanti e quali strenui sforzi costa questa finzione, - continuava a pensare Nechljudov, osservando quella sala enorme, quei ritratti, le lampade, le poltrone, le uniformi, quei muri spessi, le finestre, ricordando tutta la mole di quell’edificio e la mole ancor maggiore dell’istituzione stessa, tutto l’esercito di funzionari, scrivani, custodi, fattorini, non solo lì, ma in tutta la Russia, che ricevevano uno stipendio per quella commedia che non serviva a nessuno. - Che accadrebbe si indirizzassimo anche solo la centesima parte di questi sforzi per aiutare le creature derelitte a cui ora guardiamo come a braccia e corpi necessari alla nostra tranquillità e comodità? Perché sarebbe bastato che si trovasse una persona - pensava Nechljudov guardando il viso malato e impaurito del ragazzo, - che s’impietosisse di lui, fin da quando la miseria spinse i suoi a mandarlo in città dalla campagna, e soccorresse quella miseria; o anche quando era già in città e dopo dodici ore di lavoro in fabbrica si faceva trascinare in osteria dai compagni più grandi, se allora si fosse trovata una persona che gli dicesse: “Non andarci, Vanja, non è bene”, quel ragazzo non ci sarebbe andato, non avrebbe perso tempo in chiacchiere e non avrebbe fatto nulla di male.
«Ma di persone che s’impietosissero di lui non se n’era trovata neanche una in tutto quel tempo, mentre come una bestiolina viveva in città i suoi anni di apprendistato, e rapato a zero per non prendersi i pidocchi correva a far compere per gli operai; al contrario, tutto ciò che aveva sentito da operai e compagni da quando viveva in città era che è in gamba chi inganna, chi beve, chi bestemmia, chi picchia e conduce una vita viziosa. Quando poi, ammalato e corrotto da un lavoro malsano, dal bere e dal vizio, inebetito e sventato, come in sogno, bighellonando senza meta per la città va a introdursi stupidamente in una rimessa e ne ruba delle stuoie che non servono a nessuno, allora noi tutti, uomini agiati, ricchi, colti, che non ci siamo affatto preoccupati di eliminare le cause che hanno condotto quel ragazzo alla sua attuale situazione, pretendiamo per giunta di rimediare punendo il ragazzo.
«Orrore! Non sai se qui è più la crudeltà o il nonsenso. Ma pare che sia l’una che l’altro abbiano raggiunto il colmo».
Nechljudov pensava a tutto ciò, e ormai non ascoltava più quello che gli si svolgeva dinanzi. E inorridiva egli stesso di ciò che gli si andava rivelando. Si stupiva di come avesse potuto non vederlo prima, di come avessero potuto non vederlo gli altri.




mercoledì 7 febbraio 2018

160 La seduzione di Katjuša (di Lev Tolstoj)




In “Resurrezione” Tolstoj racconta la storia del principe Dmitrij Ivanovič Nechljudov, il quale, chiamato come giurato a un processo contro una prostituta accusata di omicidio, riconosce nella donna sotto processo la ragazza Katjuša che dieci anni prima ha sedotto e abbandonato dopo averla messa incinta. Durante le sedute in tribunale ricorda tutta la sua storia con Katjuša, da quando adolescente se ne era innamorato, fino alla drammatica notte della seduzione, allorché, divenuto un giovanotto vizioso, aveva fatto quello che fanno tutti gli uomini della sua condizione…
L’intero episodio occupa i capitoli dal dodicesimo al diciottesimo di questo che è l’ultimo grande romanzo tolstojano, scritto secondo i principi morali dello scrittore in tarda età.

XII
Ecco quali erano stati i rapporti di Nechljudov con Katjuša.
Nechljudov aveva veduto Katjuša la prima volta, allorquando, essendo al terzo anno di Università e preparando la sua tesi sul possesso delle terre, era venuto a passare l’estate presso le sue zie. Di solito egli passava l’estate con la madre e la sorella in una proprietà che la prima possedeva nelle vicinanze di Mosca. Ma essendosi maritata sua sorella nel corso dell’anno, sua madre era andata all’estero; e Nechljudov, che doveva preparare la sua tesi, si era deciso di passare l’estate in casa delle zie. Sapeva che in casa loro avrebbe trovato quella calma senza distrazioni così necessaria al suo lavoro. Le vecchie zitelle amavano assai questo loro nipote ed erede, ed egli le contraccambiava con eguale tenerezza, essendogli assai cara la semplicità della loro vita.
Egli era allora in quella disposizione entusiasta del giovane, il quale, per la prima volta, riconosce da sé stesso e non dietro indicazioni altrui, tutta la bellezza ed il valore della vita; il quale concepisce la possibilità di una perfezione continuata, tanto per sé quanto per tutto il creato, e vi si abbandona non solo con la speranza, ma con la assoluta convinzione di raggiungere la perfezione che egli vagheggia. In quello stesso anno, egli aveva letto all’università la Statica sociale di Spencer e le costui argomentazioni sulla proprietà fondiaria avevano fatto grande impressione su di lui, specialmente perché egli era figlio di una proprietaria di estesi domini. Suo padre non era stato ricco, ma sua madre aveva portato in dote dieci mila desjatiny (1) di terra. E, per la prima volta, egli capiva tutta la crudeltà e l’ingiustizia del regime della proprietà fondiaria privata. Egli era di quelli che traggono dal sacrificio, compiuto in vista di un bisogno sociale, una grande contentezza morale; perciò egli aveva deciso di rinunciare per parte sua al diritto di proprietà sulla sua terra e di dare ai contadini tutto ciò che aveva ereditato da suo padre. E proprio su questo tema stava scrivendo la sua tesi.
Stando in casa delle zie, faceva una vita molto regolare: si alzava prestissimo, qualche volta alle tre del mattino e prima ancora che il sole fosse alzato, andava a tuffarsi nel fiumicello che scorreva ai piedi della collina; poi tornava verso la vecchia casa, attraverso i prati ancora umidi dalla rugiada. Dopo aver bevuto il caffè, egli si metteva a compulsare i documenti per la sua tesi; ma ancora più spesso, invece di leggere o scrivere, egli tornava ad uscire ed andava vagando nei campi e nella foresta. Prima di pranzo, schiacciava un sonnellino in un angolo del giardino; durante il pasto egli divertiva le zie con la sua comunicativa allegria; poi montava a cavallo o faceva una gita in barca; la sera, poi, leggeva, oppure andava in sala e giocava a carte con le vecchie signore. Spesso, nelle notti rischiarate dalla luna, non potendo dormire, agitato com’era dal fremito dell’esuberanza di vita, egli scendeva in giardino e camminava fino all’alba, invaso totalmente dalle sue fantasticherie.
Così felicemente e serenamente trascorse il primo mese della sua vita dalle zie, senza badare a Katjuša, via di mezzo fra la cameriera e la pupilla, con i suoi occhi neri e le gambette svelte.
Essendo cresciuto sotto la vigilanza materna, a diciannove anni aveva ancora l’ingenuità di un fanciullo. La donna non evocava in lui che l’idea del matrimonio; e tutte quelle che, secondo lui, non potevano sposarsi a lui, erano ai suoi occhi delle «persone» e non delle «donne». Ma accadde che nel giorno dell’Ascensione, di quella stessa estate, le zie di Nechljudov ebbero la visita di una signora loro vicina, accompagnata da due giovanette, sue figlie e dal figlio collegiale; c’era inoltre un giovane pittore, contadino di origine, il quale stava con lei.
Dopo il tè, i giovani si misero a giocare a gorelki (2) nel prato già falciato dinanzi alla casa. Avevano pregato Katjuša di prender parte al giuoco; così accadde che una volta dovesse correre con Nechljudov. Gli piaceva di vedere Katjuša, ma senza pensare menomamente che tra lei e lui potesse stabilirsi nessuna relazione particolare.
- Sì, adesso quelli lì chi li prende? - disse l’allegro pittore che stava «sotto», correndo velocissimo sulle sue corte e storte, ma forti gambe da contadino, - a meno che non inciampino.
- Tanto non ci prenderà!
- Uno, due, tre!
Batterono le mani tre volte. Trattenendo a stento le risa, Katjuša scambiò svelta il posto con Nechljudov, strinse con la forte e ruvida manina la grande mano di lui e si lanciò a correre verso sinistra, facendo udire il fruscio della sua gonnella inamidata.
Anche Nechljudov correva bene; e non volendo farsi acchiappare dal pittore, correva a perdifiato. Quando si voltò, egli vide il pittore che inseguiva Katjuša, la quale, con le gambe giovani e agili, correva rapidamente, sfuggendogli e allontanandosi sempre più a sinistra. Vi era in quel sito un cespuglio di lillà, dietro il quale nessuno aveva pensato di appiattarsi. Katjuša guardò Nechljudov facendogli cenno con la testa di andare dietro al cespuglio dove egli la raggiunse appena ebbe capito. Ma dietro i lillà c’era un fosso coperto di ortiche, che egli non conosceva. Inciampò, si punse le mani, si bagnò con la rugiada che la sera imminente aveva lasciato cadere sulle foglie e cadde nel fosso. Ma si rialzò subito ridendo, e con un saltò si trovò sopra un terrapieno.
Katjuša, coi suoi grandi occhi neri e raggianti come umide more, si slanciò incontro a lui, Si tesero la mano.
- Si è punto, eh?, - disse lei, ravviandosi con la mano libera la treccia scomposta, respirando affannosamente e sorridendo, e intanto lo guardava di sotto in su.
- Non sapevo che ci fosse un fosso! - rispose Nechljudov sorridendo anche lui e senza lasciarle la mano.
Essa si era avvicinata a lui ancora di più, e senza sapere come, il viso di lei si trovò vicino a quello del giovane; e siccome essa non si scostava, egli le strinse più forte la mano e la baciò sulle labbra.
- Oh bella! – esclamò lei e, sfilando la mano con un brusco movimento, scappò via.
Corse al cespuglio di lillà, ne strappò due rami di fiori bianchi che già si sfogliavano, e frustandosi con essi il viso acceso e voltandosi a guardarlo, agitando animatamente le braccia tornò verso il gruppo dei giocatori.
Da quel momento i rapporti tra Nechljudov e Katjuša mutarono. La loro situazione fu oramai quella di un giovinetto e di una fanciulla, entrambi innocenti ed ingenui, i quali si sentono attratti l’uno verso l’altra.
Se Katjuša entrava nella camera dove si trovava Nechljudov o ne scorgeva il grembiale da lontano, tutto s’illuminava per lui; tutto era pieno d’interesse, gaio, importante; la vita, per lui, era trasformata in ebbrezza. Ed essa provava lo stesso sentimento. E non solo la presenza o la vicinanza di Katjuša produceva questo effetto su Nechljudov; ma il solo pensiero che essa esisteva lo riempiva di felicità, il che succedeva anche a lei. E quando Nechljudov riceveva qualche lettera spiacevole dalla madre, od era scontento della sua tesi, o provava qualche accesso di giovanile mestizia, gli bastava ricordare che esisteva Katjuša e che l’avrebbe rivista, e tutto gli si rischiarava intorno.
Katjuša aveva molto da fare in casa; ma era svelta al lavoro e, nei suoi momenti di riposo, si occupava a leggere. Nechljudov le prestava le opere di Dostoevskij e di Turgenev che anche lui aveva letto da poco. Le piacque specialmente «Un angolo quieto» di Turgenev. Si parlavano ogni tanto, allorché si incontravano nei corridoi, sul balcone, nel cortile e qualche volta nella stanza di Matrëna Pavlovna, la vecchia cameriera delle zie, dove dormiva anche Katjuša, e dove qualche volta Nechljudov andava a bere il tè. E le conversazioni che aveva allora colla giovinetta, in presenza di Matrëna Pavlovna, erano le più piacevoli. Era per loro più difficile parlare insieme quando erano soli. I loro occhi, allora, cominciavano subito a dire qualche altra cosa, assai più importante di quel che pronunciavano le loro bocche; le loro labbra si stringevano involontariamente, si sentivano confusi e si affrettavano a separarsi.
Queste relazioni fra Nechljudov e Katjuša durarono tutto il tempo che il giovane restò in casa delle zie. Queste se ne accorsero, se ne spaventarono e perfino ne scrissero alla principessa Elena Ivanovna, madre di Nechljudov, che si trovava allora all’estero. La zia Mar’ja Ivanovna temeva una tresca galante fra Dmitrij e Katjuša. Ma questo timore era infondato: Nechljudov, senza saperlo, amava Katjuša, come amano le persone innocenti e quest’amore era la protezione maggiore contro una caduta, tanto per lei quanto per lui. Non solo non c’era in lui il desiderio di possederla fisicamente, ma provava orrore al solo pensiero di poterlo fare. L’altra zia, Sof’ja Ivanovna, più romantica, aveva una paura diversa: temeva che Dmitrij, col suo carattere deciso, tutto d’un pezzo, una volta innamorato di Katjuša, risolvesse di sposarla, senza badare alla condizione ed alla nascita della giovinetta, - e questa paura era assai più fondata.
Se Nechljudov si fosse allora resa chiara ragione del suo amore per Katjuša, e specialmente, se lo si avesse voluto convincere che non poteva assolutamente né doveva unire la propria sorte a quella della giovane, sarebbe potuto facilmente avvenire che, coll’ostinatezza che metteva in tutte le sue faccende, avrebbe invece deciso che non c’erano motivi possibili per impedirlo di sposarla, una volta che l’amava. Ma le zie non gli parlarono dei loro timori, ed egli partì senza aver avuto coscienza del suo amore.
Era convinto che il sentimento che provava per Katjuša non era altro che una di quelle manifestazioni che allora si producevano in lui, in tutta la pienezza della gioia di vivere; credeva pure che la cara ed allegra giovinetta si trovasse nelle identiche sue condizioni. Ma al momento della partenza, quando Katjuša in piedi nel vestibolo vicino alle zie, lo seguì con i suoi occhioni neri, leggermente strabici e pieni di lagrime, egli ebbe la brusca sensazione che abbandonava qualche cosa di delizioso, di prezioso, che non avrebbe mai più trovato. Ed una profonda e dolorosa tristezza lo invase tutto.
- Addio Katjuša, ti ringrazio di tutto, - disse egli al di sopra della cuffia di Sof’ja Ivanovna, salendo in carrozza.
- Addio, Dmitrij Ivanovič, - rispose lei colla sua voce dolce e carezzevole, e trattenendo a stento le lacrime che le salivano agli occhi, corse nell’anticamera dove poté piangere liberamente.

XIII.
Da quell’epoca, per tre anni, Nechljudov non vide più Katjuša. La rivide soltanto, quando promosso ufficiale ed andando a raggiungere il suo reggimento, passò dalle sue zie, da uomo completamente diverso di quel che fosse tre anni prima.
Allora era un giovane leale e disinteressato, pronto a dedicarsi a tutto ciò che gli pareva bello e buono; ora non era che un egoista raffinato, un libertino che non cercava altro che il proprio piacere. Allora il mondo creato da Dio gli pareva un gran mistero che cercava di capire con gioia ed entusiasmo; - ora tutto, in questa vita, gli pareva semplice e chiaro e subordinato solo a quelle condizioni nelle quali egli si trovava. Allora riteneva necessaria ed importante la comunione colla natura o con la gente che era vissuta prima di lui (cioè con la filosofia e la poesia); - ora non gl’importavano e non gli parevano necessarie che le istituzioni umane e le relazioni coi suoi compagni. Allora la donna era per lui qualche cosa di misterioso e di delizioso, una creatura mistica e poetica insieme; - ora il significato della donna, di tutte le donne (eccetto quelle della propria famiglia e delle mogli dei suoi amici) era assai chiaro e determinato: la donna era lo strumento di un piacere già provato e che trovava superiore a tutti gli altri. Allora non aveva bisogno di danaro, e poteva accontentarsi della terza parte della somma che gli dava la sua mamma; poteva allora rinunciare all’eredità paterna in favore dei contadini; - ora non gli bastavano più i 1500 rubli al mese che gli passava la madre, ed ogni tanto aveva con lei delle sgradevoli discussioni su tale soggetto. Allora considerava suo autentico io il suo essere spirituale, adesso considerava sé stesso il suo sano, forte io animale.
E tutta questa tremenda trasformazione era avvenuta in lui solo perché aveva cessato di credere in sé stesso per credere negli altri. Aveva cessato di credere in sé stesso per credere negli altri perché il vivere avendo fede in sé stesso era troppo difficile: avendo fede in sé stesso bisognava risolvere ogni problema non in favore del proprio io bestiale in cerca di piaceri facili, ma quasi sempre a suo svantaggio; invece, avendo fede negli altri, non c’era nulla da risolvere, - tutto era già bell’e risoluto, e sempre contro l’io spirituale a pro dell’io bestiale. Non solo: credendo in sé stesso, egli si assoggettava al giudizio ed alla critica della gente; credendo negli altri, riceveva l’approvazione e la lode delle persone che lo circondavano.
Così, all’epoca in cui Nechljudov pensava, leggeva, parlava di Dio, della verità, della ricchezza, della povertà, tutti quelli che gli erano intorno lo consideravano insensato ed alquanto ridicolo, e sua madre e sua zia lo chiamavano con bonaria ironia notre cher philosophe (3); quando invece si mise a leggere romanzi, a raccontare aneddoti scabrosi, ad andare a teatro per udirvi l’opera buffa ed i vaudevilles francesi ed a narrarne poi l’intreccio con un brio comico, tutti lo lodarono e ne ricercarono la compagnia. Al tempo in cui stimava necessario misurare i propri bisogni ed in cui portava un vecchio soprabito e non beveva vino, tutti lo consideravano come uno strano originale; ma quando incominciò a spendere danari per andare a caccia ed impiegò una forte somma per arredare un ampio e sontuoso gabinetto, tutti ammirarono il suo buon gusto e molti gli regalarono oggetti di valore. Allorché era vergine e tale aveva l’intenzione di rimanere fino al suo matrimonio, i suoi parenti temevano per la sua salute; ma allorquando si seppe che era divenuto uomo e che aveva tolto una certa dama francese ad un compagno, perfino sua madre ne ebbe piacere. In quanto al suo idillio, con Katjuša, al pensiero che gli poteva venire l’idea di sposarla, quella stessa madre non poteva pensarci senza orrore.
Ugualmente, allorché Nechljudov, raggiunta l’età maggiore, aveva ceduto ai suoi contadini la piccola proprietà lasciatagli dal padre, perché stimava ingiusto il possesso della terra, questa sua azione aveva fatto orrore a sua madre ed a tutti i suoi parenti ed era stato il continuo soggetto dei rimproveri e delle beffe di tutti i suoi congiunti. Gli dicevano continuamente che i contadini avuta la terra non solo non erano divenuti più ricchi ma si erano fatti più poveri perché avevano aperto tre bettole ed avevano cessato completamente di lavorare. Quando poi Nechljudov, entrato nel reggimento delle guardie, aveva speso coi suoi commilitoni e perduto con essi tanto che Elena Ivanovna aveva dovuto intaccare il suo capitale, essa non ne sentì quasi dispiacere, dicendosi che era una cosa naturale ed anzi buona che i peccati di gioventù si facessero appunto da giovani ed in ottima compagnia.
Da principio, Nechljudov lottò contro la corrente, ma la lotta era troppo ardua, perché tutto ciò che egli, avendo fede in sé stesso, stimava buono, era dagli altri ritenuto cattivo, e, viceversa, tutto ciò che, avendo fede in sé stesso, egli stimava cattivo, era invece creduto buono da tutti quelli che lo attorniavano. E la lotta finì con la disfatta di Nechljudov: cessò di aver fede in sé stesso, e prestò fede agli altri. Nei primi tempi, questa rinuncia alle proprie idee gli fu sgradevole, ma questo sentimento non fu di lunga durata, giacché egli non tardò molto ad abituarsi al fumo ed al vino, ed allora cessò dal provare quel sentimento spiacevole ed anzi sentì un gran sollievo.
E Nechljudov, con tutta l’energia del suo temperamento, si diede corpo ed anima a questa nuova vita, approvata da tutti i suoi congiunti ed amici, e soffocò completamente in sé quella voce interna che domandava qualche cosa di meglio. Questa nuova vita cominciò dopo il suo arrivo a Pietroburgo ed ebbe il suo pieno sviluppo col suo ingresso nell’esercito.
Il servizio militare in genere corrompe gli uomini, mettendo coloro che vi accedono in condizioni di ozio assoluto, cioè di assenza di un lavoro ragionevole ed utile, ed esonerandoli dai comuni obblighi umani, in cambio dei quali propone soltanto l’onore convenzionale del reggimento, dell’uniforme, della bandiera e, da un lato, un potere illimitato sul prossimo, e dall’altro una sottomissione servile verso i superiori.
Ma quando a questa corruzione del servizio militare in genere, col suo onore dell’uniforme e della bandiera, colla sua autorizzazione alla violenza ed all’uccisione, si unisce anche la corruzione della ricchezza, il contatto con la famiglia imperiale - come succede per i reggimenti della guardia, nei quali non servono che ufficiali ricchi e nobili – questa corruzione giunge al punto di divenire un insensato, un folle egoismo. Ed è in questo stato di pazzo egoismo che si trovava Nechljudov da quando si era fatto ufficiale ed aveva incominciato a vivere come vivevano tutti i suoi camerati.
Non avevano altro da fare che da portare una bellissima uniforme cucita e pulita da altri; un elmo e delle armi, egualmente fatti e puliti e serviti da altri; a montare sopra un bel cavallo, anch’esso addestrato e nutrito e governato da altri; a recarsi agli esercizi o alla rivista con altri ufficiali; a galoppare, a brandire la sciabola, a sparare, e ad insegnare tutto ciò agli altri. Non c’erano altre occupazioni, e i personaggi più altolocati, giovani e vecchi, lo zar e tutta la corte non solo approvavano queste occupazioni, ma anche le lodavano ed erano riconoscenti verso quelli che le facevano, Oltre di ciò, si considerava come cosa importante e ben fatta lo spendere e spandere danari che venivano non si sa da dove, il riunirsi per mangiare, e soprattutto per bere, nei circoli degli ufficiali o nei ristoranti più costosi; e poi teatri, balli, donne, e poi di nuovo cavalcate, sciabole brandite, corse, e poi ancora altri danari ed altro vino, e carte, e donne.
Se un borghese, un privato qualunque facesse una vita simile non potrebbe fare a meno di averne, in fondo all’anima, vergogna. Invece, i militari stimano che tale dev’essere la loro vita; se ne vantano, ne vanno superbi, specialmente poi in tempo di guerra, come avvenne per Nechljudov che entrò in servizio appunto dopo la dichiarazione di guerra contro la Turchia. «Siamo pronti a sacrificare la vita in guerra e perciò questa esistenza spensierata e allegra non solo è perdonabile, ma indispensabile per noi. Ed è perciò che viviamo in questo modo!».
Così pensava vagamente Nechljudov in quel periodo della sua vita: egli allora sentiva l’entusiasmo di essersi liberato da tutti i freni morali, nei quali era vissuto tutta la sua giovinezza, e si trovava in uno stato cronico di follia egoistica.
È in quello stato che, tre anni dopo, tornò a visitare le sue zie.

XIV
Nechljudov si era recato dalle zie, in primo luogo, perché la loro campagna si trovava sulla via che aveva già preso il suo reggimento; in secondo luogo, perché esse lo avevano pregato di venire; e, specialmente, per rivedere Katjuša. Forse, in fondo all’animo suo, egli aveva concepito un progetto poco lodevole, pensando alla giovanetta; uno di quei progetti dettati dall’istinto animale che predominava in lui; però non osava confessarlo a sé stesso; credeva di essere lieto di ritrovarsi nei luoghi che erano stati testimoni della felicità procuratagli da lei, di rivederla, di rivedere le zie, un po’ ridicole è vero, ma buone ed amabili tanto da circondarlo di tenerezza e di ammirazione.
Egli vi giunse alla fine di marzo, un venerdì santo, in pieno disgelo, con una pioggia così torrenziale, che avvicinandosi alla casa, si sentiva inzuppato d’acqua e gelato; ciò nonostante egli proseguiva valorosamente, pieno di energia, come era stato sempre in quel periodo della sua vita. «Starà ancora da loro?» pensava egli mentre penetrava nel cortile pieno di neve disciolta e scorgendo la vecchia casa ed il muro di mattoni che circondava il recinto e che egli conosceva così bene. Egli s’immaginava di vederla accorrere sulla soglia, appena avesse udito il suono del campanello; ma invece di lei apparvero due donne, scalze e con le gonne rialzate, le quali portavano delle secchie, occupate, a quanto pareva, a lavare il pavimento. Ma di Katjuša, neppure l’ombra; Nechljudov vide venirgli incontro il vecchio servo Tichon, anch’egli col grembiale, il quale veniva evidentemente per sorvegliare quel lavaggio. Egli fu ricevuto in anticamera da Sof’ja Ivanovna vestita con un abito di seta e con la cuffia.
- Che carino sei stato a venire! - esclamò Sof’ja Ivanovna baciandolo. -  Mašen’ka è un poco sofferente: essa si è stancata stamattina in chiesa. Ci siamo comunicate.
- Auguri, zia Sof’ja, - disse Nechljudov baciandole la mano. - Scusatemi, vi ho bagnata!
- Vai in camera tua. Sei tutto inzuppato - E hai anche i baffi… Katjuša! Katjuša! Presto, preparagli del caffè.
- Subito! - rispose la voce nota dal corridoio.
E il cuore di Nechljudov ebbe un sussulto di gioia. «È qui» E fu come se il sole fosse spuntato da dietro le nubi. Seguì allegramente Tichon, il quale lo condusse nella sua stanza di una volta per cambiarsi d’abito.
Avrebbe desiderato chiedere al servo notizie di Katjuša, della sua salute, delle sue faccende, e se era fidanzata. Ma Tichon era così rispettoso ed austero nello stesso tempo, insisteva tanto per versare egli stesso l’acqua della brocca sulle mani di Nechljudov, che costui non osò chiedergli nulla sul conto della giovinetta, e si limitò a domandargli notizie dei suoi bambini, del vecchio cavallo di suo fratello, del cane di guardia Polkan. Tutti vivevano e stavano bene, eccetto Polkan, che era diventato rabbioso l’anno prima.
Toltosi gli indumenti bagnati, Nechljudov aveva appena cominciato a rivestirsi, quando sentì dei passi rapidi e qualcuno bussò alla porta. Nechljudov riconobbe sia i passi sia i colpi alla porta. Così camminava e bussava solo lei.
Si gettò sulle spalle il mantello bagnato e andò alla porta.
- Avanti!
Era Katjuša. Sempre la stessa, anzi più bella che mai. Sempre di sotto in su guardavano i suoi ingenui occhi neri, sorridenti e un po’ strabici. Indossava come prima un grembiule bianco, pulito. Aveva portato da parte delle zie una saponetta profumata appena tolta dalla carta, e due asciugamani; uno grande, russo, e uno di spugna. Il sapone intatto con le lettere impresse, e l’asciugamano, e lei stessa: tutto era ugualmente pulito, fresco, intatto, piacevole. Ancora come un tempo le sue dolci labbra ferme e rosse s’increspavano di gioia incontenibile, al vederlo.
- Bentornato, Dmitrij Ivanovič! - proferì a fatica, e il suo viso si coprì di rossore.
- Ciao… Buongiorno, - non sapeva se dovesse darle del «tu» o del «lei»; ed egli pure sentì di arrossire. - Come va la vita? Bene?
- Grazie a Dio… Vostra zia vi manda il vostro sapone preferito, alla rosa, - disse lei posando il sapone sulla tavola e gli asciugamani sullo schienale di una sedia.
- Il signore ha il suo, - Tichon si levò in difesa dell’indipendenza dell’ospite, indicando con orgoglio il grande nécessaire aperto di Nechljudov, con i coperchi d’argento e un’enorme quantità di boccette, spazzole, brillantine, profumi e ogni sorta di oggetti da toilette.
- Ringrazi la zia. Come sono lieto di essere venuto! - aggiunse Nechljudov, sentendo nell’anima la stessa gioia e la stessa tenerezza di un tempo.
Lei sorrise soltanto in risposta alle sue parole e uscì.
L’accoglienza che le zie, le quali lo avevano sempre adorato, fecero a Nechljudov fu questa volta più premurosa del solito. Dmitrij andava alla guerra, e poteva essere ferito, ucciso! Che emozione per le due buone donne.
Nechljudov aveva organizzato il suo viaggio in modo da trattenersi dalle zie soltanto una giornata, ma quando ebbe visto Katjuša accettò di festeggiare con loro la Pasqua, che sarebbe stata di lì a due giorni, e telegrafò al suo amico e compagno Šenbok, con cui doveva incontrarsi a Odessa, perché anche lui facesse un salto dalle zie.
Dal primo momento in cui aveva riveduto Katjuša, Nechljudov aveva sentito rinascere in lui l’antico sentimento. Come allora, egli non poteva fare a meno di essere sinceramente commosso ogni qualvolta scorgeva il grembiule bianco della giovinetta; né udire la sua voce, il suo riso, il rumore dei suoi passi, senza provare una gran gioia; né subire con indifferenza, specialmente quand’essa sorrideva, lo sguardo dei suoi occhi neri come le more bagnate; ed anche e più di allora, egli non poteva vederla arrossire in sua presenza senza sentirsi sconcertato. Sapeva di essere innamorato, non già come al tempo in cui il suo amore era un mistero per lui stesso, e in cui non osava nemmeno di confessarselo, convinto di non poter amare che una volta sola; oggi sapeva di essere innamorato e se ne rallegrava, e mentre cercava di non pensarci, sapeva in che consisteva quell’amore e i suoi possibili risultati.
In Nechljudov, come in quasi tutti gli esseri umani, vi erano due uomini: l’uno, l’uomo morale, che cercava il suo bene nel bene altrui; l’altro, l’uomo animale, che cercava soltanto il bene personale a spese di tutti gli altri esseri. E nel periodo di follia egoista provocata in lui dalla vita di Pietroburgo e da quella militare, l’uomo animale aveva preso il sopravvento per soffocare i bisogni dell’anima. Però quando ebbe riveduto Katjuša e si risvegliarono i suoi antichi sentimenti per lei, l’uomo morale rialzò il capo e reclamò i suoi diritti. Fu la causa di una lotta incosciente, ma incessante, che si combatté in lui durante quelle due giornate che precedettero la Pasqua.
Sapeva, nell’intimità dell’animo suo, che era suo dovere di partire e che agiva male prolungando il suo soggiorno dalle zie; sapeva che non ne sarebbe risultato nulla di buono; ma per il piacere e la gioia provata, egli imponeva silenzio alla sua coscienza e restava.
Il sabato sera, vigilia di Pasqua, venne il sacerdote accompagnato dal diacono e dal sagrestano, per celebrare il mattutino; raccontarono con quanto stento avessero attraversato in slitta le pozzanghere formate dallo sgelo, in quelle tre verste che separavano la chiesa dalla casa delle vecchie signorine.
Nechljudov, con le zie e tutti i domestici, assistette alla cerimonia. Non si stancava di ammirare Katjuša, la quale stava vicino alla porta con l’incensiere in mano. E quando, secondo l’uso, egli scambiò con il sacerdote e con le zie i tre baci rituali, udì nel corridoio, mentre stava per rientrare in camera sua, la voce di Matrëna Pavlovna, la vecchia cameriera, la quale diceva di voler andare in chiesa con Katjuša per assistere alla benedizione del pane pasquale. «Ci andrò anch’io!» - pensò.
La via era così impraticabile che non si poteva pensare di andare in chiesa né in vettura né in slitta, perciò Nechljudov, che dalle zie si comportava come a casa propria, ordinò che gli sellassero lo stallone e, invece di andare a dormire, indossò la sua brillante uniforme con i calzoni attillati, sopra infilò il cappotto e partì alla volta della chiesa sul vecchio stallone grasso e appesantito che non cessava di nitrire, nell’oscurità, fra le pozzanghere e la neve.

XV
Per tutta la vita poi quel mattutino restò per Nechljudov uno dei ricordi più luminosi e intensi.
Quando, dopo una lunga corsa attraverso le tenebre, rischiarate soltanto a sprazzi, dal riflesso bianco della neve, egli penetrò finalmente nel cortile della chiesa, cavalcando il puledro che muoveva le orecchie alla vista dei lampioni accesi, il servizio era già incominciato.
Allorché i contadini riconobbero nel cavaliere il nipote di Mar’ja Ivanovna, lo condussero in un sito asciutto dove egli poté scendere, poi menarono via il suo cavallo, e gli aprirono le porte della chiesa già piena di gente.
A destra gli uomini: vecchi con caffettani e lapti (4) fatti in casa e pezze da piedi candide e giovani in caffettani nuovi di panno cinti da fusciacche sgargianti e stivali. A sinistra le donne, con gli scialletti di seta rossa, i corpetti di felpa con le maniche scarlatte e le gonne variopinte, azzurre, verdi e rosse, e gli stivaletti ferrati. Dietro di loro stavano le modeste vecchine con gli scialletti bianchi e i caffettani grigi, con le sottane di lana all’antica e le scarpe o i lapti nuovi; fra le une e le altre c’erano i bambini tutti in fronzoli, coi capelli unti di olio. Gli uomini si segnavano e inchinavano, scuotendo i capelli; le donne, specialmente le vecchie, fissavano ostinatamente l’icona circondata da ceri, appoggiavano di tanto in tanto con energia le dita ripiegate sulla fronte, sulle due spalle e sul ventre, mormorando delle preghiere, s’inchinavano e cadevano in ginocchio. I fanciulli, volevano imitare i grandi, pregavano con fervore, particolarmente quando si sapevano osservati. L’iconostasi d’oro circondata da ceri avvolti d’oro, era splendente di luce. Anche il candelabro maggiore era tutto adorno di ceri. Alcuni cantori di buona volontà formavano due cori, in cui il muggito dei bassi si sposava al soprano acuto delle voci infantili.
Nechljudov si mise in prima fila. L’aristocrazia, rappresentata da un proprietario del paese, da sua moglie e dal figlio, vestito da marinaio, occupava il mezzo; poi il commissario di polizia, il telegrafista, un mercante con alti stivaloni, il sindaco del villaggio con la medaglia appesa al collo; e a destra della tribuna, dietro la moglie del proprietario, Matrëna Pavlovna, vestita con un abito dai colori cangianti, con le spalle coperte da uno sciallo orlato di bianco. Vicino a lei stava Katjuša in abito bianco pieghettato, con la vita stretta in un cinto turchino e con un nodo rosso nei neri capelli.
Ogni cosa aveva un’aria di festa; tutto era solenne, allegro, bello; i preti, coi piviali d’argento attraversati da una croce di oro, il diacono ed il sagrestano con le stole ricamate d’oro e d’argento, i canti di allegrezza dei cantori dilettanti, dai capelli rilucenti, le reiterate benedizioni del prete che alzava il cero sopra i fedeli, il modo con cui tutti salmodiavano ripetendo più volte: «Cristo è risorto! Cristo è risorto!» Tutto era bellissimo, ma più bella di tutto era Katjuša in abito bianco e cintura azzurra, con il fiocchetto rosso sui capelli neri e gli occhi raggianti ed estatici.
Nechljudov sentiva che essa lo vedeva senza volgere indietro la testa. Egli vide questo nel passare vicino a lei per andare verso l’altare. Non aveva da dirle nulla, ma escogitò qualcosa e disse, passandole vicino:
- La zia ha detto che romperà il digiuno dopo l’ultima messa.
Come sempre, appena Katjuša scorse Nechljudov, le affluì al caro viso il giovine sangue e gli occhi neri, ridenti e lieti si fermarono su Nechljudov, guardando ingenuamente di sotto in su.
- Sì, lo so, - disse sorridendo.
In quel momento il sagrestano che attraversava la folla tenendo un vaso di rame, passò vicino alla giovinetta, e non vedendola, la urtò con la sua stola. Non volendo passare per rispetto, innanzi a Nechljudov, aveva urtato Katjuša. Ma Nechljudov rimase meravigliato di vedere come il sagrestano non capisse che tutto quello che c’era in chiesa, nel mondo intero, non esistesse che per Katjuša e che essa sola, centro dell’intero universo, non dovesse passare inosservata. Per lei sola brillava l’oro dell’iconostasi, per lei bruciavano i ceri del candelabro, per lei sola salivano tutti quei canti di allegrezza; «Rallegratevi, o genti, ecco la Pasqua del Signore!» E tutto quello che era bello e buono era per Katjuša e Katjuša doveva capire questo, perché Nechljudov lo sentiva in sé guardando le agili forme della giovinetta, stretta nel vestito bianco pieghettato, col viso inondato di gioia concentrata, dicendogli che tutto ciò che cantava in lui, doveva pure cantare in lei.
Nell’intervallo fra la prima e la seconda messa Nechljudov uscì dalla chiesa. La folla si apriva rispettosamente davanti a lui e lo salutava. Alcuni lo riconoscevano; altri domandavano: «Chi è?» Si fermò sul sagrato e dei mendicanti l’attorniarono subito: egli distribuì loro tutti gli spiccioli che aveva in tasca e discese i gradini che conducevano nel cortile.
L’alba spuntava di già, ma il sole ancora non appariva. I fedeli andavano a sedersi fra le tombe che circondavano il tempio. Katjuša non ne era ancora uscita, e Nechljudov si fermò per aspettarla.
La folla continuava ad uscire di chiesa e si sparpagliava nel cortile e nel camposanto.
Un vecchio dalla testa tentennante, antico pasticciere di Mar’ja Ivanovna, fermò Nechljudov e lo baciò tre volte; poi sua moglie, una vecchierella tutte rughe, gli offrì un uovo colorato in giallo zafferano. Dietro ad essi, un giovane contadino muscoloso e sorridente, con un farsetto nuovo e una fusciacca verde.
- Cristo è risorto, - disse ridendo con gli occhi, si avvicinò a Nechljudov investendolo col suo buon odore tipico di contadino, e solleticandolo con la sua barbetta riccia lo baciò tre volte in bocca con le sue labbra ferme e fresche.
Mentre Nechljudov restituiva i baci al contadino e ne riceveva un grosso uovo color marrone, vide uscire di chiesa la veste cangiante di Matrëna Pavlovna e la cara testolina nera con il fiocchetto rosso.
Subito, al disopra delle teste che li separavano, Katjuša lo riconobbe, ed egli vide come il suo volto si rischiarò ad un tratto.
Katjuša e Matrëna Pavlovna uscirono sul sagrato e si fermarono per fare l’elemosina. Un mendicante con una cicatrice rossa al posto del naso si accostò a Katjuša. Lei prese qualche cosa dal suo fazzoletto, glielo diede, poi, senza mostrare la minima repulsione, anzi colla stessa gioia negli occhi, gli si accostò e lo baciò tre volte. In quel momento il suo sguardo incontrò quello di Nechljudov, ed essa parve chiedergli: va bene quello che sto facendo?
«Sì, sì, cara, tutto è bene, tutto è bellissimo, ti amo».
Le due donne discesero dai gradini del sagrato ed egli si avvicinò a loro. Non voleva augurar loro la buona Pasqua, ma desiderava solo esser vicino a Katjuša.
- Cristo è risorto! - disse Matrëna Pavlovna con un cenno della testa, un sorriso, ed un’intonazione che pareva voler dire che in un giorno come quello tutti gli uomini sono eguali, e dopo essersi asciugata la bocca con una nocca del fazzoletto che aveva in capo, tese le labbra verso Nechljudov.
- Risorto davvero, - rispose lui, baciandola. Si voltò a guardare Katjuša. Lei arrossì e in un attimo gli si avvicinò.
- Cristo è risorto, Dmitrij Ivanovič.
- In verità è risorto, - disse lui. Si baciarono due volte e si fermarono, come se si chiedessero se dovessero continuare, poi, decisi, si baciarono per la terza volta, ed entrambi sorrisero.
- Non andate dal prete? - chiese Nechljudov.
- No, Dmitrij Ivanovič, stiamo un po’ qui sedute, - disse Katjuša, parlando con difficoltà, come se, dopo quella gioia, le dovesse mancare la parola, e, respirando a pieni polmoni, lo guardò diritto negli occhi, con i suoi occhioni neri, umili, virginei, innamorati e un pochino strabici.
C’è sempre, nell’amore fra uomo e donna, un minuto in cui quest’amore giunge al suo apogeo, in cui non c’è più in esso nulla di pensato, di ragionato e neanche di sensuale. Questo minuto sublime, Nechljudov l’ebbe in quella notte di Pasqua di risurrezione. Ora che, seduto vicino alla finestra della camera dei giurati, si ricordava di tutte le particolarità della sua relazione con Katjuša, quel minuto solo cancellava tutti gli altri, ed egli rivedeva quella testolina nera accuratamente pettinata, quella veste bianca a piccole pieghe che copriva la sua personcina svelta ed il seno nascente, e quel pudico rossore, quegli occhi neri, teneri, lucenti, ed in essa tutta due tratti speciali: la purezza del suo amore di vergine non solo per lui - egli lo sapeva - ma per tutto e per tutti, e non solo per ciò che vi è di bello nel creato, ma anche per quel pezzente che aveva baciato.
Sapeva che in lei c’era quest’amore perché anch’egli lo sentiva in sé in quella notte ed in quel mattino, ed aveva la coscienza che quell’amore li univa in un solo ed unico sentimento.
Ah! se tutto avesse potuto fermarsi lì, eternarsi in quel sentimento che lo aveva agitato quella notte!... «Sì, ciò che poi è accaduto di terribile fra noi non è stato che dopo quella notte della risurrezione di Cristo!» pensava egli, sempre seduto vicino alla finestra nella stanza dei giurati.

XVI
Tornato dalla chiesa, Niehliùdof ruppe il digiuno in compagnia delle zie. Per rimettersi, dalla stanchezza, bevve, secondo l’abitudine presa nel reggimento, dell’acquavite e del vino, poi si ritirò nella sua camera, e si addormentò subito, bell’e vestito. Fu svegliato da un colpo bussato alla sua porta, e dal modo come fu bussato, riconobbe subito che era lei. Si alzò, fregandosi gli occhi e stiracchiandosi.
- Sei tu, Katjuša? Entra pure, - disse, alzandosi.
Essa aprì a metà la porta.
- Vi chiamano a pranzo, - disse.
Aveva lo stesso abito bianco pieghettato, ma non più il nastro fra i capelli. Guardandolo negli occhi, il suo volto si schiarì, come se avesse voluto annunciargli qualche cosa di assai allegro.
- Vengo subito, - rispose egli, prendendo un pettine per ravviarsi i capelli.
Ella restò un attimo di troppo. Egli lo notò e, gettato il pettine, si mosse verso di lei. Ma, in quello stesso momento, ella si voltò rapidamente e, col suo solito passo leggero, si allontanò camminando sul tappeto del corridoio.
«Stupido che sono! - sì disse Nechljudov, perché non l’ho trattenuta?»
E, correndo, la raggiunse nel corridoio.
Cosa volesse da lei, egli stesso non lo sapeva. Ma sentiva di non aver agito come avrebbe agito qualunque altro, quando ella era entrata nella sua camera.
- Katjuša, aspetta, - disse.
Lei si voltò.
- Che c’è? – disse, rallentando.
- Niente, solo...
E facendo uno sforzo su sé stesso, si ricordò come fanno tutti in simili casi, e le cinse la vita con un braccio.
Lei si fermò e lo fissò negli occhi.
- No, Dmitrij Ivanovič, non si deve, - disse, arrossendo fino alle lacrime, e con la piccola mano nervosa, staccò il braccio che l’aveva avvinta.
Nechljudov la lasciò andare. Egli ebbe improvvisamente, una sensazione di malessere e di vergogna, unita alla ripugnanza per sé stesso. In quel momento decisivo egli avrebbe dovuto credere a sé stesso, ma non capì che quella vergogna e quella ripugnanza erano i migliori sentimenti dell’anima sua; egli immaginò, al contrario, che la sola sciocchezza sua gli avesse ispirato tali sensazioni e che doveva fare come fanno tutti.
Corse nuovamente dietro Katjuša, la riafferrò alla vita e le diede un bacio sul collo. Questo bacio era ormai completamente diverso dai primi due: uno inconsapevole dietro il cespuglio di lillà e l’altro, quella mattina, in chiesa. Questo era spaventoso, e lei lo sentì.
- Ma che cosa sta facendo? – gridò con una voce tale, come se egli avesse irrimediabilmente rotto qualcosa di infinitamente prezioso. E fuggì via di corsa.
Egli entrò nella stanza da pranzo. Le zie eleganti, il dottore e la vicina stavano in piedi vicino agli antipasti. Tutto era così consueto, ma nell’anima di Nechljudov c’era la tempesta. Non capiva nulla di quanto gli si diceva, rispondeva a sproposito e pensava solo a Katjuša, ricordando la sensazione di quell’ultimo bacio, quando l’aveva raggiunta in corridoio. Non poteva pensare ad altro. Quando essa entrò nella stanza, egli non si volse a guardarla, ma tutto il suo essere sentiva, aspirava la sua presenza, e durava fatica a non guardarla.
Dopo il pasto si ritirò subito in camera sua e lì camminò a lungo, in preda a una forte agitazione, tendendo l’orecchio ai suoni nella casa e aspettando i suoi passi. Non solo l’animale che era in lui aveva rialzato il capo, ma aveva calpestato l’essere spirituale ch’era stato al tempo del suo primo soggiorno e quella stessa mattina in chiesa. E quella fiera spaventosa signoreggiava nell’anima sua. Pur continuando a tenderle agguati, quel giorno non riuscì a incontrarla da solo a solo neppure una volta. Senza dubbio essa lo evitava. Verso sera, però, essa fu obbligata a entrare in una camera attigua a quella occupata da lui. Il medico si fermava per la notte e Katiuscia doveva preparare il letto all’ospite. Udendo i suoi passi, Nechljudov, camminando senza far rumore e trattenendo il respiro, quasi si preparasse a un delitto, entrò dietro di lei.
Con le mani affondate in una federa pulita e tenendo il cuscino per gli angoli, si voltò verso di lui e sorrise: ma non era il sorriso allegro e gioioso di prima, era spaventato, pietoso. Pareva volesse dirgli che quello che faceva era male, ed egli si fermò. In quel momento la lotta era ancora possibile. Egli udiva, ma fiocamente, la voce del suo vero amore, che gli parlava di lei, dei suoi sentimenti, della sua vita. Ma un’altra voce gli diceva: bada, tu stai per lasciarti sfuggire la tua felicità, il tuo piacere. E quest’ultima voce soffocò la prima. E uno spaventoso, irrefrenabile impulso bestiale s’impossessò di lui.
Senza lasciarsela sfuggire dalle braccia, Nechljudov la fece sedere sul letto, e sentendo che bisognava fare ancora qualcosa, si sedette vicino a lei.
- Dmitrij Ivanovič, mio caro, per favore, mi lasci, - diceva lei con voce lamentosa, - sta venendo Matrëna Pavlovna! – gridò, divincolandosi, e davvero qualcuno veniva verso la porta.
- Allora vengo da te stanotte, - disse Nechljudov. - Sarai sola, vero?
- Che dice? Mai e poi mai! Non si deve, - diceva lei solo con le labbra, ma tutto il suo essere sconvolto e turbato diceva altro.
Chi si avvicinava alla porta era davvero Matrëna Pavlovna. Entrò nella stanza portando delle coperte e, rivolta un’occhiata di rimprovero a Nechljudov, redarguì aspramente Katjuša perché aveva preso la coperta sbagliata.
Nechljudov uscì in silenzio. Non si vergognava neppure. Aveva letto il biasimo nello sguardo di Matrëna Pavlovna, e sapeva che quello che faceva era riprovevole, ma l’impulso bestiale sprigionatosi dal suo antico sentimento di amore buono per Katjuša si era impossessato di lui e regnava incontrastato, senza riconoscere null’altro. Ora sapeva cosa bisognava fare per soddisfare quell’impulso, e cercava solo il mezzo.
Fu inquieto per tutta la serata; ora entrava dalle zie, ora tornava in camera sua e usciva nel terrazzino. L’unico suo pensiero era di rivedere Katjuša; ma costei lo evitava, essendo anche sorvegliata da Matrëna Pavlovna.

XVII
Così passò la serata e venne la notte. Il dottore andò a dormire. Le zie si preparavano pure ad andare a letto. Nechljudov sapeva che Matrëna Pavlovna era nella camera da letto delle sue padrone e che Katjuša era nella sua stanza, - sola. Uscì di nuovo sul terrazzino. Fuori era scuro, umido, caldo, e quella nebbia bianca che di primavera scaccia le ultime nevi o nasce dallo sgelo delle ultime nevi riempiva tutta l’aria. Dal fiume che era distante un cento passi dalla casa venivano strani rumori: era il ghiaccio che si rompeva.
Nechljudov scese i gradini del terrazzino, e, camminando sulla neve già a metà liquefatta, si accostò alla finestra della camera di Katjuša. Il cuore gli batteva così forte in petto che ne udiva i palpiti; il respiro gli si fermava in gola o ne usciva con forza come un profondo sospiro. Nella camera ardeva una piccola lampada; Katjuša era seduta vicino ad una tavola; sembrava immersa nei suoi pensieri e guardava innanzi a sé, nel vuoto. Nechljudov, immobile, stette molto tempo a guardarla, col desiderio di sapere cosa avrebbe fatto non sapendosi osservata. Essa rimase seduta, senza muoversi, per un paio di minuti; poi alzò gli occhi, sorrise, scosse la testa come per riaversi, e, dopo aver cambiato posizione, appoggiò, pensosa, le due braccia sulla tavola, e rimase di nuovo cogli occhi fissi come assorta in una sola idea.
Egli stava fermo e la guardava ed ascoltava involontariamente i battiti del proprio cuore e quei strani rumori che venivano dal fiume. Là, sull’acqua, nella nebbia, si faceva un lento incessante lavorio, ed ora qualcosa ansimava, ora scricchiolava, ora si sgranava, ora sottili lastre di ghiaccio tintinnavano come vetro.
Egli stava fermo, guardando il volto pensoso di Katjuša, tormentato da un lavorio interiore, e ne provava pena, ma, cosa strana, questa pena non faceva che acuire il suo desiderio di possederla.
Questo desiderio s’impadroniva di tutti i suoi sensi.
Picchiò alla finestra. Come per una scossa elettrica, lei trasalì con tutto il corpo e l’orrore si dipinse sul suo volto. Poi saltò dalla sua sedia, si avvicinò alla finestra ed accostò la faccia ai vetri. L’espressione d’orrore non si dileguò dal suo volto neanche, quando, avvicinate le due mani agli occhi, ella lo ebbe riconosciuto. Tutto il suo aspetto era serio: mai egli l’aveva vista così. Sorrise solo quando lo vide sorridere, - sorrise solo come per sottomissione; ma nell’animo suo non c’era l’ombra del sorriso, c’era paura. Egli le fece cenno colla mano, per farla uscire fuori. Ma essa scosse la testa in segno di diniego e rimase vicino alla finestra. Egli accostò di nuovo il volto ai vetri coll’intenzione di gridarle di uscire ma, in quel momento, essa si voltò dalla parte opposta: certo qualcuno l’aveva chiamata. Nechljudov si allontanò dalla finestra. La nebbia era così densa che a cinque passi dalla finestra non la si vedeva più; si scorgeva soltanto una massa scura dal centro della quale usciva la luce rossastra, che appariva enorme, della lampada che ardeva nella camera. Sul fiume continuava quello strano ansimare, frusciare, scricchiolare e tinnire del ghiaccio. A poca distanza dalla casa, nella nebbia, un gallo cantò, altri gli risposero da vicino, poi altri da lontano, dal villaggio. Poi tutto ridivenne silenzioso, salvo quel rumore incessante del fiume.
Dopo aver camminato un paio di volte in su ed in giù davanti alla casa, affondando spesso nella neve sciolta, Nechljudov si avvicinò di nuovo alla finestra della stanza della servitù. La lampada vi ardeva sempre, e la giovinetta era di nuovo seduta sola davanti alla tavola, come indecisa. Appena egli si fu accostato alla finestra, ella lo guardò. Bussò. E lei, senza guardare chi bussasse, uscì rapidamente dalla camera, ed egli udì aprirsi e rinchiudersi la porta. Egli era già nel vestibolo e subito, senza dirle nulla, l’abbracciò. Lei gli si strinse contro, e, sollevando la testa, porse le labbra al suo bacio. Stavano in un angolo del vestibolo, in un sito asciutto, ed egli era tutto invaso da un desiderio tormentoso, indomabile. Ad un tratto, la porta della camera di Katjuša si aprì con lo stesso rumore di prima e si udì la voce irata di Matrëna Pavlovna che gridava:
- Katjuša!
Si svincolò dal suo amplesso e tornò nella camera. Egli udì scattare il gancio. Dopo di ciò tutto tacque, l’occhio rossastro scomparve dalla finestra, e non rimase altro che la nebbia ed il movimento sul fiume.
Nechljudov si accostò alla finestra, non ci si vedeva alcuno. Bussò, nessuno gli rispose. Tornò a casa per la porta grande, ma non andò a dormire. Si tolse gli stivali, e, a piedi nudi, seguì il corridoio fino alla camera di Katjuša, attigua a quella di Matrëna Pavlovna. Stette dapprima ad ascoltare il calmo russare di quest’ultima, e stava già per entrare, quando essa incominciò ad un tratto a tossire e si voltò sul letto che scricchiolò. Egli si fermò impaurito, e aspettò così per qualche minuto. Quando si rifece il silenzio, ed essa ricominciò a russare, egli, camminando sul tappeto per non fare rumore, fece pochi altri passi e si trovò davanti alla sua porta. Non vi si sentiva alcun rumore. Certo, essa non dormiva perché non se ne udiva il respiro. Ma appena egli ebbe sussurrato: « Katjuša » ella si alzò, si avvicinò alla porta, e adirata, così gli parve, cercò di persuaderlo ad andarsene.
- Che significa questo? È mai possibile? Le zie vi udranno... - dicevano le sue labbra; ma tutto il suo essere diceva: «Sono tutta tua».
E Nechljudov capiva solo questo.
- Aprimi per un minuto solo. Te ne scongiuro... – diceva parole senza senso.
Lei tacque, poi egli udì il fruscio della sua mano che cercava il gancio. Il gancio scattò, ed egli penetrò dalla porta aperta.
L’afferrò com’era, in camicia, colle braccia nude; la sollevò e la portò via.
- Ah! cosa fate? - balbettò essa.
Ma egli non badava alle sue parole e la portava nella sua camera.
- Ah! non si deve, mi lasci, - diceva ella, ma intanto si stringeva a lui.

Quando, tremante e silenziosa, senza rispondere alle parole di lui, ella uscì dalla sua camera, il giovane discese anch’egli sul terrazzino, cercando di farsi un’idea di quello che era accaduto.
Fuori era più chiaro; giù, verso il fiume, lo scricchiolio e il tintinnio e l’ansimare si erano fatti più forti e ai suoni di prima si era aggiunto un gorgoglìo. La nebbia cominciava a posarsi, e oltre il muro di nebbia era emersa la luna calante, illuminando foscamente qualcosa di nero e di spaventoso.
«Cos’è dunque? Mi è accaduta una gran fortuna o una grande sventura?» - si domandava. «È sempre così, tutti fanno così,» si disse e andò a dormire.

XVIII
Il giorno seguente, l’allegro, il brillante Šenbok raggiunse Nechljudov dalle zie e le affascinò completamente con la sua eleganza, la sua amabilità, la sua generosità e la sua amicizia per Dmitrij. Quantunque la sua generosità piacesse alle vecchie signorine, essa le stupì per la sua esagerazione. Esse furono meravigliate di vedergli dare un rublo ad un mendicante cieco, di distribuirne quindici in mance alla servitù, e quando Sjuzetka, il cagnolino maltese di Sof’ja Ivanovna, si scorticò a sangue una zampa in sua presenza, egli, offertosi di fasciarla, senza un momento di esitazione, strappò un fazzoletto di batista ricamato (Sof’ja Ivanovna sapeva che fazzoletti di quel genere non costano meno di quindici rubli la dozzina) e ne fece delle bende per Sjuzetka. Le zie non avevano mai visto nulla di simile; ma ignoravano egualmente che Šenbok aveva duecentomila rubli di debiti che non sarebbe mai riuscito a pagare, e lo sapeva, per cui venticinque rubli in più o in meno non facevano alcuna differenza.
Šenbok si fermò soltanto un giorno e la notte seguente partì con Nechljudov. Non potevano trattenersi di più, essendo giunti all’ultimo limite del congedo dato loro, prima di raggiungere il reggimento.
L’animo di Nchljudov, durante quell’ultimo giorno passato in casa delle zie, non poteva staccarsi dal ricordo della notte precedente. Due sentimenti opposti vi si combattevano; il ricordo scottante di un amore bestiale, il quale, benché non avesse di gran lunga dato tutto quello che prometteva, lasciava peraltro la soddisfazione di un desiderio realizzato; e la coscienza di aver commesso una cattiva azione, con l’obbligo di ripararla, non per lei, ma per sé stesso.
Nello stato di follia egoistica in cui si trovava, Nechljudov non poteva pensare che a sé. Si dava una gran pena per indovinare come avrebbero giudicato la sua condotta verso la giovinetta; ma non pensava affatto a tutto quello che essa avrebbe risentito, né cosa sarebbe accaduto di lei. Supponeva che Šenbok avesse indovinato le sue relazioni con Katjuša ed il suo amor proprio ne era solleticato.
- Ecco perché tutto a un tratto vuoi così bene alle zie, - gli disse Šenbok dopo aver visto Katjuša, - da passare una settimana intera da loro. Anch’io al tuo posto non me ne sarei andato. È un incanto! 
E Nechljudov pensava che, a dispetto delle sue voglie non ancora completamente soddisfatte, era meglio partire e spezzare, di un sol tratto, delle relazioni difficili a continuare. Pensava esser suo dovere di dar del denaro a Katjuša, non per lei, perché non ne aveva bisogno, ma perché in simili casi si fa sempre così, e perché lo si sarebbe considerato come un uomo senza onore, se non l’avesse pagata per averla posseduta. E così le diede quel denaro: quanto riteneva consono alla propria e alla sua condizione.
Il giorno della partenza, dopo pranzo, egli l’aspettò nell’anticamera. Vedendolo, essa arrossì vivamente e volle passar oltre, facendogli osservare con un’occhiata la porta aperta della dispensa. ma egli la trattenne.
- Volevo salutarti, - le disse, cercando di insinuarle nella mano una busta in cui aveva posto un biglietto di cento rubli. – Ecco, io...
Lei indovinò, corrugò le sopracciglia, scosse la testa e gli allontanò la mano.
- No, prendi, - mormorò e le mise la busta nell’apertura della giacchetta, poi, come se si fosse bruciato le dita, aggrottò anch’egli le sopracciglia, e corse, gemendo, a rinchiudersi in camera sua.
E là, camminando in lungo ed in largo, si torceva, sussultava ed emetteva degli oh! e degli ah! come se fosse torturato da un dolore fisico, al pensiero di questa ultima scena.
«Ma che dovevo fare? È sempre così. Così ha fatto Šenbok con la governante di cui raccontava, così ha fatto lo zio Griša, così ha fatto mio padre quando viveva in campagna e gli è nato da una contadina quel figlio illegittimo Miten’ka che vive ancora. E se tutti fanno così, è segno che così bisogna fare». Cercava di consolarsi con questi ragionamenti, ma non ci riusciva. Il ricordo di ciò che aveva fatto continuava a rimordergli la coscienza.
In fondo, proprio in fondo all’anima sapeva di aver agito vilmente, bassamente, crudelmente, al punto tale che aveva non solo perduto il diritto di giudicare le azioni della gente, ma anche di guardarla in faccia; che non aveva più neanche il diritto di stimarsi un giovane buono, nobile, generoso, magnanimo. Ed intanto aveva bisogno di credersi tale per poter continuare a vivere spensieratamente ed allegramente. A tutto ciò non c’era che un sol rimedio, ed era di non pensarci più. E così fece.
La vita che stava per incominciare – città nuove, i compagni, la guerra – tutto ciò lo aiutò a dimenticare. E quanto più viveva, tanto più dimenticava, e alla fine si dimenticò davvero di tutto.
Una sola volta, allorché, a guerra finita, si era di nuovo recato in casa delle zie colla speranza di rivedere Katjuša, e vi aveva saputo che essa non ci era più, che se n’era andata, poco tempo dopo la partenza di lui, per partorire, - che aveva partorito non si sapeva dove, - e che, secondo quello che ne avevano udito dire le zie, essa era completamente caduta nella degradazione, - egli aveva sentito il suo cuore stringersi dolorosamente. Calcolando il tempo, il figlio partorito da lei poteva esser suo; però poteva anche essere di un altro. Quando le zie gli avevano parlato di questo, avevano aggiunto che si erano da molto tempo accorte che Katjuša era una natura viziosa come sua madre. Questo giudizio delle zie piacque a Nechljudov il quale si trovava in certo qual modo assolto. Da principio egli ebbe l’intenzione di ricercare Katjuša ed il bambino; ma avendo intimamente vergogna della sua condotta, non tentò nulla per ritrovarla; fece ancor meglio: dimenticò il suo fallo e finì per non pensarci più.
Ed ecco che ora, un caso straordinario gli ricordava ogni cosa, lo obbligava a convenire di esser stato egoista, crudele, vigliacco, e di aver potuto vivere tranquillamente dieci anni con una simile colpa sulla coscienza! Era però ancora incapace di confessare sinceramente a sé stesso tutta la sua indegnità; ed anche in quel momento, pensava solo di evitare che tutto venisse scoperto e che le rivelazioni di Katjuša, o del suo difensore, non lo additassero qual era innanzi a tutti.

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(1) Desjatiny = plurale di desjatina, una misura terriera equivalente a 1,092 ettari.
(2) Gorelki = gioco a rincorrersi in cui ogni coppia, a turno, separandosi e poi riunendosi, deve sfuggire a chi sta «sotto».
(3) Notre cher philosophe = il nostro caro filosofo.
(4) Lapti = calzature di scorza di tiglio usate dai contadini.