sabato 21 ottobre 2017

118 Al ginnasio (di Luigi Meneghello)



S. (ossia lo stesso Meneghello) continua a raccontare la sua esperienza scolastica nel momento in cui passa al ginnasio e gli insegnanti pretendono “di trattare i ragazzi da uomini”; ne esce un quadro di tipi memorabili, sia tra gli allievi (il confuso Fantoni, l’intelligente Petrella), sia tra gli insegnanti (il popolano don Piero, il folle e mutilato Mostro di Chiampo, il vecchio dalmata, la siciliana di matematica, lo scimmiesco Yoko). La descrizione dei docenti porta l’autore (insegnante egli stesso per molti anni) alla conclusione che gli insegnanti non possono contare nulla.
Il brano è parte del capitolo 3 del romanzo-saggio Fiori italiani, pubblicato nel 1976 e ripubblicato nel 2006 con il titolo Fiori italiani con un mazzo di nuovi Fiori, che contiene in più alcune pagine tratte da tre testi scritti tra il 1972 e il 1976.

Se ho ragione di credere che ci sia stato nella storia di S. un arresto di sviluppo, questo dev’essere avvenuto al momento del passaggio al ginnasio superiore, come allora chiamavano la quarta e la quinta. Scolasticamente parve diventato più bravo, in realtà cessò di crescere. Fu come quei fenomeni in cui per l’arresto di un congegno in qualche parte, la temperatura di un sistema si rialza all’improvviso. I voti salivano perché il ragazzo non funzionava.
S. non era introverso di natura, ma in questo momento s’introverse; o almeno s’introverse una parte di lui, mentre l’altra restava com’era, come un guanto con metà delle dita rovesciate in dentro. Soffiando dentro a S. avresti visto ergersi in aria alcune dita sparentate!
Fu il risultato inevitabile della sua disposizione a sovravvalutare la cultura intellettuale e il ruolo degli adulti, ai quali prendeva per sottinteso che essa appartenesse. Infatti ciò che sta al centro della storia della sua educazione è, credo, un rapporto malriuscito con gli adulti. Di essi fu sempre troppo conscio, ipersensibile alla loro presenza. Il fatto che c’erano rendeva quasi obbligatorio sorprenderli, farli stupire. Che è un modo molto efficace di ribadire che tu non sei un adulto.
Mi viene in mente il violento attacco a W. Shakespeare che S. sferrò una mattina in una triste succursale del ginnasio dov’era stata temporaneamente confinata la sua quinta. Aveva frainteso la propria parte: credeva di far cosa gradita a tutti additando la debolezza di un autore e di un testo (Julius Caesar, A. III, Sc. II) piuttosto fortunati, ma non canonici. Non agì in veste di guastatore letterario, ma quasi come un paggio che volesse mostrare a don Piero Bertoldo cosa sapeva fare con la punta dello scarpino. Ma don Piero invece di compiacersi s’infuriò: di quell’ira seria, morale, che in inglese si chiama anger e in italiano nulla, come se gli italiani non la conoscessero. Invece è solo la nostra cultura intellettuale che non la conosce; la gente ce l’ha, vedi don Piero.
Con insolita freddezza, senza alcun riferimento personale, descrisse e denunciò la presunzione di quei saputelli che, disse, s’impancano a giudici dei poeti e degli uomini (perché lo scarpino aveva dato anche negli uomini). S’impancano: sento, raccontando, il limite della formazione seminaristica di don Piero; anzi, potrei quasi mettermi a difendere S. sulla base di quel s’impancano. Tutti abbiamo una panca, ed è da lì che dobbiamo parlare, quando parliamo.
L’accusa giusta è… quale? Di chiamare col nome di un poeta straniero che in fondo era un uomo onorato, un centinaio di opachi versi liberi in italiano? Di sentire bensì che le lodi “psicologiche” che le antologie davano a quel tipo di pezzi erano melense, ma di sentirlo confusamente? Di parlare delle cose degli adulti a vanvera, come gli adulti, ma senza essere un adulto? Ma è meglio che mi fermi qui. Forse riuscirei oggi a scagionare in via postuma quel ragazzo agli occhi neri e roteanti di don Piero: ma allora risulterebbe che la sua ira non era anger!
Era un prete focoso, nero e infiammabile, un vero tizzone di paradiso; già cappellano degli alpini, un po’ trascurato nella persona, grosso di testa, corto di sottana, sempre in movimento, veemente nei gesti. Si spostava da un piede all’altro, si grattava, scatarrava. In una cassa di triturazione gli sgàpari (1) vorticavano come ciottoli, venivano franti sotto potenti ganasce e ingoiati da una canna che li portava via. Insegnava sintassi latina in modo poco meno che furibondo. Si comportava come negli assalti del tempo di guerra, assaliva le posizioni, voleva travolgerle, demolirle; voleva quasi montare nelle teste con la forza, piantarvi la bandiera della sintassi, trascinare tutti, anche Fantoni dalla bocca smorfiosa. «Dichiarativa!» gridava per fargli sentire la differenza da una proposizione esortativa. «Fotografativa!» Ma queste cose più le definisci a uno che non le capisce da solo, e peggio è. «Stampativa!» e faceva l’atto di stampare qualcosa in faccia a un crucco testone.
«Fotografativa! Stampativa! Smaltativa!»
Smaltare è in dialetto il gettare schiacciante, come di un muratore arrabbiato che tiri la malta addosso al muro; e dice insieme l’effetto del restare sparso e spiaccicato su una superficie, come a Hiroshima. Non era un uso scherzoso del dialetto, anzi un uso passionale: uno che butta via la baionetta e mette mano ai sassi: alla fine Fantoni restava incomparabilmente più confuso di prima.
Don Piero era un popolano, nativo del nostro paese; forse non sarà stato molto colto, ma ciò che sapeva era vivo, senza pretese, schietto come la sua vita. È impossibile dire se era un prete che era stato alpino o un alpino che faceva il prete. Il suo patriottismo non era (mi pare) quello fittizio dei ceti medi, ma popolare, una cosa della vita ordinaria. Il greco e il latino li “sapeva”. Era il prodotto di una cultura ristretta e arcaica ma nel proprio ambito autentica: cioè fondata non già su certi claims (2) (nel quale senso anche P. è – poveretto, era – il prodotto di una cultura) ma su certe cose di sostanza, sul sapere ciò che si sa, e attenersi a quello.
Tuttavia, è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende (3). S. svolse questo tema per gli Agonali (4) del 1936.
Questo tema è irto di difficoltà. La costruzione “è X che fa Y” è già di per sé una cosa singolare. Presuppone l’assunto che Y viene fatto, ed esprime l’intuizione che colui che lo fa è X. Ora ribadire in assoluto che è l’aratro e non altro che traccia il solco può apparire gratuito: chi ne ha mai dubitato? Anche la spada è ovvio che è molto più adatta a difendere il solco che non l’aratro, o poniamo il minestro sbuso (5). Ammesso quindi che si sia nella necessità di impostare la difesa del solco, e che si abbia una spada, e che l’aggressore del solco non abbia per esempio una schioppa, sarebbe puerile negare che la difesa va fatta con la spada.
Ancora più singolare è la costruzione “è X che fa Y, ma è Z che fa W”, come si può vedere spostando l’ordine delle due asserzioni. Il significato si rovescia drammaticamente. “È Z che fa W, ma è X che fa Y” vuol dire infatti “W Y! Abbasso W!”, mentre la prima frase dice proprio l’opposto: “W W! merda in bocca all’agricoltura imbelle!”.
Ora le asserzioni, semplici e doppie, hanno questa caratteristica, che farle non costa niente. In fondo uno potrebbe benissimo asserire: «È la spada che traccia il solco, ma è l’aratro che lo difende». In quanto asserzioni, se non si considera la serietà di chi le fa, una vale l’altra, a meno che non si sappia già che una sola è vera; e allora che cosa ci importa che qualcuno ce lo venga a dire?
Ma S. non svolse così il tema. Egli lo divise invece in due parti, una dottrinale in cui mostrava di aderire senza riserve alla veduta che è certamente l’aratro, non la spada, che traccia il solco, mentre non è affatto l’aratro, ma la spada, che lo difende; e l’altra in cui lodava molto l’aratro per ciò che faceva al solco e la spada per ciò che gli faceva lei.
Gli sfuggì completamente che in questa prospettiva il solco diventava una specie di bene supremo, e non terminò con «W il Solco!» come sarebbe stato coerente di fare. Aggiunse invece un elogio conclusivo dell’Uomo (6) che aveva definito così chiaramente che cosa capita al solco nei suoi rapporti sia con l’aratro sia con la spada; e fece intendere che ora l’Italia poteva andare tranquilla, e prepararsi alla conquista del mondo.
Per gli Agonali, che parevano allora aspetti concreti della vita come gli Stivali, tutti gli alunni di una determinata città, in gara tra loro, svolgevano per iscritto temi di interesse pubblico del tipo “L’Italia ha finalmente il suo Impero” (dove ci sarebbero da discutere tre idee principali: “ha”, “finalmente” e “suo”) con la solita tecnica di identificare le risposte alle domande in esse implicite: Chi ha finalmente l’Impero? (L’Italia.) Che cos’ha finalmente l’Italia? (L’Impero.) Di chi è ciò che l’Italia finalmente ha? (Suo.)
Alla premiazione la persona incaricata del discorso al Teatro Verdi fu proprio don Piero Bertoldo. Anche lui aveva un tema di interesse pubblico: “È lo Spirito che doma e piega la Materia”. Lo svolse nel solito modo agitato, bellicoso, anche fisicamente esplosivo.
Prima disse molto male della Materia, la quale è torpida, sorda, maleolente, brutta; poi disse eccezionalmente bene dello Spirito, che ha invece straordinarie risorse di slancio e di freschezza. Non contraddisse l’idea che lo Spirito pieghi la Materia e la domi, ma sottolineò principalmente la sua capacità di trasportarla, travolgerla, e di fare la stessa cosa anche a noi. Travolto lui stesso, disse perfino che lo Spirito ci “imàga”, con un certo coraggio, perché nel nostro dialetto (dal quale quella parola gli era scaturita come traboccando nella foga del discorso) “imagà” vuol dire “assorto nei suoi pensieri come un allocco”.
Come si vede, la costruzione “è X che fa Y” (spesso con la pericolosa aggiunta “a Z”) era sparsa un po’ dappertutto. Sembra il simbolo del modo di pensare di quegli anni. La si avvertiva perfino là dove non c’era. “Roma doma” (7) era sentito come “È Roma che doma”.
Don Piero riuscì in quell’occasione a tenersi al di qua dell’apologia di fascismo. Il suo Spirito era più o meno lo Spirito Santo nell’interpretazione di un popolano e di un alpino: somigliava all’ispirazione (di cui forse non è male dir bene), e al coraggio generoso e innocente.
Una forma di innocenza, ma spaventosa, c’era anche nel Mostro di Chiampo, l’altro figlio di quella cittadina che condizionò i nostri studi ginnasiali dopo lo Zanella (8) (al quale dedicava raccapriccianti discorsi commemorativi).
Aveva un guanto nero sulla mano sinistra, me non viceversa, non una mano sinistra nel guanto nero: c’era invece un gancio di ferro, un ricordo di guerra. Aveva subìto anche altre lesioni, aveva perfino un tassello di metallo sulla scatola cranica.
«Chi credete che sia io? Il vostro aio (9)?» gridava con la speciale cadenza interrogativa della valle del Chiampo, grottescamente intensificata dal furore (non lo credevano affatto, non sapevano neanche di che cosa si trattasse). «Il vostro pedagogo? Il vostro balio asciutto?»
Pareva che schernisse, ma con un alto lamento, il concetto stesso di educazione scolastica, una società che pretende di legare un Uomo al servizio dei suoi spregevoli piccoli («fatte-poche-lodevoli-eccezioni» aggiungeva qualche volta, ma con l’aria di rincarare). Non venduto, lui alla società: non comprabile, non servo.
«Chi credete che sia io? Un facchino? Uno scaricatore del porto di Genova?» L’idea di essere confuso con quelle maestranze lo sconvolgeva. Si metteva a pestare col gancio sulla cattedra facendo perno col gomito; la cattedra ballava; se si fosse alzato e fosse sceso tra i banchi a spaccargli la testa a uno a uno, tac! tac! tac!, sarebbero morti senza meraviglia.
Considerava vitali certe cose, per esempio l’accento sui nomi greci in eo, sempre il contrario di quello in uso tra gli indotti; o la pronuncia di Sahara. Non voleva a nessun costo sentir dire altro che Sacàra. Aveva scoperto che così si dice, e ne faceva dipendere tutto. Gli importava anche il ruolo dei catafratti (10) nella storia della civiltà. Non il concetto, noto ai più, ma il nome “i catafratti”; aveva una erre vibrata, e li catafrangeva in aria in modo molto potente, esempio di nominalismo magico.
Nella classe di S. venne per un solo anno a insegnare Cultura militare: aveva una classe sua ma era disposto a insegnare Cultura militare all’intero ginnasio superiore. È una disciplina organizzata attorno alla nozione che la Fanteria è la regina delle battaglie. Si fanno anche con l’Artiglieria e i tirapiedi del Genio (11), ecc., ma la regina è lei con la sua baionetta. Su questo voleva sentir recitare un certo numero di paragrafi da ogni allievo che interrogava, ma non li lasciava mai andare oltre la prima frase, e passava direttamente alle denunce e alle minacce. Interrogò S. una volta sola, e inopinatamente lo lasciò andare fino in fondo: senza interrompere e senza muoversi. Quando S. ebbe finito ci fu un pauroso intervallo vuoto. Il Mostro taceva, con la testa fra le mani, fissando il piano della cattedra. Poi guardò S. di sottecchi e disse dolcemente: «Ne avessi uno io come lei». Poi si mise a pestare col gancio accelerando in modo terribile. All’improvviso si fermò e disse: «Le do nove». S. fece la faccia modesta, neutra, quella dei nove. Il Mostro disse, come piagnucolando: «Non è contentoo? È un bel voto, sa, novee?». Campane a martello in lontananza.
Nella sua propria classe aveva istituito dei colloqui rituali con la scolaresca, voleva sentir ripetere alla lettera certe sue frasi. Si affidava soprattutto ai tre o quattro sventurati che considerava più bravi. Spiegava che gli facevano star giù i tacchi, e poi ordinava freddamente: «Petrella, ripeta». Petrella ripeteva con puntigliosa esattezza. Era uno dei più bravi. Il Mostro si calmava di colpo, quasi s’inteneriva.
«Lei è un ragazzo piuttosto intelligente, Petrella. Meno male che ce n’è almeno uno come lei. E che cosa sono i tacchi, Petrella?»
Petrella non osava metterlo in parole.
«Eccoli qua, i tacchi!» Ne mostrava uno. «Chi crede che sia, io? Uno scaricatore del porto di Genova?»
Petrella negava vivamente con la testa. Il Mostro si metteva a gridare una serie di auto-definizioni come cercando quella capace di schiacciare i suoi denigratori, e alla fine la trovava.
«Sono un amico personale del vescovo, io!»
Definirsi, negando e affermando, pareva la sua passione suprema. Non diceva mai che la classe era un branco di cretini senza specificarne il numero; poi aggiungeva «Più uno!», e ne derivava un’auto-definizione in due tempi che voleva sentir ripetere. Petrella la scandiva con emozione illegale, alienata.
«Lei è un cretino! Il più cretino qua dentro è lei!»
Il Mostro sussurrava: «Perfetto».
Era di solito lui che faceva i discorsi patriottici nel cortile dell’istituto. Si scaldava in modo terribile. Ce l’aveva specialmente con la rivoluzione francese, e ogni volta che gli capitava di nominarla, anche in parentesi, perdeva le staffe. «Una manica di straccioni!» gridava alle scolaresche e al corpo insegnante. Petrella si faceva piccolo piccolo.
Ho sentito che alla fine della guerra è stato ammazzato, a botte dicono, da gente del suo paese per trascorsi neo-fascisti. Se è vero, esteticamente è una fine piuttosto bella; mentre dal punto di vista del sugo etico-politico e del buon senso, penso che sia stato un errore. Devastare così, con brutale giustizia concreta, la sua astratta follia!

Nella valutazione che ne davano gli allievi, il valore degli insegnanti dipendeva da due parametri di base, la bravura e la cattiveria, sentiti come due aspetti complementari della stessa cosa. Ma perché entrassero in funzione occorreva che non ci fosse in mezzo neanche un grano del micidiale enzima negativo che, quando c’è, devasta l’interno di un professore e lo riduce a una marionetta piena di segatura. Non era l’ignoranza (benché le somigliasse, e faceva apparire ignoranza ogni forma di sapere), non era la concitazione né la calma, non la paura della classe né il furore, non era la balbuzie e non era l’eloquenza. Ho detto che somigliava all’ignoranza: ma somigliava anche a tutte le altre cose che ho nominate, alla concitazione, alla balbuzie, all’eloquenza, alla paura… Chi non vedeva quanto slancio c’era, com’era bello, il vecchio dalmata (dagli strani imperfetti) che era venuto in veste di profugo a supplire non so in che cosa, e voleva indurre la classe a dirgli “chi era stato” a inneggiare in modo fulmineo a certi aspetti della natura (12) mentre lui era voltato verso la tavola nera? Ne fece subito una questione d’onore, pretendendo di trattare i ragazzi da uomini. Provò a lungo, perdendo a mano a mano la calma. Si vedeva che voleva dire «Chi è stato?» ma diceva «Chi era?» mentre lo sdegno morale lo riempiva e traboccava. All’improvviso si scatenò. Correva contro i singoli col dito puntato e gridava a ciascuno «Era tu!», senza aspettare dinieghi. C’era un’aria di nichilismo parossistico, di quel tipo che può culminare in un suicidio spettacolare. Invece quando si ricompose sfidò la classe a duello.
Fu un evento memorabile, e di considerevole bellezza: ma c’era dentro l’enzima che distrugge tutto, e trasforma un dalmata vivo in un Eratù di cartone.
Ho l’impressione che la matematica fosse sistematicamente insegnata male: ma forse è solo perché S. la capiva male. Per un trimestre di favola venne perfino una giovane signora che batteva le mani! Era una cosa affascinante: spiegava con difficoltà e (senza accorgersene, per puro imbarazzo) cominciava a battere le mani, e le batteva accelerando lentamente per tutta l’ora. I colpi, schioccanti, venivano contati; il record fu oltre duecento. Era come un applauso funebre ai teoremi che cercavano via via di ricordarsi.
Anche l’insegnante di ruolo insegnava soprattutto teoremi, con l’aria di indulgere a una sorta di virtuoso vizio solitario. Era uno straccetto di donna, elegante, che si voltava sui tacchi dopo aver dimostrato a se stessa qualcosa sulla lavagna e diceva «ciò posto…» rovesciando gli occhi all’insù. Aveva una faccia vasta, accidentata e fondamentalmente spiritosa. Era ovvio che si era convinta già in gioventù che quando si dice «ciò posto» ogni dissenso è finito, come noi quando si gridava «rangèla» giocando a palline di marmo.
Diceva anche che certi risultati, quasi tutti i risultati, si potevano conseguire «con opportuni artifizi». Questi li sapevano soltanto lei (se li sapeva) e Zappin, un dritto che io sospetto avesse a casa un padre o uno zio che si divertiva a fare gli artifizi; Zappin ne portava a scuola dei quaderni pieni e si vedeva che gli brillavano ancora gli occhi di furberia e di allegria per il gran ridere la sera prima.
Tornando a lei: la sua pronuncia (in particolare dei numerali) conferiva un colore siciliano alla matematica; e di lì si era fatto il suo nome d’arte, La Quaccio. Sola, non giovane, esiliata da una città piccola (Caltanissetta) a un’altra città piccola; la si vedeva colorirsi sotto la cipria quando scambiava un saluto col raffinato professore d’italiano. Voleva piacergli!
A nessuno poteva piacere invece, e non se ne dava pensiero, un avventizio nel quale pareva veramente incarnata la componente assurda della scuola, Yoko: che venne sul tardi, vispo, nerastro, scimmiesco. Davvero non somigliava a un uomo ma a una grottesca bestiola, una specie di scimmia matematica. Non aveva alcun timore della classe, né della matematica; anzi pareva inebriato da innocenti manie di grandezza, e ne metteva a parte gli allievi. Su ciascun aspetto della materia c’era, diceva, «un lavoretto mio» a stampa o da stampare; che si trasformava ogni volta in un mucchietto di escrementi sulla lavagna, con l’attribuzione su un cartiglio, accanto al quale uno scimmiotto faceva sgambetti di giubilo.
Visti gli effetti che fa alla gente ciò che le accade nell’adolescenza, e come riesce difficile scacciare Yoko dalle aule della testa, S. si chiedeva da adulto: se è criminoso affidare in quegli anni la gente alle mani di Yoko, chi dunque è il soggetto e chi il vero oggetto di quel crimine?
Anche lui fu poi insegnante per lunghi anni ed ebbe per le mani dei giovani e delle giovanette, e si sentì talvolta sul punto di trasformarsi come il dottor Jekyll, in una specie di Yoko. Ma a questi rovesci come allievo e come insegnante S. reagì sempre come una palla di gomma: a parte l’andamento un po’ solenne dei suoi rimbalzi.
Probabilmente ha ragione il grande Sir Jeremy, che s’insegna “con la personalità”: non con ciò che si sa, ma con ciò che si è. O almeno ciò che pare che ci sia, perché si tratta di una specie di recita. Buona parte degli insegnanti da cui S. imparò qualcosa, al liceo e all’università, recitavano.
[…]
Che cos’è il magistero, la missione didattica? Era quasi incarnata in Marin, di filosofia nell’altra sezione. Venne una volta in B a supplire. Parlò della faccenda del piacere e del dolore in Leopardi. Segnava in aria una riga orizzontale con le mani, lo stato normale della noia, e sopra e sotto tracciava col dito le punte del dolore e i contraccolpi del piacere. Indimenticabile, S. si trovò poi a rifare la stessa scena innumerevoli volte in Inghilterra. Si sentiva in Marin una passione, coi suoi risvolti privati s’intende, ma nel suo fondo tecnica, relativa all’insegnamento. Pensava insegnando. L’impianto era robusto e insieme fine, ma la cosa non dipendeva principalmente dalla qualità dell’impianto. Marin stava in piedi in mezzo ai banchi. Si accendeva, si sbilanciava. La robetta di Recanati (considerata in sé pareva robetta, piacer figlio d’affanno, quei pensierini epigrammatici che si conservano imbalsamati in ciascuna tradizione nazionale, la canna che pensa, ecc.) viveva. Eppure questo tipo di magistero ha un limite. Credo che sia sempre stato così con gli insegnanti più bravi. Da un lato t’insegnano come l’uomo si eterna, dall’altro non possono insegnarti altro, e quello non è molto. Trent’anni più tardi ho assistito all’addio alla scuola di Marin che andava in pensione. C’erano nell’aula magna rimaneggiata centinaia di allievi in buona parte vecchi e vecchissimi. Molta commozione, non troppa retorica. Tutti ora medi-borghesi. Maschere di donne col nome delle bellezze di allora. C’erano anche i ragazzi degli ultimi anni con una piega di sentimenti che pareva indistinguibile dalla nostra. C’era il livello della commozione d’ufficio, e l’altro della commozione intellettuale. Si vedeva che cosa siamo noi insegnanti. Anche se siamo bravi, come questo, non possiamo contare nulla. Abbiamo solo il magistero. Non s’impara dalle persone che parlano, in un contesto formalizzato. Nei contesti formalizzati è meglio scrivere. Per quelli che sono portati a occuparsi delle cose scritte.
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(1) sgàpari = sputi, in dialetto
(2) claims = pretese, rivendicazioni
(3) È la spada che traccia il solco, ma è l’aratro che lo difende = è uno dei tanti slogan che circolavano in epoca fascista, tratti da frasi scritte o pronunciate da Mussolini
(4) Agonali = gare giovanili, sportive o culturali, in uso in epoca fascista
(5) minestro sbuso = letteralmente “mestolo bucato”, in dialetto. Qui intende qualcosa di nessun valore
(6) Mussolini, appunto
(7) Roma doma = altro slogan mussoliniano
(8) per l’importanza di Giacomo Zanella nella formazione di Meneghello vedi il post 117 di questo blog
(9) aio = educatore privato dei giovani presso le famiglie signorili
(10) catafratto = guerriero dotato di corazza su cavallo anch’esso corazzato
(11) Genio = qui è l’organismo militare (ma c’è anche quello civile) che ha il compito di studiare ed eseguire lavori atti alle operazioni militari
(12) Meneghello non chiarisce a che cosa qualcuno in classe abbia inneggiato, ma è evidente che si tratta di qualcosa di sconcio


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