mercoledì 27 dicembre 2017

148 A Silvia (di Giacomo Leopardi)




Composta a Pisa nel 1828, dopo sei anni di silenzio poetico pressoché totale (durante i quali aveva scritto le Operette Morali), questa canzone è probabilmente ispirata a una certa Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovanissima di tisi.  Ma questo dato biografico è del tutto secondario: la ragazza, a cui il poeta dà il nome di Silvia (in ricordo della protagonista della favola Aminta di Torquato Tasso), è il simbolo della giovinezza e delle illusioni che essa crea nei cuori umani, in primo luogo l’attesa trepidante dell’amore. Ma queste illusioni sono destinate a dissolversi di fronte alla realtà della vita, dolorosa e condannata alla morte, come la speranza delusa addita al poeta sul finale del componimento.
In questo, che è il primo dei cosiddetti grandi idilli, lo sconforto del ragionamento cede il passo alla dolcezza e alla bellezza della gioventù, con tutte le sue promesse di felicità.

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d'in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d'amore.

Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell'età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

PARAFRASI:

Silvia, ricordi ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando la bellezza risplendeva
negli occhi tuoi sorridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensierosa, salivi
oltre il limite della giovinezza [passavi dall’adolescenza alla giovinezza]?

Risuonavano le quiete
stanze, e le vie adiacenti,
al tuo canto continuo,
allorché intenta nelle faccende femminili
sedevi, assai contenta
di quell’avvenire vago che avevi in mente.
Era il maggio odoroso: e tu eri solita
trascorrere il giorno in questo modo.

Io tralasciando di quando in quando
gli studi piacevoli e i libri difficili [tanto da far sudare],
sopra i quali la mia prima età
e la miglior parte di me si è consumata,
dai balconi della casa paterna
tendevo gli orecchi al suono della tua voce,
e alla mano che rapida
si muoveva sulla tela faticosa.
Contemplavo il cielo sereno,
le vie dorate e gli orti,
e da un lato il mare lontano e dall’altro il monte.
Non c’è lingua mortale che dica
quello che io sentivo nel cuore.

Che pensieri soavi,
che speranze, che sentimenti, o Silvia mia!
Quale allora ci appariva
la vita umana e il destino!
Quando mi sovvengo di così tanta speranza,
un sentimento mi preme
acerbo [doloroso] e inconsolabile,
e torno a dolermi della mia sventura.
O natura, o natura,
perché non mantieni poi
quello che prometti allora? Perché così tanto
inganni i tuoi figli?

Tu prima che l’inverno inaridisse le erbe,
combattuta e vinta da una malattia occulta,
morivi, o tenera creatura. E non vedevi
il fiore dei tuoi anni;
non ti deliziava il cuore
la dolce lode ora dei tuoi capelli neri,
ora dei tuoi occhi innamorati e pudichi;
né con te nei giorni festivi le compagne
hanno ragionato d’amore.

Anche moriva di lì a poco
la speranza mia dolce: alla mia vita
il destino negò anche
la giovinezza. Ahi come,
come sei passata,
cara compagna della mia età novella,
mia speranza su cui ho versato tanto lacrime!
Questo è quel mondo? queste
le gioie, l’amore, le opere, gli eventi
di cui tanto ragionammo insieme?
All’apparire del vero [quando cessarono le illusioni]
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte e una nuda tomba
mostravi di lontano.




martedì 26 dicembre 2017

147 La sera del dì di festa (di Giacomo Leopardi)



“È giunta la notte dopo un giorno di festa: la luna rischiara il paesaggio dolce e immoto. Anche tu, donna mia, dormi tranquilla senza alcuna preoccupazione, forse ripensando ai giovanotti che hai incontrato e che ti sono piaciuti: ma non pensi di sicuro a me, a cui hai ferito il cuore, e a cui la natura ha negato anche soltanto la speranza di essere riamato. Ed ecco che nella notte echeggia il canto di un artigiano che torna a casa dopo i divertimenti e un pensiero mi opprime improvviso: il pensiero che tutto a questo mondo passa e non lascia alcuna traccia di sé. Non è rimasto niente del passato glorioso di tanti popoli antichi, nemmeno di quella Roma che con il suo impero ha portato guerre e frastuoni nel mondo. Anche da bambino ho provato la stessa sensazione dell’inutilità delle nostre azioni e della mia esclusione dalla bellezza del mondo, suscitata da un canto solitario nella notte: la festa era finita e a me non restava altro che un dolore profondo nel cuore”.
Scritto probabilmente nel 1820, questo idillio alterna momenti sublimi (l’inizio e la fine) ad altri più convenzionali e artificiosi, come le parole dette dalla Natura al poeta, o la descrizione del passato di Roma.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, ché t'accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m'affaccio,
e l'antica natura onnipossente,
che mi fece all'affanno. - A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. -
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov'è il suono
di que' popoli antichi? or dov'è il grido
de' nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
che n'andò per la terra e l'oceàno?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s'udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.

PARAFRASI:

La notte è dolce e chiara e senza vento,
e quieta sopra i tetti e in mezzo agli orti
cala la luna, e in lontananza rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
ogni sentiero è già in silenzio, e dai balconi
traluce qualche rara lampada notturna:
tu dormi, poiché un facile sonno ti accolse
nelle tue quiete stanze; e non ti morde
alcun affanno; e proprio non sai né pensi
quale piaga mi apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io mi affaccio a salutare questo cielo,
che a vederlo appare così benigno,
e l’antica natura onnipotente,
che mi creò per soffrire. – A te nego la speranza,
mi disse, persino la speranza; e gli occhi tuoi
non brillino d’altro se non di pianto. –
Questo fu un giorno di festa; adesso dagli svaghi
prendi riposo; e forse ti ricordi
in sogno di coloro a cui oggi piacesti, e di quelli
che piacquero a te: non io, non lo spero nemmeno,
giungo al tuo pensiero. Intanto mi chiedo
quanto tempo mi resta da vivere, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in un’età così verde! Ahi, per la via
odo non lontano il canto solitario
dell’artigiano, che ritorna a notte tarda,
dopo i divertimenti, alla sua povera casa;
e crudelmente mi si stringe il cuore,
nel pensare a come tutto al mondo passa,
e quasi non lascia traccia [di sé]. Ecco è fuggito
il giorno festivo, e a quello festivo succede
il giorno volgare [cioè lavorativo], e il tempo porta con sé
ogni evento umano. Dov’è ora il suono
di tanti popoli antichi? dov’è ora il grido
dei nostri antenati famosi, e il grande impero
di quella Roma [altrettanto famosa], e le armi e il fragore
che percorse la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto il mondo
riposa, e di loro non si ragiona più.
Nella mia prima età, quando si attende
bramosamente il giorno festivo, allorché poi
esso era trascorso, io dolorosamente, sveglio,
giacevo nel mio letto; e nella tarda notte
un canto che si udiva per i sentieri
morire mentre si allontanava a poco a poco
già mi stringeva il cuore come adesso.

Particolare dal dipinto di Caspar David Friedrich, Due uomini in riva al mare al sorgere della luna (1819)


domenica 24 dicembre 2017

146 Alla luna (di Giacomo Leopardi)



Questo idillio è del 1819, lo stesso anno de L’infinito, ma rispetto a questo è di gran lunga minore. Tuttavia ha un suo interesse, perché vi compare un tema importante della poesia leopardiana, quello della ricordanza: la dolcezza del ricordo è tale anche quando la vita presente è triste e il ricordo riguarda un passato doloroso. Questo tema, comunque, troverà nella poesia più matura del Leopardi degli sviluppi assai più profondi, che qui ancora non ci sono e l’idillio si limita ad essere una imitazione semplice dei poeti idillici greci.

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, ché travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!

PARAFRASI:
O luna graziosa, io mi ricordo
che, un anno fa, sopra questo colle
io venivo ad ammirarti pieno d’angoscia:
e allora tu pendevi su quel bosco
così come fai adesso, che lo illumini tutto.
Ma annebbiato e tremolante a causa delle lacrime
che mi spuntavano negli occhi, il tuo aspetto
appariva al mio sguardo, perché dolorosa
era la mia vita: e lo è ancora, non ha cambiato carattere,
o mia luna diletta. Eppure mi è gradito
il ricordo, e rievocare l’età
del mio dolore. Oh come giunge gradito
quando si è giovani, quando la speranza ha ancora
una lunga strada davanti a sé mentre la memoria ce l’ha breve,
ricordarsi delle cose passate,
anche se furono tristi, e sebbene continui il dolore.

Manoscritto autografo di Leopardi della poesia


145 L'infinito (di Giacomo Leopardi)



“L’infinito” fa parte di un gruppo di poesie scritte tra il 1819 e 1821, che Leopardi pubblicò con il titolo di Idilli. Nella letteratura greca antica il termine idillio significava “piccolo quadro, piccola immagine” e veniva usato per componimenti sulla vita pastorale e sul contatto semplice e immediato con la natura. Per Leopardi il piccolo quadro è tutto interiore, un mezzo per scoprire nella contemplazione solitaria della natura una intuizione personale.
In questa poesia l’intuizione ha a che fare con il senso dell’immensità e dell’eternità che noi percepiamo pur vivendo una vita limitata e circoscritta a poche cose dolorose; però dentro di noi c’è un forte bisogno di ricercare qualcosa di più grande e di più importante e sebbene riusciamo soltanto a immaginare questo qualcosa, provandone come una vertigine del pensiero e del cuore, è estremamente dolce abbandonarsi a tale immaginazione.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

PARAFRASI:

Mi fu sempre caro questo colle solitario [il monte Tabor]
e questa siepe, che per un gran tratto
mi impedisce di vedere l’orizzonte lontano.
Ma se mi siedo e osservo [come in contemplazione], spazi
senza confini al di là di essa, e sovrumani
silenzi, e una profondissima quiete
io mi raffiguro nel pensiero; tanto che per poco
il cuore non si spaventa. E non appena sento
il vento stormire tra queste piante, io paragono
quel silenzio infinito [che ho immaginato] a questo suono
[che ho appena udito]: e ciò mi porta a pensare all’eternità,
e ai secoli passati, e al tempo presente
e vivo e al suo suono [cioè alla sua inutilità, dato che è soltanto un suono].
Così in questa immensità il mio pensiero annega
e mi è dolce naufragare in questo mare.

Letta la parafrasi [questa o un’altra], bisogna anche dimenticarla e abbandonarsi invece al fascino di questa poesia, fatta di musicalità, suoni, pause e silenzi.
Poi si può leggere qualunque commento; ad esempio questo di Walter Siti, pubblicato su la Repubblica il 16 marzo 2014:

Studiandola a scuola spesso ci si dimentica che è la poesia di un ragazzo appena ventunenne; precoce sì, ma fino a quel momento aveva scritto (da tenere per il futuro) solo due enfatiche canzoni patriottiche e delle terzine d'amore inventate su una parente venuta in visita. Qui di colpo cambia tutto, nasce una musica. Lo chiama "Idillio primo", pensando agli idilli di Mosco (un poeta alessandrino della Magna Grecia) che aveva tradotto; per esempio l'idillio quinto («in selva oscura/ seder m'è grato, mentre canta un pino/ al soffiar di gran vento»). Vuole scrivere una cosa breve, intima, di contatto con la natura; ha il mito degli antichi greci e della loro "ingenuità", come aveva letto in Schiller. In un suo scartafaccio di appunti aveva notato, per lodare i classici rispetto ai romantici, che gli antichi descrivono la natura con spontaneità, semplicemente indicandone gli elementi («quell'albero, quell'edifizio, quella selva, quel monte») e grazie a una specie di stupore infantile «ci rapiscono, ci sublimano e ci immergono in un mare di dolcezza». Anche lui vuol fare come i greci, ma da inesperto esagera: a forza di indicare ci mette otto aggettivi e pronomi dimostrativi («questo», «quello») in quindici versi. Quasi senza volere crea qualcosa di inedito nella poesia italiana: invece di raccontarci un'esperienza già fatta, o abituale, ci racconta un'emozione intellettuale e psichica che lui stesso sta scoprendo in quel momento; qui, adesso, mentre sto seduto e guardo, e immagino, tanto che, e poi succede un'altra cosa, e allora io, e così… Ci porta dentro, nella lirica come istante.
La cornice è chiara, il primo e l'ultimo verso sono endecasillabi cristallini, tant'è vero che tutti li abbiamo nella memoria; ma all'interno del testo il ritmo procede per onde successive, la sintassi segue l'emozione della scoperta e travolge la metrica. Gli endecasillabi sciolti non permettono alla voce di fermarsi, si inarcano gli uni sugli altri; le inarcature più forti (interminati/ spazi; sovrumani/ silenzi; quello/infinito; questa/immensità) si trovano negli snodi-chiave del senso, dove si parla dell'infinito.
Il ventunenne è sul Monte Tabor, una collina "erma", cioè solitaria, non lontano dal suo palazzo di Recanati; forse ciò che gli toglie la visuale non è nemmeno una siepe ma un fittume di sterpi (in una prima versione aveva scritto "questo roveto", poi corretto nobilitandolo in "questo lauro"; "siepe" è un compromesso ragionevole). Scopre che gli ostacoli favoriscono l'immaginazione e che il troppo immaginato fa paura; in un altro appunto dell'epoca racconta che una voce lo chiama a cena mentre fantastica sull'infinito e che di colpo «mi parve un niente la vita nostra… e tutta la storia». Il ragazzo è di nervi fragili, facile agli estremismi; basta uno stormire di foglie e gli salta addosso tutta la sproporzione tra il velleitarismo dei sogni e la pochezza del quotidiano, tra il presente meschino e l'eternità. Ma invece di lottare si abbandona, forse ricorda il quaresimale di Paolo Segneri, un predicatore seicentesco che ha studiato («assorbito nel vasto oceano di una grandezza infinita, il mio spirito amerà di andare eternamente annegandosi in un giocondo naufragio di contentezza»). Solo che il mare in cui il ragazzo si perde non può essere Dio, in cui non crede più – può essere soltanto il mare filosofico dell'assenza di limiti; che è anche, segretamente, il mare dolce della bellezza ottenuta col canto. (Ma "colle" e "mare", che inquadrano il testo, sono anche i principali elementi del paesaggio marchigiano).
L'anno dopo su queste emozioni ingenue comincerà a riflettere; non accontentandosi di annegare nell'infinito, vorrà possederlo. «Sempre adorata mia solinga sponda»: tenta di riciclare l'incipit nell'abbozzo di una poesia su Saffo, ma già la poetessa (fisicamente brutta) si lamenta che la siepe la deruba del panorama che concede ai belli. Il desiderio è il demone che porta all'infelicità. Tra i 22 e i 26 anni Leopardi, in un violento processo di razionalizzazione, mette a punto un sistema di logica spietata: gli uomini desiderano l'infinito ma nell'universo l'infinito non esiste, dunque gli uomini sono destinati a non soddisfare mai il proprio desiderio. Se non auto-imbrogliandosi, contrabbandando l'indefinito per infinito. "Dolci" e "cari" saranno ormai, nella sua poesia adulta, solo gli "inganni". Quando, nel 1835, proverà a ordinare il suo libro di poesie come se fosse un romanzo, dovrebbe mettere cronologicamente L'infinito al primo posto tra gli idilli, subito dopo le canzoni; invece si inventa un falso d'autore – finge che il Passero solitario, un testo del 1832 o 1833, sia invece stato scritto a vent'anni. La situazione è più o meno la stessa, anche lì il ragazzo si apparta «romito e strano» verso la campagna; ma non ignora gli altri ragazzi che intanto si guardano a vicenda. L'infinito non regge alla prova, lo sguardo solitario perso all'orizzonte sarà solo fonte di rimpianto nella vecchiaia. Decidendo di farlo precedere dal Passero nella raccolta, è come se Leopardi si vergognasse un po' della sua poesia più famosa, dello "spaurarsi" e del naufragare. È come se ci dicesse "così ingenuo lo sono rimasto per poco, il canto già funzionava ma il pensiero no".

Manoscritto originale (non  è però l’unico) della poesia




lunedì 11 dicembre 2017

144 Il passero solitario (di Giacomo Leopardi)



Scritto intorno al 1829, ossia al tempo dei “grandi idilli”, questo canto fu posto dal Leopardi stesso (nell’edizione del 1835 delle sue poesie) prima degli idilli composti fra il 1819 e il 1821, quasi si tratti di un’ideale prefazione ad essi. Come in altri componimenti, Leopardi descrive qui la bellezza commovente della primavera e della giovinezza, a cui però sente di non partecipare appieno, poiché vive appartato e in solitudine, come fa il passero; ma mentre l’uccellino non avrà motivo di dolersene (dato che è nel suo istinto vivere in disparte dagli altri), lui proverà, sebbene inutilmente, tutto il rimpianto nostalgico per le gioie della vita che non ha saputo cogliere, pur sentendone il fascino.

D'in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera d’intorno
brilla nell'aria, e per li campi esulta,
sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi
dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella età dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore,
sospiro acerbo de' provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natío,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno, ch'omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell'aria aprica
mi fère il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; ché di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all'altrui core,
e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
del dì presente più noioso e tetro,
che parrà di tal voglia?
che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.

PARAFRASI:

Dalla sommità dell’antica torre [il campanile della chiesa di S. Agostino a Recanati],
passero solitario, su tutta la campagna
vai cantando finché non muore il giorno;
e l'armonia [del tuo canto] si spande per questa valle.
La primavera brilla d’intorno
nell'aria, ed esulta per i campi,
cosicché ad ammirarla il cuore s’intenerisce.
Odi greggi che belano, armenti [branchi di buoi] che muggiscono;
gli altri uccelli contenti, quasi in gara insieme
per il libero cielo fanno mille giri,
solo intenti a festeggiare il loro tempo migliore [la primavera, ma anche la giovinezza]:
tu pensoso in disparte guardi il tutto;
non ti curi dei compagni, non dei voli,
non dell'allegria, eviti gli spassi;
canti, e così trascorri
il più bel fiore dell'anno [la primavera] e della tua vita [la giovinezza].

Oimè, quanto il mio modo di vivere somiglia
al tuo! Il diletto e il riso,
dolci compagni dell’età novella,
e tu, amore, fratello della giovinezza,
acerbo sospiro dei giorni maturi,
io non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi lontano e solitario, e straniero
al mio luogo natale,
passo la primavera del vivere mio.
Questo giorno, che ormai cede alla sera [volge al tramonto],
si costuma festeggiare nel nostro borgo [è la festa di San Vito – 15 giugno – patrono di Recanati].
Si ode per il [cielo] sereno un suono di campana,
si ode spesso un tuonare di fucili [a salve, in segno di festa],
che rimbomba lontano di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del luogo
lascia le case, e si spande per le vie;
e guarda ed è guardata, e nel cuore si allegra.
Io solitario uscendo [cioè passeggiando] in questa
remota parte della campagna,
ogni diletto e gioco
rinvio ad altro tempo: e intanto
mi colpisce lo sguardo
disteso nell'aria illuminata
il Sole, che tra i lontani monti,
dopo il giorno sereno,
si dilegua tramontando, e pare che dica
che la beata gioventù vien meno.

Tu, solitario uccellino, quando sarai giunto alla sera [alla fine]
del vivere che le stelle [il destino] ti daranno,
certo non proverai dolore
del tuo costume; perché ogni vostro desiderio [tuo e di tutti gli animali]
è frutto della natura.
A me, se non ottengo di evitare
la detestata soglia
della vecchiaia,
quando questi occhi saranno muti al cuore degli altri,
e il mondo ad essi parrà vuoto, e il tempo futuro
più noioso e tetro del tempo presente,
che cosa sembrerà di tale voglia [di vivere solo]?
che cosa di questi miei anni? che cosa di me stesso?
Ahi mi pentirò, e spesso,
ma sconsolatamente, mi volterò indietro [a guardare il passato].

Un maschio di passero solitario (Monticola solitarius); in Italia vive principalmente nelle zone di montagna, infatti nella Pianura Padana è molto difficile avvistarlo


domenica 10 dicembre 2017

143 Vivere e resistere (di Jorge Amado)



Per alcuni capitoli la storia prosegue concentrandosi su politici corrotti e conniventi di mafiosi, giornalisti pennivendoli al servizio del governo o dell’opposizione, poliziotti violenti, giudici preoccupati di danneggiare gli interessi dei potenti. Insomma, pare di essere in Italia ai giorni nostri, non nel Brasile raccontato da Amado (a proposito: nel romanzo “I guardiani della notte” non c’è alcuna indicazione temporale per ambientare la vicenda in un tempo ben preciso; non credo di sbagliare immaginandola negli anni Quaranta-Cinquanta del XX secolo).
Ma, in questo capitolo (il tredicesimo della terza parte), l’autore si ricorda dei veri protagonisti del suo racconto e, intrecciando le loro vicende con salti temporali che anticipano il seguito, o riprendono i primi capitoli del romanzo, ne descrive le caratteristiche umane più profonde, senza giudizi né moralismi, ma con la partecipazione che Amado ha sempre dimostrato nei confronti dei derelitti.

E la gente della collina del Mata Gato, i celebri invasori, che diavolo stavano facendo, come agivano e reagivano di fronte a tutto quel rumore e quel movimento, loro, il centro di tutto? Non li abbiamo per caso dimenticati, dando eccessiva importanza a commendatori, deputati, giornalisti, uomini in vista in politica e in economia? Trascinati insensibilmente dalla vanità a mischiarci con questa gente nota, i cui nomi figurano sulle colonne delle cronache sociali? In fin dei conti, quali i personaggi le cui gesta dobbiamo narrare? Non sono essi forse gl’invasori dei terreni del commendatore, Negro Massu e Bei Capelli, Dona Filó e Dagmar, Miro e il vecchio Jesuíno Gallo Pazzo, tutti gli altri, i veri eroi della storia? Perché lasciarli nel dimenticatoio, tante parole spese per il Deputato Ramos da Cunha, per il Consigliere Lício Santos, per tanti altri papaveri della politica o del giornalismo da scavo, e questo silenzio prolungato a proposito della gente della collina? Volete sapere la verità?
Non ne stiamo parlando perché non abbiamo da raccontare avvenimenti o casi di qualche interesse. La gente della collina, in tutta questa storia dell’invasione, è stata la meno pronta a parlare e commentare. Se ne stavano, nelle loro baracche e vivevano.  Vivevano, ecco la verità. Senza ambizioni, senza agitarsi, senza atti inconsulti, vivevano e basta. In mezzo a tutto quel fracasso – caccia, non-caccia, rade al suolo-non rade al suolo – con tanta gente che si agitava attorno, insultati o elogiati – da banditi della peggior specie, sovversivi a gente degna di ogni rispetto, brava gente della collina, umile e sfruttata a seconda del tipo di giornale o di giornalista, continuavano ad attuare la più grande delle imprese: vivevano, quando tutto congiurava per render loro la cosa impossibile. Come diceva Jesuíno, i poveri già fanno anche troppo a vivere, vivere resistendo a tanta miseria, alle difficoltà senza fine, a quella povertà senza limiti, alle malattie, alla mancanza di ogni assistenza; vivere quando non esistono condizioni che per morire. E tuttavia vivevano. Era gente ostinata, non si lasciavano liquidare facilmente. La loro capacità di resistenza alla miseria, alla fame, alle malattie, veniva di lontano, era nata sulle navi negriere, si era affermata nel periodo della schiavitù. Avevano il corpo incallito, erano duri a cadere.
E non contenti di vivere, per di più vivevano in allegria. Quanto più difficili le cose, tanto più loro ridevano, e il suono delle chitarre e delle armoniche, musica e parole delle canzoni, nascevano e si levavano sulla collina del Mata Gato e sulla Estrada da Liberdade, al Retiro, in tutti i quartieri poveri di Bahia. Affrontavano la miseria con allegria, ridevano forte di fronte alla povertà, tiravano avanti. I bambini, quando non morivano nella prima infanzia tornando angioletti in cielo, scelti da Dio e dalla verminosi (1), dalla fame, dalle privazioni, si educavano a quella dura e gaia scuola della vita, ereditavano dai genitori la resistenza e la capacità di ridere e di sopravvivere. Non si arrendevano, non si lasciavano piegare dal destino, umiliati e vinti. Resistevano a tutto, affrontavano la vita, e non la vivevano nuda e fredda. Si rivestivano di risa e di musiche, di calore umano, di gentilezza, di quella civiltà del popolo baiano.
Così è la piccola gente ordinaria, dura da rodere, così siamo noi, il popolo, allegri e ostinati. Quelli che stanno in alto, sì, che sono dei rammolliti, sempre fra farmacie e barbiturici, rosi dalle angosce e dalla psicanalisi, pieni di complessi, da Edipo a Elettra (2), vogliosi di dormire con la madre o fornicare col padre, trovando carino essere un finocchio e altre bischerate del genere.
La gente della collina, tuttavia, tutto quel fracasso non le faceva perdere il sonno, non le impediva di continuare a vivere. Quando la polizia era arrivata, la prima volta e aveva dato fuoco alle baracche già costruite, alcuni avevano pensato di andarsene, di cercarsi un altro posto per abitarci. Ma Jesuíno Gallo Pazzo, uomo rispettato per il suo sapere e per i capelli bianchi, un obá (3), aveva detto: «Noi si fabbrica le baracche un’altra volta», e così avevano fatto. Era proprio del loro modo di essere, resistere e vivere. Avevano seguito il consiglio e lasciato a Jesuíno le grandi decisioni. Il vecchio era in gamba, meritava fiducia.
Altra gente era venuta, altre baracche erano state costruite. La polizia era tornata, Jesuíno e i monelli avevano scavato trincee da gioco, smosso la terra dei sentieri, accumulato pietre, fatto rotolare massi. La polizia se l’era data a gambe, uno spasso, avevano riso e fatto festa.
Poi tutti avevano finito per intromettersi nella faccenda, una discussione di tutti i diavoli, i pula (4) a rincorrer gente, innocenti cacciati in prigione e bastonati, i giornali che reclamavano disegni di legge, azioni in tribunale, l’inferno. E loro che vivevano. Se la polizia avesse tentato di tornare, avrebbero resistito. Jesuíno era nuovamente alla testa dei ragazzini, stavano aprendo un sentiero segreto nella palude, si preparavano ad affrontare i pula ancora una volta. I pula e i giudici del tribunale.
Avevano costruito le loro baracche, erano ostinati, ci restavano malgrado tutte le minacce. Tiravano avanti a vivere. Ammazzare non s’ammazzava nessuno, a parte la negra Genoveva che si era inzuppata il vestito di cherosene e si era data fuoco, ma c’è una spiegazione: era stata la passione: il mulatto Ciriaco, suonator di chitarrino, l’aveva abbandonata per un’altra. L’importante era tirare avanti, non lasciarsi abbattere, non abbandonarsi a tristezze. Ridevano e cantavano, in una delle baracche già funzionava una sala da ballo, la Gafieira Invasão, con danze animate il sabato e la domenica; di pomeriggio lottavano a «capoeira» (5), salutavano i loro orixá (6) nei giorni di festa, adempivano ai loro obblighi verso il loro santo. Vivevano e amavano. Bei Capelli prometteva di tagliar la gola a un certo Lício che posava a attore del cinema, se avesse avuto l’ardire di tornare a strizzar l’occhio alla bella Dagmar.
Anche quel Jacinto, un tipo pretenzioso di cui già abbiamo avuto occasione di parlare – ve ne ricordate? – era venuto a costruire la sua casina al Mata Gato e ci si era stabilito con Maria José, una rossa scarmigliata. Ne venne fuori subito un alterco, perché la tizia, con la storia di aiutare la vecchia Veveva a curare il bambino, finì per servire da materasso a Massu. Il negro aveva il suo spazio vitale limitato alla superficie della collina: i pula laggiù a valle lo aspettavano con impazienza. Senza potersi muovere a suo piacimento, né visitare gli amici alle mescite e nelle botteghe, andare alla banchina a far quattro chiacchiere, Massu pareva una belva in gabbia. Fu ben per questo che Maria José gli fu di grande consolazione. Nota discordante in mezzo a tanta cordialità, quell’antipatico di Jacinto. Anziché sentirsi inorgoglire per il fatto che la sua amica avesse tanto successo, capace di spargere il balsamo della gioia nel cuore di Massu, uomo importante, compare di Ogun (7), si fece prendere i nervi, ingollò un certo numero di dosi di cachaça (8), si armò di coltello, e venne a chiedere soddisfazione. Negro Massu, ancorché confortato da Maria José, purtuttavia non era tipo da scherzarci, il suo umore non gli permetteva di sopportare che qualcuno gli venisse a gridare addosso. In fin dei conti, quel Jacinto si rivelava un grossolano, prima aveva maltrattato la rossa, e ora veniva a gridare appellativi davanti alla baracca del negro scandalizzando il vicinato. Massu lo strascicò fino al sentiero più largo, la strada più comoda per scendere dalla collina, lo spinse giù a pedate consigliandolo a non tornare, lasciando la baracca alla ex-consorte, come parte nella divisione dei beni. A Jacinto restavano le corna, di dimensioni rispettabili.
Tornò, tuttavia, qualche giorno dopo, in cerca di Otália. Per Otália nutriva il tale Jacinto una passione antica, fin dall’arrivo della ragazza a Bahia. L’aveva conosciuta la sera stessa, quando Garofano-all’Occhiello le aveva fatto lo scherzo di nasconderle il bagaglio. Mai era riuscito a infilarsi nel suo letto, non ce n’era stata occasione, pensava lui. Aveva accompagnato di lontano gli sviluppi delle lunghe passeggiate di lei con Martim, in quell’amore tanto commentato sulle banchine e nelle sale da ballo popolari. Per Jacinto, tipo poco incline a immaginazione e poesia, quella storia di idillio romantico, amoreggiare platonico, era cosa ridevole. Non l’avrebbe certo bevuta, lui: conosceva bene Caporal Martim, e nel suo intimo tutto ciò che desiderava era imitarlo, somigliare a lui, agire come agiva lui con le donne: superiore, dall’alto, lasciandosi amare, non dando loro molta corda. A quella storiella, ripetuta da questo e quello, del caporale che moriva d’amore, a passeggiare con le dita intrecciate senza ottenere nulla, Jacinto non dava credito per un ventino. Considerò Otália persa per sempre, a meno che Martim non si stufasse e sparisse di circolazione.
E fu questo che accadde inaspettatamente. Non per essersi stufato, ma per sfuggire alle persecuzioni della polizia si era trasferito il caporale, sparito nel nulla, senza lasciare indirizzo per la corrispondenza. Jacinto almeno non era riuscito ad appurare la destinazione del viaggiatore, malgrado si fosse messo a tirar su le calze ai conoscenti. Non aveva intenzione di lanciarsi sulle piste di Otália col caporale ancora nei paraggi. Martim non era tipo da accettare in silenzio un socio inatteso. Ma quando Otália, per decisione di Tibéria, era venuta a occupare la casetta del Mata Gato per rimettersi, Jacinto ricominciò a circolare per lassù, tutto compito e incravattato…
La casetta costruita da Jesuíno e Tibéria in cima alla collina del Mata Gato era destinata ad accogliere la coppia quando la vecchiaia non avesse più permesso loro di lavorare. Frattanto se ne servivano per riposare, o per mandarci qualcuna delle ragazze quando abbisognavano di riposo, oppure di nascondersi da qualche tipo impulsivo, filarino stucchevole o insopportabile pretendente. Almeno era a tale uso che la riservava Tibéria, benché, dopo la faccenda di Otália, ne avesse preso tale avversione da desiderare di venderla a qualsiasi prezzo.
Non appena Martim ebbe preso il largo – era toccato a Jesuíno avvisare amici e conoscenti, Tibéria e Otália, della forzata sparizione del caporale, aggiungendo che non conosceva la sua destinazione – Otália aveva cominciato a indebolirsi. Cosa senza rimedio e senza spiegazione: una debolezza generale nelle gambe e nel corpo tutto, un languore nello sguardo, voleva solo restare sdraiata, non aveva voglia di nulla, rifiutava tutti i clienti, perfino quelli più generosi e abituali, come il sor Agnaldo della Farmacia Miracolosa al Terreito de Jesus, infallibile ogni mercoledì verso la fine del pomeriggio. Non solo pagava bene, ma le portava sempre un regalino: una scatola di pastiglie per la tosse, una bottiglia di sciroppo, una saponetta. Rimandava indietro il sor Agnaldo, il vecchio Militão dell’ufficio notarile, filantropo danaroso, il dottor Misael Neves, chirurgo dentista con lo studio sulla Praça da Sé, oltre ai clienti occasionali; non riceveva nessuno. Non voleva nemmeno uscire dalla sua stanza, andava in sala da pranzo dopo molte preghiere, assaggiando appena il cibo. Mai più aveva messo piede fuori casa. Sul letto, con la sua bambola accanto, gli occhi persi sul soffitto, magra e senza colore in faccia.
Tibéria era preoccupata. Le sue pensionanti la chiamavano Mammetta, e anche gli amici, e quel soprannome lo meritava, si occupava delle ragazze come fossero state figlie sue. A nessuna però si era tanto affezionata come a quella piccola Otália, così bambina per età e modo di pensare, così prematuramente sbattuta a far la vita.
Perché il vecchio Batista, suo padre, padrone di un po’ di terra vicino a Bonfim, non era tipo da scherzare, e quando era venuto a sapere che il figlio del colonnello Barbosa si era fatto i tre-centesimi (9) della bimba, ancora verdi come araçá (10) agro, era diventato un demonio: acchiappò un bastone e giù botte alla poverina da mandarla all’ospedale. Dopo di che la mise fuori di casa, non voleva donnine allegre in casa. Il posto delle donnine allegre è nelle case allegre, il posto delle donne perdute è nelle strade di perdizione. Andasse a raggiungere la sorella, già da due anni meretrice; ma quella non era uscita da casa direttamente per andare a far la vita, si era sposata, prima, poi il marito l’aveva piantata e lei aveva dovuto trovare il modo per vivere. Mentre Otália era uscita di casa proprio cacciata dal vecchio, inferocito nel vedere la figlia di quindici anni, bella come una madonna, già senza coperchio, senza più utilità che per far la puttana.
Molti di questi particolari Caporal Martim venne a saperli solo più tardi, terminato tutto, per bocca di Tibéria, persona della più gran discrezione, la padrona di casa di tolleranza migliore che mai si vedesse a Bahia. Non lo diciamo a causa della nostra amicizia per lei, non lodiamo la sua condotta per essere suoi compari. Chi non conosce Tibéria e non ammira le sue doti preclare! Nessuno più di lei noto e amato, la sua casa d’appuntamenti è come una famiglia sola, non ognun per sé e Dio per tutti, Mammetta non lo permetterebbe mai. Una famiglia unita e Otália la più piccola di casa, coccolata, piena di capricci.
Martim fu messo al corrente di com’erano andate le cose: quando il figlio del colonnello Barbosa, studente di bell’aspetto, si fece la ragazzina, Otália non aveva ancora compiuto quindici anni, ma già aveva corpo e seno da donna adulta. Donna solo in apparenza, una bimba internamente, perfino alla pensione voleva giocare con la bambola, avere amoretti da ragazza vergine, amoreggiare con Martim per dopo fidanzarsi, con amello e tutto il resto. Così era lei. Cuciva i vestitini per la bambola, le faceva il letto.
In una strada secondaria, a Bonfim dove abitava col padre, il vecchio Batista, lo studente la vide e si fece vedere nei paraggi più d’una volta. Le regalò delle caramelle, poi un giorno le disse: «Sei già al punto giusto per sposarti, ragazzina. Mi vuoi sposare?» Lei avrebbe preferito prima il fidanzamento, lo trovava carino. Ma accettò lo stesso, tutta contenta, chiese solo di sposarsi col velo e la ghirlandina. Non si era accorta la poverina che il giovane parlava in lingua dotta e sposarsi, nel suo linguaggio elevato equivaleva a farle fuori i tre-centesimi in riva al fiume. Otália aspettò un pezzo e aspetta ancora il suo velo e la sua ghirlandina. Invece di quelli ebbe le bastonate del vecchio e si trovò in mezzo alla strada. Che altro le restava da fare se non andare a raggiungere la sorella, di nome Teresa, sfacciata come poche?
Alla pensione, soddisfacendo i clienti con abilità, ridiventava, nelle ore libere, una bambina, innocente e priva di malizia, altro non desiderava che amoreggiare col caporale, passeggiare con lui, la mano nella mano, fino a quando non fosse giunto il giorno del fidanzamento.
Il caporale era sparito, perché ricercato dalla polizia, ma anche stufo di quell’amorazzo senza capo né coda, senza letto; non conosceva i precedenti, quella Otália non aveva tutti i suoi venerdì, quando mai s’è vista una puttana ad amoreggiare, ad aspettare l’anello, la benedizione del matrimonio, per andare a letto con un uomo e far l’amore con lui? Bene, ricercato e stufo, il caporale aveva levato le tende e, per meglio garantirsi, aveva anche cambiato nome, promovendosi in pari tempo a sergente. Otália non era mai più stata la stessa, si era lasciata andare in un letto, di giorno in giorno sempre più debole. Tibéria aveva considerato consigliabile toglierla dalla pensione, le aveva proposto di andar a passare qualche giorno sulla collina dove abitavano amici suoi, Negro Massu, Curió, ora a far vita comune con una veggente ossigenata, per non parlare di Jesuíno, senza casa sul posto, ma comandante in capo della collina, incaricato di difesa e attacco, a divertirsi come un matto.
Quel certo Jacinto, non appena aveva saputo che Otália si trovava sulla collina, si era segnalato per la sua assiduità lassù, nella speranza di abbagliarla con le sue pretese a bellone. Ma la ragazza, se lo vide, non ci fece caso, a quel presuntuoso; non vedeva niente, a parte la sua bambola e il ricordo del caporale, suo innamorato, col quale doveva fidanzarsi e un giorno sposarsi. Restava in casa, stesa sulla branda, lontana da tutto, e solo quando il bimbo di Massu veniva da lei a giocare lo carezzava e gli sorrideva. Già sposarsi le sarebbe bastato, ma se fosse arrivata anche ad avere un figlio, allora poi sarebbe stata un’esagerazione di felicità.
Altre cose da raccontare della gente della collina? Be’, tiravano avanti a vivere, e già non è poco vivere quando si è poveri e la polizia minaccia di dar fuoco alla nostra baracca. Vivevano come era loro possibile, senza dar troppa importanza al chiasso di politici e giornalisti, gente importante, fra loro s’intendono.
Novità vere e proprie alla collina, forse solo una, degna di nota. Si trattava del fatto seguente: già da qualche tempo, forse proprio a causa di tante complicanze, la popolazione aveva smesso di crescere e nuove case non ne erano state costruite. Anche perché il pozzo scavato dagli abitanti non bastava a fornire neppure il fabbisogno attuale, né era sufficiente l’elettricità, una lucina da cimitero, buona giusto per gl’innamorati. Purtuttavia, negli ultimi giorni, in quella nervosa settimana intercorsa fra le due riunioni del Tribunale, erano comparsi al Mata Gato muratori e falegnami con le loro cazzuole, i loro fili a piombo, i loro seghetti, e dài sotto a costruire casette. Alcuni camion dell’Azienda Municipale scaricavano alle pendici della collina sacchi di cemento, mattoni e tegole. Due strade intere, con casette aggraziate, identiche le une alle altre, furono rapidamente tirate su. Intonacate dentro e fuori, con porte e finestre azzurre, carine. Nessuno sapeva niente dei proprietari, il capomastro, uno zittone, se aveva la soluzione del mistero non la fornì. Di qualcuno dovevano pur essere. Guardando i camion Colpo-di-Vento suggerì che forse erano dello stato, forse per le famiglie degl’impiegati. O per farci un allevamento di mulatte. Colpo-di-Vento aspettava ancora le sue mulatte, ordinate in Francia tempo addietro. Cominciava a dubitare che la nave avesse fatto naufragio, oppure gli avevano fregato le pulzelle cammin facendo. Per un totale di oltre quattrocento.
Colpo-di-Vento aveva suggerito l’ipotesi statale per vedere di metter fine alla curiosità di Jesuíno, che moriva dalla voglia di sapere a chi appartenessero le nuove costruzioni. Il vecchio briccone, insieme a Miro e ad altri monelli, prendeva i provvedimenti necessari per affrontare la polizia quando fosse stata pubblicata la sentenza del tribunale. Guardava con sospetto quelle casette che avevano l’aspetto di case vere e proprie, scuoteva la testa, ma, per scrupolo di coscienza continuava nei suoi preparativi per far fronte ad ogni evenienza. «La collina del Mata Gato si difenderà fino all’ultimo uomo», aveva scritto Jacó Galub, e aveva attribuito tutta la responsabilità al governo. «È ben tempo che il Governatore allontani il Capo della Polizia e ascolti le rivendicazioni del popolo.» Scuoteva la testa Jesuíno, di sotto il suo incredibile cappello. I bianchi di là sotto, bianchi perché ricchi, non per il colore, erano capaci di finire per intendersi, e addio al suo divertimento. Erano gente importante, e la gente importante s’intende sempre, le liti fra loro non prosperano.
Colpo-di-Vento gli dava ragione. Aveva buscato qualche scarica di botte dalla polizia, gli sarebbe piaciuto mettere in fuga la pula. Gallo Pazzo aveva trovato, sa Dio dove, uno di quei copricapo di metallo, simile a un casco da ingegnere, con quello si copriva la testa, ma i capelli grigi e spettinati sfuggivano da ogni lato. La faccenda lo privava del desiderato aspetto marziale, lo si sarebbe detto piuttosto un poeta. La brezza soffiava sulla collina, agitando mollemente le palme da cocco, gli abitanti tiravano avanti a vivere, ostinati, ridendo, cantando, lavorando, mangiando, facendo figli. Con le case nuove, il Mata Gato aveva preso veramente l’aspetto di un quartiere.
«Gente dannata…» osservò Colpo-di-Vento. «L’altro giorno questo era un pantano, uno spinaio di rovi, ora è proprio come una città. Accidenti, figli-di-puttana di gente in gamba…»
Jesuíno rise, la sua risata arrochita dal catarro e dal fumo. Gli era piaciuta, quella storia dell’invasione. Sapeva di certi terreni più in là della Liberdade, stava pensando di portarci degli amici a farcisi le case. E Colpo-di-Vento, perché non veniva anche lui?
«Ci sono mulatte in quei paraggi? Di quelle vere?»
Ce ne fossero state, lui poteva andare, per aiutare. Per viverci però, no. Colpo-di-Vento preferiva vivere da solo, in pace, nel suo angolino.

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(1) Verminosi = malattia da parassiti che colpisce l’intestino.
(2) Il complesso di Edipo (per i maschi) e di Elettra (per le femmine) sono due concetti psicanalitici, secondo i quali (in estrema sintesi) un bambino tende a identificarsi con il genitore dello stesso sesso e a desiderare l’accoppiamento con il genitore del sesso opposto.
(3) Obá = membro civile del terreiro, ossia di un luogo in cui vengono praticati i riti cerimoniali della religione afro-brasiliana.
(4) Pula = poliziotti (la pula = la polizia). Il termine è ormai desueto, era in vigore negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso.
(5) Capoeira = arte marziale nata a Bahia, fatta di musica e di movimenti armonici. Di derivazione africana, venne mimetizzata in una sorta di balletto, poiché agli schiavi erano interdetti gli sport marziali.
(6) Orixá = divinità africane trapiantate in Brasile all’epoca della tratta degli schiavi.
(7) Ogun = è uno degli orixá, per la precisione divinità del ferro, protettore di fabbri, guerrieri, agricoltori. Nella seconda parte del romanzo di Amado si racconta ampiamente la storia di come Negro Massu, dovendo battezzare il figlio, accetta come padrino lo stesso Ogun, che gli si presenta sotto le sembianze di un vecchio. Per questo ora è diventato compare di Ogun.
(8) Cachaça = acquavite di canna.
(9) Non ho mai trovato altrove questa espressione, né alcun dizionario la riporta. Dal contesto si evince che farsi i tre-centesimi equivale a togliere la verginità a una fanciulla.
(10) Araçá = frutto di un albero (Psidium cattleianum ) del Brasile e del Venezuela, oggi a rischio di estinzione.

La copertina del romanzo (Garzanti, traduzione di Elena Grechi) da cui ho tratto questo post e quelli precedenti; bellissimo libro, lo consiglio a tutti


venerdì 8 dicembre 2017

142 Politici e giornalisti in difesa del Mata Gato (di Jorge Amado)




Le prime baracche costruite sulla collina del Mata Gato sono state abbattute dalla polizia; Negro Massu ha reagito ed è stato picchiato. Su consiglio del saggio Jesuíno Gallo Pazzo, gli abusivi hanno cominciato a ricostruire tutte le loro misere casupole. Ma ora l’intera vicenda si fa appetitosa per una lunga serie di personaggi senza tanti scrupoli.
Il giornalista Jacó Galub, capo redattore di un giornale dell’opposizione, si butta a capofitto sulla vicenda, nella speranza di far successo. Il direttore del giornale, amico del malavitoso che gestisce il gioco del bicho, ha tentato senza successo la carriera politica, ma ora può incastrare l’odioso Capo della Polizia. Anche i politici dell’opposizione sfruttano l’invasione per dare addosso al governo. E intanto la gente della favela diventa sempre più numerosa…

Il martedì seguente, il servizio dell’anno scoppiava con titoli su otto colonne sulla «Gazeta de Salvador», giornale d’opposizione, al momento bisognoso, e con urgenza, di denaro e di lettori. Sentiva il contraccolpo della sconfitta elettorale. Il direttore del giornale, Airton Melo, si era candidato a deputato federale, aveva investito nella campagna elettorale un sacco di soldi, principalmente denaro degli altri, ma anche le riserve del giornale. Non era stato eletto, era rimasto a piedi in una disonorevole posizione di quarto vice, e ancora non poteva decentemente passare alla maggioranza. Guardando le foto scattate al Mata Gato (dove, con un fotografo, era tornato Jacó il lunedì) e facendo una smorfia di disgusto alla vista della bocca sdentata di dona Filó aperta verso l’obiettivo in un ampio sorriso, un grappolo di figli appesi alle braccia e alle anche, Airton Melo, il probo giornalista, il «guardiano di notte del denaro pubblico» (come durante la campagna elettorale l’aveva definito il suo stesso giornale) spiegò a Jacó:
«Un po’ di bastonate alla colonia spagnola non fanno alcun danno. Questi galegos (1) si fanno sempre più avari, non mollano un centesimo manco morti. Metta un po’ con le spalle al muro questo mascalzone del Perez, e generalizzi quella storia degli ottocento grammi, così facendo il giornale non ne calunnierà poi un gran numero. Naturalmente, non dimentichi di far allusione alle onorevoli eccezioni. Vedrà che ci scuciono subito qualcosa, e Dio sa se ne abbiamo bisogno. Siamo in un momento duro, sor Jacó…»
«E il governo?»
Airton de Melo sorrise, si considerava un uomo politico di alta classe, sottilissimo, erede di tutte le astuzie dei vecchi bonzi (2) baiani:
«Botte da orbi al governo, caro mio. Botte da lasciare il segno. Ma,» abbassò la voce in tono confidenziale «cerchi di risparmiare il Governatore. Per lui, solo un appello alla sua coscienza di uomo pubblico e al suo buon cuore. Certamente lui è all’oscuro di ciò che accade, ecc. ecc., conosce la litania. Invece, legnate senza misericordia al Capo della Polizia. È lui il tipo della campagna contro il gioco, ha detto che intende farla finita col gioco del bicho. Il giornale, purtroppo, non si può mettere a difendere il gioco né i bicheiros (3)… Ma con questa storia dell’invasione della collina, si può dare addosso ad Albuquerque» il nome del Capo della Polizia era Nestor Albuquerque «e magari riusciremo a farlo cadere. E avremo un bel finanziamento per la campagna elettorale… La gente del bicho…»
Accese un sigaro, ne espirò il fumo. Guardò Jacó con affetto:
«Se la cosa riesce, mio caro, non mi dimenticherò di lei. Sa bene che non sono un ingrato…»
Si sentiva generoso, intravvedendo la possibilità di una bella mazzetta. Il suo tenore di vita era dispendioso: due famiglie, la civile e la militare, quella emulazione fra sua moglie, Rita, e la sua amante, Rosa, per vedere chi spendeva di più. La coppia RR, i ratti roditori, come diceva lui stesso con un certo cinismo, gli rosicchiavano le finanze.
Jacó Galub considerò il suo direttore, sparpagliato nella poltrona. A modo suo un grand’uomo. Ma se lui, Galub, si fosse lasciato incantare dalle sue promesse e avesse contato sulla sua generosità, sarebbe morto di fame. Ora morir di fame non era nei piani di Galub. Era un uomo ambizioso, le sue giocate le faceva per proprio conto, e se non protestava per il salario di miseria che gli passava Airton Melo, era perché si serviva delle colonne del giornale per i propri scavi personali. Era attivo e intelligente, buon giornalista, sprovvisto di ogni scrupolo e di ogni forma di sentimentalismo. Freddo benché apparentemente passionale, aveva come unico desiderio quello di farsi un nome, andare a Rio, aver successo nella stampa importante, guadagnar molto denaro, ottenere uno di quei posti favolosi… Ce l’avrebbe fatta, ne era certo. Anche lui sorrise al «probo giornalista»:
«Stia tranquillo, avremo una campagna spettacolosa. Il prestigio del giornale crescerà a dismisura. Anche le copie vendute. Intendo mettermi a capo dell’invasione.»
«Servizi commoventi, mi raccomando, cuore; strappi lacrime a tutti con la storia di quella povera gente che non ha un buco dove abitare… Cuore!»
«Lasci fare a me…»
Appena uscito il corrispondente, Airton Melo prese il telefono, attese con impazienza il segnale per fare il numero. Quando finalmente ebbe la linea, compose un numero, avuta risposta chiese:
«Otávio c’è? Sono il dottor Airton Melo…»
E quando Otávio Lima, signore del gioco del bicho della capitale e città circonvicine prese la comunicazione lo informò:
«Sei tu, Otávio? Dobbiamo incontrarci, mio caro. Ho finalmente in mano gli assi per buttar giù Albuquerque…»
Una pausa d’ascolto:
«Stavolta ce li ho davvero… Una campagna sensazionale. Ti spiegherò personalmente…»
Sorrise alla proposta dell’altro:
«Nel tuo ufficio? Sei matto? Se mi vedono lì da te, diranno subito che stai comprando il mio giornale… No, a casa mia…»
Altra pausa, il re del bicho domandava qualcosa.
«Quale delle due?» il giornalista ripeté la domanda, riflettendo. «In casa di Rosa, staremo più a nostro agio…»
Così, in quel martedì in cui un servizio con titoloni in prima pagina occupava tutta l’ottava pagina del giornale – vi brillava, senza denti ma con numerosissimi figli, dona Filó, le cui dichiarazioni al corrispondente erano da spezzare il cuore – tutto materiale a firma di Jacó Galub, la «Gazeta de Salvador» dava inizio a una campagna «in difesa della gente povera, senza casa, spinta dal bisogno a occupare terreni abbandonati», campagna che fece epoca nella stampa baiana.
In quella prima settimana, Jacó si fece in quattro. Passò buona parte del suo tempo al Mata Gato, ascoltando le dichiarazioni di alcuni, incoraggiando altri, asserendo che, con l’appoggio della «Gazeta de Salvador», potevano costruire tutto quel che volevano, erano protetti. E in effetti i servizi furono un vero e proprio segnale di richiamo. Se la prima invasione della collina era stata un’azione concertata fra amici, attuata da Massu, Jesus, Curió, Bei Capelli, tutti conoscenti, compari, parenti, compagni di cachaça e chiacchiere, dopo i falò della polizia e l’inizio dei servizi della «Gazeta» cominciò ad apparire gente da tutte le parti, gente che trasportava tavole di legno, cassette, tutto quanto si può usare come materiale da costruzione. E dieci giorni dopo le case erano più di cinquanta, e il numero tendeva ad aumentare.
I servizi di Jacó obbedivano fedelmente alle istruzioni di Airton Melo: dare addosso al governo, al Capo della Polizia violento e incapace, al soldo dei magnati della colonia spagnola. Nel primo servizio, Jacó riferiva le informazioni ricevute da Jesuíno e dagli altri abitanti, come tutta la faccenda aveva avuto inizio: gente senza tetto che si dirigeva a quei terreni abbandonati per ivi costruirsi una casupola. Poi, la denuncia di Pepe Ottocento – il milionario José Perez anni addietro noto col pittoresco soprannome di Pepe Ottocento Grammi – e l’azione violenta comandata dallo Chico Pinóia, l’abituale torturatore di arrestati, per ordine diretto di Albuquerque, «il tenebroso Capo della Polizia, l’intollerante dottorino, di scarse lettere e molta presunzione». La ripassata subita da Massu era descritta nei particolari: il negro che difendeva la sua casetta, la vita di sua nonna e quella del suo bimbo in tenera età, i poliziotti lo avevano immobilizzato per poter dar fuoco alla sua casa. In effetti le cose erano andate proprio così, solo che Jacó aveva fatto Massu vittima delle botte della polizia anzitempo, facendo sparire completamente l’aggressione del negro. A Massu la faccenda non andò a genio. Nel servizio ci faceva la figura di un povero diavolo che le busca dalla polizia senza reagire. Gli ci volle del bello e del buono, a Jacó, per spiegargli le sue ragioni e placare il risentimento del negro.
Attaccando il governo, e soprattutto il Capo della Polizia, il giornalista non fece carico di niente al Governatore. Anzi, lasciò andare qualche allusione al suo buon cuore, cui faceva appello. Al suo patriottismo, anche. Era tempo che il governo si ricordasse che ci si trovava in un paese libero, scriveva Jacó, e non in una «colonia spagnola». C’era una fiorente colonia spagnola a Bahia, composta per lo più di brava gente, onesta e lavoratrice, cui molto doveva lo Stato per il suo progresso, ma nel seno della quale esistevano anche alcuni mascalzoni patentati, le cui fortune riposavano su illeciti guadagni, come la «Gazeta de Salvador» si proponeva di provare in una serie di servizi. Ma c’era una certa differenza fra l’avere a Bahia una colonia spagnola, e divenire una «colonia della colonia spagnola». Eppure, il signor Capo della Polizia, dottor Albuquerque, il re degli animali, così soprannominato per le sue lunghe persecuzioni contro i bicheiros (con che secondo fine?), si precipitava di corsa a obbedire a una richiesta di Pepe Ottocento Grammi, espellendo da terre rese al demanio, abbandonate, inutili, dei cittadini brasiliani, onorati e lavoratori, il cui solo crimine era la povertà. Per il Capo della Polizia non poteva esistere crimine peggiore, affermava Jacó, il personaggio era una creatura dei ben dotati di beni di fortuna, e principalmente dei galegos, gente che passava il tempo a fregare sul peso.
Da tempo non si era visto sulla stampa baiana un servizio così sensazionale e virulento, che toccava gente così importante. L’edizione del giornale si esaurì, il giorno seguente fu aumentata la tiratura.
Alcuni degli abitanti le cui foto erano state stampate sul giornale avevano rilasciato dichiarazioni, rimaneggiate da Jacó; Dagmar la bella era stata fotografata in una posa da attrice del cinema, in costume da bagno, il che le valse un certo numero di sberle applicate da Bei Capelli. La sua donna non doveva andare a mostrare cosce e seno dalle pagine dei giornali. Battuta, Dagmar aveva accusato il fotografo di frode, aveva fatto le foto senza che lei se ne accorgesse; affermazione discutibile, per non dire sfacciata menzogna. Ma queste son faccende di famiglia, non ci ficcheremo il naso. Solo constatiamo, per migliorare la nostra conoscenza delle donne in particolare e della vita in generale, che dopo gli schiaffi Dagmar si era fatta, non solo più discreta, ma anche assai più affettuosa.
Stella di prima grandezza brillò Dona Filó. Scarna e spettinata, col suo abituccio nero stracciato, un figlio per anca, uno per seno, gli altri stretti intorno, era l’immagine stessa della miseria. Perfino riviste di Rio, col correre degli eventi, avevano comprato le sue foto per pubblicarle. Le avevano comprate al fotografo, naturalmente. Dona Filó non vide un centesimo dei diritti. Ma in compenso fu orgogliosissima di vedere la sua foto sui giornali. Cominciò a chiedere di più per affittare i bambini: ormai avevano un nome e un ruolo. Jacó le aveva attribuito la frase di Jesuíno: «Loro buttano giù e noi si ricostruisce un’altra volta». Ma col passar del tempo la frase cominciò a essere creduta dello stesso Galub, visto che più volte il giornalista l’aveva ripetuta nei suoi servizi, come affermazione e minaccia, senza ricordarne l’autore, convinto lui stesso, alla fine, di essere il padre della frase celebre. Paternità leggermente disputata dal Deputato Ramos da Cunha, capo dell’opposizione all’Assemblea Costituente, focoso tribuno. In uno dei suoi discorsi, l’uomo politico infilò una perorazione drammatica:
«Può la prepotenza del signor Capo della Polizia, può l’arroganza del milionario Perez, può l’indifferenza del governo, possono le autorità e i loro accoliti, incendiare la case della povera gente. Noi, popolo, le ricostruiremo. Sulle ceneri dell’incendio criminale, noi, il popolo, rifaremo le nostre case. Dieci, venti, mille volte se necessario.»
Era un leader dalla figura carismatica, avvocato, figlio di un colonnello dell’interno. Erede d’immensi latifondi, non possedeva tuttavia terreni nella capitale, gl’interessava dare addosso al governo. Si era laureato di recente, il padre lo aveva fatto eleggere deputato. Purché non si trattasse di riforma agraria, il giovane leader Ramos da Cunha dal verbo facile e sonante, era perfino piuttosto progressista, e con frequenza tale aggettivo era usato dalla stampa come qualificativo parlando di lui. A seguito della campagna in relazione all’invasione della collina del Mata Gato, giunse ad essere accusato di idee comuniste. Pur trattandosi di sospetti senza fondamento, voci calunniose messe in giro da nemici politici, gli davano una certa qual aura popolare.
Tornando a dona Filó, fu forse lei la maggior beneficiaria dei servizi di Jacó Galub. Moralmente parlando. Veniva presentata come una madre amorosissima, che si ammazzava di lavoro per sostentare i sette figli. Vaghe allusioni a un padre sparito le davano la necessaria copertura morale, trasformandola in una moglie abbandonata, vittima della società e del marito. Lungi da noi l’intenzione di negare le virtù di dona Filó: molto meritevole senza dubbio, donna lavoratrice come poche se ne incontrano. Ma quella storia di farla apparire vittima di un marito imbroglione non è proprio secondo giustizia. Mai essa ebbe un marito, né volle legare un uomo alle sue sorti. Un uomo, era opinione sua, solo serviva nel momento di fabbricar bambini. Dopo, non dava che lavoro e complicazioni.
Della gente della collina, Galub non riuscì ad avere la foto solo di Jesuíno Gallo Pazzo. Lo vedeva gironzolare nei paraggi, avvertiva che era lui a orientare gli altri, il consigliere cui si rivolgevano nei momenti difficili; ma quando compariva il fotografo, il diffidente vagabondo spariva…
Gallo Pazzo non era meno vanitoso o più modesto degli altri, diverso da loro. Era solo un vecchio saggio, aveva maggior esperienza, non ne voleva sapere di foto sui giornali. Una volta, in tempi andati, era apparsa una sua fotografia: sdraiato al sole sulla rampa del Mercato, una cicca di sigaro in bocca, un sorriso felice, come illustrazione di un servizio pieno di tenerezza e di poesia di un chiacchierato Odorico Tavares. Ebbene: per mesi e mesi la polizia aveva perseguitato Jesuíno, con ogni pretesto lo sbattevano dentro. I pula avevano in tasca il ritaglio del giornale con la foto di Jesuíno. Non serviva a nulla che il poeta Odorico lo definisse «l’ultimo uomo libero della città», la sua libertà era la gattabuia. Di foto sul giornale gli bastava quella.

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(1) Galegos = galiziani, che non sono spagnoli, bensì portoghesi.
(2) Un bonzo è letteralmente un prete buddista; il termine è portoghese, a sua volta derivato dal giapponese. Qui si può intendere nel significato traslato di personaggio importante, o che si crede tale.
(3) Bicheiros = i mafiosi che gestiscono il gioco del bicho (un gioco d’azzardo illegale).